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Archivio per la categoria ‘software’

Distruggete Twitter

13 Ottobre 2009 Davide 7 commenti

OK, lo ammetto – io a cosa serva Twitter non l’ho ancora capito.
Io appartengo alla vecchia guardia – posta elettronica, mailing list gestite attraverso majordomo, siti web in HTML al limite connessi tramite un paio di webring.
Già i forum on-line mi rendono nervoso – retaggio di quando l’accesso alla rete si pagava a scatti, un tanto al minuto, e si surfava il web con un occhio al cronometro.
Web 2.0?
Mah.
Nessun problema con i blog.
MySpace mi è assolutamente inutile non avendo io nulla da pubblicizzare.
Facebook mi ha permesso di riprendere i contatti con un paio di vecchi amici – e troncare i contatti con un paio di vecchi amici che mi avevano trovato mio malgrado. Il resto è sostanzialmente una perdita di tempo.
Ma Twitter?
A che pro?

Comunque, be there or be square, come dicevano una volta, e nel (vano?) tentativo di capire cosa diavolo si possa fare dicostruttivo con Twitter, ho creato un account e installato un client.
Se non altro, le news di Splattergrama ora mi arrivano in tempo reale.

Alla voce client, le opzioni offerte da Ubuntu sono graziose ma non fanno per me – Twitux e Gwibber mi rendono ancora più insopportabile lo strumento del quale non capisco l’utilità.
Ci sono dei plugin per Firefox – Twitbin, Power Twitter
Ma Firefox è sempre più pesante, e non mi va di sovraccaricarlo in eccesso.

Punto così i miei mirini su un pezzo di software che mi garba fin dal nome: DestroyTwitter.
Icon

DestroyTwitter is a compact though robust Twitter application built to run on Mac, Windows, and Linux using Adobe AIR. It consists of a series of canvases that constantly update to keep tweets up-to-date using notifications that appear when a new tweet arrives. DestroyTwitter uses a minimal amount of memory compared to its AIR-based alternatives without sacrificing functionality and performance. As a result, it can easily run in the background as an automated process.

Se non altro è leggero.
Ed ha un’interfaccia sufficientemente personalizzabile per i miei gusti.

Resta da capire a cosa serva Twitter…

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UbuntuWinTv

8 Ottobre 2009 Davide 3 commenti

E così ieri mi si sono spenti tutti i televisori.
Solo più trentacinque diversi effetti neve, 24 ore su 24, su tutti i canali.
Naturalmente, il Piemonte passa al demenziale terrestre, e la cronaca si fa immediatamente interessante.

Mi viene in soccorso, per la mia dose di news nazionali e per vedere Blob, un simpatico programmino chiamato UbuntWinTV – attualmente disponibile alla sua versione 0.5.

Si tratta di un applet per Gnome – vale a dire uno di quei piccoli programmi che si possono lanciare direttamente dalla barra di Ubuntu.
Il software si accrocchia su VLC – fondamentale, potentissimo media player – e permette l’accesso a canali televisivi e radiofonici, oltre a fornire alcune altre opzioni.
Include una buona selezione di canali in streaming – se avete una connessione abbastanza veloce alla rete, non noterete la differenza – e non pesa esageratamente sulal memoria (potete ascoltare la radio sistemando le vostre slide in Impress…).

Per vedere che effetto fa, c’è anche un video…

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Biblioteca personale

30 Settembre 2009 Davide 11 commenti

Avendo stoccato quasi tutti i libri di casa nei nuovi Billy, ora comincia la parte veramente divertente: tirarli di nuovo tutti fuori dagli scaffali, e sistemarli in ordine.

D’altra parte, per chi è malato di libri, maneggiare l’oggetto della nostra passione è fonte di divertimento.
E riordinare una colelzione di alcune migliaia di volumi offre l’opportunità per fare qualcosa in più, come ad esempio affiancare all’organizzazione fisica una organizzazione concettuale.
Il vecchio quaderno cominciato ai tempi delle medie può ormai lasciare il posto a sistemi e supporti informatici.
E non solo.

Torna a questo punto estremamente utile la collezione di link messa insieme dal bibliofilo e critico canadese Nigel Beale sul suo blog.
Strumenti on-line, programmi di catalogazione, metodi di catalogazione, metodi organizzativi, dove e come sistemare la libreria, il sistema Dewey…
C’è tutto.

A cominciare da Alexandria, un simpatico programmino per Linux Gnome, che permette di catalogare la collezione in una unica biblioteca o in sotto-biblioteche (chi usa Kde può utilizzare Tellico, che scheda anche film e dischi – e per gli ebook c’è Calibre, che fa anche da convertitore e lettore).

Alexandria è semplice e definitivo.
Basta inserire il codice ISBN, e il software recupera dalla rete i dati editoriali e l’immagine di copertina, e li sistema su scaffali virtuali.
È possibile tenere un inventario dei prestiti, fare ricerche per titolo, autore e quant’altro.
È possibile dare un voto ai volumi.
Un po’ come fanno alcuni sistemi web 2.0, che in più vi permettono di avere rapporti sociali con le persone che hanno letto i vostri stessi libri, che amano i vostri stessi generi.
Ed altre simili perdite di tempo.
Perché ammettiamolo – di cosa la pensano sul nostro autore preferito degli sconosciuti che usano un criceto come avatar, non potrebbe importarci di meno.
Però, se proprio vogliamo fare sfoggio di ciò che possediamo, Alexandria permette di esportare il nostro catalogo come HTML – così possiamo farci una pagina con le figure e tutto, e che gli altri si dannino.

Apparentemente per alcuni utenti Alexandria genera ancora problemi – pare sia necessario editare a mano un paio di file di configurazione. Complicato.
Tellico appare più stabile e più spartano – non ha le figurine, ma occupa meno spazio, e fa il lavoro che gli si richiede senza troppi problemi.

Sarà un lavoro lungo – ma lavorando in due, uno rimette i volumi in ordine, e intanto detta all’altro gli ISBN.
Se poi avessi un lettore ottico per i codici a barre…

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E se invece della TV…

16 Settembre 2009 Davide 2 commenti

[questo post compare sia sul mio blog principale che sul mio blog campagnolo]

E se invece della TV io all’altro capo del cavo di antenna ci attaccassi un vecchio PC con un adattatore da due lire, un nuovo hard disk bello capiente, una porta WiFi, e sopra ci facessi girare Ubuntu 8.04 (inaffondabile) con MythTV?
O addirittura utilizzare direttamente Mythbuntu

Per chi se lo fosse perso, MythTV è un videoregistratore digitale con manie di grandezza.
Gratuito, open-source e relativamente cross-platform, allo stato attuale, MythTVhttp://img.tomshardware.com/us/2006/09/15/mythtv/mythtv_converge.jpg

  • consente di guardare e registrare segnali TV analogici e/o digitali, incluso lo standard HDTV
  • fornisce le funzioni di stop e rewind in tempo reale (possiamo rivedere il segnale live appena passato)
  • uccide in automatico le pause pubblicitarie
  • è programmabile per registrazioni multiple
  • offre un filtro per l’infanzia in modo da impedire ai ragazzini di guardare Star Trek
  • visualizza e archivia DVD
  • suona CD e file musicali in vario formato
  • offre una architettura client-server che ci permette di avere una sola macchina connessa all’antenna e trasmettere più segnali in streaming su più video separatamente (tramite LAN e WiFi, per dire)
  • si può programmare a distanza dal browser

Per maggiori dettagli, segue video…

Devo ammettere che la tentazione è forte.
Se poi sullo stesso server si riuscisse anche ad attivare e condividere Miro (piazzando istanze dello stesso software sui client, oppure utilizzando XBMC dai client per accedere alla cache di Miro sul server?), avremmo a disposizione il meglio dei due mondi.

Per chi fosse interessato, Tom’s Hardware propone una serie di articoli su MythTV, le sue applicazioni, gli accessori, e che effetto fa. Materiale ulteriore si trova su Bright Hub.
Non esattamente una cosa da mettere in piedi in un weekend, ma poi, perché no….?

Un buon pezzo di software

15 Settembre 2009 Davide 3 commenti

miro.pngHo già parlato in passato con toni entusiastici di Miro, il player video e client per podcast distribuito gratuitamente in rete come open-source.
Ora, con lo switch-over che incombe ed il Demenziale Terrestre che avanza, pare un buon momento per scarcare ed installare Miro 2.5.

Ricapitolando, di cosa stiamo parlando?
Di un software simile ad un browser, capace di leggere praticamente qualsiasi formato audio e video, e dotato di un catalogo dettagliato di circa 6000 canali video ed audio, accessibili attraverso una interfaccia semplice ed intuitiva.

  • Documentari.
  • Telefilm.
  • Servizi giornalistici.
  • Trailer delle ultime uscite cinematografiche (inclusi film indipendenti e fuori dal circuito hollywoodiano).
  • Videocorsi presentati dalle maggiori università.
  • Musica.

Dalle news politiche internazionali ai corsi di Coreano passando per la guida alla sopravvivenza nei boschi ed il canale canadese di musica caraibica, la scelta è vastissima.
Essendo un client dedicato, Miro è più rapido e leggero di Firefox, e presenta i video in alta definizione a tutto schermo senza sbavature.
Ogni filmato viene scaricato sul nostro hard disk e qui risiede per un massimo di cinque giorni, per poi venire cancellato (se vogliamo rivederlo, tocca scaricarlo di nuovo o salvarlo in una directory apposita, opportunamente indicizzata dal software).
È possibile iscriversi a canali specifici, o a feed di siti wb che offrano video o podcast.
È possibile scaricare file torrent o video da YouTube.

Non costa una lira, ed offre contenuti infinitamente più variati dell’offerta a pagamento di certe reti nazionali.

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Un lento addio a Firefox

11 Settembre 2009 Davide 9 commenti

Sembra esserci una tendenza evolutiva, nei web browser.
Partono col botto e poi, acquisendo popolarità, si gonfiano e si dilatano, aggiungendo funzionalità e opzioni, a scapito dei principali caratteri che ne determinano la preferenza – velocità e leggerezza.
L’ho visto capitare a Netscape, che era un gran bel pezzo di software.

E adesso, dopo anni di lieto utilizzo, Firefox sta cominciando a cigolare.
È pesante, consuma in maniera stravagante RAM e tempo sulla CPU.
Certo, ha un sacco di plugin e di script che mi hanno permesso nel corso degli anni di personalizzaro fino a ritagliarmene una versione tutta mia.
Ma adesso sta diventando vecchio, e lento.
Anche disinstallando tutto ciò che non serve (e quante cose avevo caricato “per provare” e poi dimenticato), le prestazioni migliorano, ma solo un minimo.
Ma è sul netbook che è un vero tormento – aprire due pagine contemporaneamente in due tab significa congelare la macchina.

opera-logo.jpgQuindi, da ieri, sul sublaptop, via Firefox 3.5, dentro Opera 10.0, un browser che ho usato per anni prima di Firefox, e che adesso – rispetto ad allora – viene distribuito senza più fastidiosi banner pubblicitari.
Istantaneamente il netbook ritrova una nuova vita.
Un browser che anni addietro si vantava di essere il più legegro ed il più veloce.
E che se oggi è solo al quarto posto fra i browser più usati (dopo Explorer, Firefox e Safari), è ancora dannatamente efficiente.
Ha più o meno tutto ciò che ha Firefox, senza sacrificare velocità e potenza.
Opera oltretutto mi permette di utilizzare di nuovo i gesti del mouse, un sistema di navigazione che permette di sfogliare molto intuitivamente la rete (and Firefox ha qualcosa del genere, come plugin, ma settarlo correttamente è una noia), e lo speed dial per accedere con rapidità ai miei siti abituali.

Passare a Opera sul computer principale sarà più lungo – sul vecchio Firefox ho salvate tutte le password e tutte le preferenze, e se opera mi permette di importare i bookmark, il registro delle password rimane off-limits.
Per un po’ trafficherò con due browser, quindi, aggiungendo password e altri dettagli ad Opera mano a mano che si rende necessario.
La parte più difficile sarà trovare un valido sostituto di ScribeFire, il blog-client integrato in Firefox.
Nulla di ciò che è disponibile per Linux/Ubuntu è all’altezza, e il meraviglioso BlogDesk non gira sotto WINE.

C’erano alternative,naturalmente.
Epiphany.
Midori.
Oppure Flock, che pare fatto apposta per il web 2.0, ed ha anche un blog-client integrato – ma si tratta di una rielaborazione di Firefox.
O forse sono io, che non sono ancora adatto al web 2.0 fino a quel punto.

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La Demo

30 Agosto 2009 Davide Lascia un commento

OK, è ora di tirare fuori le palline di carta e bersagliarmi all’infinito urlando “Neeeerd!”
Il fatto è che l’ultimo post, con la faccenda degli e-reader, degli sviluppi futuri della tecnologia, la questione della multimedialità, mi hanno fatto tornare in mente il passato.

Appena laureato mi venne proposta la collaborazione allo sviluppo di uno degli Atlanti On-Line di un progetto pilota di e-learning promosso dall’Università di Torino.
Sempre meglio che girare amburger, ed una buona occasione per impratichirsi un minimo di XML e altre diavolerie moderne.
Perciò accettai la proposta e mi procurai due manuali – un colossale manuale di XML (in effetti un regalo di un buon amico) e Multimedia, from Wagner to Virtual Reality, di Randal Packer e Ken Jordan.
OK, fatemi causa – io sono uno che per certe cose si entusiasma.
Alla fine i due volumi non mi servirono a nulla, ma in compenso leggendo il libro di Packer e Jordan scoprii un sacco di cose sulla multimedialità.
E scoprii, fra gli altri, Augmenting Human Intellect: A Conceptual Framework, un articolo scritto da un signore che si chiamava Douglas C. Engelbart, e pubblicato nell’ottobre del 1962.
Che dal titolo, ammettiamolo, potrebbe anche essere qualcosa di legato alla Dianetica, o qualche altra ciarlataneria.
E invece no.
Engelbart era dell’idea che fosse possibile sfruttare al meglio le potenzialità dell’intelletto umano – nell’ambito delle professioni intellettuali e creative, ad esempio – semplicemente rendendo più confortevole, immediata e semplice l’interoperatività fra computer e utenti.
Sfruttando una cosa che all’epoca si chiamava ARPANET, il gruppo di ricercatori di Stanford che facevano capo a Engelbart (e che costituivano ed operavano quello che era il secondo nodo di ARPANET – in altre parole, metà dell’internet di allora) svilupparono Augment.

Augment provided an extensible environment for high performance knowledge workers. It enabled users to collaborate with colleagues in a trusted environment and served as a repository for work, which could be linked to and accessed by other community members based on user profile, level of knowledge, span of action, and/or level of skill. Using Augment, skilled knowledge workers could collaboratively navigate, summarize, correlate, assemble, and publish complex briefing documents as well as share knowledge, useful data and files across organizations and agencies.


Poi, nel 1968, il 9 dicembre, Engelbart produsse e presentò quella che viene ancora ricordata come La Madre di tutte le Demo, o semplicemente La Demo.

On that day, the Augment team changed the face of modern computing by introducing the world to the computer mouse and pointer system, the graphical user interface, display editing, file linking and embedding, multiple windows, context-sensitive help, integrated text and graphics, hyper-documents, and two-way video-conferencing with shared workspaces. Today, many simply refer to this event as “The Demo”.

Immaginate.

  • Mouse.
  • GUI.
  • WYSIWYG.
  • Help in linea content-sensitive (la dannata graffetta di Office).
  • Integrazione testo-grafica.
  • Ipertesto navigabile.
  • Teleconferenza.
  • Condivisione e modifica di file in tempo reale.

Nel 1968.

Noi avremmo avuto tutte queste cose… quando?
Nella seconda metà degli anni ‘80?

Il progetto Augment è importante per tanti motivi.
In primo luogo, certo, perché La Demo creò il computer sul qual io sto scrivendo, i paradigmi che regolano come io stia creando e distribuendo questo contenuto, il network attraverso il quale distribuisco questo contenuto, i sistemi attraverso i quali voi state leggendo questo contenuto.
Tutto grazie a Douglas Engelbart.

Poi, è importante perché ci mostra come non sempre le rivoluzioni sortiscano effetti immediati, e come a volte il tempo vendichi i vecchi visionari.
Ci ricorda che ciò che diamo per scontato non è sempre stato qui, e che è stato necessario che qualcuno lo immaginasse, e poi col durolavoro lo mettesse in piedi.

E poi rappresenta un interessante opportunità per un drastico back to basics, che potrebbe far bene tanto ai giovani nativi digitali quanto ai loro insegnanti intimiditi – tornare a provare a lavorare con Augment, per vedere che effetto facesse, per scoprire come non siano gli strumenti a renderci migliori, ma l’uso che noi facciamo di essi.Return to the Augment home page...
Che esperienza didattica, sarebbe!
Oltretutto, esiste un progetto OpenAugment

OpenAugment is an open source project dedicated to preserving the Augment legacy of Douglas Engelbart by using modern web standards and unencumbered open source software. OpenAugment will ensure that others have ready access to these important ideas as a seed for their own adventures in collaborative computing.


Sarebbe bello…

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E-reader – possibilità e probabilità

29 Agosto 2009 Davide 10 commenti

Scippo con piacere un bel filmato dal blog di Cyberluke, ben sapendo che interesserà alcuni dei miei visitatori abituali, abbinato ad un tranquillo pork chop express del weekend.
Tanto per cambiare, si parla di editoria cartacea ed elettronica.
E di un breve film di fantascienza

[non potete lamentarvi, è bilingue]

Facciamo qualche considerazione volante.
Tutte le tecnologie mostrate nel filmato sono attualmente disponibili sul mercato – ed in effetti ne ho una quantità caricate sul mio netbook, e ne ho parlato in passato: Squeak + Sophie per l’editoria partecipativa e multimediale, Giver per la condivisione di file su rete locale, Scribus per la produzione di testi tradizionali…

Il vero oggetto del futuro è casomai il supporto hardware, snello, piacevole, robusto.  E soprattutto dotato di una carica illimitata (batterie solari nella copertina?) ed una memoria di dimensioni ragguardevoli.
[Uno dei modelli presentati somiglia in maniera sospetta ad un iPhone, ma sorvoleremo su questo dettaglio.]
Un oggetto di questo genere costerebbe uno sproposito.
Forse.
Se l’esperienza fatta con il progetto One Laptop per Child ha qualche valore, possiamo essere certi che il prototipo di una simile macchina costerebbe uno sterminio, ma poi entrando in produzione a grandi volumi, i prezzi si abbasserebbero in breve tempo; come diceva Nicholas Negroponte, quando si apre la discussione con “Ce ne servono centomila pezzi entro due anni”, anche la Lenovo viene a miti consigli.
Anche qui, le tecnologie esistono, si tratta solo di combinarle nella maniera più efficiente ed economica.

Risolto il problema hardware, essendo pressocché inesistente o comunque secondario il problema software, restano due grandi scogli.
I contenuti e l’utenza.

Partiamo con l’utenza – io credo che l’immagine più rivoluzionaria mostrata dal film qui sopra sia quella dell’autore che ha il controllo assoluto della propria opera, la completa, la manda all’editor, e dopo una settimana è pronta per lo scarico.
E lui riesce anche a campare più che degnamente (per quanto in una casa arredata all’IKEA), ed a concedersi qualche svago.
Io dubito fortemente che gli editori – certi editori soprattutto – rinuncerebbero con tanta simpatia al proprio controllo sull’opera dell’autore.
Ciò che infatti è sottointeso nel filmato è una marginalizzazione della figura dell’editore – a centro scena ci sono l’autore, l’editor, l’illustratore, il libraio.
Che è poi abbastanza normale.
Potremmo immaginare una sorta di coworking – analogico o digitale – fra autori, traduttori, editor ed artisti, tutti freelance, tutti partecipi per quote proporzionali ai guadagni del progetto, che si appoggiano ad una rete di librai e micropresses POD su scala nazionale o internazionale, sulla base di accordi chiari ed univoci.
Si sposterebbero e si venderebbero solo elettroni.
Cessando di essere centrale la figura dell’editore, e quella altrettanto essenziale del distributore (allo stato attuale, per lo meno in italia, normalmente due facce della stessa azienda), scompaiono naturalmente anche i loro introiti.
Crediamo davvero che sia possibile?

L’idea è meravigliosa – poiché immagina testi di alta qualità a bassissimo costo in formato elettronico, e piccole tirature a stampa gestite dai librai, e il grosso del costo dei volumi che finisce nelle tasche di autori, artisti, editor, librai…
Crediamo davvero che le case editrici favorirebbero una simile situazione?

Certo, è possibile immaginare una soluzione radicale – la diffusione degli e-reader che porta all’estinzione degli editori, poiché autori e artisti potrebbero a quel punto scavalcarli a pié pari.
Crediamo davvero che le case editrici accetterebbero di scomparire senza combattere?

E qui entra in gioco un’altra faccenda pelosa – la componente legale e burocratica della fruizione letteraria.
Considerando che la SIAE storce il naso se ordino dischi di artisti giapponesi direttamente dal Giappone (perché qui comunque non li troverei) – e vorrebbe davvero che io acquistassi i bollini SIAE e mettessi in regola la mia collezione – come reagirebbe al fatto che io vada a scaricare un testo in fiammingo a Bruges, e poi ne ordini una stampata (tradotta nella mia lingua) qui sotto casa?
C’è un confine di mezzo – uno che l’unificazione europea non ha cancellato.
E consderando che non posso – per una convoluta ma piuttosto facile da capire faccenda legale tutta nostrana- mettere in piedi una mia radio via web, come potrei diventare editore di me stesso e vedere salvaguardati i miei diritti?
Ed a questo punto, considerata la forte commistione fra editoria e politica, come
possiamo immaginare evolverebbe il panorama legale nel momento in cui dovesse sorgere una tecnologia in grado di scalzare e di fatto uccidere gli editori, o obbligarli ad una radicale ristrutturazione della propria attività?

Il problema di fondo, quindi, parrebbe non essere né di natura tecnologica, né di natura culturale (si noti che il filmato non postula l’estinzione del cartaceo, solo un riassestamento della fruizione), bensì di natura strettamente economica e, per riflesso, politica.
Per lo meno nelle fasi iniziali – diciamo per la prima generazione – l’utenza verrebbe probabilmente ostacolata da politiche miranti a mantenere i prezzi dei lettori elevati, ed a dare tempo all’editoria tradizionale di operare una transizione pilotata e non traumatica verso nuove strutture che mantengano tuttavia attivi i monopoli preesistenti.

Insomma, agli editori piacerebbe moltissimo poter continuare a vendere elettroni invece di carta, allo stesso prezzo, e continuando ad intascarsi la stessa fetta.
E se sostengono il contrario, mentono.

E quanto ai contenuti.
Il filmato mostra l’efficacia di un mezzo come l’e-reader del futuro per la fruizione di manuali, guide, o come piattaforma per la compilazione di testi e dispense.
Questo parrebbe in linea con la vecchia idea di Guy Kawasaki, secondo il quale l’e-reader sarebbe ideale per avere sempre sottomano una copia aggiornata e consultabile interattivamente del Chicago Manual of Style – un’idea ripresa da Seth Godin quando si dichiarava favorevole al Kindle a patto che Amazon ci caricasse sopra i suoi libri gratis.
Sarebbe davvero l’e-reader la piattaforma ideale per leggere romanzi e poesie?
Beh, si dirà, nel momento in cui non dovessero esserci alternative…
Ma se le alternative esistessero?
Anche qui, credo che il primo, principale impiego dell’e-reader – a parte lo sfoggio come status symbol da parte di quelli che devono sempre avere l’ultimo gadget prima di tutti gli altri – sarebbe in campo didattico e professionale.
Ciò giustificherebbe i prezzi alti.
La letteratura verrebbe dopo.
Grossi blocchi editoriali permettendo.

Quindi, dovendo rispondere alla domanda espressa dal titolo del filmato qui sopra…
Sul fatto che sia possibile non ci sono dubbi.
Sul fatto che sia probabile – credo sarà una corsa in salita.

Non confondiamoci – mi piace il futuro mostrato dal film, e vorrei già esserci.
Come dicevo, potremmo già esserci tutti.
Se non ci siamo, la colpa non è né di chi scrive, né di chi legge.

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