strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Novità sul fronte Alia

Pubblicato da Davide su Aprile 22, 2008

aliagCopio direttamente dal sito di Massimo Soumaré (è così che si fa, giusto?)

Una notizia che mi riguarda…

La narrativa fantastica giapponese contemporanea: una tradizione ultramoderna

Un incontro con una delle piu’ vive e innovative aree letterarie dell’Estremo Oriente. Intervengono: Massimo Soumare’, traduttore e curatore sezione ALIA Giappone, Silvia Treves, curatrice collana ALIA

-Dove: Punto prestito “Gabriele D’Annunzio” - TORINO

-Quando: venerdi’ 6 giugno 2008

-Orario: 21.00

-Contatti: tel. (+39) tel. 0114439350 - Punto prestito “D’Annunzio”

-Prezzo: gratuito

-Pubblico: tutti

-Rassegne: In biblioteca 02/08

-Enti organizzatori: Biblioteche Civiche Torinesi

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L’unico uomo bianco di cui gli indigeni si fidano

Pubblicato da Davide su Aprile 18, 2008

Ieri sera mio fratello mi ha obbligato a lasciare una conferenza.
Non ha dovuto sforzarsi particolarmente.
Ma l’intera faccenda mi ha dato da pensasre.
Sono uscito dalla conferenza e sono salito sul Pork Chop Express.

http://members.aol.com/mikegreenstein/graphics/typewriter.jpgEra partita come una serata piacevole - ottima organizzazione, si rivedono vecchi amici coi quali si scambiano un paio di chiacchiere rilassate.
Poi, la presentazione di un autore e del suo lavoro - presentazione classica, gestita dall’editor di una nota collana, con due ottimi lettori ad evocare pagine dall’opera presentata, e l’autore a riempire i vuoti con ricordi, suggestioni, considerazioni sul proprio passato e sul proprio futuro.
Il genere è il thriller d’azione, che non frequento esageratamente ma che rappresenta un benvenuto diversivo una volta ogni tanto.
E poi io amo ascoltare gli scrittori che parlano di se, del proprio lavoro.
C’è sempre da imparare.

La prima mezz’ora scorre piacevole.
Autore prolifico, il nostro ospite esplora rapidamente i meccanismi del genere - il desiderio del pubblico di un intrattenimento sempre nuovo ma familiare, la presenza di cliché imprescindibile, il peso di classici antichi (Salgari) e moderni (Fleming) sullo sviluppo di un nuovo progetto, limiti e opportunità del prodotto seriale, caratteri peculiari del mercato editoriale italiano.
Poi la lettrice ci avvolge con una lunga descrizione di un tramonto su Kyoto, che bene illustra la necessità di esotismo e cliché nella costruzione della narrativa avventurosa.

Ed è a questo punto che veniamo informati che il nostro ospite è il maggior esperto di cultura orientale in Italia.
Mio fratello strabuzza gli occhi.
Il maggiore esperto di cultura orientale in Italia?

Si fottano Maraini, Scalise, Spadavecchia, Pisu e Terzani buonanima.
Ne abbiamo uno vivo - il maggior esperto di cultura orientale in Italia.

È una sparata.
Una sparata poco accorta e ingiustificata sulla base di ciò che abbiamo appena sentito, ma mentre il pubblico annuisce saputo, posso anche capire che l’editor, che deve venderci l’autore, faccia una sparata del genere (elaboreremo in seguito).
Mi aspetterei però a questo punto che l’autore glissi, la butti sul ridere, si schermisca, strappi una risata agli astanti e sdrammatizzi.
Invece lui no.
Anche lui come il pubblico, evidentemente, ci crede, ed inanella una serie di banalità sul Giappone, le geishe, la yakuza, facendole cadere parecchio dall’alto, mentre il pubblico gongola.

http://www.gaijin.ca/images/gaijin-black.GIFMio fratello no.
Mio fratello, che è un orientalista con quindici anni d’esperienza universitaria alle spalle, ha una faccia che lascia presagire il peggio.
Ed io, che gli orientalisti li bazzico da più di vent’anni e che ne annovero una manciata fra i miei amici che davvero possono aspirare al titolo di autorità internazionale, posso anche capirlo.
E ringrazio il cielo che i due orientalisti d.o.c. che avrebbero dovuto essere qui con noi - inclusa la massima autorità europea sulla yakuza, che avevo personalmente invitato - siano rimasti a casa, o mi prenderebbero a schiaffi.
Per cominciare…

//i64.photobucket.com/albums/h169/azzageddi/samarui_236.gif” non può essere visualizzata poiché contiene degli errori.Delle due una.
O ce ne andiamo.
O chiediamo al maggior esperto di cultura orientale in Italia perché nel brano appena letto abbia usato un termine come harakiri (volgare) invece del più giapponese seppuku o meglio ancora sokotsu-shi (trattandosi di un suicidio di espiazione). E vada come deve andare…

Ma è una serata amichevole organizzata da buoni amici.

Ce ne siamo andati.

Ora, sarò il primo ad ammetterlo, l’intera faccenda è sciocca.
http://ufos.homestead.com/alien-probe.jpgMa solleva una interessante questione che si collega ad un piccolo esperimento che abbiamo fatto su tre blog nei giorni passati.
Ha cominciato Massimo Citi, poi ci ho provato io, poi è stata la volta di Massimo Soumaré; abbiamo provato a confrontare una decina di biografie degli autori pubblicate in quarta di copertina per italiani, americani e giapponesi rispettivamente, segliendo i volumi a caso.
Risultati sorprendenti: fan iperattivi che hanno fatto carriera i giapponesi, avventurosi everymen rotti a tutte le esperienze gli americani, ex dipendenti di case editrici, giornalisti o docenti universitari gli italiani.

Ma ora non stiamo più parlando di chi siano gli autori, di quali esperienze abbiano messo insieme prima di metter mano alla scrittura, bensì dell’immagine che si vuole dare dello scrittore per renderlo più gradito al pubblico.
Per venderlo meglio.

Il maggior esperto in Italia di…

http://www.libridaleggere.it/libri/tarzandellescimmie.jpgEdgar Rice Burroughs scrisse Tarzan delle Scimmie senza essere mai stato in Africa (e John Carter di Marte senza essere mai stato su Marte).
Emilio Salgari descrisse il sud-est asiatico e l’India senza essere mai andato più in là del Lungopo Antonelli.

Perché allora per vendere uno scrittore di action thriller non ci potremmo limitare a dire che è un autore di action thriller dannatamente bravo?
Diavolo, il migliore.
Uno che riesce a coinvolgerti, a intrappolarti nella sua narrativa, a costruire un universo esotico e credibile sulla base di tre descrizioni che paiono stralciate da GenteViaggi…
È davvero necessario fare dello scrittore d’avventura “l’unico uomo bianco di cui gli indigeni si fidano”?
È davvero meglio attribuire tre descrizioni che paiono stralciate da GenteViaggi al più grande esperto in Italia….?

E ancora più in profondità - cosa dobbiamo pensare di un pubblico che per apprezzare una descrizione accattivante deve convincersi che sia opera non di un onesto, abile, brillante , geniale scrittore, ma del più grande esperto in Italia di…?

È forse per questo che si disprezza la fantascienza - palesemente non una narrativa fondata sull’esperienza diretta?
È per questo che pretendiamo che la narrativa per ragazzi venga scritta da diciassettenni?
È per questo che quella povera ragazza ha dovuto raccontare di essersi scopata i tre quarti di Catania per dare credito (ed un frisson extra ai lettori) ad un povero romanzello erotico?

Ci aspettano solo più gialli scritti da criminologi, horror scritti da esorcisti (o satanisti), romanzi rosa scritti da cuori infranti e fantascienza scritta da alieni?

E da dove viene questa poca dimestichezza che abbiamo, in questo paese, nel distinguere l’immaginazione dall’esperienza, ed apprezzarle entrambe per ciò che valgono?

Sono le domande che hanno accompagnato mio fratello e me nella notte.

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Robot Ghosts & Wired Dreams

Pubblicato da Davide su Aprile 2, 2008

http://ecx.images-amazon.com/images/I/51kgelt33NL._AA240_.jpgComplice un rivenditore di nicchia annidato fra le pieghe di Amazon.fr, mi è arrivata una decina di giorni or sono una copia a metà prezzo di Robot Ghosts & Wired Dreams, sontuoso volume della Minnesota University Press dedicato all’analisi della fantascienza giapponese, “dalle origini agli anime”, come dice il sottotitolo.
Un lavoro colossale, per i curatori - Christopher Bolton, Istvan Csicsery-Ronay Jr. e Takayuki Tatsumi - che hanno raccolto un certo numero di articoli già pubblicati ma di difficile reperimento per il lettore non specialista, vi hanno aggiunto una manciata di nuovi testi di alto livello, ed hanno così creato un volume divertente, per quanto di una densità elevatissima.
I temi sono molto vari - da una panoramica storica sul fantastico giapponese ad analisi sociologiche, scientifiche e psicologiche di temi e argomenti di alcune serie animate storiche, le loro influenze, le reazioni generate nel pubblico…

Da leggere con calma, per digerire la mole di informazioni riversata su di noi da ciascun autore, il volume solleva alcune interessanti questioni sul panorama italiano.

In primis, naturalmente, l’idea di un volume sui cartoni animati giapponesi pubblicato da una casa editrice universitaria già stravolge le nostre aspettative.
Se la qualità degli articoli giustifica la scelta della Minnesota University, dall’altra proprio la qualità degli articoli rappresenta una seconda drastica deviazione da ciò che normalmente ci offre il nostro panorama nazionale.

Curiosamente, l’iperattivo panorama dei fan italiani non è riuscito finora a produrre nulla che si possa avvicinare a Robot Ghosts.
Di rado ciò che è stato pubblicato appartiene al fandom o ne è un’espressione.
C’è il vecchio Mazinga Nostalgia, di Marco Pellitteri, già esperto di fumetti e autore di un successivo Anatomia di Pokémon. Cultura di massa ed estetica dell’effimero fra pedagogia e globalizzazione; ci sono una dozzina di volumi di introduzione al fumetto o al cartone animato giapponese, spesso zeppi di banalità, luoghi comuni ed errori fattuali, ma che - anche in assenza di falle colossali - non c’è nulla che si avvicini ad una analisi approfondita, che rintracci le radici dei generi e ne approfondisca i temi.
Nessun saggio che alla fine non tradisca un certo imbarazzo dell’autore, che sì, in effetti si sta occupando di cartoni giapponesi, ma non può fare a meno di sentirsi un po’ superiore e un po’ sprecato in questo ruolo.

D’altra parte, la vasta cultura otaku nostrana, attivissima quando si tratta di mettersi in maschera o accapigliarsi, non ha finora prodotto nulla di serio, nulla che non siano articoli d’opinione (privi di ricerca, privi di approfondimento) o interminabili diatribe on-line per determinare se Goku sia o meno più forte di Kenshiro…
Quante temi sul fumetto e sull’animazione sono state effettivamente proposte nelle università?
Quante discusse?
E di queste, quante pubblicate?

Ricordiamo un vecchio amico, grande estimatore di Hayao Miyazaky, ed eternamente impegnato - almeno dal 1992 - nella stesura di un dotto articolo sull’opus del pluripremiato regista giapponese.
Non sappiamo, onestamente, se l’articolo sia mai uscito.
Ma dal 1999, esiste il definitivo Hayao Miyazaki, Master of Japanese Animation, di Helen McCarthy - che non è perfetto, ma c’è.

Impossibile sfuggire all’impressione fortissima che ancora una volta i fan siano cretini.

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Un passo indietro in Giappone

Pubblicato da Davide su Gennaio 4, 2008

Tramite TechDirt veniamo a sapere che non è tutto oro quel che riluce nel Paese del Sol Levante.
La nazione più tecnologicamente avanzata del pianeta, sede dimolti interessanti esperimenti sulla deregulation dell’accesso all’informazione ed alla comunicazione, si appresta infatti a dare un bel giro di vite alle libertà civili su Internet.
E non solo
Il tutto, grazie ad un semplice giochino testuale nella revisione della Legge sulle Telecomunicazioni…

The law was intended to regulate broadcast content, but by adding in the phrase “open communication” it will now also include just about any public information put on the web, including newsgroups, bulletin boards and blogs. Once that’s in place, the Japanese government will then be able to go after any content it finds “harmful,” which seems rather loosely defined itself.

Insomma, una legge che permette al governo nipponico di censurare o “correggere” (questa suona un po’ orwelliana) contenuti on-line con un minimo di motivazione formale, e perseguire legalmente chiunque diffonda tali contenuti.

Ma non è tutto…

The second change would push mobile phone operators to put in place various filters to block “harmful” content from minors — though, again that definition of harmful is loosely described.

Già - i fornitori di servizi telefonici potrebbero essere spinti per legge a inserire filtri sulle linee che blocchino contenuti dannosi per i minori.
Ma ciò che non funziona, come sempre, è che la definizione di “dannoso” rimane aperta.

Saranno cavoli amari naturalmente anche per il file sharing (di qualsivoglia natura) e per ilconcetto di open source/open content.

Un dettagliato rapporto sulla situazione attuale e sui suoi possibili sviluppi è fornito dal blog Gyaku.
Fortunatamente in Inglese.

Per combattere l’irrigidimento del sistema, si è intanto formato in Giappone un movimento spontaneo (ma molto ben organizzato) - il MIAU.
Il loro sito è tutto in Giapponese ma anche solo per il logo vale la pena di visitarlo.

Intanto i laburisti Australiani stanno preparando qualcosa di molto simile nella Terra Giù di Sotto, e che - secondo alcune fonti attendibili - potrebbe segnare la fine della collaborazione scientifica fra accademici australiani e resto del mondo.

Non male, eh?
Siamo nel 2008 da nemmeno una settimana, e già c’è gente che spinge per rimandarci nel 1700…

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Cominciamo bene

Pubblicato da Davide su Gennaio 2, 2008

Scopro attraverso i buoni auspici del “solito” Massimo Soumaré di essere entrato a far parte del più grande sito sul web dedicato all’opera di Edmond Hamilton, la Edmond Moore Hamilton Bibliography.
Il sito giapponese lista tutte le edizioni e le traduzioni dei lavori dell’autore di fantascienza americano.
Io compaio per la mia traduzione de I Figli del Sole, pubblicato sul terzo volume di Alia.
Mi causa una strana sensazione - ho cominciato a leggere fantascienza, trent’anni fa, con i romanzi di Hamilton e Williamson.
Ritrovarmi ora così immeritatamente associato ad uno dei miei primi idoli è curioso.
E che tutto ciò accada in Giappone, ha del surreale.
Ma il Giappone è stato buono, con me.

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