Ieri sera mio fratello mi ha obbligato a lasciare una conferenza.
Non ha dovuto sforzarsi particolarmente.
Ma l’intera faccenda mi ha dato da pensasre.
Sono uscito dalla conferenza e sono salito sul Pork Chop Express.
Era partita come una serata piacevole - ottima organizzazione, si rivedono vecchi amici coi quali si scambiano un paio di chiacchiere rilassate.
Poi, la presentazione di un autore e del suo lavoro - presentazione classica, gestita dall’editor di una nota collana, con due ottimi lettori ad evocare pagine dall’opera presentata, e l’autore a riempire i vuoti con ricordi, suggestioni, considerazioni sul proprio passato e sul proprio futuro.
Il genere è il thriller d’azione, che non frequento esageratamente ma che rappresenta un benvenuto diversivo una volta ogni tanto.
E poi io amo ascoltare gli scrittori che parlano di se, del proprio lavoro.
C’è sempre da imparare.
La prima mezz’ora scorre piacevole.
Autore prolifico, il nostro ospite esplora rapidamente i meccanismi del genere - il desiderio del pubblico di un intrattenimento sempre nuovo ma familiare, la presenza di cliché imprescindibile, il peso di classici antichi (Salgari) e moderni (Fleming) sullo sviluppo di un nuovo progetto, limiti e opportunità del prodotto seriale, caratteri peculiari del mercato editoriale italiano.
Poi la lettrice ci avvolge con una lunga descrizione di un tramonto su Kyoto, che bene illustra la necessità di esotismo e cliché nella costruzione della narrativa avventurosa.
Ed è a questo punto che veniamo informati che il nostro ospite è il maggior esperto di cultura orientale in Italia.
Mio fratello strabuzza gli occhi.
Il maggiore esperto di cultura orientale in Italia?
Si fottano Maraini, Scalise, Spadavecchia, Pisu e Terzani buonanima.
Ne abbiamo uno vivo - il maggior esperto di cultura orientale in Italia.
È una sparata.
Una sparata poco accorta e ingiustificata sulla base di ciò che abbiamo appena sentito, ma mentre il pubblico annuisce saputo, posso anche capire che l’editor, che deve venderci l’autore, faccia una sparata del genere (elaboreremo in seguito).
Mi aspetterei però a questo punto che l’autore glissi, la butti sul ridere, si schermisca, strappi una risata agli astanti e sdrammatizzi.
Invece lui no.
Anche lui come il pubblico, evidentemente, ci crede, ed inanella una serie di banalità sul Giappone, le geishe, la yakuza, facendole cadere parecchio dall’alto, mentre il pubblico gongola.
Mio fratello no.
Mio fratello, che è un orientalista con quindici anni d’esperienza universitaria alle spalle, ha una faccia che lascia presagire il peggio.
Ed io, che gli orientalisti li bazzico da più di vent’anni e che ne annovero una manciata fra i miei amici che davvero possono aspirare al titolo di autorità internazionale, posso anche capirlo.
E ringrazio il cielo che i due orientalisti d.o.c. che avrebbero dovuto essere qui con noi - inclusa la massima autorità europea sulla yakuza, che avevo personalmente invitato - siano rimasti a casa, o mi prenderebbero a schiaffi.
Per cominciare…
Delle due una.
O ce ne andiamo.
O chiediamo al maggior esperto di cultura orientale in Italia perché nel brano appena letto abbia usato un termine come harakiri (volgare) invece del più giapponese seppuku o meglio ancora sokotsu-shi (trattandosi di un suicidio di espiazione). E vada come deve andare…
Ma è una serata amichevole organizzata da buoni amici.
Ce ne siamo andati.
Ora, sarò il primo ad ammetterlo, l’intera faccenda è sciocca.
Ma solleva una interessante questione che si collega ad un piccolo esperimento che abbiamo fatto su tre blog nei giorni passati.
Ha cominciato Massimo Citi, poi ci ho provato io, poi è stata la volta di Massimo Soumaré; abbiamo provato a confrontare una decina di biografie degli autori pubblicate in quarta di copertina per italiani, americani e giapponesi rispettivamente, segliendo i volumi a caso.
Risultati sorprendenti: fan iperattivi che hanno fatto carriera i giapponesi, avventurosi everymen rotti a tutte le esperienze gli americani, ex dipendenti di case editrici, giornalisti o docenti universitari gli italiani.
Ma ora non stiamo più parlando di chi siano gli autori, di quali esperienze abbiano messo insieme prima di metter mano alla scrittura, bensì dell’immagine che si vuole dare dello scrittore per renderlo più gradito al pubblico.
Per venderlo meglio.
Il maggior esperto in Italia di…
Edgar Rice Burroughs scrisse Tarzan delle Scimmie senza essere mai stato in Africa (e John Carter di Marte senza essere mai stato su Marte).
Emilio Salgari descrisse il sud-est asiatico e l’India senza essere mai andato più in là del Lungopo Antonelli.
Perché allora per vendere uno scrittore di action thriller non ci potremmo limitare a dire che è un autore di action thriller dannatamente bravo?
Diavolo, il migliore.
Uno che riesce a coinvolgerti, a intrappolarti nella sua narrativa, a costruire un universo esotico e credibile sulla base di tre descrizioni che paiono stralciate da GenteViaggi…
È davvero necessario fare dello scrittore d’avventura “l’unico uomo bianco di cui gli indigeni si fidano”?
È davvero meglio attribuire tre descrizioni che paiono stralciate da GenteViaggi al più grande esperto in Italia….?
E ancora più in profondità - cosa dobbiamo pensare di un pubblico che per apprezzare una descrizione accattivante deve convincersi che sia opera non di un onesto, abile, brillante , geniale scrittore, ma del più grande esperto in Italia di…?
È forse per questo che si disprezza la fantascienza - palesemente non una narrativa fondata sull’esperienza diretta?
È per questo che pretendiamo che la narrativa per ragazzi venga scritta da diciassettenni?
È per questo che quella povera ragazza ha dovuto raccontare di essersi scopata i tre quarti di Catania per dare credito (ed un frisson extra ai lettori) ad un povero romanzello erotico?
Ci aspettano solo più gialli scritti da criminologi, horror scritti da esorcisti (o satanisti), romanzi rosa scritti da cuori infranti e fantascienza scritta da alieni?
E da dove viene questa poca dimestichezza che abbiamo, in questo paese, nel distinguere l’immaginazione dall’esperienza, ed apprezzarle entrambe per ciò che valgono?
Sono le domande che hanno accompagnato mio fratello e me nella notte.