strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Nuovo racconto

Pubblicato da Davide su Marzo 20, 2008

Finito.
Consegnato.
E, apparentemente, approvato.

Si intitola Blooper, e ci sono buone probabilità che compaia nel quinto volume di Alia, l’antologia internazionale di narrativa fantastica pubblicata da CoopStudi a Torino.
Dicono anche che sarà illustrato.

Blooper è fantascienza, ed è fantascienza hard.
Erano un paio d’anni che l’idea si trascinava da un file all’altro senza riuscire a prendere forma.
Poi, lentamente, i pezzi hanno assunto un loro ordine, portando alla luce un paio di sviluppi che l’outline originale non contemplava.
Ora, promette di diventare il primo di una serie di (speriamo) tre racconti interconnessi (il secondo è già in macchina con una outline completa e circa mille parole) con in comune il tema dell’oceano e la presenza di cetacei.

Di cosa parla Blooper?
Dieci anni or sono, Ray Gordon è stato ucciso dai marziani (o così dice lui).
Ora, per pagare i conti, ha accettato di partecipare alla caccia alla Grande Balena Anomala dell’Atlantico Meridionale.
Ma chi sta cacciando chi? E perché?
Riuscirà Ray ad uscirne vivo - o per lo meno non più morto di quanto non sia già?

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Indistinguibile dalla magia

Pubblicato da Davide su Marzo 19, 2008

Aveva detto che chiunque fosse arivato vivo nel 2010 avrebbe avuto una buona probabilità di vivere in eterno, e per molti anni aveva dato l’impressione di esere ben intenzionato a dare l’esempio.
Ma non ce l’ha fatta.
Sir Arthur C. Clarke si è spento poche ore fa a nella sua tenuta di Sri Lanka, dove viveva dal 1956.
Con lui se ne va l’ultimo e probabilmente il migliore dei “Tre Grandi” della scuola di Campbell.
Scienziato.
Scrittore di fantascienza.
Divulgatore.
Futurologo.

Meno portato a gigioneggiare rispetto ad Isaac Asimov, meno monocorde di Robert A. Heinlein, Arthur C. Clarke è stato molto vicino a meritarsi il titolo di miglior autore di fantascienza tecnologica dl secolo scorso - un autore la cui opera è stata l abase per le successivecreazioni di autori più giovani.

La sua produzione letteraria è a tal punto vasta che isolare una manciata di titoli diventa il dominio del gusto assoluto.
Nel 1968, il suo racconto Sentinella divenne la base per la sceneggiatura di 2001 - Odissea nello Spazio, di Stanley Kubrik, ancora oggi il più influente filmdi fantascienza mai prodotto.
Altrettanto meritevoli di essere ricordati sono certamente Incontro con Rama, romanzo sul primo contatto con un vasto artefatto alieno, e Le Fontane del Paradiso, sulla travagliata creazione di un elevatore orbitale.
La Città e le Stelle affronta il tema del futuro destino tecnologico dell’umanità.
Polvere di Luna porta uno scrittore di fantascienza a confrontarsi con la realtà di un ambiente alieno ed ostile.
Personalmente, confesso una malsana passione per I Racconti del Cervo Bianco, che rimangono fra i favoriti di molti lettori.

Arthur C. Clarke fu anche autore di molti volumi di divulgazione, in particolare una notevole serie imperniata sulle sue immersioni subacquee in vare località del globo.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, Clarke sviluppò la teoria alla base dei satelliti di telecomunicazioni.
Pochi anni più tardi affermò che l’uomo sarebbe arrivato sulla Luna entro il 2000.
Nei primi anni ‘80 si disse convinto che poresto sarebbero state disponibili piattaforme di comunicazione telefonica portatili personali.
Rimane da verificare la teoria del break-even point nel 2001.
Ma visto l’eccellente record di previsioni positive precedenti, noi ci contiamo.

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Gli anni del riso e del sale

Pubblicato da Davide su Marzo 6, 2008

Ho deciso di mettermi in pari con la lettura (chi ha bisogno di dormire, comunque?)
Nel senso che, ok, ho una pila alta così di libri da leggere.
Però ce ne sono alcuni che, nel corso dei decenni, ho sempre messo in fondo alla lista.
Del genere, “Ah, prendo questo e questo e poi, se non trovo nulla di meglio, provo anche…”
Ora basta.
Ci sono dei libri che devono essere letti.
E poiché non vivremo in eterno, conviene leggerli adesso.

Ad esempio, The Years of Rice and Salt, di Kim Stanley Robinson.
Pubblicato da Bantam nel 2002.
L’idea di base - e se la grande pestilenza del quattordicesimo secolo, la Morte Nera, fosse stata appena un po’ più virulenta?
Diciamo in modo da spazzare via il 99% della popolazione dell’Europa…
In una narrazione episodica, il volume segue la storia del mondo dall’estinzione dell’Europa fino all’anno 1423 del calendario musulmano, vale a dire l’anno 2525 del calendario buddhista.
Il 2002 dopo Cristo.
Ma in un mondo in cui il cristianesimo è una nota a pié pagina della storia, l’Europa un continente reso deserto dalla malattia, e la storia è stata scritta da arabi e cinesi.

Robinson è in gamba - scrive benissimo, ha un grande rispetto per il lettore (e per la sua intelligenza), è a proprio agio con le storie che si dipanano per periodi lunghissimi.
Il libro è un bell’esercizio di quella che gli accademici chiamano storia controfattuale, un buon pro-memoria per tutti coloro che si crogiolano nella convinzione che esistano destini tracciati apriori e che le vicende umane siano qualcosa di più che un incidente casuale nell’evolvere del pianeta.
Utile per coloro che credono nella guerra fra le culture, nel Noi contro Loro, nella superiorità morale di un sistema di pensiero solo perché guardacaso capita che sia il nostro.
È sufficientemente autorevole da essere un testo consigliato in alcune scuole in giro per il mondo - tanto che qualcuno ha pubblicato on-line annotazioni e guida allo studio.

Era un po’ che trascuravo Kim Stanley Robinson.
Dopo il riso ed il sale, avendo letto precedentemente la trilogia di Marte (Red Mars, Green Mars, Blue Mars - solo il primo volume tradotto in italiano) e la trilogia delle Californie alternative (Wild Shore, Golden Coast, Pacific Edge - solo i primi due volumi tradotti in italiano), credo che mi riserverò per l’estate la trilogia della crisi climatica (Forty Signs of rain, Fifty Degrees Below, Sixty Days Counting).

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Massimo Citi come gli americani

Pubblicato da Davide su Febbraio 19, 2008

Massimo Citi è certamente una delle voci più interessanti nel panorama del fantastico italiano.
Autore prevalentemente di fantascienza, con delle mai smentite simpatie ballardiane, Citi è uno dei pochi coraggiosi che si sforzano di scrivere buona letteratura e non storielle.
E ci riesce.

Già in passato ho parlato di un suo libro su queste pagine, spiegando come sia impossibile spiegare perché Citi sia così in gamba.
Potrei paragonarlo ad altri autori, ma poi voi pensereste a loro, e non a lui, e sarebbe un peccato.
Potrei paragonare il suo stile di scrittura ad una macchina di precisione, ma voi poi pensereste ad ingranaggi e pistoni, e non cogliereste ciò che sta in profondità.
Potrei stralciare brani - ma perché limitarsi?
Leggete le sue storie, e fatevi un’idea vostra.
Non ve ne pentirete.

E se fino alla settimana passata per leggere una storia di Massimo Citi dovevate rintracciare uno dei suoi libri (magari nella sua libreria) e scucire danaro - col rischio poi magari di scoprire con estremo disappunto che ciò che scrive Massimo Citi non ha proprio nulla a che vedere con Eragon o con Star Trek - ora invece poterte semplicemente fare rotta sul suo blog, Fronte & Retro, e scaricare qualche campione.
Perché Max Citi, come molti autori anglosassoni e non solo, ha deciso di provare a mettere in rete alcuni dei suoi lavori meno conosciuti.
La selezione include un romanzo fermo ai primi capitoli.
Sarà interessante ora vedere come reagirà il pubblico.
Ci sarà abbastanza entusiasmo da convincere Massimo a proseguire?

Staremo a vedere.
Nel frattempo, buona lettura.

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Scrittori fortunati

Pubblicato da Davide su Gennaio 20, 2008

E così, alla fine, eccomi sull’orlo del lungo post che avrei voluto evitare.
Eppure…

Asakusa va a sbattere contro Licia Troisi, scopre che la stampa Mondadori e non qualche vanity press da pochi soldi e domanda…

Ma in base a cosa oggi si pubblica?

In base a ciò che l’editore ha fretta di mettere sullo scaffale.

Facciamo un salto indietro.
Nel 1985 l’Editrice Nord stava scivolando sulla china sempre più ripida del collasso finanziario, sostanzialmente dovuta ad una gestione suicida del catalogo - per cui l’editore intervistato ad una convention minimizzava suil valore di autori come Gibson o Bujold - che stampava lui! - descrivendo Guerra Eterna di Haldeman come “un’aventuretta senza pretesa”.
Da lì a pochi anni la casa editrice sarebbe meritatamente finita a gambe all’aria, chiudendo una carriera aperta con edizioni di classe di opere fondamentali, ristampando malamente testi fuori copyright - un espediente degli editori in difficoltà fin dai tempi di Weird Tales.
Venduta, comprata.
Ma nel 1986, la Nord decise di fare il colpaccio, e entrare nel Guinnes dei Primati.
Avrebbe potuto essere una buona manovra pubblicitaria, dopotutto.
Per ottenere questo risultato, bastò pescare da un cassetto un manoscritto di un diciottenne e pubblicarlo.
Et voilà, il romanzo dell’autore di fantascienza più giovane al mondo.
Guinnes.
Si tratta del Cosmo Argento numero 164.
Il libro era Il Sole non Tramonta, di Marco Pensante.
Un mediocre clone di Dune, senza l’intelligenza di Frank Herbert, con una caratterizzazione inesistente e un campionario di cliché e banalità da manuale - vedere alla voce “Cosa evitare”.

“Un’opera ambiziosa per l’ampiezza dello scenario, l’invenzione della vicenda e per lo stile narrativo.”

Lo trovate su eBay a cinque euro.
E non li vale.

Costituisce però, e questo è vero, un importante precedente.
Si tratta del primo romanzo pubblicato nell’ambito della letteratura d’immaginazione italiana - per lo meno a mia memoria - che arrivi alle stampe non per un merito letterario oggettivo o percepito dall’editore (che potrebbe non condividere l’opinione del critico), non per un “semplice” calcio nel sedere da parte di amici potenti, ma essenzialmente per caratteristiche di contorno, che con la letteratura non c’entrano nulla.
L’editore vuole un prodotto con certe caratteristiche esteriori sullo scaffale, e cerca un prodotto che soddisfi tale necessità.

Non importa che sia scritto bene.
Non importa che sia originale.

Secondo la definizione proposta dal sito Gamberi Fantasy per spiegare come Licia Troisi sia arrivata a Mondadori - una definizione sottoscritta dalla stessa Troisi, pare - Marco Pensante fu un autore fortunato.
Oggi fa il traduttore - tristemente noto per aver tradotto ICE come “ghiaccio” in un romanzo di William Gibson, Mona Lisa Overdrive - per Marco Tropea, per Mondadori.
Pare abbia anche tradotto Arkadi e Boris Stugatski.
Se ha scritto qualcos’altro - e ci risulta che lo abbia fatto - non ha fatto un grande rumore.
La fortuna di Pensante è stata di nascere nel 1968 e di avere un manoscritto nel 1986.
Nord aveva bisogno di un ragazzino per cercare di frenare il declino.
Non servì a nulla.

All’alba del nuovo millennio, Mondadori aveva bisogno di un fantasy indifferenziato, seriale, adatto anche ad un pubblico femminile.
Fortunata Licia Troisi.
Più fortunata di Pensante - perché Mondadori non è sull’orlo del collasso, non è governata come un ducato di Barsavia, può spendere denaro per l’artwork e la pubblicità, può contare su un po’ di critici ammaestrati.
Il resto è hype.

Certo, se davvero questo è il meccanismo di selezione, allora il rispetto per il lettore è sotto zero.
Ma se il lettore viene semplicemente percepito come il meccanismo biologico che trasporta le banconote dalla banca alla cassa della libreria, allora rispettarlo è probabilmente uno spreco di tempo.

E’ tutto qui, il panorama nazionale?
No, naturalmente.
Ci sono vecchi leoni che pubblicano eccellenti raccolte di racconti ma vengono malamente distribuiti in libreria e non vengono recensiti, coraggiose antologie a tema colate a picco dai loro stessi editori, ragazzi in gamba che pubblicano in proprio e scompaiono nella pila di spazzatura che affolla le pagine di Lulu.com e così via.

Senza un editore disposto a rischiare, un distriburtore capillare ed una critica onesta, nessun autore ha una speranza all’inferno.

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Un libro usato

Pubblicato da Davide su Gennaio 17, 2008

Lo ammetto, non ho mai sopportato granché quelle persone che acquistano libri “per completezza di collezione” - in altre parole per averli sullo scafale e non leggerli.
Se non lo leggiamo, un libro è la cosa più morta e inutile che si possa immaginare.
Certo, come diceva Cohen il Barbaro, con un buon libro ti scaldi per tutto l’inverno, ma a questo non ci sono ancora arrivato (e quando ci arriverò, ho la consolazione di poter prevedere molti lunghi inverni al caldo).

Ci sono comunque delle eccezioni (al comprarli e non leggerli, non al comprarli e bruciarli).
Leggere il libricino usato che il postino mi ha cacciato nella buca per le lettere stamani e pagato la cifra vertiginosa di un bel centesimo di euro (più le spese di spedizione) è pressocché impossibile.
Pubblicato nel 1983, ha le pagine color tabacco e la costola rigida come la giuntura artritica di un ultracentenario.
Leggerlo vorrebbe dire distruggerlo.
E tuttavia.
Si trata di Changewar, di Fritz Leiber, unica edizione (Ace Books) di tutte le storie della Guerra del Cambio scritte da quello che rimena il miglior autore di letteratura d’immaginazione del ventesimo secolo.
La mezza dozzina di racconti inclusi nel volume, insieme con le due novelle che vanno di solito sotto iltitolo di Big Time, il Grande Tempo, formano un corpus definitivo sul tema dei viaggi e della manipolazione del tempo.

Attraverso i secoli e gli eoni, i Ragni e i Serpenti, fazioni senza volto e dai fini nebulosi, si combattono in un conflitto il cui scopo è portare al compimento tutte le possibilità.
L’arma fondamentale è l’inserimento di agenti in periodi chiave della storia, al fine di cambiarne gli eventi - sostituire Elisabetta prima con una sosia, uccidere Hitler, fornire un’atomica ai Cartaginesi…
Contro di loro, la natura viscosa e resiliente del tempo stesso - che è maledettamente difficile deviare dalla traiettoria principale.
E chi sono, esattamente, Ragni e Serpenti?
Leiber fu il primo, e il migliore, a costruire una intera cosmologia a partire da assunti essenzialmente avventurosi.
Le sue storie sono fondate su una logica ferrea, stemperate di un umorismo perfido, politicamente e filosoficamente stimolanti, e scritte in un linguaggio perfetto.
Dopo Leiber e la Guerra del Cambio, nessuno poté più scrivere storie di viaggi nel tempo “alla vecchia maniera”.

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Quattro articoli fondamentali

Pubblicato da Davide su Gennaio 14, 2008

Questi davvero me li stampo e li rilego.
Ne faccio magari anche un po’ di copie, da regalare agli amici.
Si tratta di quattro pezzi- due lunghi e due brevissimi - scritti da M. John Harrison riguardo ai mondi del fantastico - come si costruiscono, come non si costruiscono, cosa sono, cosa non sono - e pubblicati in rete.

Nell’ordine in cui l’autore sugerisce di leggerli sono:

What it might be like to live in Viriconium, dell’Ottobre 2001.

Any child can see that the map is not the ground. You cannot make a “reliable” map. A map, like a scientific theory, or consciousness itself, is no more than a dream of control. The conscious mind operates at forty or fifty bits a second, and disorder is infinitely deep. Better admit that. Better lie back and enjoy it—especially since, without the processes implied by it, no one could write (or read) books anyway. Writing is a con.

Licensed settings, del Gennaio 2007.

When you engage with a novel, it is an engagement with words. What you engage is not a world but the motives of the author, mediated by some more or less effective technical tricks (actually, even that is a faint hope you both have, a shared lie, an over-dignified description of an ungainly struggle with the text’s promises).

Very afraid, ancora del gennaio 2007.

Every moment of a science fiction story must represent the triumph of writing over worldbuilding.

… e per finire Worldbuilding: Further Notes, del Dicembre 2007.

When I make a distinction between writers & worldbuilders I am making a distinction not just between uses of a technique, but between suites of assumptions about language, representation & the construction of “the” world as well as “a” world.

Nel complesso non ne uscirebbe un volume ponderoso - un paio di decine di pagine al massimo.
Ma la visione di M. John Harrison è, come in tutti i suoi scritti, sufficientemente sovversiva ed originale da cortocircuitare qualsiasi “regola” appresa da manuali, corsi o dibattiti.

Scopriamo intanto con piacere che Nova Swing, l’ultima fatica dello scrittore inglese, è fra i cinque finalisti al premio Philip K. Dick (dopo l’Arthur C. Clarke e il British Fantasy Award).

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Fuori Sync 1

Pubblicato da Davide su Gennaio 10, 2008

Domanda - come è possibile che una sveglia puntata alle 7.45 suoni alle 8.15?
Una sveglia digitale?

Di fatto, da alcuni mesi in questa casa non si riescono a sincronizzare due orologi neanche pregando l’anima di Louis Cartier.
Neanche i clock dei computer - e questa è tutta da ridere.
Ci si connette con entrambe le macchine ad uno di quei servizi con l’orologio atomico per l’aggiustamento del clock, e tempo una mattinata le due macchine non sono più sincronizzate.
Di una questione di decimi di secondo, certo, ma è inquietante.
Che fosse per questo che il mio capo servizio, in Aeronautica, aveva un computer con un doppio clock, un clock per controllare l’altro?

La cosa assume effetti macroscopici, e ridicoli, con gli orologi unpo’ più naif sparsi per casa.
Dal tavolo della cucina, guardando verso il soggiorno, vedo d’infilata tre orologi - l’orologio del forno a microonde, l’orologio a parete della cucina, l’orologio stile old navy dell’ingresso.
Posso sincronizzarli ogni dannata mattina - in capo a due ore saranno sfasati di non meno di quindici minuti.
Cambiare batterie?
Inutile.

In camera mia, seduto sul letto, mi volto a destra e vedo un orologio a parete e una vecchia sveglia “della nonna”.
La sveglia tende ad accelerare - ma succede ai vecchi orologi a molla.
Entrambi gli strumenti danno comunque una lettura diversa rispetto a ciò che vedo guardando a sinistra - gli orologi del lettore DVD e della radio multibanda.
Che fa anche da sveglia.
E che scarta di mezz’ora senza motivo.
Qualche volta.

Stessa faccenda in soggiorno - due orologi, nessuna sincronia.

Non parliamo poi degli orologi da polso.

La spiegazione, alla mia mente acuta di scrittore di fantascienza, è ovvia ed immediata.
Deve esserci un micro buco nero che circola per casa.
Uno di quelli che da un po’ di tempo gli scienziati postulano si possano trovare oltre l’orbita di Saturno, ma che potrebbero anche formarsi nell’atmosfera terrestre, con una massa di circa 2×10^-8 chilogrammi e poche probabilità di darci dei seri problemi.
Un’affare infinitesimale, sballottato da correnti d’aria e colpi di ramazza, e desinato a scomparire in un fizz da bibita gassata entro tempi brevi in conseguenza della Radiazione di Bekenstein-Hawking, e che tuttavia col suo campo gravitazionale anomalo spazza casa mia e manda in tilt non tanto gli orologi, ma la struttura stessa dello spaziotempo einsteiniano, mano a mano che l’orizzonte degli eventi del nanerottolo si sposta per casa, causando un locale rallentamento del tempo soggettivo.
La presenza di un minuscolo buco nero a piede libero per casa potrebbe anche spiegare perché in questo posto i calzini spaiati abbondino, e le penne biro tendano a scomparire in maniera quasi cronica.
E perché le lampadine si fulminino con tanta facilità.

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