strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Però ci guadagnano!

Pubblicato da Davide su Gennaio 18, 2008

Strano.
Strano.
Stranissimo.

Stavo catechizzando, ieri sera, sul sistema a riscatto per l’editoria (soprattutto) autoprodotta creato e perfezionato da Greg Stolze.
Non mi capita spesso, ma ogni tanto capita, di partire per la tangente, salire in cattedra e illustrare sistemi alternativi per campare di ciò che si crea saltando gli intermediari.
Ma quando mi trovo fra persone che criticano il mercato in blocco (scrittori imbelli che pubblicano romanzi illeggibili spacciati da editori filibustieri a lettori idioti) e che sostengono di avere opere da distribuire ma aver ormai abbandonato la speranza di raggiungere il pubblico, io mi lancio.
Visto mai che non si riesca ad avviare qualcosa di nuovo ed eccitante.
Ma ovviamente non funziona.

Anche ieri sera, come al solito, è finita a pernacchie ed accuse di “utopia”, ma per la prima voltami sono state rivolte due obiezioni al sistema che meritano di essere segnalate - in quanto io credo sintomatiche di una certa forma mentale in ultima analisi autolesionista.

Ricapitoliamo.
Il sistema a riscatto funziona così: un artista ha un prodotto che ritiene potrebbe interessare al pubblico.
Non ci interessa che si tratti di un libro, un film, un disco o un software.
Non ci interessa neppure, a questo punto, perché l’artista in questione voglia utilizzare un metodo alternativo per raggiungere il pubblico - forse non trova un editore tradizionale, forse non è interessato a trovarlo.
Di fatto, il nostro eroe decide che, a fronte della distribuzione al pubblico della sua opera, sarebbe giusto per lui guadagnare una cifra X, che comprende anche le sue spese vive (materiali, ricerca, ore lavorate).
Procede perciò in questo modo - annuncia la propria opera, presentandola e documentandola il più dettagliatamente possibile, attraverso i canali che preferisce (di solito la rete).
Annuncia la cifra che ritiene giusta per “liberare” la propria opera, e fornisce un conto corrente sul quale le persone interessate possono versare la cifra che vogliono.
La proposta - quando sul conto si sarà accumulata una cifra pari ad X, l’opera sarà disponibile gratuitamente per tutti in download.
Come bonus, alcuni offrono la possibilità, a riscatto pagato, di ottenere una copia a stampa (o su CD/DVD) dell’opera per un piccolo extra (tramite servizi come Lulu.com), e ne inviano automaticamente una copia, a costo zero, a tutti coloro che hanno versato il proprio obolo.
Bello liscio.

Il sistema funziona bene, specie per prodotti diretti ad un mercato ben definito e che riescono a documentare/garantire una elevata qualità; un autore affermato avrà risultati migliori di un autore esordiente.
Il processo riduce drasticamente i tempi di pubblicazione, e garantisce all’autore un guadagno pari - o leggermente superiore - a quello che sarebbe garantito da un editore tradizionale. Viene oltretutto aggirato elegantemente il problema della pirateria on-line.

Ora, la principale obiezione che mi viene fatta quando propongo questo sistema è “ma perché dovrei pagare, se aspettando che qualcun’altro paghi, poi posso avere l’opera gratis?”
Speculare a questa, c’è poi l’obiezione “Ma come, io pago e poi chiunque può averlo gratis?”
Entrambe le obiezioni hanno la stessa risposta - (esattamente come nell’editoria tradizionale) se nessuno pagasse, l’opera non sarebbe disponibile in alcuna forma.
In altre parole, se ti interessa davvero, forse ti conviene pagare.
Anche poco.

Ieri sera, invece, due nuove obiezioni al modello, che mi hanno lasciato senza parole (salvo insulti, che però è sempre bene trattenere).

Obiezione 1 - in un paese in cui lo stipendio medio è 1000 euro al mese, la gente non fa cose stravaganti come spedire cinque euro a un conto corrente per avere un libro o un film fra sei mesi.
Un ragionamento francamente disonesto - figlio del classico “perché dovrei dare 50 centesimi al lavavetri quando a me nessuno da niente gratis?” un po’ ipocrita e un po’ carogna. Portato alle sue logiche conseguenze, non si fa nulla se non sussistere - avviare qualsiasi attività e impegnarsi in qualsiasi cosa che non sia uno stile di vita da cacciatori-raccoglitori diventa “stravagante”.

Obiezione 2 - ma i bastardi in questo modo ci guadagnano!
Eh, già, la persona che fa il lavoro che a voi magari interessa, e ve lo rende disponibile per una cifra che scegliete voi (anche nulla, se avete pazienza), alla fine della fiera ha un guadagno, e magari va a farsi una pizza.
Il che, a quanto pare, per queste persone è inammissibile.
Ciò che gli interessa non sono disposti a pagarlo, ma lo vogliono, e lo vogliono gratis.
E che sia fatto bene!
L’artista deve morire di fame, per donare a loro il prodotto della propria arte.

Con mentalità come queste all’opera….

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Farsi un libro 4 - Anelli Mancanti

Pubblicato da Davide su Gennaio 16, 2008

Prendo l’avvio da un post recente sul blog di Massimo Citi, che presto dovrebbe essere duplicato anche sui Alia Evolution.
Si parla di pubblicazione di esordienti.

Il nostro scrivente manderà quindi il suo / i suoi / testo/i in giro per il mondo. Da Bollati Boringhieri alla Feltrinelli, a Mondadori, a Garzanti, Newton Compton, via via fino a Zanichelli, ultimo editore della lista. Ben che vada riceverà mesi e mesi dopo una letteruzza che lo ringrazia e lo invita a non rompere più. Altrimenti il silenzio.
«Mascalzoni!» dirà lo scrivente e si metterà alla cerca di qualcuno più attento e sensibile. Se non è un completo impedito lo troverà perfino. Per esempio Edizioni «La Garaunta» di Prosdocimi e Zatteroni (nomi di fantasia, sia chiaro).
P&Z pubblicheranno il romanzo o la raccolta poetica nella famosa collana «Il Collante», lo distribuiranno «nelle principali librerie italiane» e «a mezzo internet» in cambio di un «contributo dell’autore».
È fatta?
È fatta.
Almeno sembra.
Un passo indietro.
Il nostro scrivente ha mandato il suo romanzo a tutti o quasi gli editori italiani, si diceva.
Si è preoccupato di capire, innanzitutto, quali sono gli editori che pubblicano libri almeno vagamente simili a quello che propone lui? Ha fatto un salto in libreria per farsi un’idea delle diverse produzioni editoriali, ha cercato informazioni e ne ha chieste a qualcuno del settore, anche solo al suo libraio di fiducia?

Già.
Brutta cosa spedire un romanzo poliziesco a un editore di manuali di bricolage.
Certo, se sono un fan di Stephen King (per dire) e scrivo un bell’horror formato monolito (900 pagine di suspance e colpi di scena), mi verrà magari naturale spedire il manoscritto prima di tutto a chi pubblica il mio idolo - ma non sottovalutiamo la capacità degli individui di auto-boicottarsi.
Potrei anche lasciare per ultimo proprio quell’editore perché “tanto loro c’hanno Stephen King e non sarebbero interessati a un autore che ne metterebbe in pericolo le vendite”.
Già.
Continuiamo a sognare.

Ma la cosa che mi colpisce, nel post di Massimo è il modo in cui, implicitamente, aggira un grande vuoto del mercato italiano - non prendendo neppure in considerazione l’assenza di un elemento fondamentale nel meccanismo editoriale.
Perché, di fondo, per quale motivo io, autore, devo farmi il problema di quali editori contattare?
Sarà il mio agente a selezionare, in base alla sua pluriennale esperienza, quali case editrici siano quelle più probabilmente interessateal mio manoscritto, no?
Già.
Il mio agente.

Che tuttavia in Italia non esiste, o se c’è svolge funzioni radicalmente diverse dalla sua controparte internazionale - più un gestore di eventi e un manager, un PR. che un vero e proprio agente.
I più, si trovano un agente dopo aver pubblicato unpaio di best-seller, per gestire i giri promozionali e le ospitate televisive.
E d’altra parte, ti dicono, per quale motivo dovrebbe un agente essere interessato a un esordiente?
Beh, tanto per cominciare, per danaro.
Gli agenti - quelli veri, là fuori nel mondo - sono pagati per fare gli interessi dell’autore.
Nel mondo reale, normalmente l’agente riceve una percentuale sulla vendita del manoscritto.
Ha perciò tutto l’interesse non solo a piazzare autori affermati, ma anche ad ampliare il proprio giro, e spingere gli esordienti - perché di Stephen King ce n’è uno solo, ed ha un solo agente.

Ma da queste parti, di agenti neppure l’ombra.
E in un mercato che va a caccia di manoscritti sui forum dei siti di appassionati, offrendo meno di mille euro lordi per un romanzo, forse è meglio così - il welfare nazionale non si può sobbarcare anche il manteniomento di una quindicina di agenti letterari al di sotto del livello di povertà.

Certo, se gli agenti ci fossero, gli editori non potrebbero fare certe offerte da fame agli esordienti, e pubblicare spazzatura solo per riempire gli scaffali, o magari beccarsi le sovvenzioni statali e regionali.
Perché un buon agente tutela i suoi autori, fornisce un filtro (suggerendo all’autore come essere più vicino al pubblico e quindi più vendibile) e promuove la qualità - anche perché non ha nessun interesse a diventare famoso come spacciatore di spazzatura.

L’assenza della figura dell’agente letterario è uno dei sintomi della scarsa evoluzione del mercato letterario italiano, che è ancora fermo ad una variante distorta e rigonfia dell’editore-tipografo che ha un rapporto diretto con i suoi autori e amplia il proprio catalogo sulla base di suggerimenti da parte di tali autori, o di tratative dirette con gli esordienti - roba dei tempi di Dickens.

Esistono poi alternative, nel mondo reale, alla peraltro sensatissima opzione offerta da Massimo Citi - farsi un giro in libreria e cercare di capire chi potrebbe essere interessato al nostro manoscritto.
Il mondo anglosassone ha il Writer’s Handbook, ad esempio.
Pubblicato annualmente da MacMillan (ma ne esistono edizioni specifiche - per il mercato della divulgazione, della letteratura digenere, della poesia), il volume offre una quarantina di pagine di articoli sul mercato editoriale negli ultimi dodici mesi (cosa “tira” e cosa no, nuove tendenze, aree di crisi, statistiche sulla situazione globale del mercato eccetera), ai quali fanno seguito cinque o seicento pagine di indirizzi, suddivisi per categoria.
Chi pubblica cosa.
Con quale frequenza.
Quanto paga.
A chi indirizzare il manoscritto (si, nome e cognome di chi leggerà il vostro lavoro).
Eventuali richieste specifiche.
Per le riviste, il numero minimo e massimo di parole per un articolo, la frequenza di pubblicazione, la gestione dei diritti di ristampa.

C’è anche un capitolo dedicato agli agenti letterari.

Bello liscio - a fronte di una spesa di una ventina di euro, o di un giro in biblioteca, le informazioni essenziali ed affidabili per navigare nel mercato anglosassone sono immediatamente disponibili (il che mi ricorda che la mia copia è del 2006 - è ora di aggiornarla).
Non credo tuttavia che qualcosa di simile - e a prezzo abbordabile - esista per il mercato nostrano.
Attendo con ansia una smentita.

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Che ne sarà della Terra?

Pubblicato da Davide su Dicembre 3, 2007

Nel 1976 Piers Anthony, scrittore anglo-americano che sarebbe successivamente diventato famosissimo come pilastro del fantasy umoristico e della fantascienza molto meno che umoristica, vendette un romanzo intitolato But What of Earth?, alla Laser Books.

La Laser Books era il tentativo della Harlequin - casa editrice rosa/soft - di colonizzare la fantascienza.
Chiedeva romanzi non troppo lunghi, essenzialmente avventurosi.
Niente sesso, niente turpiloquio.
Violenza OK ma senza esagerare.

Oggi, in un mercato più evoluto, Laser Books si sarebbe fiscalizzata come collana di fantascienza per ragazzi, e probabilmente avrebbe prosperato.

All’epoca però era una casa editrice di fantascienza e basta, e la dirigeva un tale di nome Roger Elwood - un ex redattore di riviste di wrestling che si era riciclato come editor di antologie fantascientifiche, arrivando nel 1973/74 a costituire il 25% del mercato della narrativa breve fantastica in lingua inglese.
Nel senso che un racconto su quattro, in quegli anni, lo pubblicava lui su un suo volume.
Ancora oggi si dice che se l’ambiente delle antologie di racconti di fantascienza è stato una palude dal 1976 al 2000, la colpa è di Elwood.

Elwood offrì delle condizioni abbastanza standard a Anthony, che accettò e sottoscrisse.
E che non ebbe nulla da ridire quando Elwood propose alcune “piccole revisioni” a cura di un secondo autore, Robert Coulson.
Con Coulson però Elwood fece un discorso diverso - e gli rifilò il romanzo di Anthony con l’incarico di riscriverlo, al fine di poterlo pubblicare come una “collaborazione”.
Il romanzo che uscì nel ‘76 a nome di Anthony e Coulson era talmente diverso da quello scritto da Piers Anthony, che l’autore intentò causa legale e se la legò al dito per il resto della sua vita - diventando una specie di anatema per editor ed editori.

La Laser chiuse i battenti nel 1977.

Dodici anni dopo, Piers Anthony ripubblicò il romanzo But What of Earth? per i tipi di Tor Books, in una strana, esilarante, imperdibile edizione… critica?
Il volume della Tor infatti include

  • il manoscritto originale di Piers Anthony
  • le anotazioni degli editor e revisori che decisero che il romanzo non era abbastanza buono e andava riscritto
  • le modifiche di Coulson
  • annotazioni sfuse di Piers Anthony sul processo editoriale

Non è solo una brutale vendetta da parte di un autore che alcuni critici hanno definito “incapace di perdonare le altrui debolezze”.

Si tratta del più istruttivo esempio di cosa può accadere ad un manoscritto nelle mani di un editore, oltre che del miglior esempio disponibile al mondo di quanto un testo possa essere frainteso da lettori non specialisti (gli editor impiegati da Laser venivano dal romanzo rosa e non sapevano maneggiare la fantascienza).
Lo strano accostamento del prima e dopo la cura, se da una parte richiede un paio di segnalibri per non perdersi, dall’altra mostra anche come una massa di piccole modifiche innocenti possa ribaltare il significato di un paragrafo, un capitolo, un romanzo.

Insieme con Mr. Fox and Other Feral Tales: A Collection, A Recollection, A Writer’s Handbook, di Norman Partridge (di cui parleremo un’altra volta), But What of Earth?, di Piers Anthony, edizione Tor, è un libro indispensabile per chiunque voglia imparare sul campo cosa sia l’editing della narrativa - rispettivamente - breve e lunga.

Nota volante - Amazon.com ha delle copie del libro di Piers Anthony a 1 centesimo.

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Ancora numeri - i diciotto di Sprague DeCamp

Pubblicato da Davide su Novembre 4, 2007

relaxDifficile restare lontano dal computer, dal blog.

Mi prendo un momento di relax e subito mi capita fra le mani il riassunto di una analisis statistica compiuta non sui libri, ma sugli scrittori, e risalente al 1953, quando Lyon SpragueDeCamp fece circolare fra i suoi amici unquestionario per cercaredi costruire l’identikit dello scrittore di letteratura d’immaginazione.

Oh, lo sappiamo, le cose sono cambiate, da allora (o no? vedremo).
Ma un’occhiata ai dati racolti da Sprague De Camp potrebbe darci qualche idea so cosa sia davvero uno scrittore di narrativa fantastica.

Il campione di Sprague DeCamp comprendeva:

  • Isaac Asimov
  • Leigh Brackett
  • Ray Bradbury
  • Edmond Hamilton
  • Robert A. Heinlein
  • Will F. Jenkins (alias “Murray Leinster”)
  • Henry Kuttner
  • Fritz Leiber
  • Frank Bellknap Long
  • C.L. Moore
  • Eric Frank Russel
  • Clifford D. Simak
  • E.E “Doc” Smith
  • George O. Smith
  • Theodore Sturgeon
  • A.E van Vogt
  • Robert Moore Williams
  • Jack Williamson

Diciotto colossi del genere.
Sedici uomini e due donne, di età compresa fra i trentatre e i sessantatré anni.
Tutti con educazione superiore. Due soli laureati all’epoca del questionario, ma tutti ottennero la laurea successivamente.
Otto su diciotto avevano un background scientifico.
Otto su diciotto avevano servito nell’esercito o nella riserva durante la Prima o la Seconda Guerra Mondiale.
Solo nove erano scrittori a tempo pieno, mentre fra i rimanenti nove, quattro avevano un impiego in campo editoriale e quattro incampo scientifico o tecnico.
Impossibile stabilire una media delle ore al giorno passate scivendo, in quanto nessuno teneva il conto.
“Come conteggiare il tempo passato a falciare il prato mentre si pensa alla trama di una storia?”, domanda Sprague DeCamp.
In base a stime più o meno accurate, quattro degli autori a tempo pieno scrivevano dalle 30 alle 115 ore la settimana, con una media di 54 ore.
Gli scrittori part-time scrivevano in un rangestimato dalle 5 alle84 ore la settimana, con una media di 35 (che vuole comunque dire cinque ore al giorno, tutti i giorni).

Parole prodotte all’anno: dalle settantamila alle trecentocinquantamila, con una media di 170.000 per i professionisti; dalle settantamila alle duecentocinquantamila, con una media di 123.000 per gli scrittori part-time.
Non meno del 95% dei lavori prodotti accetato per la pubblicazione alla prima proposta. 100% pubblicato entro due anni.

I tempi sono cambiati davvero?
Forse - ma 170.000 parole è la lunghezza media di un romanzo di Stephen King o di Terry Brooks, che nel ‘53 portavano i calzoncini corti.
E settantamila parole pubblicate all’anno è ancora il discriminante volumetrico per distinguere scrittori professionisti da dilettanti con l’hobby della scrittura.

Gli hobby degli scrittori studiati includono: pattinaggio artistico, pesca,suonare la chitarra, la storia naturale, pittura, fotografia, tennis e trafficare con aggeggi meccanici.
ma tutti ammettono di avere poco tempo per i propri hobby.

Unica passione comune a tutti: la lettura.

Libri letti all’anno: da 25 a 300, con una media di 125.

C’è da riflettere, vero?

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Il peggior libro del mondo - gratis!

Pubblicato da Davide su Novembre 2, 2007

Quello delle Vanity Press è un problema complicato, anche se non dovrebe esserlo.

Si definisce Vanity Press una casa editrice che pubblichi libri a spese del’autore, o lasciando all’autore questioni “secondarie” come la promozione e la distribuzione.

Chi stampa da se i propri libri viene di solito visto male.
Un cialtrone senza talento, come minimo, che ha dovuto pagare uno stampatore per dare una forma materiale ale proprie parole.
Il che è curioso.
Se mi pago di tasca pellicola e cinepresa, sono un regista indipendente, e Robert Redford mi vuole bene.
E diamo per scontato che un pittore si comperi tele (magari di seconda mano) e pittura, e cerchi dopo qualcuno disposto a pagargli l’opera -magari dopo che il povero artista si è dovuto affittare uno spazio espositivo. Ed anzi, l’artista grafico a comando, l’illustratore di scatole dei corn-flakes, il ritrattista mercenario, lo consideriamo un po’…
Un po’ come il romanziere che si paga carta e inchiostro.

Ora, di fatto, non c’è nulla di male nel self-publishing.
Scrivo il mio libro (con l’editor di testi che preferisco), lo revisiono, lo correggo, lo impagno, magari lo faccio leggere ad un paio di amici che citerò nei ringraziamenti, poi porto il tutto ad un tipografo e me ne faccio strampare e rilegare tante copie quante mi pare.
O se sono portato all’artigianato, magari me lo rilego io.
Posso addirittura creare una mia “casa editrice” - mettendo un nome sul frontespizio.
Poi lo vendo su internet, alle fiere, per posta…
O magari faccio tutto in formato elettronico, e pubblico come pdf…
Tutto questo è ok.
L’hanno fatto in tanti, in passato, con alterne fortune - Mark Twain, Zane Grey, Upton Sinclair, Carl Sandburg, Edgar Rice Burroughs, George Bernard Shaw, Edgar Allan Poe, Rudyard Kipling, Henry David Thoreau, Walt Whitman e Anais Nin.
Da quasi 25 anni lo scrittore Charles de Lint pubblica annualmente un volume di racconti per uso personale (ne regala copie in giro) per festeggiare il proprio anniversario di matrimonio.

Ripeto - tutto questo è perfettamente ok.
Specie considerando che il vostro testo potrebbe avere un interesse limitato e un mercato ristretto, e quindi nessun editore serio potrebbe vedere un ritorno economico sufficiente nel pubblicarvi.
[contrariamente alle leggende, gli editori non sono mecenati delle arti; sono imprenditori che vogliono il vostro libro se possono venderne due copie a TUTTI, ed a caro prezzo]
Come modo per farsi conoscere, l’auto-pubblicazione è certo preferibile al comettere qualche bestialità e poi farsi intervistare da Maurizio Costanzo…

E’ tutto molto meno ok quando invece un astuto individuo mi propone di pubblicare per la sua “casa editrice”, salvo poi scoprire che la “casa editrice” non c’è, e riempirmi la cantina di libri che io devo spacciare ad amici, parenti, librai, mercatini…

E magari mi sono dovuto pagare di tasca ogni dannata copia.

Di base, mi ritrovo a questo punto abbastanza incacchiato, avendo ceduto per alcuni anni i i dritti sul mio onesto lavoro - e magari avendo dato anche dei soldi - a qualcuno che si è limitato a fare un copia-incolla da Word a Scribus (o magari neanche quello), un giro con un controllo ortografico (e magari neanche quello) ed a spiaccicare una copertina insulsa sul volume - copertina sulla quale spicca il mio nome, ed è la mia faccia che mi sto giocando.

La maggiore Vanity Press sul pianeta è probabilmente PublishAmerica (niente link, non a questa gente - cercateveli con Google se volete).
Contratti capestro, zero distribuzione, mediocre editing e soprattutto l’affermazione (falsa) che pur essendo un piccolo editore (falso, sono un servizio di impaginazione) essi sottopongano ad una stretta valutazione dimerito i testi proposti.
Insomma, perché PublishAmerica vi stampi, dovete essere davvero in gamba.
Dicono loro.

RZAtlanta-NightsNel 2005, per dimostrare che si tratta di una montagna di fandonie, una trentina di membri della Science Fiction Writers of America ha messo mano alla tastiera ed ha prodotto un romanzo intitolato Atlanta Nights, che ha poi sottoposto - a nome Travis Tea - ai serissimi criteri di valutazione di PublishAmerica.
Con un piccolo particolare - i cospiratori della SFWA hanno messo nelle circa trecento pagine del volume tutti gli errori e le brutture tipici del peggio della produzione dilettantesca.
Non c’è pagina di Atlanta Nights che non sia un attentato alla prosa, alla logica o al buon gusto.
Travis Tea è un cane - un cagnaccio orribile:

Richard didn’t have as sweet a personality as Andrew but then few men did but he was very well-built. He had the shoulders of a water buffalo and the waist of a ferret. He was reddened by his many sporting activities which he managed to keep up within addition to his busy job as a stock broker, and that reminded Irene of safari hunters and virile construction workers which contracted quite sexily to his suit-and-tie demeanor. Irene was considering coming onto him but he was older than Henry was when he died even though he hadn’t died of natural causes but he was dead and Richard would die too someday. . . .

E PublishAmerica gli ha offerto un contratto.

Salvo poi fare marcia indietro quando l’inganno è stato rivelato alla stampa.

Ora il monumentale Atlanta Nights è disponibile per lo scarico gratuito, insieme con un’ampia documentazione (incluso il contratto capestroe la viscidissima lettera di accettazione del manoscritto).
Sono anche in vendita copie a stampa - il ricavato va ad un fondo di carità.
E’ in pessimo inglese, ma potrebbe essere una istruttiva lettura per chiunque voglia rendersi conto di come non si scrive fantascienza.
O fantasy.
O horror.
O qualsiasi altra cosa.

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Rose multicolori?

Pubblicato da Davide su Ottobre 12, 2007

Quanto segue è la risposta all’ultimo post di Massimo Soumaré sul suo blog

Come abbiamo visto nei precedenti post, non e’ poi cosi’ vero come molti si lamentano che in Italia non ci siano persone che si danno da fare. Magari non saranno molte, pero’ indubbiamente esistono. Certo riuscissero ad avere un po’ piu’ di sostegno da parte di editori, produttori, ministero della cultura e quant’altro non dovremmo sentire piu’ la classica frase della signora con la spesa in mano “Ce li rubano i paesi esteri le menti migliori! Ladri!”. No, signora, diciamolo una volta per tutte, vanno via dall’Italia semplicemente perche’ chi sa fare spesso non viene messo in condizione di dare il meglio nel suo lavoro, si va via perche’ manca un sistema di meritocrazia, si va via perche’ nella ricerca nessuno vuole investire…
Alla televisione inneggiano al fatto che il vincitore del Nobel sia italiano (va beh, e’ solo un piccolo particolare quello che dall’eta’ di nove anni abiti in America, no?). Ma la domanda sorge spontanea: se fosse cresciuto in Italia avrebbe davvero avuto la possibilita’ di raggiungere un tale risultato?
Nonostante tutto, c’e’ ancora qualcuno che in questo paese si da da fare. Basta solo considerare l’esplosione dei lavori del cinema indipendente su internet, gli esperimenti della letteratura di genere di questi ultimi anni…un movimento che pare partire dal basso.
Sta forse per sbocciare una nuova rosa dai petali multicolore?

Ho i miei dubbi.
Ma se succederà, credo utilizzerà canali non ortodossi per crescere e diffondersi - nuovi modelli commerciali, marketing virale, diffusione personalizzata, autoproduzione e quant’altro.
Le strutture tradizionali - editori, riviste, persino certe comunità on-line e siti internet - sono troppo chiusi su se stessi per poter partecipare in qualcosa di radicalmente nuovo.

E, terribile ammetterlo, la nascita di una nuova generazione di ingegni (”intellettuali” essendo ormai termine screditato, così come “creativi”), aperti al pubblico e desiderosi di operare in questo paese sarebbe davvero qualcosa di radicalmente nuovo.

Eppure le cose si muovono.
Nell’ultima settimana, tre grossi gruppi musicali hanno detto addio alle rispettive case discografiche diventando “free agents” (nella gustosa definizione del leader dei Nine Inch Nails) - distribuiranno la loro musica via internet con un sistema a riscatto o a offerta libera.
D’ora in avanti, chi non farà lo stesso sarà uno sciocco (e penalizzato) - a me no che le case discografiche non cambino (improbabile).
Molti registi distribuiscono intanto la propria opera come download, o attraverso canali tematici su Joost e Miro, e partecipano a mostre del cinema virtuali - spesso riprese poi da manifestazioni storiche reali (Venezia, Berlino).
Molti di questi film arrivano poi sul mercato dei DVD (o DViX) saltando a pié pari la distribuzione nelle sale o su reti televisive.
In alcuni paese (ma non in Italia, come ha tenuto a farmi notare qualcuno) fumettisti autoproducono le proprie opere e spostano decine di migliaia di copie al di fuori dei canali editoriali mainstream.

E non abbiamo neanche sfiorato il crescente movimento per l’Open Source nei testi scientifici - la Public Library of Science, che tende a svincolare da una certa tirannia delle case editrici cartacee la pubblicazione di articoli accademici, superando così (ad esempio) i tempi tecnici e l’ovvio ritardo che referaggio, revisione, impaginazione, correzione, stampa e distribuzione impongono ora alla diffusione delle scoperte scientifiche.

Tutto questo sta accadendo, ora, là fuori.
E curiosamente, in un mercato che ci vuole tutti freelancer per fare un favore alle aziende, figure che tradizionalmente hanno rivestito il ruolo di liberi imprenditori di se stessi (gli artisti, gli intellettuali, i chierici itineranti) sembrano sul punto di organizzarsi in un informale ma ben connesso network di liberi agenti.

Per i libri, per la narrativa la cosa è un po’ diversa.
Bisognerà prima di tutto vincere il pregiudizio contro il libro autoprodotto - è ok se un musicista o un regista pubblica da sé la propria opera, se io mi stampo i miei romanzi sono un cialtrone…
Pregiudizio amorevolmente accudito e nutrito dagli editori tradizionali.
Superato questo - la convinzione infondata che un libro dell’editore X a 30 euro sia automaticamente migliore di un volume autoprodotto da 5 euro - il mercato sarà pronto anche per una maggiore diffusione della letteratura.
Esistono esperimenti coraggiosi - e di successo - come quelli promossi da Jim Baen (primo editore ad offrire gratuitamente in download un’ampia fetta del proprio catalogo e ad abbracciare l’editoria elettronica), autori come Cory Doctorow o Charles Stross.
In Italia, i libri di Roberto Vacca, rispettato divulgatore e solido romanziere, sonodisponibili come e-text a pagamento.
E vendono.
E proprio in Italia è stato stampato, qualche anno addietro, il primo, minimo manuale per fumettisti indipendenti e autoprodotti - Fare Fumetti, di Davide Toffolo.Quindi ciò che sta accadendo là fuori potrebbe accadere anche qui.
La rosa multicolore di cui favoleggia Soumaré in un impeto poetico potrebbe sbocciare.

Ma ci vorrà UN SACCO di lavoro.
E per prima cosa dovremo smettere di dire che “però l’Italia è una realtà troppo diversa…” bla bla bla.

La realtà è ciò di cui riuscite a convincere il prossimo.

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