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Archivio per la categoria ‘zen’

Taoismo tascabile e open-source

18 Febbraio 2009 Davide 3 commenti

È successa una cosa strana.
Mentre nello spazio dedicato ai commenti di un altro post di questo blog si dibatte sulla potenza dei sogni e su come trasformarli in realtà (possibilmente senza rimetterci la pelle), ancora una volta un mio vecchio gioco è diventato una realtà – ed anche abbastanza urgente.

Ho già scritto, credo, di come – nei tempi andati dell’Università – io ed il mio amico Fabrizio passassimo talvolta l’ora di pranzo esplorando gli angoli più bui delle librerie, e progettando gli ideali corsi universitari che ci sarebbe piaciuto tenere (o seguire).
Un gioco, appunto.
Negli anni trascorsi, uno dei programmi appena abbozzati durante quelle chiacchierate è diventato la base dei miei corsi di statistica applicata alle scienze della terra.
E a giorni sottoporrò al giudizio di un ipotetico committente i programmi di due corsi di geologia “ideali” – o magari tre – nella speranza che suscitino abbastanza interesse da venire finanziati.
Frattanto, un altro “corso immaginario” ha preso vita, e ieri sera ho tenuto la prima lezione davanti ad una agguerrita platea di cinque studenti.
Pochi ma buoni, come si suol dire.

Nel corso che ha preso il via ieri sera – basato su un progetto che ha almeno dieci anni e ospitato dalle nuove aule dell’Istituto Italo-Cinese di Torino – collidono inaspettatamente due miei ambiti di studio.
Da una parte lo studio delle scienze della terra, nel bene e nel male la mia professione.
Dall’altra la mia vecchia passione per le filosofie orientali.
Da ieri sera tengo un corso breve sulla filosofia taoista.
E se venticinque anni di letture filosofiche per diporto mi forniscono gli argomenti per il corso, scopro con unacarta sorpresa che la praticadelle scienze della terra mi fornisce il vocabolario e gli esempi necessari per spiegare quegli argomenti.
Molto molto insolito.

Trattandosi di una breve introduzione alla filosofia taoista per curiosi, e non l’inaugurazione di un monastero o di una scuola alchemica, sto impostando il corso in chiave open-source – per quanto la bibliografia cartacea esista e sia abbondante, ed io ne abbia fornita una selezione ai miei studenti, cercheremo di sviluppare tutti gli argomenti basandoci solo su fonti on-line.
On-line si trovano infatti le traduzioni dei classici, gli articoli a commento dei testi, le letture a corollario del programma.
Unica cautela, selezionare le fonti più attendibili.
La rete verrà anche utilizzata per scambiare comunicazioni fra i partecipanti al corso (il che mi ricorda che stanotte dovrò inviare una copia delle slide usate ieri ai partecipanti).
E se mai dovessimo ripeterlo, credo che mi organizzerò per trasformare le lezioni in podcast da distribuire gratuitamente a quelle persone che non hanno la possibilità ed il privilegio di pagare per ascoltare le mie perle di saggezza.

Vitalità, energia, spirito. Gli insegnamenti dei maestri del TaoismoTornando alla bibliografia cartacea, sono rimasto notevolmente sorpreso dal potere delle bancarelle.
Un rapido giro nei luoghi topici, e mi è stato possibile reperire a metà prezzo due volumi pubblicati da Mondadori, su carta riciclata e con copertine indiferenziate, che da soli costituiscono i principali testi consigliati per i partecipanti al corso.
Sono due vecchi Oscar, categoria “Varia” (la più misteriosa e mistica, immagino, delel categorie editoriali).
Il primo è Il Grande Libro del Tao, di Eva Wong, uscito diec’anni or sono, un buon testo divulgativo scritto in un linguaggio chiaro e diretto, che copre lo sviluppo storico del taoismo, i sistemi di pensiero connessi alle diverse pratiche e le pratiche stesse.
Il secondo volume è datato 2000 – Vitalità, Energia e Spirito, di Thomas Cleary, una piccola ma polposa antologia di scritti taoisti provenienti dall’intero spettro della produzione filosofica eletteraria cinese.
Cleary è il secondo più iperattivo traduttore dalle lingue orientali al mondo (il mio amico Massimo è il primo ma è meno noto, operando in italia, e Cleary vince ai punti perché traduce anche cinese e coreano), e fa un buon lavoro in questa sede nel mettere insieme una antologia scolastica.

E così, complice il bancarellaro di fiducia, con meno di dieci euro (mettendoci anche un quadernetto insieme, e una matita) ho creato il mio piccolo kit dello studente – o insegnante – estemporaneo di taoismo.
Se la prima lezione è indicativa, sarà un’esperienza interessante e divertente.
Un’ottima occasione per usare nell’ambito più opportuno le Cinque Eccellenze.
Ed un piacevole diversivo dalle solite chiacchiere di ANOVA, Cluster Analysis e PCA.

Creatività, Taoismo e narrativa d’immaginazione

25 Gennaio 2009 Davide 3 commenti

La prima parte di un interessante articolo sull’annosa questione di cosa pensino gli autori di fantascienza, dove trovino le proprie idee e cosa ne facciano, è comparsa sul blog di Vittorio Catani.
Una lettura interessante, che promette ulteriori spunti nei prossimi episodi.

Il caso vuole che, mentre Vittorio inizia a pubblicare i propri pensieri, io stia leggendo una raccolta di articoli su creatività e immaginazione scritti da Stephen Russell, autore taoista britannico da qualche anno responsabile di un interessante adattamento delle basi del pensiero filosofico cinese alla realtà occidentale del ventunesimo secolo.
E se da unaparte mi sorge il dubbio che il Caso e la Necessità vogliano dirmi qualcosa, dall’altra mi viene voglia di dire la mia sull’intera faccenda.
Non tanto su come funzionino le idee della fantascienza -a quello ci sta pensando Vittorio – quanto su come funzioni il cervello di chi la fantascienza la pratica.
Con riferimento al pensiero taoista.
Dopotutto, Composizione e Presentazione sono due delle Cinque Eccellenze taoiste.

Vediamo.
In prima battuta, è importante ricordare che chi scrive fantascienza o fantasy non necessariamente crede a ciò che sta scrivendo.
Pare che, anni addietro, alcuni rapaci parenti del fantasista americano Piers Anthony cercarono di far internare il proprio non ancora famosissimo parente sulla scorta dei libri che scriveva.
Uno che scrive storie con astronavi, stregoneria e quant’altro, sostenevano costoro, dev’essere pazzo.

Di fatto, vale la descrizione fatta da Cory Doctorow e Karl Schroeder nel loro Compete Idiot’s Guide to Publishing Science Fiction (pagina 60, traduzione mia)

La verità è che gli autori di SF sono scettici. Non credono a nulla di ciò che viene detto loro, ed è questo scetticismo che porta a pensare in maniera innovativa. Un talento basilare per questo mestiere è l’abilità di immergersi completamente in un’area di pensiero – che sia la fisica, la paleontologia, o la storiadella dinastia Romanov – mentre si pensa a come le cose potrebbero andare diversamente.

Ed anche questo potrebbe essere considerato un sintomo di follia.
È invece semplicemente un indice di creatività.

Ora, ne abbiamo discusso in passato, la creatività è soggetta ad un trattamento schizofrenico nella nostra società.
Da una parte viene vista come un dono di Dio a pochi eletti, e come tale ammirata ed invidiata, fatta soggetto di dubbi programmi televisivi.
Per contro, viene considerata superflua o addirittura dannosa in molte sedi – prime fra tutte la scuola ed il lavoro.
Questo è particolarmente triste se consideriamo che di fatto la creatività non è un dono di Dio a pochi eletti, ma piuttosto un carattere selezionato evolutivamente  e compilato nel nostro DNA.
Tutti ce l’hanno.
Alcuni riescono ad attivarla prima – e li trasformiamo in emarginati a scuola, dove di solito gli insegnanti hanno ben chiara quale sia la maniera giusta di svolgere un tema, risolvere un problema matematico o disegnare un gatto, e perciò chi fa diversamente prende tre.
Ne abbiamo già parlato.
Attivare la creatività e imparare a tenerla sotto controllo senza imbrigliarla è questione di pratica.
Scrivere scrivere scrivere.
Disegnare disegnare disegnare.
Suonare suonare suonare.

I taoisti dicono che anche massaggiarsi l’incavo tra la spalla e il collo, sotto alla clavicola, aiuta a sviluppare la creatività. Quello, ed applicare una pressione stabile, per circa tre minuti, al centro dei lobi delle orecchie.
Più interessante è invece il discorso sulla necessità di zittire le voci che ciarlano nel nostro cervello mentre cerchiamo di fare ciò che vorremmo fare.
Oltre al chiacchiericcio costante dei pensieri, sono in particolare l’impazienza (la voce che ci sprona a fare più in fretta, a fare di più, o piuttosto a mollare tutto) ed il nostro critico interno (che ci sprona a mollare tutto, o al limite a fare di più, e meglio) che vanno zittite in fase compositiva.
Come si fà?
Meditazione,c erto.
Ma anche solo lasciare che la mente razionale si concentri su una partita a Freecell mentre il resto della nostra mente riordina le pagine del nostro racconto potrebbe essere sufficiente.
Non a caso uno dei migliori software per scrittori in circolazione – Writer’s Café – includeva a suo tempo un solitario.
Per staccare.

Più interessante è l’idea mutuata dal Taoismo secondo la quale l’esercizio della creatività avrebbe effetti positivi sulla salute.
Da una parte, per via dele affinità dell’atto creativo con la meditazione.
Dall’altra per l’azione di raffinazione alchemica – per così dire – delle nostre scorie mentali.
In fondo non è poi diverso da ciò che afferma Freud, citato da Vittorio Catani nel suo pezzo…

“…l’uomo felice non fantastica, solo l’insoddisfatto lo fa (…) e ogni
singola fantasia è un appagamento di un desiderio, una correzione della
realtà che ci lascia insoddisfatti”. Chi scrive, insomma, rielabora
materiale emergente dal profondo e che dovrà ovviamente subire un
adeguato procedimento di razionalizzazione per essere “tradotto” in
narrativa (in ciò giocheranno i valori formali, i codici linguistici,
la presunta destinazione del “prodotto” e così via).

E davvero il riferimento ad un canale che collega le profondità del nostro essere con i principi informatori della realtà si trova anche neiriferimenti taoisti, che suggeriscono di visualizzare ed affermare questo condotto, sincronizzandone i flussi con la respirazione (carburante della fornace interiore dell’uomo).
Non è detto che funzioni, ma i  taoisti ci credono.

Fa davvero bene alla salute?
È davvero, come sostiene Russell, rilassante?
In verità, io quando scrivo sono intrattabile, insoddisfatto e infastidito dai miei simili e desideroso solo di finire questa cosa in sospeso che ho salvata sul desktop – che sia un articolo accademico, un racconto, una recensione…
Mi trascinoc ome un derelitto, campo di succo d’arancia té bollente e riso bollito, non dormo la notte.
Non mi rado.
Non mi pettino.
Un animale.
Se mai dovessi metter mano a un volume-mastodonte da mille pagine, sprofonderei probabilmente in un abisso senza fondo di umor nero e paranoia dal quale potrei riemergere solo con tre mesi su una spiaggia della Costa Azzura, a bere chinotto e intrattenermi con avvenenti bagnanti.
Comunque improbabile, visti i pochi soldi che gli editori scuciono abitualmente ai romanzieri…
http://www.sandowplus.co.uk/Competition/Atlas/NewMan/NewMan-01-small.jpg
È però vero che a lavoro finito, stampato, inviato all’editore, la tensione si scarica.
Si torna a dormire senza problemi di insonnia.
Si ritrova il piacere di sperimentare con spezie e codimenti in cucina.
Gli amici non appaiono più inadeguati a portare il titolo di Homo sapiens.
Il compimento dell’atto creativo porta ad un certo benessere.
Ma a ben pensarci, questo alternarsi stress-rilassamento ricorda di più il metodo della tensione dinamica di Mister Atlas, pubblicizzato su tanti pulp degli anni ‘50, che non l’insegnamento di qualche antico eremita cinese.

Devo anche ammettere che lo stress connesso alla scrittura non è forse uno stress creativo, ma uno stress operativo.
È la tastiera del computer che è inadeguata, l’impaginazione, i font.
La storia, complici lunghe partite a Freecell o a SameGnome, lunghe passeggiate e tanta buona musica,si compone senza fatica nel nostro cervello.
È portarla da lì alla pagina che è una fonte di patimento.
Devìessere per questoche i precetti taoisti raccomandano di scegliere con cura i propri strumenti, eperché si enfatizzi tanto l’esercizio che porta a trascendere la tecnica.
Per andare oltre lo strumento, rendere la parte operativa inconsapevole, non creare sforzi nel trasferire le note dallo spartito all’etere passando per il cervello, i muscoli, il materiale vile dello strumento musicale.
Niente deve frapporsi fra pensiero e azione.

Ciò che non ci uccide…

10 Gennaio 2009 Davide 2 commenti

… ci lascia storpi e sanguinanti.
È da sempre il sottotitolo di questo blog.
E stamani, un guasto al template Andreas09, ha lasciato storpio e sanguinante questo blog.
I contenuti ci sono tutti.
Ma la visualizzazione è pessima.

Ciò ha reso necessario un cambio di template, ed una relativa ridefinizione dei contenuti.
Un sacco di aggeggi e patacche se ne sono andati, insieme con i widget che li rendevano visibili.
Un sacco di opzioni non sono più disponibili.
Navigare il blog sarà un po’ più difficile, un po’ meno automatico.

L’aspetto attuale della pagina, basato sul template The Journalist, non mi dispiace.
È semplice, lineare, pulito.
Molto zen.
Che è poi l’atteggiamento necessario per sopravvivere al crash – accettare il fatto che c’era un sacco di materiale superfluo su questo blog, ed accogliere con piacere la semplificazione, l’alleggerimento.
Il 2009, continuano a ripeterci, sarà un anno di tagli, di riduzioni di rinunce.
strategie evolutive ha già cominciato.
Si cambia.
Ci si adatta.
Si evolve.
Si sopravvive.

Categories: Cat Blog, wired world, zen Tag:,

Sull’importanza di avere in borsa un grosso paperback

26 Novembre 2008 Davide 4 commenti

Mio fratello è appena tornato dalla Germania.
Piacevole esperienza lavorativa.
Buona occasione per incontrare persone spesso solo conosciute via web, per visitare luoghi sconosciuti, per cambiare aria.
Unico problema – si è scordato di mettersi in borsa un grosso paperback.
Errori di gioventù.
Cerchiamo di sopperire con un bel pork chop express alla vecchia maniera…
Seguirà, spero, dibattito.

Per grosso paperback intendo un bel volumone massiccio e tascabile, che viaggi dalle parti dell 800 pagine.
[Nota - alcuni integralisti preferiscono il rilegato rigido - questioni di budget e sviluppo muscolare, credo... E d'altra parte, in certe occasioni...]

Esempi classici?
IT di Stephen King è il primo titolo che salta alla mente.
O Il Signore degli Anelli di Tolkien.
Anche se io opterei forse per meno pagine e mi butterei su Dune, di Frank Herbert.

Jonathan Strange & Mr Norrell, di Susanna Clarke, è un altro ottimo esempio.

Ma a questo punto perché non buttarsi sui classici?
Io personalmente ho una certa parzialità nei confronti di Charles Dickens – le edizioni Penguin si reperiscono per qualcosa come sei euro la copia, e Pickwick Papers o Bleak House sembrano perfettamente adatti alla bisogna.

E poi ci sono quelle massicce antologie anglosasosni, i nuovi pulp.
Qualsiasi cosa si reperisca in rete col titolo di “The Mammoth Book of <metteteci l’argomento che volete>” è certamente perfetto.
Oltretutto li pubblicano su una varietà infinita di argomenti…

E poi c’è tutta la saggistica.

E nel campo del fumetto, le 1800 pagine della recente ristampa di Bone dovrebbero soddisfare anche i più esigenti.
Certo pesa.
http://www.cartamedievale.it/images/bibbia.jpg
Ai vecchi tempi La Bibbia era la risposta a tutte le necessità, ma in questi tempi di integralismo rampante è bene farci attenzione.

Eviterei invece di dizionari – a meno che non si tratti di qualcosa di spaventosamente eccentrico, come lo Hobson-Jobson
Anche se, andando in viaggio all’estero, magari un buon vocabolario potrebbe servire.

The World’s Most Dangerous Places, di Robert Young Pelton è altresì decisamente consigliato come opzione.

Insomma, se state per partire per un viaggio in terre sconosciute – o anche conosciute – fate un salto in libreria, cercatevi un bel libro economico e spesso, e cacciatelo in borsa.
Battere le bancarelle dell’usato è anche un’ottima strategia evolutiva.

A che scopo scammellarsi il tomo?

Un bel libro spesso può svolgere una infinità di funzioni essenziali.
. potete usarlo per isolarvi dalla realtà che vi circonda – compagni di scompartimento invadenti? Ficcate il naso in un bel libro spesso e dall’aspetto esoterico, e vi lasceranno in pace (probabilmente pensando che siate un po’ strani).
. d’altra parte, un bel librone spesso è frequentemente lo strumento ideale per attaccare discorso con persone interessanti
. e in linea di massima potete usarlo per darvi un tono.
. potete scambiarlo in segno di amicizia con compagni di viaggio (è qui che il paperback “pesa meno” del rilegato rigido)
. potete usarlo come base di interessanti ed istruttivi giochi di società per passare il tempo (la numerazione delle pagine può sostituire il lancio di dadi, ad esempio…)
. con un po’ di fieldcraft, poteteusarlo come base per un codice segreto per comunicare con chi è rimasto a casa (ma a questo punto, dove siete andati in vacanza?)

E poi ci sono le emergenze vere; sorvoliamo sulla solita storia della pistolettata/coltellata parata dalle pagine di un libro, ma consideriamo seriamente che…

. dovendo dormire sulla nuda terra (capita), potete usarlo come poggiatesta – non sarà granché, ma gli antichi egizi si accontentavano anche di meno
. come diceva Cohen il barbaro nei romanzi di Terry Pratchett, con un bel libro spesso ci si scalda per tutto l’inverno
. … e sempre prendendo una dritta dal buon Cohen, un dotto tomo di antica sapienza può rimpiazzare quell’oggetto che è il vertice della civiltà – la carta igienica.
. potete usarlo come moneta di scambio in caso d’emergenza – un buon paperback vale di solito tra il tramezzino e il pacchetto di sigarette, a seconda di dove vi trovate, ma potete anche scambiarlo per un litro d’acqua fresca o un biglietto del tram.

. … e parlando di biglietti – potete usarlo per riporvi il biglietto di transito, del tram o del treno, per evitare attacchi di panico fantozziani alla comparsa del controllore
. un buon paperback ha poi di solito abbastanza spazi bianchi per prenderci degli appunti rapidi – un indirizzo, un numero di telefono…

E naturalmente, se proprio vi state annoiando, in una speduta stanza d’albergo in Germania, con l’effetto neve sul televisore e alla finestra, potreste provare a leggerlo.

I passaggi noiosi (immancabili in un libro spesso – Tolkien docet) servono poi naturalmente da sonnifero in caso di insonnia.

Oh, già, dimenticavo – provate a fare altrettanto con un e-book….

Altre idee, là fuori?

[immagini da Morguefile e da cartamedievale.it]

Breve poesia

30 Ottobre 2008 Davide Lascia un commento

http://www.swordsoftheeast.com/ProductImages/coldsteel%20images/88cws%20d.jpgBreve non vuol dire povero di contenuti.

La breve composizione poetica che segue è di Chia Tao (779-843 d.C.), poeta e monaco.
È considerata un bignamino di un intero genere letterario.

Lo Spadaccino

Questa spada l’ho affilata per diec’anni;
Il suo filo gelido non è mai stato provato.
Ora che te l’ho mostrata, ti prego, dimmi:
Vi è forse qualcuno che patisca ingiustizie?

La trovo stranamente appropriata al momento.
Sarà l’autunno.

Categories: fantasy, zen Tag:, ,

Un film perduto

5 Ottobre 2008 Davide 4 commenti

Così non li fanno più.
O forse non li hanno mai fatti.

Nelle mie peregrinazioni in cerca di un pezzo di cinema diverso dal solito e che non manchi di rispetto alla mia intelligenza, sono capitato su Zen Noir, girato da Marc Rosenbush nel 2004, pellicola che ha spazzolato una quantità di premi in un certo numero di festival del cinema indipendente, e che nessuno si è mai sognato di distribuire nelle nostre sale (o almeno così mi pare).

Considerando che il titolo da solo riunsce due dei miei (troppi) interessi extracurricolari, era destino che prima o poi finissi seduto davanti ad un televisore a guardare questo film.
E mi rallegra annunciare che non sono stati 71 minuti buttati.
Anzi.

La trama in breve: chi ha ucciso l’uomo dal capo rasato che suonava la campana?
Un detective “alla Marlowe” indaga su un misterioso omicidio in un tempio zen.
Riuscirà il nostro eroe a superare le proprie angosce esistenziali ed arisolvere il caso, considerando che già interrogare i sospetti è un’impresa apparentemente impossibile?

Il film è girato in digitale (in 12 giorni di riprese) fra scenografie ingannevolmente spoglie, con un uso sottile del colore.
Gli attori sono sconosciuti ed azzeccatissimi – dalla faccia stralunata del detective alla sinuosità della femme fatale dalla testa rasata, al misterioso monaco delle arance, sarebbe difficile immaginare qualcun’altro sulla scena.
La musica talvolta è invadente – specie sui voice-over del protagonista – ma miscela bene il jazz strascicato del noir e le suggestioni orientali, e contribuisce a rendere il prodotto, nella sua assoluta semplicità, qualcosa di superiore alla somma delle proprie parti.

È un peccato che il film non sia disponibile nelle nostre videoteche.
Così come è unpeccato che lo sceneggiatore, regista e produttore Marc Rosenbush non abbia apparentemente prodotto nient’altro per lo schermo (salvo due video-lettere presenti sul suo myspace), dedicandosi soprattutto al teatro.

Per i più curiosi, qui c’è il trailer…

Insegnare l’inesprimibile

2 Ottobre 2008 Davide 2 commenti

The Eight Gates of ZenAncora poco tempo per il diporto – uno stato di cose che perdurerà per tutto il mese, se non oltre.
Ma nel frattempo, qualcosa si riesce ad infilare nel programma di lavoro – anche perché ormai il lavoro e l’hobby sono separati da un confine sempre più labile.
Cosa ci procaccia il cibo, cosa è una distrazione?

E così eccomi ad affrontare The Eight Gates of Zen, di John Daido Loori Roshi, il manuale di base della comunità riunita attorno allo Zen Mountain Monastery.
Un manuale sull’insegnamento e l’apprendimento, secondo i criteri praticati dai monaci americani del monastero nei monti Catskill.

Se da una parte l’idea di mollare tutto e ritirarsi per un po’ di tempo in un monastero zen (come ha fatto Leonard Cohen) non pare poi così orribile, vista l’aria che tira, dall’altra il testo promette di descrivere un approccio all’insegnamento molto diverso da quello proposto – ad esempio – dal Lecturer’s Toolkit di Phil Race, peraltro eccellente.
Non credo troverò trucchi mentali jedi fra queste pagine, ma certo un cambio di prospettiva permette di allargare i propri orizzonti, ed offre lo spunto per migliorare il servizio in aula.
E quindi, perché no?

E così intanto tengo anche buona la mia curiosità di cose orientali, e la mia voglia di dimenticarmi per un paio d’ore del lavoro – che procede, senza sosta, e senza prospettiva di pagamento in tempi ragionevoli…
Altro che zen!
 

Creatività per non-creativi

28 Luglio 2008 Davide Lascia un commento

Non sono morto.
Non sono stato rapito dagli alieni.
Mi sonosemplicemente trovato impegolato in un lavoro colossale e importante che andava finito per prima, e quindi ho trascurato il blog.
In compenso ora so tutto – o quasi – di XAMPP (alias LAMPP).
Non che non ne avrei fatto volentieri a meno.
Ma son soddisfazioni.

http://newmedialife.files.wordpress.com/2008/04/presentation_zen.jpgMentre mi dibattevo ammanettato al laptop per guadagnare qualcosa in modo da rendere felice l’uomo delle tasse, ho anche messo mano su un libro davvero notevole, intitolato Presentation Zen.

Ora è noto che io
a . sono naturalmente portato ad acquistare qualsiasi cosa abbia la parola “Zen” in copertina
b . diffido di qualsiasi applicazione dello “zen” a pratiche professionali o artistiche non certificate da almeno ottocento anni di pratica da parte di artigiani nella regione del Kanto.

D’altra parte l’autore, Garr Reynolds vive e lavora in Giappone da anni, ed il libro arriva con l’imprimatur di Guy Kawasaki e di Seth Godin – fra gli altri.

Presentation Zen è anche il titolo del sito web di Reynolds – e vale la pena farci un giro, se mai vi è capitato di dover parlare in pubblico.

Di cosa tratta il volume…
Di comunicazione – ed inparticolare della comunicazione attraverso quell’infernale aggeggio che è PowerPoint.
Meno radicale di Richard Tufte (che sostanzialmente dice di cancellare PowerPoint e tornare agli handout cartacei), Garr Reynolds offre una serie di consigli basilari ma eccellenti per evitare di uccidere il nostro pubblico con slide sovraccariche, brutte, troppo sgargianti, inutili.

Il libro si configura quindi come il manuale ideale del corso che da anni minaccio di proporre su come presentare studi ambientali – in sede d’esame o di congresso – in maniera non-letale.

Qua e là Reynolds si allarga su questioni che potrebbero sembrare marginali – la natura della creatività, i tratti che sottolineano l’originalità, e concetti tipicamente orientali come shibumi, o wabi sabi.
Ma si tratta di derive solo apparenti – e l’autore monta il tutto in un unico discorso organico e convincente.

Assolutamente fondamentale poi il concetto di Pecha Kucha – presentazioni costruite sulla base di venti slide ciascuna proiettata solo per venti secondi.
Da una parte una forma di allenamento – poiché la creatività cresce se poniamo dei limiti stretti – e dall’altra una tecnica di sopravvivenza.
Geniale.
Me lo terrò caro per sistemare certi moderatori che – nel ricordarti che ora iniziano i venti minuti a tua disposizione, non mancano di farti notare che hai solo quindici minuti, quindi meglio chiudere in sette-otto, ok, ragazzo?
Pecha Kucha, babies – e vedremo chi riderà.

Un buon manuale, vivamente consigliato.