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Archivio per la categoria ‘progetti personali’

Venti giorni di fuoco

19 Ottobre 2009 Davide 4 commenti

5fireclubs.jpgLe prossime settimane vedranno degli aggiornamenti discontinui di queste pagine.
Siamo nelle fasi conclusive del trasloco (finalmente!) e la casa deve essere vuota entro il 27 del mese.
Peccato che il 26 del mese io sia ad Urbino, per tenere il corso di statistica multivariata per le scienze naturali e ambientali, cinque giorni, otto ore al giorno.
A complicare le cose c’è poi il fatto che la sera del 27, lo stesso giorno in cui dovrei liberare casa, parte anche il nuovo corso di Cultura Taoista presso il centroriente di Torino.
E quello, o lo sposto, o mi tocca tenerlo in telepresenza (è un corso serale, potrei farlo in coda alle otto ore di statistica di Urbino, se l’albergo mi garantisse una connessione veloce… Tao-by-Web)
Scherzi a parte, l’avvio del corso di Taoismo slitta – spero – alla settimana successiva.
Il che significa che avrò tutte le giornate del primo e del due novembre per riprendermi dalla fatica del corso e della trasferta urbinensi, in una casa nella campagna del Monferrato che non è ancora la mia e che sarà ingombra di casse, valige ed imballi diversi, e poi via… treno più tram per la prima serata al Centroriente.

E cosa dovrei volere di più?
Gli autori del prossimo Alia da contattare e tradurre?
L’ultimo capitolo del mio libro di statistica da finire?
Due racconti in macchina da completare?
Un numero imprecisato di traduzioni commerciali ed accademiche?
I potenziali sponsor delle Mostre di Grafica Giapponese da blandire?
Le conferenze da preparare?
La possibilità – scarsa, fortunatamente – di un black-out della rete per alcuni giorni in attesa dell’allacciamento?

Saranno giorni interessanti.
Poi stramazzo.

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RPGs & Scrittura

6 Ottobre 2009 Davide 5 commenti

Una decina di anni or sono (!) incontrai persone che sostenevano con una certa ilarità di aver venduto ad un certo editore le trascrizioni delleproprie partite a Dungeons & Dragons, ricavandone sceneggiature per un popolarissimo fumetto.
Probabilmente una storia fasulla, ma indicativa.
Più o meno in quel periodo, molte delle linee guida di riviste e case editrici cominciarono a includere un breve paragrafo sul fatto che non sarebbero state pubblicate trascrizioni di partite a Dungeons & Dragons – o a qualsivoglia altro gioco di ruolo – spacciate per narrativa.
Il che ha un certo senso, ma riduce il problema a termini molto molto banali.

Proviamo a cambiare marcia…book cover of   The Ruby Key   (Moon & Sun, book 1)  by  Holly Lisle
Tre giorni or sono, sul suo blog personale, la scrittrice, editor e insegnante di scrittura Holly Lisle ha postato un breve messaggio relativo al legame fra gioco e narrativa, ed in particolare all’uso costruttivo del gioco di ruolo come supporto alla scrittura.

I never got story ideas from the role playing, but I did use it as a way to test out my universe physics (the magic system, the map, the people and things that lived there) to see if anything could work better. Or worse.

Il post in questione ha suscitato, al momento in cui sto scrivendo, 102 risposte.
Inclusa la mia, che vado ad espandere qui sotto.

Have you ever role-played in relation to your writing? As a research tool, story generator, character development tool, or something else?

In venticinque anni di gioco di ruolo, non ho mai scritto storie basate sulle mie partite.
In parte perché non mi piace granché ambientare le mie storie in mondi inventati da altri, in parte perché lo percepirei semplicemente come “sbagliato” – mi costerebbe più tempo e più fatica che lavorare come al solito.

Or, è ben nota la mia antipatia per quei mondi fantastici costruiti a partire da una mappa – anche perché di solito le mappe dei romanzi fantasy sono piccoli capolavori di incoerenza geografica e geologica.
Allo stesso modo poco mi cale di dizionari di lingua elfica, e dell’ossessione con la tassonomia feticistica delle lame e delle bocche da fuoco, coi deliri alimentati da antichi manuali di scherma e con i trattati tattico-strategici di Braccio da Montone.
D’altra parte, è mia abitudine fare un sacco di verifiche sui fatti prima di mettere mano ad una storia – internet è una benedizione ed una maledizione, e molte mie ossessioni personali, testimoniate da scaffali carichi di strani libri, hanno trovato la strada per entrare nelle mie storie o, nate da un’idea per un racconto, si sono tramutate in interessi collaterali.Nambu 14
Io devo vedere ciò che accade per poterlo scrivere e così, se (per dire) nella Shanghai del 1936 il bieco Capitano Asamatsu spara al malcapitato Felice Sabatini, io voglio sapere se quella che impugna il nipponico è una Taisho 14 o se è qualcos’altro.
Faccio due ricerche, mi convinco che l’arma ideale per quella scena sia un clone cinese di una Mauser, e poi nel racconto dico che il nippo sfodera “una pistola”.
O magari “un’automatica”.
Il lettore a quel punto può aggiustarsi – il modello, la forma, la data di fabbricazione dell’arma, poco hanno a che vedere con la trama; ero io che avevo un problema di visualizzazione.
Ora, scrivendo in questo modo narrativa breve, è molto molto difficile che qualcosa di più di un 15% della mia ricerca finisca direttamente sulla pagina.
Il resto rimane lì, a darmi un vago senso di sicurezza.
Un buon modo per riciclare la ricerca fatta per creare o documentare un mondo o un’epoca consiste nell’utilizzare quelle informazioni per ambientarci un gioco di ruolo.
La cosa funziona particolarmente bene – nel mio caso – giocando RPG con ambientazioni storiche o pseudostoriche, dallo steampunk di Castle Falkenstein all’avventura pulp di Hollow Earth Expeditions.
Ho scritto abbastanza storie con cattivi sponsorizzati dalla Thulegesellschaft quando ero più attivo in Delta Green, da avere tuitto il necessario per alimentare sei mesi di gioco in puro stile Indiana Jones – basta aggiungerci un po’ del Kolosimo letto da ragazzo ed una buona guida turistica.
O cose del genere.
Nulla va sprecato.
E ambientando le mie partite nell’universo narrativo di cui scrivo, ho la possibilità di esplorare quegli angoli di “mondo” che la narrativa non mi ha permesso di esplorare.
Ma questa è solo parte dell’equazione.
Come nota la Lisle nel brano citato più sopra, un paio di serate al tavolo da gioco possono essere particolarmente utili per collaudare un’ambientazione o un’idea, per raffinare un personaggio attraverso l’interazione con personaggi che non sono sotto il mio diretto controllo.

Ciò che è importante – e traspare da alcune risposte al post di Holly Lisle – è non confondersi, e non permettere alle regole, al motore, al sistema di gioco di prendere il sopravvento.
Che è poi il problema per cui le riviste non accettano da dieci anni a questa parte storie palesemente tratte da partite a giochi di ruolo.
Per evitare storie nelle quali il flusso dell’azione è reso rigido e paradossale dal fatto che, quando l’azione si è svolta al tavolo, ci sono stati lanci di dadi, e consultazioni di tabelle, fra un colpo di spada ed il successivo; perché quando il gioco è al suo apice, e la tensione sale, ci può essere molta suspance nell’attendere l’esito di un lanciuo di dadi, ma nulla di quella suspance si trasla direttamente sulla pagina.

Questa ultima considerazione si lega ad un ulteriore uso del gioco in supporto della narrazione, è infine l’allenamento che deriva dal gioco, nell’improvvisare soluzioni narrative al di là delle regole.
Si acquisisce – specie quando si gioca come master – una quantità di informazioni su come il pubblico possa reagire a certi stimoli.
Come costruire la suspance.
Come caratterizzare unpersonaggio sulla base del modo di parlare o di quei dettagli che il pubblico tende a notare (e non degli altri).
Come far passare certe informazioni sotto al radar dei giocatori in modo che si possa arrivare alla scena “Ah! Lo sapevamo fin dall’inizio!”.

Un mio vecchio amico che recitava e giocava di ruolo osservò anni addietro che giocare non è per niente come recitare, ma aiuta la recitazione.
Allo stesso modo, giocare non è per niente come scrivere, ma aiuta la scrittura.

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MGG – si comincia

2 Ottobre 2009 Davide Lascia un commento

Siamo agli sgoccioli.mggbase
Fra esattamente 24 ore verrà inaugurato il primo evento nella serie di Mostre di Grafica Giapponese rocambolescamente organizzate da un manipolo di coraggiosi dei quali faccio immeritevolmente parte.

Si comincia domani a Mondovì, Isola di San Rocco presso il Ponte delle Ripe, dove l’associazione culturale Porti di Magnin ospiterà una rassegna di Emakimono appartenenti alla collezione Ugo Mondazzi.
Oltre ai rotoli illustrati previsti, in fase di allestimento è stato possibile ricomporre un ulteriore esempio di questa forma d’arte, parte di un rotolo (probabilmente il Genji Monogatari) originariamente tagliato a fette e  trasformato in albo illustrato dal primo (?) acquirente occidentale.

Le porte si aprono domani dopo le 16.
Partecipate numerosi.

Prosegue intanto il lavoro sulla mostra di Torino di gennaio-febbraio 2010.
Dopo un’ultima frenetica riunione che ha in parte ridefinito la mission dei curatori storici del progetto, si sono mossi i primi passi per l’acquisizione e presentazione al pubblico di un ulteriore fondo, ancora una volta mai precedentemente rivelato al mondo.

Restate sintonizzati.

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Sempre più difficile

28 Settembre 2009 Davide Lascia un commento

Domanda – cosa è più difficile che gestire due corsi, che partono lo stesso giorno, in due posti a 500 chilometri l’uno dall’altro?
Semplice – farlo con metà della casa a Torino e metà in provincia d’Asti.
E l’automobile bloccata da un guasto inspiegabile.

A fine mese partono il corso di Statistica dell’Università di Urbino e il corso di Cultura Taoista presso il Centroriente di Torino.
Le slide sono quasi pronte, i programmi definiti, lo spirito è vispo.
Peccato che io debba essere dalle 9 del mattino alle 5 del pomeriggio a Urbino e dalle 7 alle 10 di sera a Torino, lo stesso giorno, per le rispettive prime lezioni.
E di nuovo a Urbino per la seconda il mattino successivo.
E tutti i testi di riferimento per entrambi i corsi sono inscatolati e stoccati da qualche parte, fra Torino ed Asti.

Ah, la vita del freelancer.

Ora mi si deve solo guastare il computer…

Intanto sabato, si avvia la Mostra di Grafica Giapponese a Mondovì.

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Troppo Lovecraft, Poco Lovecraft

26 Settembre 2009 Davide 21 commenti

Scoperta sconcertante nel riordinare gli scaffali durante il trasloco.
Se è vero che posseggo copie multiple di molti, moltissimi racconti usciti dalla penna di Howard Phillips Lovecraft, tanto in italiano quanto in inglese, frutto di acquisti eterogenei negli anni dell’università, non posseggo una copia definitiva e completa in lingua originale dell’opera omnia del Gentiluomo di Providence.
Ho una moltitudine di Cose sulla Soglia.
Modelli di Pickman in comitive da dopolavoro ferorviario.
Nove (!!) copie de Il Richiamo di Cthulhu.
Altrettante de La Maschera di Innsmouth.
Tre strani casi di Charles Dexter Ward, quattro diverse gite Alle  Montagne della Follia.
Un arcobaleno di colori venuti dallo spazio, contrappuntati da altrettante ombre venute dal tempo
Quattro copie dell’Orrore Sovrannaturale in Letteratura.
Ma la minutaglia narrativa, collaborazioni, frammenti e ghost-writing per Houdini, ciò che rende completa la raccolta completa pubblicata in italiano da Mondadori (e in edizioni diverse da Fanucci e da Newton Compton), no.
Ce l’ho in italiano, ma non in inglese.

Progetto per l’inverno:
consolidare la collezione di testi lovecraftiani, eliminando il surplus attraverso regali, donazioni a enti pubblici, vendita a bancarellari, scambi alla pari.

La strategia è la seguente. necronomicon.jpg
Primo – si eliminano gran parte dei doppioni in italiano di pregio (amici con figlie adolescenti alle quali regalare un po’ di testi formativi non mancano); idem con i doppioni in inglese, piccoli paperback DelRey acquistati in momenti di debolezza, dubbie antologie curate da August Derleth…
Secondocolossale gratificazione personale: donare un fondo lovecraftiano ad una biblioteca locale.
Terzo – un osceno ed innominabile mercimonio di testi di antica sapienza scambiati con vile denaro in luoghi fuorimano, lontano dagli occhi dei curiosi.
Quarto – coi fondi ricavati attraverso il mercimonio, acquisire una copia di The Necronomicon, l’antologia-monstre di testi lovecraftiani curata da Stephen Jones (e non dal solito Joshi, per cambiare) e pubblicata da Gollancz sotto forma di massiccio volume di mille e rotte pagine, rilegato in pelle con effigie del Grande Cthulhu impressa in oro sulla copertina.
Quinto – la parte davvero divertente: si spulciano cataloghi e liste varie per raccattare al minor prezzo possibile i testi delle small-presses che ospitano la minutaglia mancante in lingua originale.

Intanto, sul comodino, contro gli attacchi di panico, teniamo i due volumi dell’Annotated H.P. Lovecraft, del solito S.T. Joshi. Solida antologia con l’essenziale, ampiamente annotato da Joshi e da Peter Cannon.

E poi, tanto per cambiare, invece di continuare semplicemente a leggere orrore lovecraftiano, ricominciare magari a scrivere orrore lovecraftiano.

E poi, magari, un film…

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Porti di Magnin

18 Settembre 2009 Davide Lascia un commento

La rivista Porti di Magnin, il “periodico di Arti, Scienze e Cultura” pubblicato a Mondovì dall’associazione culturale Isola di San Rocco rappresenta certamente uno dei segreti meglio custoditi di una regione – il Piemonte – nella quale il carattere naturalmente schivo può spesso rivelarsi un fattore controproducente.Porti-di-Magnin-Emakimono.jpg
Altrove, progetti di qalità infinitamente inferiore hanno ottenuto esposizione e fama infinitamente superiori rispetto a questa rivista – stampata con cura quasi maniacale su carta di primissima qualità, con contenuti di altissimo livello ed una grafica inappuntabile.
Complici il carattere piemontese e – probabilmente – la scarsa simpatia di istituzioni miopi verso progetti intelligenti ed indipendenti, Porti di Magnin da vent’anni porta avanti la sua linea editoriale fieramente originale, presentando contributi eccellenti (Umberto Eco, fra i tanti) ad un pubblico di abbonati affezionati sparsi per l’Italia e l’Europa.

L’uscita del numero 69 – che dedica ampio spazio alla Mostra di Grafica Giapponese che si terrà proprio a Mondovì il mese prossimo – è una buona, buonissima occasione per scoprire questo piccolo tesoro perduto (o forse mai trovato finora).

Il meccanismo è semplice – un numero gratis a chiunque lo richieda, fino ad esaurimento.
Se poi vi piace, vi abbonate.
Per informazioni:
Isola di San Rocco al Ponte delle Ripe – Via Beccaria 57 – Mondovì
Tel 0174 45 800 – e-mail: info.portidimagnin@gmail.com

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Pensare la casa

12 Settembre 2009 Davide Lascia un commento

[Questo post compare in parallelo sul mio blog personale e sul mio blog campagnolo]

La più bella donna del mondo (definizione non trattabile – voi trovatevi la vostra, io la mia l’ho trovata da tempo) sosteneva che Qualsiasi cosa si può imparare da un buon libro.
Che sarà banale, ma forse andrebbe ribadito più spesso.
Il trasloco è nella sua fase di picco – ed è come cercare di spostare il mare con un mestolo bucato.
Impossibile ormai definire dove sia finito cosa, impossibile pianificare qualsiasi cosa che vada oltre le dodici ore. Le casse si impilano, i mobili si spostano solo per tornare al posto in cui erano prima, ogni proposta per guadagnare un paio di metri quadrati viene accolta con un secco No del genitore (che ci tiene a ribadireche quella in campagna è casa sua) o, nella migliore delle ipotesi, richiede un lavoro di seduzione da odalisca delle Mille e una Notte.
Sostanzialmente, bisogna convincere il padrone di casa che la nostra idea cassata ieri, oggi è essenzialmente una sua idea, e che a noi non è che piaccia granché.
Ci verrà imposta in capo ad una settimana.
E così i mobili continuano ad inseguirsi tra una stanza e l’altra, e la prospettiva di dover spostare un’ultimo carico di scatioloni pieni di libri e vestiti sotto la pioggia di ottobre si fa sempre più probabile.

In questo marasma, spendo un centesimo e ordino The Essential House Book, edizione 1994, di Terence Conran, pubblicato da Conran Octopus.http://ecx.images-amazon.com/images/I/41N4TP7G4ML._SL500_AA240_.jpg
Il centesimo meglio speso di questa stagione.
E divento immediatamente fan di Conran.
Il volume è un colossale rilegato rigido con le dimensioni di una tavola da surf, stampato a colori su carta patinata, 272 pagine zeppe di fotografie e di idee.

Una nota antropologica: l’edizione più recente del testo di Conran costa 30 sterline su Amazon.uk ma, paradossalmente, l’edizione vecchia di quindici anni è più adatta ad essere utilizzata ed applicata in una realtà italiana contemporanea; la nuova edizione, pur mantenendo gran parte del materiale inalterato, include infatti riferimenti a possibilità (le sovvenzioni statali per i pannelli solari, ad esempio, la disponibilità di kit da ristrutturazione tutto incluso) che in Italia sono ancora un miraggio o, se esistono, sono rese impraticabili da incastellature burocratiche, contratti capestro e semplice boicottaggio di fatto.
Ragionare col cervello inglese del 1994 ci evita per lo meno illusioni e disillusioni.

Lo scopo del volume è quello di delineare le basi minime del design di interni e della progettazione per coloro che vogliono progettare la propria casa.
Da come reperire i fondi per fare i lavori necessari alla scelta più opportuna di come organizzare la cucina, passando per le diverseopzioni di materiali, colori, allestimenti, fino al capitolo sul troubleshooting (come proteggersi da incendi e infiltrazioni di umidità, come migliorare la resa termica…) il volume è semplicemente geniale.
E se le grandi idee meravigliose illustrate dalle fotografie sono entusiasmanti ma sostanzialmente impraticabili durante un trasloco (toccherebbe spostare le pareti di casa), sono le piccole idee non banali (sarebbe bastato pensarci subito) che sono davvero impagabili.
Gli angoli morti scompaiono, lo spazio si moltiplica.
Ancora più importante, il lavoro di Conran definisce un modo di vedere e pensare lo spazio abitativo che, una volta facilmente acquisito, porta alla generazione spontanea di nuove idee, di soluzioni ad hoc per gli spazi che abbiamo a disposizione.
Senza abbattere le pareti, senza ridisegnare lo scheletro dell’abitazione.
È vero, alcune soluzioni semplicissime richiedono un certo coraggio – trasformare uno sgabuzzino in libreria o un pianerottolo in postazione da lavoro con scrivania e internet si scontrano con la nozione basilare e – siamo portati a pensare – tutta piemontese, che la casa di campagna debba essere tetra, scomoda, artificiosamente rustica e sostanzialmente indurre all’espiazione fisica dei peccati compiuti in città.
Ma l’aver dedicato un paio di sere a leggere i capitoli salienti ha già portato ad una moltiplicazione delle possibilità.
Il volume di Conran non ci aiuterà a rallentare la corsa dei mobili da una stanza all’altra, ma è molto probabile che, quando si fermeranno, si trovino nella miglior posizione possibile.
E non è poco.
Ora si tratta solo di convincere il padrone di casa…

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Curriculum Vitae 2, il ritorno

9 Settembre 2009 Davide 10 commenti

Come ogni settembre, metto mano al curriculum.
Che ormai, dopo quasi due decenni di rimaneggiamenti, remixaggi, ripuliture, addenda ed effetti speciali, filtrato dall’esperienza e dagli standard del Curriculum Vitae Europeo, è diventato una cosa molto diversa dal semplice listato col quale uscii dal liceo ed entrai all’università.
Mi viene da pensare che i cambiamenti della mia vita, delle mie competenze, delle mie esperienze lavorative, costituiscano solo una minima parte dei cambiamenti registrati dal curriculum.
In realtà, il mio curriculum ha subito una lenta evoluzione in risposta all’inasprirsi dell’ambiente nel quale si trova a competere.
È diventato più agile, più cattivo, molto più sbrigativo.
In un paio di casi è stato più avanti del richiesto – battuto a macchina quando lo volevano in corsivo (per passarlo al grafologo, probabilmente), in formato elettronico quando lo volevano in cartaceo (per accenderci la stufa, probabilmente).
Si è adattato alla rete.
Si è differenziato, speciando in un curriculum scientifico, uno letterario/traduttorale, uno da jack-of-all-trades.
Ha pure sviluppato un marcato dimorfismo, comparendo sia in italiano che in inglese.

E fa un po’ ridere pensare che in fondo il serio ed ingessato responsabile del personale che maneggerà il mio prossimo curriculum non si troverà a giudicare le mie capacità, ma la mai abilità nel formattare le informazioni in maniera accattivante, abbastanza per spingerlo a passarmi al livello successivo.
D’altra parte, se fossi io ad interessargli, e non la mia capacità di conformarmi ad uno standard, ci incontreremmo per bere un chinotto e fare quattro chiacchiere.

Ben vengano allora, in questa corsa agli armamenti curricolari, i suggerimenti di Excelle per svecchiare il nostro CV.

Il vostro CV è irrimediabilmente vecchio se

Punto 1 . lo avete martellato per farlo stare in una pagina.
Dopotutto, quella del curriculum in una pagina è una di quelle sciocchezze che andrebbero punite con la fustigazione; dopotutto, è impensabile che un un quarantenne con varie esperienze alle spalle possa riassumere la propria vita professionale nello stesso spazio di cui ha bisogno un ventenne con la laurea triennale.
Facciamola breve ma non esageriamo.
lo ribadisco:  chi ci chiede il CV in una pagina dovrebbe venire frustato

C’è un rovescio della medaglia, naturalmente: tradizionalmente il cretino che deve decidere se darvi una possibilità non legge il CV, si limita a cestinare qualsiasi cosa sia sopra le tre pagine – o la pagina singola, a seconda di quanto voglia sentirsi maschio alfa nel guardarsi allo specchio nei bagni.
Per certe cose non c’è nulla da fare – fino a che i dirigenti non si renderanno conto che affidano la selezione del personale a frustrati e fenomeni da baraccone, le cose non cambieranno.
Ma considerando chi siede ai vertici dirigenziali…

Punto 2 – fate un elenco dei vostri obiettivi.
Chissà perché alla voce motivazioni nessuno scrive mai “guadagnare onestamente abbastanza quattrini da poter condurre una vita dignitosa e magari togliermi uno sfizio ogni tanto”.
No, guai, dire che volete lavorare per vivere sta malissimo!
Dovete dire che intendete lavorare per “accrescere la vostra esperienza”, “partecipare a progetti dinamici ed innovativi” bla bla bla
Si da per scontato che voi desideriate il lavoro per ottenere una remunerazione.
Perché allora non dare anche per scontato che voi desideriate un lavoro qualificante e conforme alla vostra professionalità?
Via, tagliare…
Al limite, usiamo la lettera d’accompagnamento (sperando che la leggano).

Punto 3 – promettete “Referenze disponibili a richiesta”
Perché, altrimenti?
Se te le chiedo non me le dai?
Buonissimo il consiglio di Excelle – facciamoci una lista dettagliata e teniamocela per gli stadi successivi della selezione.

Punto 4 – spedire il CV in formato Word.
Usate un pdf.

Punto 5 – fornire la lista dei lavori precedenti in ordine cronologico.
A meno che non siate proprio alle primissime armi, o che non stiate cercando di vendervi come spia industriale (“ho lavorato per Tizio, Caio e Sempronio, e posso raccontarvi tutto delle loro sezioni Ricerca & Sviluppo”), la lista dei lavori è fuori luogo.
Molto molto meglio una lista delle competenze – specificando magari quando e come le abbiamo conseguite, e fornendo quante più informazioni quantitative possibili.

Ed ecco fatto.
Il CV è svecchiato, e pronto a tornare in pista per un altro anno di scontri in puro stile Rollerball.

Il resto, naturalmente, dipenderà dal grafologo…

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