strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Prof.

Pubblicato da Davide su Marzo 12, 2008

Mi hanno chiamato Prof.
E io non mi capacito.

Oh, ne sono lusingato, certo, compiaciuto, anche.
La mia povera mamma sarebbe stata così orgogliosa.
Però…

Il fatto è, credo, che io sono stato studente per la maggior parte della mia vita.
Circa venticinque anni su quaranta.
Mi sono laureato tardi, e dopo ho continuato coi corsi di perfezionamento e i master…
Per preparare i miei corsi continuo a bruciare centinaia di pagine all’anno di articoli, libri… continuo a studiare.
Nella mia percezione di me stesso rimango uno dei ragazzi (e mentre l’orologio ticchetta e le lancette girano, diventa sempre più difficile).

Il fatto è che io continuo a vivere sul lato sbagliato della cattedra.
Quindi questa dicitura di Prof. mi fa sentire un po’ strano.
È come il riconoscimento dell’essere passati dall’altra parte.

Domanda: Ho dei ricordi positivi dei miei insegnanti?
Domanda mal formulata.
Riproviamo….

Domanda: Ho dei ricordi positivi dei miei professori?
Risposta: Ho avuto alcuni ottimi insegnanti, ai quali vanno tutta la mia gratitudine ed il mio affetto. Tutti gli altri vanno a comporre il più grottesco campionario di bastardi deviati e ignoranti che io riesca ad immaginare.
Ed io ho una grande immaginazione, ricordate: io scrivo fantascienza.
Dev’essere per questo che ad essere accomunato alla categoria provo un brivido.
Io come quelli là non voglio diventare.

Gente che negli anni ‘90 chiedeva tesine scritte a mano “in bella scrittura” affinché lo studente dimostrasse maggiormente il proprio interesse per la materia.
Gente che diceva ai colleghi “considera i tuoi studenti dei futuri concorrenti”.
Gente che ammetteva a lezione le proprie cattive pratiche professionali - “Questa è una perizia che ho fatto per telefono”.
Gente che aggiornava i corsi solo per adeguarsi alle nuove norme - “Ma abbiamo solo cambiato il titolo, il programma è lo stesso degli anni passati”.

No, grazie.
Rimango piuttosto un dannato freelance - oggi posso insegnarti statistica ambientale, domani posso ripararti il computer.
Faccio traduzioni.
Scrivo articoli.
Vendo auto usate.
Ma mi sforzo di garantire una serietà che la categoria Prof. mi ha mostrato raramente - e spesso molto lontano da qui.
E non la voglio garantire, questa serietà, perché sono un santo.
È perché sono stato sul lato sbagliato della cattedra, e so cosa significa avere a che fare con persone che la serietà l’hanno lasciata nelle tasche dell’altra giacca.

E perché nel crudele mondo dei freelance, la serietà e l’affidabilità sono valuta corrente.
Ne abbiamo discusso in passato.

L’unica cosa che mi consola, quando vengo colto da questi pensieri desolanti sull’insegnamento, è che spesso l’ambito professionale è anche peggio.
Com’era…?
“La nostra azienda è una macchina per generare denaro.”

Mi consola.
Ma molto poco.

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La prima regola del freelance

Pubblicato da Davide su Ottobre 27, 2007

Convincili che sei affidabile

Anche a costo di farti un paio di notti in bianco lavorando con tempi strettissimi.

A-Team-CellNiente di meglio che essere segnalati sull’agenda di un editor o di un committente nella stessa categoria dell’A-team: strano ed eccentrico, ma farà il lavoro richiesto anche in tempi stretti.
Capitano in questo modo un sacco di lavori di emergenza, che bilanciano la scadenza al veleno (”Mi servono seimila parole e mi servono per ieri”) con compensi più che piacevoli.

E il vostro contrattore sarà sempre un po’ più disponibile con voi, se saprà che siete persone disponibili in caso di emergenza.
Più aperto a proposte selvatiche, più trattabile su questioni di scadenze e pagamenti.

E’ in questo modo che in capo ad una settimana mi sono cascati sul desktop due nuovi lavori.

Il Libro di Leiber è appena uscito, la raccolta di saggi su Hannibal Lecter è in fase di pre-produzione, e l’editor di entrambi i lavori mi ha affidato due nuovi saggi critici.

Uno sulle donne nella narrativa di Robert Bloch (l’autore di Psycho).

Uno sulla novella “Elsewhere” di William Peter Blatty (l’autore de L’Esorcista), da preparare con tempi “da emergenza”.

E come lamentarsi?
Pubblicazione internazionale da un editore rispettato e affidabile, in compagnia di autori ad alto profilo, pagamento sicuro (non cose del tipo “speravamo ma poi…”)…

Certo batte fare il bancario ogni dannatogiorno della settimana.
Con tutto il rispetto per i bancari.

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Rose multicolori?

Pubblicato da Davide su Ottobre 12, 2007

Quanto segue è la risposta all’ultimo post di Massimo Soumaré sul suo blog

Come abbiamo visto nei precedenti post, non e’ poi cosi’ vero come molti si lamentano che in Italia non ci siano persone che si danno da fare. Magari non saranno molte, pero’ indubbiamente esistono. Certo riuscissero ad avere un po’ piu’ di sostegno da parte di editori, produttori, ministero della cultura e quant’altro non dovremmo sentire piu’ la classica frase della signora con la spesa in mano “Ce li rubano i paesi esteri le menti migliori! Ladri!”. No, signora, diciamolo una volta per tutte, vanno via dall’Italia semplicemente perche’ chi sa fare spesso non viene messo in condizione di dare il meglio nel suo lavoro, si va via perche’ manca un sistema di meritocrazia, si va via perche’ nella ricerca nessuno vuole investire…
Alla televisione inneggiano al fatto che il vincitore del Nobel sia italiano (va beh, e’ solo un piccolo particolare quello che dall’eta’ di nove anni abiti in America, no?). Ma la domanda sorge spontanea: se fosse cresciuto in Italia avrebbe davvero avuto la possibilita’ di raggiungere un tale risultato?
Nonostante tutto, c’e’ ancora qualcuno che in questo paese si da da fare. Basta solo considerare l’esplosione dei lavori del cinema indipendente su internet, gli esperimenti della letteratura di genere di questi ultimi anni…un movimento che pare partire dal basso.
Sta forse per sbocciare una nuova rosa dai petali multicolore?

Ho i miei dubbi.
Ma se succederà, credo utilizzerà canali non ortodossi per crescere e diffondersi - nuovi modelli commerciali, marketing virale, diffusione personalizzata, autoproduzione e quant’altro.
Le strutture tradizionali - editori, riviste, persino certe comunità on-line e siti internet - sono troppo chiusi su se stessi per poter partecipare in qualcosa di radicalmente nuovo.

E, terribile ammetterlo, la nascita di una nuova generazione di ingegni (”intellettuali” essendo ormai termine screditato, così come “creativi”), aperti al pubblico e desiderosi di operare in questo paese sarebbe davvero qualcosa di radicalmente nuovo.

Eppure le cose si muovono.
Nell’ultima settimana, tre grossi gruppi musicali hanno detto addio alle rispettive case discografiche diventando “free agents” (nella gustosa definizione del leader dei Nine Inch Nails) - distribuiranno la loro musica via internet con un sistema a riscatto o a offerta libera.
D’ora in avanti, chi non farà lo stesso sarà uno sciocco (e penalizzato) - a me no che le case discografiche non cambino (improbabile).
Molti registi distribuiscono intanto la propria opera come download, o attraverso canali tematici su Joost e Miro, e partecipano a mostre del cinema virtuali - spesso riprese poi da manifestazioni storiche reali (Venezia, Berlino).
Molti di questi film arrivano poi sul mercato dei DVD (o DViX) saltando a pié pari la distribuzione nelle sale o su reti televisive.
In alcuni paese (ma non in Italia, come ha tenuto a farmi notare qualcuno) fumettisti autoproducono le proprie opere e spostano decine di migliaia di copie al di fuori dei canali editoriali mainstream.

E non abbiamo neanche sfiorato il crescente movimento per l’Open Source nei testi scientifici - la Public Library of Science, che tende a svincolare da una certa tirannia delle case editrici cartacee la pubblicazione di articoli accademici, superando così (ad esempio) i tempi tecnici e l’ovvio ritardo che referaggio, revisione, impaginazione, correzione, stampa e distribuzione impongono ora alla diffusione delle scoperte scientifiche.

Tutto questo sta accadendo, ora, là fuori.
E curiosamente, in un mercato che ci vuole tutti freelancer per fare un favore alle aziende, figure che tradizionalmente hanno rivestito il ruolo di liberi imprenditori di se stessi (gli artisti, gli intellettuali, i chierici itineranti) sembrano sul punto di organizzarsi in un informale ma ben connesso network di liberi agenti.

Per i libri, per la narrativa la cosa è un po’ diversa.
Bisognerà prima di tutto vincere il pregiudizio contro il libro autoprodotto - è ok se un musicista o un regista pubblica da sé la propria opera, se io mi stampo i miei romanzi sono un cialtrone…
Pregiudizio amorevolmente accudito e nutrito dagli editori tradizionali.
Superato questo - la convinzione infondata che un libro dell’editore X a 30 euro sia automaticamente migliore di un volume autoprodotto da 5 euro - il mercato sarà pronto anche per una maggiore diffusione della letteratura.
Esistono esperimenti coraggiosi - e di successo - come quelli promossi da Jim Baen (primo editore ad offrire gratuitamente in download un’ampia fetta del proprio catalogo e ad abbracciare l’editoria elettronica), autori come Cory Doctorow o Charles Stross.
In Italia, i libri di Roberto Vacca, rispettato divulgatore e solido romanziere, sonodisponibili come e-text a pagamento.
E vendono.
E proprio in Italia è stato stampato, qualche anno addietro, il primo, minimo manuale per fumettisti indipendenti e autoprodotti - Fare Fumetti, di Davide Toffolo.Quindi ciò che sta accadendo là fuori potrebbe accadere anche qui.
La rosa multicolore di cui favoleggia Soumaré in un impeto poetico potrebbe sbocciare.

Ma ci vorrà UN SACCO di lavoro.
E per prima cosa dovremo smettere di dire che “però l’Italia è una realtà troppo diversa…” bla bla bla.

La realtà è ciò di cui riuscite a convincere il prossimo.

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