Cinque raccolte di racconti
… questa mancava.
Con raccolte di racconti intendo, ovviamente, raccolte di racconti dello stesso autore.
Ora, di raccolte di racconti ne ho menzionate a decine nel corso degli anni.
Ma se dovessi davvero limitarmi a cinque volumi, dovendo indicare le raccolte con le storie migliori, le più importanti per me…
OK, un paio di regole di campo: sono fuori concorso le collezioni complete dell’opera di H.P. Lovecraft, Bob Howard o C.A. Smith (ne esistono a decine, in tutte le lingue).
E mi riservo due outsider, perché questa è la mia lista, ed io la faccio così.
Come al solito, sul fatto che sia la mia lista – probabilmente non citerò il vostro autore preferito.
Questo non perché io mi consideri maledettamente più in gamba di voi, ma semplicemente perché le nostre strade, pur portandoci qui oggi, non hanno seguito lo stesso percorso.
Segnalatemi i vostri volumi preferiti nelle note, che ci chiacchieriamo sù…
Ed ora, via, non in un particolare ordine…
The Essential Ellison, di Harlan Ellison.
La raccolta comme il faut – la stazza di un dizionario, ampiamente annotata, con racconti, articoli, sceneggiature, tutto quello che può servire per inquadrare 50 anni di carriera di un uomo che ha scritto quasi 1500 racconti.
In effetti ne esistono diverse versioni – una, uscita nell’87, copriva solo 35 anni di vita di un autore che all’epoca aveva scritto quasi 1000 racconti…
Potendo scegliere, citiamo qui l’edizione del 2006.
Include I Have no Mouth and I Must Scream, Jeffty is Five, Repent, Harlequin! Said the Ticktockman, Paladin of the Lost Hour, e The Man Who Rowed Christopher Columbus to Shore, oltre alla sceneggiatura dell’episodio di Star Trek The City at the Edge of Forever.
Non male, per un uomo che sostiene di non scrivere fantascienza.
The Rediscovery of Man, di Cordwainer Smith.
Ci sono persone che giurano e spergiurano su Ted Sturgeon, su Philip Dick, su William Gibson.
Per me, il vertice resta Paul Linebarger, in arte Cordwainer Smith.
Pochi autori sono stanti tanto influenti pur pubblicando così poco.
Un solo romanzo (Norstrilia) una ventina di racconti.
L’edizione della NESFA di quello che viene chiamato Ciclo della Strumentalità è un capolavoro di filologia e ricerca, che ristampa testi che si credevano perduti, e persino stesure diverse di alcuni racconti.
Contoene – ovviamente – Scanners Live in Vain, The Game of Rat and Dragon, Think Blue, Count Two e Alpha Ralpha Boulevard.
Lo rileggo di frequente, ed ogni volta imparo qualcosa di nuovo.
Tales of the Dying Earth, di Jack Vance
Pubblicato in un massiccio volumone da Gollancz nella serie Fantasy Masterworks, il lavoro di Vance definisce un genere e lo rende al meglio.
Il volume include The Dying Earth (la collezione con cui Vance esordì nel 1950), e tre romanzi episodici (in effettio racconti concatenati) Eyes of the Overworld, Cugel’s Saga e Rhialto the Marvellous.
Avventurieri cialtroni, palloni gonfiati e dame scollacciate, scienza e magia, deodandi antropofagi.
Cosa si potrebbe desiderare di più?
E poi il linguaggio di Vance, tranquillamente il più raffinato, barocco e riconoscibile del genere fantastico. 
Tales from Gavagan’s Bar, Lyon Sprague de Camp & Fletcher Pratt
Un classico dimenticato, questa serie di 28 racconti, tutti ambientati in un bar newyorkese, che i due noti perpetratori di fantasy umoristico inflissero ai lettori di Fantasy & Science Fiction.
Oggi la classificherebbero come fantasy urbana – se qualcuno avesse il coraggio di pubblicare storie su alcoolisti che riescono a materializzare i propri incubi, su draghi nani usati come trappole per topi, su culti fondati sull’adorazione di conferenzieri pubblici, su pubblicisti miracolati e su driadi suburbane.
La morte prematura di Pratt pose fine alla serie.
Che rimane assolutamente essenziale, e criminalmente non viene ristampata.
Ma finché ci sarà Gavagan’s, Callahan, con tutta la simpatia per Spider Robinson, può al massimo aprire un chiosco sulla spiaggia.
E siamo già a quattro… riuscirò a farcela?
O dovrò barare e inserire quattro outsider…?![]()
Night’s Black Agents, di Fritz Leiber
Perché io ce l’ho e voi no, sarei tentato di scrivere.
Ma non solo per questo.
La prima colelzione dilavori di Leiber include alcuni dei suoi pezzi migliori – incluse un paio di storie di Lankhmar.
E poi, The Hill and the Hole, e The Dreams of Albert Moreland, e The Girl with the Hungry Eyes (se avete l’edizione G.K. Hall del 1980).
Dieci (o dodici) racconti al limite della perfezione.
Cosa si può dire, se non che si tratta di un libro perfetto…
Ma fin qui è stato facile.
Veniamo a gli outsider…
White Crow, di Mary Gentle
Forse il fantasy più complesso e sottovalutato uscito negli ultimi anni, basato su una applicazione “fantascientifica” delle regole dell’alchimia rinascimentale e dei principi ermetici.
Due romanzi, una novella, tre racconti, con personaggi in comune ma non con ambientazioni in comune (ci si muove liberamente nel tempo e nello spazio), che coniugano storia alternativa, satira, ed una certa passione per le vecchie storie di cappa e spada.
Ciò che è importante è che la magia – accuratamente ricercata, ancor più accuratamente descritta – non si riduce a mero meccanismo narrativo, ma è un elemento portante delle trame e delle personalità dei protagonisti.
Siamo a milioni di anni luce dal fantasy di routine che ci rifilano solitamente, e si sente.
Intricato, spesso irritante per la sua complessità, il classico libro da rileggere frequentemente.
Escape from Kathmandu, di Kim Stanley Robinson.
La dimostrazione – ammesso che qualcuno ne sentisse la necessità – che anche il seriosissimo (e molto molto in gamba) Kim Stanley Robinson è stato giovane.
Una serie di racconti su un gruppo di americani appassionati di montagna, che nell’area dell’Hymalaya inciampano su più di quanto abbiano mai sperato.
La sola scena con lo yeti in bicicletta vale da sola l’intero volume.
Quello, e Jimmy Carter.
Forse l’unico esempio di fantascienza buddhista che mi sia capitato di leggere, e una valanga di risate.
Per quanto i temi cari all’autore – l’ambiente, la politica internazionale – siano tutti presenti e in ordine.
Solo, un po’ brilli.
Meraviglioso.
E così ho dovuto escludere Charles de Lint.
Ma che Charles de Lint scriva racconti eccellenti, raccolti in eccellenti volumi, l’ho già ripetuto più e più volte.
Quindi poco male.

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La colpa naturalmente è di Vittorio Catani, che 
Il Terzo Uomo, di Carol Reed (1949)








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