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Archivio per la categoria ‘wired world’

Blog Action Day – Infinitamente idioti

15 Ottobre 2009 Davide 4 commenti

Vorrei fare un post per cercare di spiegare come i problemi ambientali attuali siano frutto di un approccio culturale, di una educazione, sbagliati, e non semplicemente del motore a scoppio o della pesca a strascico.
Sottolineare la connessione fra una certa cattiva educazione in toto e la situazione del nostro pianeta.

Oggi è il Blog Action Day.
A voi cinici bastardi là fuori naturalmente non interessa – voi siete troppo maledettamente blasé per preoccuparvi del fatto che lascerete ai vostri figli un mondo talmente malandato da non trovarci neppure più un cerino per accendersi il lumino sulla tomba.
Forza, ammettetelo, voi siete dannatamente superiori, e la sapete molto, molto più lunga di tutti gli altri.
Tanto per cominciare, quale che sia l’oggetto del contendere – il cambiamento climatico, la desertificazione di aree un tempo fertili, la diffusione a latitudini atipiche di malattie e parassiti che un tempo si trovavano solo nei libri di Salgari, il fatto che l’acqua potabile scarseggi sempre più e la poca che resta sia di proprietà privata di alcuni individui assolutamente spiacevoli, il fatto che ciò che avete mangiato oggi apranzo e vi hanno venduto per manzo fosse semplicemente “bovino adulto” e ci sono al mondo un sacco di bovini che voi non riconoscereste come tali neanche se vi inseguissero ma che avete mangiato con regolartità negli ultimi dieci anni scambiandoli per vacche, il fatto che nel tempo che avete impiegato a leggere questa pagina ed arrivare fin qui sia morto di stenti un neonato, e che nel tempo che impiegherete ad arrivare in fondo a questo post si sarà estinta una specie, animale o vegetale, che non conoscete, non avete mai visto e che dato il livello di educazione che la vostra scuola vi ha garantito, comunque, non riuscireste neppure ad immaginare…
Quale che sia l’oggetto del contendere, dicevamo, voi conoscete almeno una persona che ritiene certe cose importanti e che a voi sta clamorosamente antipatica, e quindi per riflesso, se lui dice bianco, voi dovete dire nero.
E quindi se Al Gore dice salviamo i pinguini, voi dovete assolutamente ordinare una seconda porzione di pinguino alla provenzale, anche se di fondo il pinguino alla provenzale vi fa abbastanza schifo, e le porzioni sono comunque piccole, ma che diavolo, piuttosto che fare come Al Gore… e che sia ben cotto, il pinguino!

Poi, naturalmente, c’è il fatto che molte delle prove riguardo alla progressiva degenerazione del sistema ambientale arrivano da scienziati e studiosi.
Ed a voi l’hanno inculcata nel cervellino fin da piccoli, l’equazione studioso = minchione.
Voi da ragazzini quelli che studiavano troppo li incantonavate, in gruppo, e li riempivate di botte.
Li sfottevate.
Poi copiavate i loro compiti o vi facevate passare i loro appunti, ma solo perché voi eravate talmente meglio che le cose che facevano quei fessi non le sapevate fare.
Voi giocavate bene a pallone.
E siete cresciuti con questa specie di crepa nel cervello, per cui non accettate l’idea che qualcuno possa dire a voi come stanno andando le cose, e cosa fare per frenare prima di schiantars sul muro.
Voi siete troppo in gamba per la vostra stessa sopravvivenza.

A meno che non foste voi quelli che venivano picchiati e dileggiati, e a questo punto state pensando che crepino, e posso capirvi, anche se non vi posso dare ragione.

E poi c’è la questione del perché devo cambiare io le mie abitudini se [qui metteteci il nome di chi vi pare, o la categoria cretina, fra le molte categorie cretine nelle quali suddividete la realtà, che più vi aggrada] non lo fa?
Perché la colpa è sempre degli altri.
Anche questo lo avete imparato fin da piccoli, e vi ha permesso di trovarvi una vita da due lire nella quale nascondervi dalla cosa che di più in assoluto vi terrorizza: la Responsabilità.
Una cosa che vi fa a tal punto paura che l’avete rimossa, e se io vi chiedessi cosa vi terrorizza mi direste i ragni, i clown, Satana, le suore… qualsiasi cosa pur di non pensare alla Responsabilità.

Ed a questo punto c’è un imbecille là fuori che sta per chiedere “Se siamo davvero così, perché perdi tempo a scrivere questo post?”
Perchè oggi è il Blog Action Day.
Ed io mi sono impegnato a scrivere un post sull’ambiente.
E per mantenere il mio impegno, ora che ho la vostra completa attenzione, vi spiegherò qualcosa che i vostri padri non avevano capito.

Ciò che i vostri padri… inostri padri, non avevano capito, è che l’infinito non esiste.
No, ok, vedo i matematici imbizzarrirsi, ma state calmi e lasciatemi continuare.
L’infinito come ce lo hanno presentanto non è una cosa di questo mondo.
Non starò qui a discutere di materia barionica, universi aperti, universi chiusi, cicli Big Bang-Big Crunch, e quanto disti da noi il margine dell’universo conosciuto.
Quelle sono cose da astrofisici.
Restiamo nell’ambito del quotidiano.
Non esistono orologi a carica infinita.
Non esistono fenomeni che non abbiano fine.
Ma ai nostri padri è stata raccontata un’altra storia.
È stato raccontato loro che il petrolio col quale produrre materie plastiche e col quale alimentare motori a scoppio non sarebbe mai finito.
Ed è stato raccontato loro che anche se i gas prodotti da quei motori a scoppio e da moltissimi altri processi industriali sono insalubri, e velenosi, il problema non esiste, perché l’atmosfera, essendo infinita, avrebbe potuto contenere una quantità infinita di schifezze.
Come il mare.
Dal quale avremo comunque potuto ricavare una quantità infinita di pesce.
Come l’acqua potabile, con la quale avremmo potuto riempire infinite piscine, per sempre.
E l’economia, fondata su principi  apparentemente scientifici, ci garantiva una crescita infinita – un futuro in cui tutti sarebbero diventati sempre più ricchi, per sempre.
Con sempre più canali televisivi, e sempre meno decisioni da prendere.
Ricordate cosa dicevamo della Responsabilità?

E quelli che glielo raccontavano ci credevano loro stessi.

Oggi i dati ci dicono che qualcosa non ha funzionato.
I pesci più appetibili stanno scomparendo – ed alle donne in stato interessante si consiglia non più di una piccola scatola di tonno alla settimana (se proprio non possono farne a meno) in consideraazione del mercurio contenuto nelle carni definite commestibili.
Il mare è una pattumiera.
Come l’atmosfera – ed i casi di asma crescono senza dar segno di rallentamento.
Da ragazzi avete giocato con giocattoli di plastica velenosa, che rilasciava idrocarburi aromatici volatili cancerogeni – proprio come i colori che usavate per disegnare nelle vostre scuole fatte di eternit.
E oggi temete che i vostri figli possano subire le conseguenze negative dei cartoni giapponesi o di internet!
Ma non preoccupatevi del cancro – quello, se vi deve venire, verrà probabilmente perché siete stati troppo a lungo seduti troppo vicini al televisore.
O per il fatto che avete mangiato scambiandolo per manzo quello che era un povero bovino africano zeppo di roba chimica.

Intanto la buona notizia è che il petrolio sta finendo.
La cattiva notizia è che sul petrolio abbiamo fondato la nostra civiltà.

Abbiamo operato per quasi un secolo come se non ci fossero limiti.
E paradossalmente, operando come se il futuro non avesse importanza, come se non ci fosse futuro, siamo arrivati al punto in cui per noi il futuro sembra davvero non esserci più.
Sarebbe il caso di cominciare a darsi da fare.

E qui sento qualcuno là fuori che dice, mbeh, stronzo, tanto lo hai detto tu che tutto deve finire, no?
E poi ride.
Perché tutto questo sermone vi annoia.
Perché voi siete troppo fighi per sopravvivere.

E allora il sermone finisce qui.
Quando tornate a casa stasera, date una carezza ai vostri bambini.
E pregate di essere ancora così fighi – oppure di essere già morti – quando loro avranno delle domande da farvi.

Oggi è il Blog Action Day.
Ed a voi non potrebbe fregarvene di meno.

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Distruggete Twitter

13 Ottobre 2009 Davide 7 commenti

OK, lo ammetto – io a cosa serva Twitter non l’ho ancora capito.
Io appartengo alla vecchia guardia – posta elettronica, mailing list gestite attraverso majordomo, siti web in HTML al limite connessi tramite un paio di webring.
Già i forum on-line mi rendono nervoso – retaggio di quando l’accesso alla rete si pagava a scatti, un tanto al minuto, e si surfava il web con un occhio al cronometro.
Web 2.0?
Mah.
Nessun problema con i blog.
MySpace mi è assolutamente inutile non avendo io nulla da pubblicizzare.
Facebook mi ha permesso di riprendere i contatti con un paio di vecchi amici – e troncare i contatti con un paio di vecchi amici che mi avevano trovato mio malgrado. Il resto è sostanzialmente una perdita di tempo.
Ma Twitter?
A che pro?

Comunque, be there or be square, come dicevano una volta, e nel (vano?) tentativo di capire cosa diavolo si possa fare dicostruttivo con Twitter, ho creato un account e installato un client.
Se non altro, le news di Splattergrama ora mi arrivano in tempo reale.

Alla voce client, le opzioni offerte da Ubuntu sono graziose ma non fanno per me – Twitux e Gwibber mi rendono ancora più insopportabile lo strumento del quale non capisco l’utilità.
Ci sono dei plugin per Firefox – Twitbin, Power Twitter
Ma Firefox è sempre più pesante, e non mi va di sovraccaricarlo in eccesso.

Punto così i miei mirini su un pezzo di software che mi garba fin dal nome: DestroyTwitter.
Icon

DestroyTwitter is a compact though robust Twitter application built to run on Mac, Windows, and Linux using Adobe AIR. It consists of a series of canvases that constantly update to keep tweets up-to-date using notifications that appear when a new tweet arrives. DestroyTwitter uses a minimal amount of memory compared to its AIR-based alternatives without sacrificing functionality and performance. As a result, it can easily run in the background as an automated process.

Se non altro è leggero.
Ed ha un’interfaccia sufficientemente personalizzabile per i miei gusti.

Resta da capire a cosa serva Twitter…

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La Lista Nera

12 Ottobre 2009 Davide 1 commento

Gran parte di ciò che ci passa la TV fa schifo.
Idem le offerte cinematografiche.
Possibile, ci domandiamo, che nessuno là fuori produca dei film come si deve?
Beh – magari potrebbero.
I copioni esistono – ma poi non vengono prodotti.

Ed i migliori copioni non realizzati, anno per anno, vengono da qualche tempo raccolti nella Black List.
Organizzata da un gruppo di professionisti di Hollywood, riunisce i migliori copioni in circolazione durante l’anno fra gli studios – e che per qualche misterioso motivo non sono stati realizzati.
Ciascuno dei 90 congiurati invia a fine anno i 10 copioni migliori ed irrealizzati che gli sono capitati fra le mani… e la crema finisce nella Black List.

Curiosi di scoprire cosa ci siamo persi…?
Questi sono i miei preferiti…

THE FOURTH KIND by Olatunde Osunsanmi
“A woman investigates an extraordinary number of unexplained disappearances from one small town in Alaska.”

INFERNO: A LINDA LOVELACE STORY by Matt Wilder
“The story of Linda Lovelace, the first mainstream porn star who eventually overcame her past, found happiness in suburbia and led a crusade to stop pornography.”

EASY A by Bert Royal
“A good-natured high school student uses the rumor mill to personal advantage by pretending to be the school slut.”

GRAND THEFT AUTO by Jason Dean Hall
“Facing foreclosure on his repo yard, a young ex-con resumes a life of crime only to get blamed when his uncle’s coke deal gets hijacked. Caught in double crosses between Russian mafia, Yakuza, and the ATF, the young ex-con kidnaps a crime boss’s daughter and steals car after car on a Vegas bound suicide mission to retrieve the stolen drugs.”

HELP ME SPREAD GOODNESS by Mark Friedman
“When an email predator dupes a man out of his son’s college fund, the man travels to Nigeria to confront those who ripped him off.”

47 RONIN by Chris Morgan
“Forty-seven samurai seek vengeance upon a regional lord who is responsible for the death of their master.”

BOBISM by Ben Wexler
“A shy college student discovers that life in one thousand years will be based on his blog — and he has to stop aliens from the future who want him dead.”

JONNY QUEST by Dan Mazeau
“Young Jonny Quest travels the world with his scientist father, adopted brother from India, Bandit the bulldog, and a government agent assigned to protect them while they investigate scientific mysteries.”

… e non diamo nulla per scontato.
Dopotutto, la Black List per il 2008 – dalla quale provengono i titoli qui sopra – includeva anche Inglorious Basterds, di Quentin Tarantino.

Non tutte le speranze sono perdute, quindi.

Ah, già – dimenticavo… i copioni dei film della Black List 2008 si possono scaricare gratuitamente da qui.
Buon divertimento.

E in attesa che filmino un blockbuster su Johnny Quest…

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UbuntuWinTv

8 Ottobre 2009 Davide 3 commenti

E così ieri mi si sono spenti tutti i televisori.
Solo più trentacinque diversi effetti neve, 24 ore su 24, su tutti i canali.
Naturalmente, il Piemonte passa al demenziale terrestre, e la cronaca si fa immediatamente interessante.

Mi viene in soccorso, per la mia dose di news nazionali e per vedere Blob, un simpatico programmino chiamato UbuntWinTV – attualmente disponibile alla sua versione 0.5.

Si tratta di un applet per Gnome – vale a dire uno di quei piccoli programmi che si possono lanciare direttamente dalla barra di Ubuntu.
Il software si accrocchia su VLC – fondamentale, potentissimo media player – e permette l’accesso a canali televisivi e radiofonici, oltre a fornire alcune altre opzioni.
Include una buona selezione di canali in streaming – se avete una connessione abbastanza veloce alla rete, non noterete la differenza – e non pesa esageratamente sulal memoria (potete ascoltare la radio sistemando le vostre slide in Impress…).

Per vedere che effetto fa, c’è anche un video…

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Ritorno ad Argan

7 Ottobre 2009 Davide 4 commenti

Avrei voluto avere Hugh Cook sul prossimo Alia.
Intendevo contattarlo e chiedergli il permesso di tradurre il suo racconto Invasion of the Chickens.
Oppure chissà, magari The Triumph of Japanese English, in onore del mio socio e traduttore in quest’impresa.
Autore prolificissimo, Cook ha sul suo sito Zenvirus un campionario straordinariamente ampio e variato di narrativa breve.

Avrei voluto, ma non è stato possibile.
Lo scrittore inglese che mi ha fatto in assoluto più ridere con un suo romanzo è scomparso quasi esattamente un anno fa, l’8 novembre 2008.
Aveva solo 52 anni, dannazione.
Da anni residente in Giappone, Cook combatteva da alcuni anni contro un cancro al cervello, una battaglia dettagliatamente documentata nel suo ultimo lavoro, Cancer Patient.

Ma la scrittura garantisce una briciola di immortalità.
Oggi scopro con piacere che il romanzo che più mi ha fatto ridere nella mia vita di appassionato di fantascienza (sì, più di Terry Pratchett) sarà ristampato dai ragazzi della Paizo.com con l’anno che viene.
Si tratta di The Walrus and the Warwolf - e voi non l’avete letto.
Un peccato al quale si può rimediare facilmente.

Paizo ristampa The Walrus and the Warwolf nella sua collana Planet Stories – risolvendo l’antica questione che colò a picco il lavoro di Cook tanti anni or sono.
È fantasy?
È fantascienza?
Di sicuro, l’autore aveva progettato tre cicli di venti romanzi ciascuno, ma la risposta del pubblico alla pubblicazione dei primi dieci fu talmente scarsa e confusa che l’editore decise di abortire il progetto.
I lettori non sapevano come prenderla…
Davvero quello che compare nel secondo romanzo è un CD-ROM?
E dovrebbe far ridere l’idea di urlare “Gnomi!” e metter mano alla balestra alla comparsa di un aspirapolvere automatico?
In un periodo in cui il fantasy si andava ad incuneare in interminabili e seriosissime saghe fatte con lo stampo, zeppe di nomi fintoceltici ed elfi armati di arco e frecce, Hugh Cook era troppo avanti.
Peccato, perché Le Cronache di un’Epoca Oscura, il ciclo di dieci romanzi sopravvissuti, mostra una quantità di caratteristiche originali.
Prima fra tutte, la cronologia – anziché procedere da un romanzo all’altro, gli eventi dei dieci volumi sono contemporanei, e narrati di volta in volta attraverso il punto di vista di un differente personaggio.
Questo permette all’autore un ampio relativismo morale – per cui l’eroe di un romanzo compare come cattivo nel romanzo successivo e come comprimario fra altri tre.
Quando gli eventi si incrociano (quando cioè la stessascena compare in differenti romanzi) il contrasto è di solito piuttosto comico. Stralciamo l’esempio preso da Wikipedia…

“Watashi’s private torture chamber was a soundproof room containing a narrow wooden bench, which bore an ominous number of russet stains, and many ugly implements of iron. Drake did his thinking – and fast. Clearly posing as an innocent peddlar was not going to save him.” – The Walrus and the Warwolf, p.352.

“… Douay was gagged and taken to an abandoned store room. Over the last three days, this had been converted into a horror house. Many ugly implements of iron had been gathered together; a torture bench had been installed; and Jarl had slaughtered a chicken in the room to make sure it was suitably blood-bespattered.” – The Wicked and the Witless, p. 303.

Gran parte dei protagonisti di Cook sono cialtroni, mentitori o dissimulatori.
Mentre l’antica alleanza fra guerrieri e stregoni si sfalda e le orde del caos invadono il continente di Argan (questa è la premessa per tutte le storie pubblicate), ciascuno cerca di salvare la pelle, magari guadagnandoci qualcosa, o ricavando potere e prestigio dalla credulità altrui.
E forse Argan non è un mondo fatato, ma una terra post-atomica invasa dagli alieni.

Di sicuro ci sono astronavi alla deriva sull’oceano, antichi artefatti tecnologici (come la Leva Tettonica, capace di inabissare il continente abbastanza a lungo da affogare tutti i mostri), e stupidissimi riferimenti alla nostra cultura ed alla nostra civiltà – il sindacato illegale i cui scioperi paralizzano le truppe imperiali si chiama “Legione”… “perché siamo molti”.

A questo si aggiunge una feroce scorrettezza politica…

At different times, the novels portray or allude to murder, bestiality, female genital cutting, cannibalism, racism, sexism, speciesism, abortion, masturbation, mutation, incest, inbreeding, constipation, assassination, gambling, drunkenness, brawling, diarrhoea, capitalism, leprosy, castration, slavery, evolution, patricide, regicide, venereal disease, forgery, treason, dwarf tossing, torture, orgies, incontinence, suicide, disembowelment, capital and corporal punishment, drug use, religious fraud, bribery, blackmail, animal cruelty, disfigurement, infanticide, the caste system, democratic revolutionary movements, rape, theft, genocide, transvestitism, premature ejaculation, prostitution, piracy, and polygamy.

Di tutti i personaggi di Hugh Cook, il più colossale rimane Drake Douay, protagonista di The Walrus and the Warwolf – che si macchia di tutti i crimini e le scorrettezze citati qui sopra salvo forse l’evoluzione, e ne esce profumato come un giglio.
O quasi.
Ladro, truffatore, pirata, simbolo del male assoluto per una intera religione creata dal suo ex datore di lavoro, sordido mentitore, Drake Douay ha il dubbio privilegio di esere il protagonista dell’unico romanzo della serie che copra l’intera cronologia degli eventi – dalla guerra fra stregoni e guerrieri all’attivazione della Leva Tettonica.

La miglior cura che sia mai esistita per l’overdose da tolkienoidi e fantasy d’accatto.
Il mondo descritto da Cook viene condannato alla distruzione da individui onesti e santimoniosi, e salvato dai pirati.

Hugh Cook era un grande, ed il suo libro migliore sta per tornare.

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RPGs & Scrittura

6 Ottobre 2009 Davide 5 commenti

Una decina di anni or sono (!) incontrai persone che sostenevano con una certa ilarità di aver venduto ad un certo editore le trascrizioni delleproprie partite a Dungeons & Dragons, ricavandone sceneggiature per un popolarissimo fumetto.
Probabilmente una storia fasulla, ma indicativa.
Più o meno in quel periodo, molte delle linee guida di riviste e case editrici cominciarono a includere un breve paragrafo sul fatto che non sarebbero state pubblicate trascrizioni di partite a Dungeons & Dragons – o a qualsivoglia altro gioco di ruolo – spacciate per narrativa.
Il che ha un certo senso, ma riduce il problema a termini molto molto banali.

Proviamo a cambiare marcia…book cover of   The Ruby Key   (Moon & Sun, book 1)  by  Holly Lisle
Tre giorni or sono, sul suo blog personale, la scrittrice, editor e insegnante di scrittura Holly Lisle ha postato un breve messaggio relativo al legame fra gioco e narrativa, ed in particolare all’uso costruttivo del gioco di ruolo come supporto alla scrittura.

I never got story ideas from the role playing, but I did use it as a way to test out my universe physics (the magic system, the map, the people and things that lived there) to see if anything could work better. Or worse.

Il post in questione ha suscitato, al momento in cui sto scrivendo, 102 risposte.
Inclusa la mia, che vado ad espandere qui sotto.

Have you ever role-played in relation to your writing? As a research tool, story generator, character development tool, or something else?

In venticinque anni di gioco di ruolo, non ho mai scritto storie basate sulle mie partite.
In parte perché non mi piace granché ambientare le mie storie in mondi inventati da altri, in parte perché lo percepirei semplicemente come “sbagliato” – mi costerebbe più tempo e più fatica che lavorare come al solito.

Or, è ben nota la mia antipatia per quei mondi fantastici costruiti a partire da una mappa – anche perché di solito le mappe dei romanzi fantasy sono piccoli capolavori di incoerenza geografica e geologica.
Allo stesso modo poco mi cale di dizionari di lingua elfica, e dell’ossessione con la tassonomia feticistica delle lame e delle bocche da fuoco, coi deliri alimentati da antichi manuali di scherma e con i trattati tattico-strategici di Braccio da Montone.
D’altra parte, è mia abitudine fare un sacco di verifiche sui fatti prima di mettere mano ad una storia – internet è una benedizione ed una maledizione, e molte mie ossessioni personali, testimoniate da scaffali carichi di strani libri, hanno trovato la strada per entrare nelle mie storie o, nate da un’idea per un racconto, si sono tramutate in interessi collaterali.Nambu 14
Io devo vedere ciò che accade per poterlo scrivere e così, se (per dire) nella Shanghai del 1936 il bieco Capitano Asamatsu spara al malcapitato Felice Sabatini, io voglio sapere se quella che impugna il nipponico è una Taisho 14 o se è qualcos’altro.
Faccio due ricerche, mi convinco che l’arma ideale per quella scena sia un clone cinese di una Mauser, e poi nel racconto dico che il nippo sfodera “una pistola”.
O magari “un’automatica”.
Il lettore a quel punto può aggiustarsi – il modello, la forma, la data di fabbricazione dell’arma, poco hanno a che vedere con la trama; ero io che avevo un problema di visualizzazione.
Ora, scrivendo in questo modo narrativa breve, è molto molto difficile che qualcosa di più di un 15% della mia ricerca finisca direttamente sulla pagina.
Il resto rimane lì, a darmi un vago senso di sicurezza.
Un buon modo per riciclare la ricerca fatta per creare o documentare un mondo o un’epoca consiste nell’utilizzare quelle informazioni per ambientarci un gioco di ruolo.
La cosa funziona particolarmente bene – nel mio caso – giocando RPG con ambientazioni storiche o pseudostoriche, dallo steampunk di Castle Falkenstein all’avventura pulp di Hollow Earth Expeditions.
Ho scritto abbastanza storie con cattivi sponsorizzati dalla Thulegesellschaft quando ero più attivo in Delta Green, da avere tuitto il necessario per alimentare sei mesi di gioco in puro stile Indiana Jones – basta aggiungerci un po’ del Kolosimo letto da ragazzo ed una buona guida turistica.
O cose del genere.
Nulla va sprecato.
E ambientando le mie partite nell’universo narrativo di cui scrivo, ho la possibilità di esplorare quegli angoli di “mondo” che la narrativa non mi ha permesso di esplorare.
Ma questa è solo parte dell’equazione.
Come nota la Lisle nel brano citato più sopra, un paio di serate al tavolo da gioco possono essere particolarmente utili per collaudare un’ambientazione o un’idea, per raffinare un personaggio attraverso l’interazione con personaggi che non sono sotto il mio diretto controllo.

Ciò che è importante – e traspare da alcune risposte al post di Holly Lisle – è non confondersi, e non permettere alle regole, al motore, al sistema di gioco di prendere il sopravvento.
Che è poi il problema per cui le riviste non accettano da dieci anni a questa parte storie palesemente tratte da partite a giochi di ruolo.
Per evitare storie nelle quali il flusso dell’azione è reso rigido e paradossale dal fatto che, quando l’azione si è svolta al tavolo, ci sono stati lanci di dadi, e consultazioni di tabelle, fra un colpo di spada ed il successivo; perché quando il gioco è al suo apice, e la tensione sale, ci può essere molta suspance nell’attendere l’esito di un lanciuo di dadi, ma nulla di quella suspance si trasla direttamente sulla pagina.

Questa ultima considerazione si lega ad un ulteriore uso del gioco in supporto della narrazione, è infine l’allenamento che deriva dal gioco, nell’improvvisare soluzioni narrative al di là delle regole.
Si acquisisce – specie quando si gioca come master – una quantità di informazioni su come il pubblico possa reagire a certi stimoli.
Come costruire la suspance.
Come caratterizzare unpersonaggio sulla base del modo di parlare o di quei dettagli che il pubblico tende a notare (e non degli altri).
Come far passare certe informazioni sotto al radar dei giocatori in modo che si possa arrivare alla scena “Ah! Lo sapevamo fin dall’inizio!”.

Un mio vecchio amico che recitava e giocava di ruolo osservò anni addietro che giocare non è per niente come recitare, ma aiuta la recitazione.
Allo stesso modo, giocare non è per niente come scrivere, ma aiuta la scrittura.

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Studi Lovecraftiani 11

4 Ottobre 2009 Davide 10 commenti

Annuncio con un certo ritardo ma con estremo piacere l’uscita dell’undicesimo volume della rivista Studi Lovecraftiani, benemerita iniziativa dell’amico Pietro Guarriello, che da anni si adopera per dare alle attività dei lovecratiani nazionali una dignità che vada al di là della baruffa da forum o dello snobismo da collezionisti.
Per chi se la fosse persa, Studi Lovecraftiani non è una fanzinella da scantinato, fotocopiata su carta da pizza e zeppa di sbrodolamenti da fanboy, ma una rivista a pieno titolo, curata nella presentazione e – soprattutto – nei contenuti, che affianca ad articoli di elevatissima qualità prodotti da appassionati italiani, lavori di note autorità nazionali e internazionali (S.T. Joshi, tanto per dirne uno) e traduzioni di quei testi di HPL e dei suoi corrispondenti ed epigoni che sono normalmente difficilissimi da reperie e molto più interessanti di certe ristampe croniche offerte dall’editoria mainstream.

Insomma, un centinaio di pagine abbondanti, stampate su carta buona, pubblicate con cadenza aperiodica, farcite fin quasi a scoppiare di testi di elevatissima qualità, e di saggi critici che – se talvolta non pienamente condivisibili e meritevoli di ampio dibattito – dimostrano senza ombra di dubbio la maturità della comunità lovecraftiana in italia.
Niente “Cthulhu è più forte di Naruto.”
Niente “Non ho mai letto Lovecraft ma credo che i Miti siano una figata, dove trovo il costume?”
Niente “Pincopallino non capisce Dagon perché è un comunista.”
Niente rumore di fondo, niente opinionismo, niente espertitudine.
Solo un condensato di contenuti di altissima qualità per un discorso critico sull’opera di uno degli autori più sottovalutati ed influenti del ventesimo secolo.
Dodici euro maledettamente ben spesi.

Di tutto rispetto, quindi, come sempre, l’indice del numero 11 (126 pagine):

- “Il simbolismo della maschera in Lovecraft”, di Renzo Giorgetti
- “Gli oscuri oceani dei copyright: Un’indagine sullo stato dei diritti d’autore dell’opera di H.P.L.”, di Chris J. Karr
- “Dimensioni sotterranee: Lovecraft e il Mondo Disco”, di Umberto Sisia
- “Lovecraft saggista”, di S. T. Joshi
- “Chi è David Curwen? Un altro nesso occulto tra Lovecraft e Kenneth Grant”, di Giulio Dello Buono
- “H. P. Lovecraft, il visionario del Chaos”, di Roberto Negrini
- “Venere e l’opinione pubblica”, di H. P. Lovecraft
- “La verità su Marte!”, di H. P. Lovecraft
- “Lovecraft, Eliade, e gli archetipi lovecraftiani”, di Leonardo Ambasciano

E se il pezzo sul simbolismo della maschera si preannuncia gustoso, ammetto di attendere con impazienza di leggere il saggio sul copyright delle opere del maestro (argomento sul quale, nel nostro paese, si innescò a suo tempo una baruffa sostanzialmente imbarazzante) ed ancora di più il pezzo sul legame fra Lovecraft e Pratchett – idea assolutamente geniale, per un argomento finora criminalmente trascurato.
E poi il pezzo del Gentiluomo di Providence su Marte, che va a collidere con uno dei miei tanti, troppi progetti per il futuro.
Meraviglioso.

In paesi meno illuminati del nostro, iniziative come Studi Lovecraftiani sono sponsorizzate da istituti universitari, e curate da personaggi che, indegni di allacciare i calzari a Pietro Guarriello, godono di una cattedra e magari di un incarico di editor da parte di qualche grossa casa editrice.
In Italia, la circolazione di Studi Lovecraftiani sembra rimanere una faccenda da carbonari.

Per questo ne parlo in ritardo, ma ne parlo.
Leggete Studi Lovecraftiani.
Fate circolare la voce.

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Senza parole, senza vapore

1 Ottobre 2009 Davide 10 commenti

Questa non è inventata.
Solo i nomi sono stati cambiati, per proteggere gli innocenti.

Ciao, mi chiamo XXXXXX e studio in un liceo di XXXXXX.
Credo che lo steampunk sia davvero una figata, e sto cercando di mettere insieme un guardaroba appropriato da poter indossare tutti i giorni, per sottolineare la mia appartenenza a questa cultura.
Qualche consiglio su dove procurarmi gli abiti, e come modificarli?
Inoltre, non ho mai letto nulla di genere steampunk.
Sapreste consigliarmi da quali libri cominciare?
Film? Musica?

Io prego che sia una bufala.
Un falso, spedito da uno dei redattori di qualche rivista modaiola per adolescenti, per raccattare informazioni “dall’interno” e fare poi un pezzo sulla nuova tendenza che impazza in USA e in Inghilterra.
Lo spero davvero.
Perché l’alternativa è ancora più agghiacciante.

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