strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Il fondo del barile

Pubblicato da Davide su Febbraio 15, 2008

Brutta cosa, i gingilli che WordPress mette a disposizione dei blogger ospitati.
Tutti quei programmini per plottare le statistiche sui nostri visitatori, sapere chi ha guardato cosa, quante volte un motore di ricerca ha indicato il nostro blog in risposta alla query “danze esotiche”, chi ci linka, a chi siamo linkati…
Cosa viene letto sulle nostre pagine.
Quando.

Attraverso uno di questi malsani aggeggi accessibili dal dashboard, scopro un paio d’ore or sono che alcuni visitatori sono arrivati sulle mie pagine da Anobii.
Da Anobii!
Il posto figo dove la gente cool sfoggia i libri trendy che ha letto (e anche quelli che no), il posto dove la cultura può essere finalmente sbattuta in faccia al prossimo in forma di numeri, dove si può parlare di libri fra gente che i libri li esibisce
Su Anobii c’è un link a Strategie Evolutive?!

Devo sapere chio mi ha citato.
Come.
Dove.
Perché.
E così ci faccio un giro, piombando su una orrida polemica, indovinate un po’, fra appassionati di fantasy.
Perché su Anobii si creano anche delle comunità di lettori dalle inclinazioni affini, che possono discutere del loro soggetto preferito.
Ed è così che scopro FantasYtalia.

E meraviglia, davvero questi giovani uomini e queste giovani donne (circa un migliaio) si consigliano libri, e si scambiano opinioni!
Affermano con coraggio il proprio gusto letterario.
Come nei più titolati salotti letterari, il serio si alterna al faceto anche sui forum di Anobii, e se è vero che i nomi di Weiss & Hickman (perpetratori della più bieca polpetta fantasy mai pubblicata) compaiono un po’ troppo spesso per i miei gusti.
C’è chi propone Drizzt come icona della narrativa fantastica, chi si domanda se le storie di vampiri della Rice siano o meno fantasy, ma, hei, c’è anche chi osserva…

ho sempre sentito parlare bene di Vance (ciclo di Lyonesse) e Zelazny (ciclo di Ambra)

Ma tu guarda.
In giro c’è gente che parla bene di Jack Vance.
E di Roger Zelazny.
Qualcuno arriva a definire Roger Zelazny “alla pari con George R.R. Martin”.

E che dire della lapidaria ma profonda segnalazione

-Dune (che forse è più fantascienza)

Forse?

Potrei proseguire a lungo, ma la polemica si farebbe trita, l’ironia troppo greve.
Fatelo da voi.
Fatevi un giro in rete.
Leggete i forum degli appassionati di fantasy, e scoprirete cos’è la desolazione.

Per me non ci sono dubbi.
La desolazione è quando alla domanda “quale personaggio rappresenta il fantasy”, la risposta che viene data è

Tom Bombadil.

Davvero la rete sta diventando l’amplificatore della futilità.

Non parlerò più di fantasy per un po’, scusatemi.
Se non altro, non voglio rischiare di essere accomunato a questa platea di minus habens.

Il mio giudizio non lo so dare, ma vi ricordo anche Elric di Melnibonè (Moorcock)

Come cantavano i Ramones, I Wanna Be Sedated.

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Ancora Black Company

Pubblicato da Davide su Febbraio 6, 2008

Come per dare una boccata d’aria agli appassionati di fantasy stanchi di infiniti elfi indistinti, la Tor Books annuncia per l’estate l’uscita del secondo omnibus dedicato alla Black Company di Glen Cook.

Intitolato molto appropriatamente The Books of the South, il volume contiene Shadow Games, Dreams of Steel e lo stand alone The Silver Spike.
Finito il lavoro al nord (descritto nei tre romanzi di The Chronicles of the Black Company, anche noti come The Books of the North), ciò che resta della Compagnia torna a sud sulle tracce delle proprie origini.
Prosa trasparente e diretta, azione ellittica, personaggi memorabili e temi per i quali un adulto non deve vergognarsi.
Per il 2009 si ipotizza l’uscita del terzo omnibus, The Books of the Glittering Stone, in cui finalmente la compagnia chiuderà i conti con amici, nemici e con la propria storia profonda.

L’edizione in omnibus, oltre a ridare ai romanzi la loro struttura cronologica originaria, stampa finalmente la serie completa con una veste grafica uniforme e piacevole (le vecchie copertine erano abbastanza orribili).

Ci auguriamo intanto che Cook trovi il tempo e la voglia di scrivere gli ultimi due romanzi del ciclo, gli annunciati e mai completati A Pitiless Rain e Port of Shadows.

Frattanto, Night Shade Books ha pubblicato - con lo stesso formato usato da Tor - A Creuel Wind, un omnibus che raccoglie i primi tre romanzi della serie The Dread Empire, primo ciclo ideata da Cook, un altro fantasy militare ricco di intrighi, una struttura sociale e politica credibile, ed un uso sapiente del tempo profondo.
Proprio al Dread Empire è recentemente tornato l’autore, lasciando per un po’ Kathovar e la Compagnia.
Il volume Night Shade è vagamente più costoso dei volumi Tor (che hanno una tiratura molto più elevata), ma garantisce un elevato livello di intrattenimento.

Finora Cook rimane ignorato dall’editoria italiana.
E forse è meglio così.
Spesso criticato dagli appassionati di fantasy per il linguaggio scarno e lontano dagli afflati lirici (un po’ fasulli) dell’High Fantasy post-tolkienoide e pseudoceltica - in effetti tutto ciò che i suoi estimatori considerano un punto di forza - Cook ha avuto finora una sola uscita in Italia: La Torre di Tenebra, edizione Sonzogno (1990) del romanzo The Tower of Fear(1989), un’opera minore dell’opus di Cook.
Pare lo si trovi abbastanza facilmente sulle bancarelle.

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Prima il Nulla…

Pubblicato da Davide su Febbraio 4, 2008

Avrei voluto fare un post sullo scambio di bordate fra Sandrone Danzieri e Gamberetta sul blog Gamberi Fantasy (l’indirizzo lo trovate qui a destra) riguardo alle recensioni non proprio lusinghiere che la crostacea ha riservato ai lavori di Licia Troisi.
Interessante ed importante, che un autore “di nome” come Danzieri, ed una persona che certamente ha parecchie altre cose dafare, trovi il tempo e senta la necessità di intervenire su un blog in fondo a basso profilo (quanti hit al giorno faranno i Gamberi? 1000?) per prendere le difese dell’indifendibile.
Oh, e non sto facendo polemica.
Indifendibile perché chi è là fuori, se ha un’idea sulla Troisi, l’idea sulla Troisi è quella, e non cambierà.
Né per le recensioni di Gamberetta.
Nè per le reazioni di Danzieri.
Inattaccabile/Indifendibile.

Ed è appunto questa faccenda dell’immutabilità delle opinioni dei fan che mi scoraggia dal fare un post su quel post (e poi, un post su un post in un post? Cos’è?) e mettere giù invece un paio di notarelle dalla mia biografia.
Tempo di rimettere in pista il vecchio pork chop express.

Confessioni di un lettore (e talvolta scrittore) di fantascienza:
Quand’ero ragazzo, in TV c’erano tre serie televisive “fondamentali” - UFO e Spazio:1999 di Gerry Anderson e, un po’ più tardi, Star Trek - quella che adesso chiamano “la serie classica”.
I più malati fra noi ricordavano ancora Le Avventure dell’Astronave Orion e i Thunderbirds.

Esistevano partigianerie minime.

Ma io, per dirne una, sono sempre stato più un fan di Agente Speciale o de Il Prigioniero, che non di certa fantascienza più conclamata.
Che comunque ho sempre guardato con piacere.

Poi, attorno ai primi anni ‘80, si chiusero i rubinetti.
La RAI ci passava ogni tanto Il Pianeta delle Scimmie, ma a parte quello, e i cartoni giapponesi, nulla.
Gli unici che tenevano duro, durissimo, erano i trekkies - che continuavano a guardare episodi registrati in VHS ed a leggere spin-off, e ad incontrarsi in tristi convention.
Poi, arrivò Star Trek: The Next Generation - e d’improvviso TUTTI divennero fan di ST:TNG.
Che era fondamentalmente orribile.

Spiego.
Mi piace l’universo di Star Trek.
Mi piacciono le idee che lo governano - la società egualitaria, la fiducia nel potere dell’intelligenza per risolvere i problemi, la ricerca di soluzioni pacifiche, la mistica dell’esplorazione.
Ma TNG era ed è proprio scritto male - i problemi venivano risolti non facendo, ma dicendo di fare.  Il technobabble dominava.
I personaggi erano di cartone - talmente di cartone che difficilmente un fan riuscirà a nominare un suo preferito all’interno del ponte di comando della nuova Enterprise (ed io stesso, incollando l’immagine qui di fianco, ho scoperto improvvisamente TRE personaggi che non ricordavo).
Quindi, concedetemi la mia opinione - TNG era pessimo, specie paragonato al più vecchio, più ingenuo ma più intelligente Star Trek.

Però, come mi spiegò un amico che in fondo condivideva la mia valutazione “E’ l’unica fantascienza televisiva che abbiamo, quindi dobbiamo dire che è bello.”
E molti, che trekkies non erano, si ritrovarono a spergiurare che TNG era il dono di Dio alla fantascienza.
Perché era letame, ma essendo l’unico letame disponibile, dovevamo farcelo piacere.

Poi arrivò X-Files, e TUTTI divennero fan di X-Files.
Almeno per un po’.
E poi TUTTI divenero fan di Babylon 5.
Di Stargate SG-1.
Di Star Trek: Deep Space 9
Di Farscape.
Di Star Trek: Voyager.
Di Buffy l’Ammazzavampiri.
Di Star Trek: Enterprise.
Di Firefly.
Di Lost.
Di Jericho.

Almeno per un po’.

Sempre lo stesso meccanismo.
Opinioni entusiastiche na sostanzialmente vuote, fanfiction illeggibile, nascita-morte-trasfigurazione di fanzine, acquisto in massa di VHS, DVD, spin-off.

Belli? Brutti?
Non aveva alcuna importanza.
Il gusto era andato perduto.
“Entusiasmo” era tutto ciò che si poteva provare per qualsiasi cosa su chermo che avesse uno straccio di effetto speciale.

SOMBUNAL: stiamo generalizzando, naturalmente.
Ci sono là fuori appassionati dal gusto squisito.
Ma la tendenza generale era diretta alcontinuo entusiasmo, alla continua stupefazione.
WOW!

Tutto questo per dire che l’entusiasmo senza freni di una fetta consistente del pubblico per un prodottoi dalle qualità quantomai discutibili, non è nè una prova della stupidità del pubblico o della manipolazione del mercato(tesi Gamberetta), nè della implicita bontà del prodotto (tesi Danzieri).
Basta vendere qualcosa di anche solo marginalmente nuovo ad un pubblico affamato di novità, e quello lancerà un urlo di piacere.

Il rischio - se dobbiamo imparare dal passato - è che nel pubblico, trattato in questa maniera poco rispettosa, si inneschi un feedback deleterio e inarrestabile, per cui qualsiasi novità, di qualunque tipo, sarà abbracciato in maniera assolutamente acritica, come il dono di Dio al pubblico.
Almeno per un po’.

…. e poi, le Tenebre.

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Einaudi apre al fantasy e chiude all’intelligenza

Pubblicato da Davide su Gennaio 29, 2008

Riprendiamo la notizia da FantasyMagazine, su segnalazione dell’eccellente Shamanic Journey

E’ italiana. E’ giovanissima. E’ autrice di un romanzo fantasy… e ha conquistato una delle più blasonate case editrici italiane, che con questo romanzo si è decisa ad aprire le porte al genere fantasy

Cominciamo col porci una domanda… ma perché questa ossessione per le autrici giovanissime?
È un tratto culturale, il fascino della gerontocrazia per la jeune fille, vapida creatura priva di opinioni che si cincischia i capelli, e per le sue esternazioni su carta stampata?
Moccia & Muccino ormai annidati nel nostro DNA?
Un’astuta tattica di marketing, per far leva sul voyeurismo di un pubblico sfatto, che non potendo guardare nella biancheria intima delle ragazzine spera di ricavare uno straccio di titillazione dal guardare nel loro cervello?

Diciamolo chiaro e tondo: gli autori giovanissimi non sono una garanzia di qualità.
Neanche quando hanno il buon gusto di morire alla svelta.

Ma proseguiamo con l’articolo di Fantasy Magazine…

La scelta di Einaudi di guardare al fantasy è soltanto l’ultimo tassello in questo grande mosaico che abbiamo seguito nel corso di questi anni. Una delle più blasonate case editrici d’Italia (fondata nel 1933 da Giulio Einaudi) ha deciso di aprire le porte al genere che tanto ci appassiona. E l’ha fatto, a nostro avviso, nel migliore dei modi: puntando lo sguardo sugli autori di casa nostra. Dando una possibilità alle creazioni nostrane, senza dover ricorrere alla produzione straniera (per quanto pregevole essa possa essere). La qualità, quella vera, sta di casa anche in Italia.

Sarebbe bello leggere recensioni e non marchette.
La monumentale scelta di Einaudi, che blasonata lo rimane solo sulla carta e che da una quindicina d’anni ha cessato di essere editore di qualità per diventare editore di cassetta, è una pura manovra di marketing.
Quale genere “tira” al momento?
Volete un indizio?
Harry Potter.
Aha, bravi, indovinato, il fantasy mirato ad un pubblico adolescenziale di tutte le età.

Sul fatto che la qualità stia di casa in Italia, sospendiamo il giudizio (avendo perpetrato anch’io del fantasy, mi tirerei la zappa sui piedi, giusto?).
Certo, assicurarsi il manoscritto di un’esordiente italiana al margine dei diciassette (come cantava Stevie Nicks) costa sei/otto volte inmeno rispetto ad acquistare e tradurre un solido romanzo straniero (e ce ne sono tanti).
E notate i tempi - Rowlings esaurisce il suo prodotto, Einaudi ha il rimpiazzo pronto.

Ma cosa si preparano ad ammannirci, la blasonata Einaudi e la giovanissima promessa…

La scelta è così caduta sul primo volume di una giovanissima autrice italiana, soltanto diciassettenne, dando vita a una specie di caso letterario nel caso letterario. Lei è Chiara Strazzulla e il suo primo romanzo, un volume di 500 pagine in uscita a maggio 2008, nella collana Einaudi — Stile libero extra, s’intitola Gli Eroi del Crepuscolo.

Visto? Edge of seventeen.
Ai miei tempi, i diciassettenni erano troppo impegnati a fare le loro prime esperienze sessuali per aver tempo di scrivere fantasy. Oggi, col fatto che cominciano ad essere sessualmente attivi a quattordici, a diciaassette già si sentono pronti a scrivere romanzi.

Il titolo è falso e scontato, e come altri hanno fatto notare, ricorda maledettamente il primo volume della saga di Dragonlance, ripetitiva ma competente polpetta fantasy scritta da Weiss & Hickman una ventina d’anni or sono, frutto delle loro partite a Dungeond & Dragons.

Ma un momento, magari, nonostante un’autrice troppo giovane, una casaeditrice rapace ed un titolo patetico, il romanzo è interessante, giusto?
mai dire mai…

Il Signore delle Tenebre ha rapito la figlia del Re degli Eterni e a Dardamen la guerra è alle porte. Il giovane Lyannen, mezzomortale innamorato della principessa, si offre di partire con un gruppo di fedeli amici per salvarla. Slyman non ha mai visto Dardamen, è cresciuto lontano da tutto e tutti, non sa da dove viene né di chi è figlio, non sa nemmeno chi è. Ma si unirà a Lyannen e gli altri per salvare il Regno. Una missione costellata di avventure mozzafiato, tra fate, amazzoni, ka-da-lun e pixies, paludi e nebbie, profezie e segreti rivelati.

Sottolineiamo i cliché…

Insomma, le premesse ci sono tutte per una benemerita porcheria.
Meno di un mediocre modulo per D&D.
E d’altra parte, povera ragazza, ma cosa vi aspettate?
Ha diciassette anni!
Un’età nella quale il Signore delle Tenebre e l’acne incombono con uguale pathos all’orizzonte.
I sentimenti sono malformati, le esperienze nulle, le opinioni indegne di essere scritte su carta.
Cosa vi aspettate che scriva, povera ragazza?

E qui qualcuno potrebbe anche inalberarsi.
la ragazza ha diciassette anni ed il diritto di far quel che le pare, e chi sono io per stroncarla senza nenache aver letto il suo libro.
Sacrosanto - la ragazza ha il diritto di fare ciò che più la diverte.
Ma nessuno spacciatore di libri ha il diritto di vendercela come il dono di Dio al fantasy quando tutto lascia presagire solo una lecitissima, anche rispettabile, montagna di banalità da liceale; il genere che si riscopre con un certo imbarazzo, a trent’anni, in uno scatolone in soffitta e ci si domanda se - fra il lavoro da finire per il mese prossimo e la revisione degli ultimi tre racconti - non si riuscirebbe magari a trovare il tempo per rivederlo e cavarne fuori qualcosa di buono.
Magari una parodia.

Perché tutti abbiamo scritto libri a diciassette anni.
Per rimorchiare.
O per sottolineare la nostra immagine di outsider.
Per tirarsela.
O per vedere che effetto fa.
Si tratta di una lecita, necessaria, indispensabile forma di onanismo.
ma poi, come in campo sessuale si gettano i calzettoni di spugna e si passa alle donne, così il nostro primo romanzo lo gettiamo in fondo a un cassetto e cominciamo a scrivere davvero.

L’operazione di Einaudi è pornografica, poiché mostra ciò che non si dovrebbe mostrare - e lo fa per danaro.

Oltre a ciò, l’uscita in pompa magna di cose come questa ha due ulteriori effetti orribili.
Primo - santificando l’autrice alla sua opera prima, le viene formalmente impedito di crescere e migliorare; venduto questo, gli editori vorranno solo “more of the same”. Magari lei si adatta - dopotutto, ben venga il pattume se significa diventare best seller con Einaudi. Oppure si troverà presto stretta nel ruolo che l’editore le ha ritagliato (le consigliamo a questo punto un bello pseudonimo per le opere più mature che scriverà fra quindici anni).

Secondo - il pubblico viene ulteriormente drogato con bassissima qualità spacciata per capolavoro.
La critica è giuà stata armata col “caso letterario nel caso letterario”, e opportunamente lubrificata dall’editore.
E i fan, lo abbiamo già detto in passato, sono cretini.
Non basta essere diciassettenni ed italiani, e pubblicati da Einaudi, per scrivere capolavori. ma volete scommettere? Traboccheranno di lodi, i blog dei decerebrati, e vi spiegheranno nel dettaglio perché non avete capito nulla.

La tentazione del G.A.F.I.A. è sempre più forte.

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Meglio se restava sommerso?

Pubblicato da Davide su Gennaio 20, 2008

In un colpo chiaramente mirato a vendicarsi della mia battuta sugli spaghetti, il malvagio Elvezio Sciallis segnala, nell‘ultimo post sul suo blog, una recensione lunga, articolata e definitiva comparsa sul sapido Gamberi Fantasy, una disamina che fa finalmente giustizia dell’opus della più popolare fantasista italiota sul mercato, Licia Troisi.

Elvezio segnala quel post come “miglior recensione ever” - e io brindo a questo.
Ma ben sa, lo Sciallis, che provocato da una recensione che non si può non condividere (per lo meno nelle sue linee generali), rischio di passare la domenica pomeriggio a martellare sulla tastiera, spacciandomi così l’unico giorno libero della settimana a disquisire per l’ennesima volta, inutilmente, su tutto ciò che nel fantasy nazionale proprio non funziona.

Ma il gioco di Sciallis questa volta va in cortocircuito, e l’angelo che egli serve gli riveli dunque che non solo ho una pila alta così di libri da leggere, ma questo pomeriggio mi aspetta addirittura un triplo spettacolo di Doug McClure.

    The Land that Time Forgot.
    At The Earh’s Core.
    Warlords of Atlantis
    .

Praticamente un piccolo festival della Amicus.

Altro che Mondo Emerso.
Qui ciò che è sommerso rimane tale, e meglio così - tutto considerato.

E poi, perché dovrei dilungarmi?
Che i libri della Troisi siano decisamente al di sotto della media di leggibilità è un dato ormai noto e rilevato da più parti.
A riprova, stralciamo un esempio dello stile descrittivo dell’autrice (neanche il peggiore, a dire il vero)…

Osservò i muscoli compatti delle gambe, la pancia piatta, le braccia forti, frutto degli allenamenti con la spada e delle battaglie. Si stupì che il suo corpo fosse cresciuto tanto in fretta, quasi a sua insaputa, trasformandola in una donna: aveva belle forme e un seno forse un po’ abbondante, ma ben disegnato. Si avvicinò al riflesso del suo volto. Ho gli occhi troppo grandi. Però il colore le piaceva: era intenso e profondo.

Tutto questo naturalmente è ridicolo, sciocco oltre ogni limite e anche mal scritto (un po’ come in quella vecchia barzelletta, “qui il cibo fa schifo, e ce ne danno anche poco!”).

C’è poco altro da aggiungere. La lunga recensione dei pescatori di gamberi è esaustiva ed estenuante, e riceve la piena approvazione del sottoscritto, giù giù fino al consiglio di leggersi piuttosto Ash, di Mary Gentle, che è un libro con i cojones.

Unico appunto - Troisi pubblicata per fortuna?
La fortuna non esiste.

Il problema è piuttosto un altro.
E’ ammissibile che un autore esordiente pubblichi - per scelte commerciali dell’editore, che ha bisogno di occupare una nicchia di mercato - un’opera prima pessima.
Non è consigliabile, ma è possibile - specie se l’editore non ha un editor degno di questo nome che ripulisca il manoscritto dell’esordiente.
Resta comunque aperta l’opzione di crescere e migliorare con le uscite successive.
Ma quando un più che mediocre esordio viene immediatamente celebrato come vertice inarrivabile (si vedano le reazioni dei fan citate nell’articolo gamberesco), che interesse avrà l’autore a fare un onesto esame del proprio lavoro per definire i problemi e porsi in cerca di una soluzione?

E qui chiudo e vado a guardarmi i film con Doug McClure.

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Quattro articoli fondamentali

Pubblicato da Davide su Gennaio 14, 2008

Questi davvero me li stampo e li rilego.
Ne faccio magari anche un po’ di copie, da regalare agli amici.
Si tratta di quattro pezzi- due lunghi e due brevissimi - scritti da M. John Harrison riguardo ai mondi del fantastico - come si costruiscono, come non si costruiscono, cosa sono, cosa non sono - e pubblicati in rete.

Nell’ordine in cui l’autore sugerisce di leggerli sono:

What it might be like to live in Viriconium, dell’Ottobre 2001.

Any child can see that the map is not the ground. You cannot make a “reliable” map. A map, like a scientific theory, or consciousness itself, is no more than a dream of control. The conscious mind operates at forty or fifty bits a second, and disorder is infinitely deep. Better admit that. Better lie back and enjoy it—especially since, without the processes implied by it, no one could write (or read) books anyway. Writing is a con.

Licensed settings, del Gennaio 2007.

When you engage with a novel, it is an engagement with words. What you engage is not a world but the motives of the author, mediated by some more or less effective technical tricks (actually, even that is a faint hope you both have, a shared lie, an over-dignified description of an ungainly struggle with the text’s promises).

Very afraid, ancora del gennaio 2007.

Every moment of a science fiction story must represent the triumph of writing over worldbuilding.

… e per finire Worldbuilding: Further Notes, del Dicembre 2007.

When I make a distinction between writers & worldbuilders I am making a distinction not just between uses of a technique, but between suites of assumptions about language, representation & the construction of “the” world as well as “a” world.

Nel complesso non ne uscirebbe un volume ponderoso - un paio di decine di pagine al massimo.
Ma la visione di M. John Harrison è, come in tutti i suoi scritti, sufficientemente sovversiva ed originale da cortocircuitare qualsiasi “regola” appresa da manuali, corsi o dibattiti.

Scopriamo intanto con piacere che Nova Swing, l’ultima fatica dello scrittore inglese, è fra i cinque finalisti al premio Philip K. Dick (dopo l’Arthur C. Clarke e il British Fantasy Award).

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Qualche annotazione notturna sulla narrativa di genere

Pubblicato da Davide su Dicembre 15, 2007

Nell’ultimo post ho parlato di Qin, gioco di ruolo wuxia.
E proprio sul wuxia ho avuto una lunga e fondamentalmente inconcludente conversazione con un amico qualche notte fa.
Si dibatteva sui meriti relativi di film quali La Foresta dei Pugnali Volanti o Hero su opere meno stilisticamente sublimi ma più emotivamente soddisfacenti come One Armed Swordsman, Zhu o qualsiasi cosa con Ti Lung prima che John Woo lo resuscitasse negli anni ‘80 per i suoi film della serie A Better Tomorrow.

Da lì, si è passati a parlare delle regole del genere, e di cosa renda il genere piacevole a chi lo frequenta, e il discorso ha preso una piega più costruttiva - ed estendibile a qualsiasi narrativa “di genere”.

Premesso che con “genere” possiamo indicare una categoria più o meno ampia di opere o di autori ai quali facciamo riferimento nel creare ciò che scriviamo, e quindi non tanto un monolito teorico quanto un insieme organico, credo che siano accettabili le seguenti affermazioni:

  • il genere promette qualcosa di più o meno preciso al lettore
  • il genere fornisce una struttura di riferimento all’autore
  • la struttura può essere una intollerabile gabbia opprimente o una benedetta impalcatura di sostegno, a seconda di come viene affrontata e vissuta.

Proprio giocando con le aspettative del lettore, il genere ne stimola la partecipazione all’atto creativo (senza qualcuno che lo legga, il libro è un oggetto privo di vita o significato. Il lettore deve partecipare, contribuire con la propria immaginazione.
Ci piacciono delle storie sufficientemente familiari da permetterci di immergerci in esse, ma abbastanza diverse da sorprenderci.
Di solito questo è tutto ciò che si domanda all’autore di genere.

Sulla gabbia del genere, credo che le sbarre e le travi portanti siano definibili come segue:

  • il genere comporta delle regole o delle convenzioni (travi di una impalcatura)
  • il genere immancabilmente genera dei cliché (sbarre di una gabbia)

Nella narrativa lovecraftiana - per fare un esempio semplice - l’esistenza nel nostro universo di vaste forze incomprensibili ed indifferenti all’uomo è una convenzione imprescindibile.
Il tomo maledetto che svela l’arcano e l’entità sovrannaturale con troppe consonanti nel nome sono cliché, così come l’amico eccentrico collezionista di incunaboli e lo zio morto dopo una settimana dal suo rientro dall’Isola di Pasqua.

Si noti che i cliché non nascono come tali - idee all’origine piuttosto fresche diventano cliché a causa della pedestre ripetizione della struttura.
Il barbaro amorale e sbrigativo che guarda con sospetto la civiltà e desidera solo vivere un altro giorno per combattere, sbevazzare e andare a donne non è una brutta idea, come personaggio.
Al terzo clone di Conan il Cimmero diventa un cliché.

Potrei aggiungere qui un’idea - non sarà che il cinema di genere fa tanta acqua perché chi lo fa, non avendo amore o rispetto per il genere, tende a mescolare convenzioni e cliché, o a privilegiare questi ultimi tout court, perché di fondo sono più facili da gestire e cullano una certa fetta del pubblico - i più pigri - liberandoli dall’incombenza di dover contribuire con la loro intelligenza alla narrativa, sciogliendosi invece in un senso di tranquillità e deja-vu.

Esercizio: guardate Kill Bill.
Notate come tutti i personaggi, con l’eccezione della Sposa e di Bill, siano cliché.
Uno dei problemi del cinema di Tarantino è proprio questa apparente mancanza di riguardo alla divisione fra convenzioni e cliché - probabilmente una mancanza di riguardo voluta, e intesa come sberleffo anti-intellettual verso tutti quelli che il gioco non l’hanno capito.

Un buon metodo per identificare un cliché è questo - sono solitamente incapsulabili in una definizione sostantivo + aggettivo (o viceversa):

  • il pistolero solitario
  • il vampiro gay
  • il sofisticato agente segreto
  • il giovane mago
  • il pirata spaziale
  • l’aristocratica viziata
  • l’alieno impassibile
  • il vampiro gay (si, io li detesto i vampiri gay)

Il trucco, naturalmente, consiste nell’aderire in maniera ferrea e incondizionata alle convenzioni, disattendendo al contempo tutti i cliché.
Come se fosse semplice.

Molti pensano di cavarsela spostando un cliché in una ambientazione alla quale non appartiene: il pistolero solitario in una storia horror, il giovane mago in una space opera, il vampiro gay in un heroic fantasy…
Quelli veramente in gamba riescono anche a farci qualcosa di buono.

Ma quelli veramente in gamba… beh, sono in gamba

Esercizio: guardate Firefly/Serenity.
Notate come tutti i personaggi si conformino alle convenzioni di due generi (il western e la fantascienza) e come tutti i cliché vengano disinnescati e capovolti.
Joss Whedon ha una mano eccellente nel delineare i personaggi - e sa tenersi alla larga dai cliché più grossolani, pur continuando a giocare secondo le regoledel genere.

Quindi, rispettiamo la divisione.
Un buon sistema per cavarsi d’impaccio potrebbe allora essere compilare, in partenza, una lista delle convenzioni allequali si è deciso di aderire, ed un elenco parallelo dei cliché che vogliamo evitare - o al limite capovolgere per ottenere un effetto ironico o apertamente comico.

Di solito - e qui abbiamo un lato positivo - è sufficiente applicare la più stringente logica al cliché per tramutarlo in un effetto comico, come ha ben compreso Terry Pratchett.
Cos’è in fondo Cohen il Barbaro se non il “barbaro invincibile” portato alla sua estrema conseguenza logica? Un vecchio incartapecorito e letale, con il caratteraccio dell’età avanzata innestato sul pragmatismo barbarico originario, assolutamente incapace di farsi ammazzare.

Un altro sistema è quello di allargare il cliché, aggiungendo al personaggio stereotipato o alla situazione di routine una nuova dimensione.
Si tratta qui di riconoscere il fatto che le persone reali non si possono descrivere con un solo semplice “sostantivo + aggettivo” - che ciascuno di noi è una persona diversa in ambiti diversi, e non c’è un buon motivo perché i nostri personaggi debbano essere differenti.
Ed allo stesso modo, c’è una seconda versione di ogni storia che abbiamo vissuto - e lo stesso dovrebbe potersi dire dei nostri intrecci.

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Cosa sarà di Locke Lamora?

Pubblicato da Davide su Dicembre 1, 2007

E così, sfogliando la copia de Il Libraio che La Repubblica ha piazzato a tradimento come omaggio nel paccone di cartastraccia del weekend, scopro che la Nord ha fatto uscire la versione italiana di The Lies of Locke Lamora, di Scott Lynch.

Intitolato Gli Inganni di Locke Lamora (ma perché non Le Menzogne?), il romanzo ha la sua bella dose di pompaggio pubblicitario…

Da un giovane autore di enorme talento un autentico gioiello narrativo.

Sarà.
Letto a suo tempo in originale, il romanzo si era rivelato divertente e ben scritto, ma non esattamente “un gioiello narrativo”, e la definizione data dal critico di Strange Horizons

Think The Sting meets Butch Cassidy and the Sundance Kid meets The Godfather meets your average fantasy world.

è piuttosto azzeccata.
E se certamente la mancanza di carattere dell’ambientazione è il peccato più grave del libro, non è certo l’unico.
Il protagonista è abbastanza insopportabile - una specie di apprendista Gray Mouser senza il bilanciamento di un Fafhrd da fargli da compare.
L’azione, in una città misteriosamente assente, è divertente come lo sono tutti i grandi caper movies - esilarante sul momento, ma essenzialmente non plausibile.
Vicino alla scuola dell’hard-fantasy, Lynch mantiene il magico a livelli bassi e letali - ma prevedibili da qualsiasi buon giocatore di ruolo.
L’autore spende la propria idea migliore nelle prime venti pagine, e passa il resto del volume a campare sul credito di quella buona trovata.

Però nel complesso non è male, da leggere sulla spiaggia.
Sentiremo anche su Lynch e su Locke Lamora dichiarazioni stravaganti di eccellenza fantastica?
E’ probabile.
Ma non lamentiamoci, si tratta comunque di un passo avanti.
Come Steven Erickson, anche Scott Lynch rappresenta l’evoluzione della roleplaying generation - ha una produzione superiore allo standard degli spinoff coi quali probabilmente si è foraggiato in gioventù, e potrebbe in capo a vent’anni fare qualcosa di veramente buono.
Speriamo che l’entusiasmo del mercato - ansioso di venderlo immediatamente come grandissimo e inarrivabile - nonne uccida ogni possibilità di sviluppo.

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