strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Sia Maledetta la Città

Pubblicato da Davide su Febbraio 5, 2008

Impossibile, di questi tempi, sfuggire agli zombie.
Braccano Will Smith a New York al cinema, si fanno tritare in technicolor da Milla Jovovich su DVD, hanno addirittura imparato a correre…
E mentre Zombie Squad sensibilizza la popolazione sul rischio di un’orda di morti viventi e Bruce Campbell si prende in giro in My Name is Bruce sul suo ruolo di massacratore di dediti, gli zombie invadono gli scaffali dei (pochi) centri gioco.
All Flesh Must Be Eaten ha canonizzato il ruolo del cadavere rianimato come minaccia per giocatori desiderosi di brividi e azione, dando origine ad una biblioteca di varianti e possibilità che ha finora esercitato poco fascino su di me (ma ho una copia del gioco di Army of Darkness, naturalmente).
Ora, con Unhallowed Metropolis, EOS e New Darkage alzano la posta, e sfornano un gioco più compatto di AFMBE, più vicino ai miei gusti, più terrificantemente dark.

Le premesse: nel 1905 un’epidemia spazza il pianeta.
I morti si levano dalle tombe e prendono a vagare per le strade, affamati di carne umana.
Il contagio si spande, la civiltà collassa.
il 75% della popolazione mndiale muore e si unisce alle orde dei non-morti.
Poche sacche di resistenza mantengono le luci accese nella lunga notte della Terra - operai arroccati nelle fabbriche, nobilastri rtintanati nelle proprie tenute, installazioni militari nelle quali si mette in pratica una ferrea disciplina anti-contagio.
Da questi focolai parte la riconquista.
Ci vogliono duecento anni, ma finalmente, nel 2105, una nuova civiltà, costruita su modelli vittoriani, controlla dalla capitale imperiale, Londra, una parte del mondo.
Gli zombie (e i vampiri,e tutto il resto dell’arsenale gotico) controllano il resto - gli spazi bianchi sulla mappa.
La vita continua.

Gestito da un motore semplice e dignitoso, Unhallowed Metropolis colpisce per la colossale cura nel definire il background - che è denso, ben costruito, documentatissimo.
Colpisce per la cura grafica - a parte un paio di scarabocchi affrettati, l’artwork è eccellente, e l’uso di fotografie ritoccate aggiunge credibilità alll’intero ambaradan.
Colpisce per la cupezza dell’ambientazione - che recupera utto il nero vittoriano e lo sovraccarica con tutti gli elementi del gotico classico.

Thick clouds of smoke billowing from countless factories co-mingle in darkened skies with the cremains of the incinerated dead. The dingy, haunted streets below are dimly lit by pale, crackling electrical light fuelled by energy broadcast from the city’s Tesla array. It is here that monsters are born to prey upon their fellow man. Lunatics maddened by desperation, fear, and overcrowding compete with vampires, animates, and ghouls for prime hunting grounds among the city’s slums and rookeries.

Gotico, vagamente feticistico (la maschera antigas e gli abiti in gomma sono due elementi standarddell’abbigliamento neovittoriano), orientato ad una miscela bilanciata di investigazione ed azione, il gioco vale ogni centesimo speso per procurarsene una copia.
Si gioca bene a lume di candela, con gli Abney Park a basso volume sullo stereo.
E un frustino da cavallerizzo per il master.

Pubblicato su giochi di ruolo | Non ci sono Commenti »

Io sono leggenda - horror e/o fantascienza

Pubblicato da Davide su Dicembre 30, 2007

Io questo post non lo volevo fare.
Ma poi, siamo alle solite, sul suo blog Elvezio Sciallis annuncia un articolo revisionista su I am Legend, di Richard Matheson,

fra qualche giorno magari parliamo di come Io sono leggenda di Matheson non sia poi questo grande capolavoro della letteratura horror…

E come posso io a questo punto trattenermi?

A parte che criticare negativamente Matheson è peccato mortale, ma poi… non è I am legend un grande capolavoro della letteratura horror?
Certo che no: di fatto, Io sono leggenda - il romanzo, non necessariamente i film - è una storia di fantascienza, non dell’orrore. Utilizza alcuni elementi della narrativa orrifica - i vampiri - ma all’interno di un impianto fantascientifico ortodosso (sarei quasi tentato di dire campbelliano) e piuttosto rigoroso. Giudicarla quindi dal punto di vista dell’efficacia come narrativa horror potrebbe mancare il bersaglio.

Ma a questo punto, si devono delimitare con precisione i campi, per decidere se il romanzo di Matheson caschi di qua o di là della linea di confine.
Ammesso che tale linea esista.

Vediamo.
Contenutisticamente, la fantascienza descrive eventi immaginari ma plausibili estendendo razionalmente lo stato attuale delle conoscenze relative alla realtà. Descrive quindi mondi ed eventi possibili, anche se molto molto improbabili.
Il fantasy, per contrasto, descrive eventi immaginari e non realizzabili nella realtà come noi la conosciamo, chiamando in causa quindi mondi impossibili, realtà altre.
L’orrore, infine, descrive eventi immaginari e inaspettati, che per loro natura suscitano l’orrore, il raccapriccio, la riflessione sui lati più oscuri dell’animo umano e dell’universo, spesso estendendo fino alle estreme conseguenze logiche non tanto ciò che sappiamo sull’universo, ma ciò che non sappiamo.

In generale, mi aspetterò che la fantascienza mi spieghi in maniera plausibile (fisica quantistica, evoluzione parallela, anomalie astronomiche…) perché le cose stanno in un certo modo, mentre il fantasy non ha l’obbligo di razionalizzare gli elementi centrali della narrativa (la magia esiste), ma piuttosto deve assicurarsi che nulla contravvenga le nuove regole di campo una volta definite; l’horror può invece fare ricorso ad altre fonti - quali folklore, religione o pseudoscienza (vudù, testi sumeri scritti col sangue, profezie bibliche) - per giustificare ciò che viene messo sulal pagina.

I tre generi si distinguono poi anche sul piano formale - ne abbiamo già parlato.

Nulla e nessuno ci impediscono di mescolare i generi, naturalmente.

Ora, diamo un’occhiata ad I am legend.
La trama descrive eventi immaginari ma plausibili nella realtà quotidiana (ricordiamoci che il testo è del 1954), nel mondo reale - i vampiri esistono, e sono il prodotto di una infezione virale. Non sono cadaveri rianimati, creature demoniache o esseri sovrannaturali.
In effetti non vi è nulla di sovrannaturale in questo romanzo.
Molti degli elementi folklorici del vampirismo tradizionale sono spiegabili con gli effetti del virus che John Neville, a metà romanzo, riesce ad isolare e ad inquadrare negli oculari del proprio microscopio.
Nulla di sovrannaturale.
La tensione del romanzo non nasce dal tradizionale scontro umani-vampiri, dal pericolo costituito dalla minaccia vampirica.
I veri motori emotivi del romanzo sono piuttosto il senso di isolamento del protagonista e la sua ricerca per una possibile cura; si tratta in effetti di due tendenze opposte - tanto più John Neville si rende conto di essere l’ultimo umano sulla terra (una leggenda, appunto, una creatura rara e spaventosa) tanto più la sua ricerca si fa inutile.
Cosa se ne faranno della “cura”, i rappresentanti della maggioranza e - poer estensione - i “normali”?

Insomma, mi pare lecito definire I am legend fantascienza poiché affronta con taglio fantascientifico argomenti che sono per loro natura fantascientifici - “cosa succederebbe se tutti gli abitanti del globo tranne uno diventassero vampiri?”

Non solo quindi l’impianto razionale del romanzo è tipicamente fantascientifico, ma anche i temi centrali sono piuttosto lontani da quelli dell’orrore.
La nuova civiltà fondata dai vampiri viene descritta con non poca ironia, ma anche con l’accuratezza di solito riservata ad una cultura aliena.
Poi, certo, c’è l’assedio notturno della casa di Neville, ci sono is uoi vagabondaggi per la città deserta.
Ma ancora una volta il senso di angoscia non deriva tanto dal confronto con il vampiro, quanto dalla consapevolezza della solitudine.
La minaccia della perdita di identità individuale dovuta alla vampirizzazione - classico tema dell’orrore - viene rimpiazzata dalla minaccia di perdita di identità sociale per la trasformazionedella società a cui apparteniamo -
un classico tema fantascientifico.
Non horror, quindi, ma distropia.

Pubblicato su libri | 2 Commenti »

1949 - Unione vs Nazisti

Pubblicato da Davide su Dicembre 1, 2007

Natale si avvicina.
E cosa c’è di più natalizio di un bel gioco in scatola?

Stamani, un raro raid presso il Centro Gioco, mi ha reso più povero ma più saggio, e molto più felice mi sono scammellato a casa lo scatolone di Tannhauser, un gioco in scatola della benemerita Fantasy Flight Games.
Quelli di Twilight Imperium.
Quelli di Blue Planet e Fireborn.
Quelli in gamba, insomma.
Alta qualità dei prodotti, grafica killer, idee originali o varianti originali di idee classiche.

Del tipo - 1949….
Complici le ricerche occulte della Thulegesellschaft, che hanno fornito alla Germania armate non proprio kosher, se mi passate la battuta, la Seconda Guerra Mondiale non è ancora finita.
Una spedizione archeologicha ha scoperto parte di un artefatto che potrebbe aprire una porta fra le dimensioni, permettendo l’accesso ad incubi lovecraftiani sfusi.
I Nazisti, comunque alle strette davanti all’avanzata dell’Unione (una sorta di super-governo alleato), vedono nell’oggetto misterioso un mezzo per trovare alleati potenti.

Il gioco schiera l’una contro l’altra due squadre - da una parte dei nazisti lugubrissimi (era dai tempi di Hellboy che non si vedeva gente di questo genere), dall’altra un team di commandos alleati che paiono usciti da Aliens - e ci stanno di misura, visto cosa si può scatenare durante una partita.

All’ambientazione hanno infatti messo mano alcuni esponenti dell’underground lovecraftiano legati a Delta Green, il progetto ludico e narrativo di aggiornamento dell’opera del Gentiluomo di Providence al nuovo millennio.
Giocatori familiari con l’universo di Delta Green troveranno i nazisti della Divisione 13 maledettamente familiari.

E come disse un saggio anni addietro - esiste esperienza ludica più gratificante che massacrare nazisti?
Si, darli in pasto ai dinosauri - ma di quello parlremo poi.

Insoma, Tannhauser non è proprio il classico gioco natalizio - ma con la sua capacità di ospitare da due a dieci giocatori attorno al tavolo, una buona alternativa alla solita tombola di Capodanno.
Il prodotto è di una qualità superba, come prevedibile.
Dossier missione.
Dieci schede per dieci personaggi.
Dieci miniature dipinte per quei medesimi personaggi.
Una sacchettata di counters e aggeggini per customizzare tutto il customizzabile.
Due mappe.

Il sistema di gioco è semplice.
Se al momento le missioni disponibili sono poche, le varianti su composizione delle squadre, equipaggiamento e livello di potere garantiscono una certa giocabilità prolungata in attesa che esca qualcosa di nuovo.
Il sito ufficiale fornisce extra di lusso - nuovi counters (imperdibile il trench gun), varianti stagionali al gioco, ovviamente gli errata e quant’altro.

Ora devo solo trovare giocatori volenterosi….

Powered by ScribeFire.

Pubblicato su Cat Blog, giochi di ruolo | 2 Commenti »

I fan sono cretini

Pubblicato da Davide su Novembre 29, 2007

Prendo l’avvio da un recente post del solito Seth Godin, ma si tratta davvero solo di un pretesto:

Twenty years ago, the Cowboy Junkies released close to a perfect breakthrough album. It sold a bazillion copies.

Every since, they’ve been touring, making a living on the road as
they’ve released almost twenty records, none of them monster hits in
the US. The paradox occurs at their concerts… when they play one of
the old hits, the crowd goes wild. The people most likely to come to
their concerts are the ones most likely to encourage them to become an
oldies act. Of course, once the group does that, people are going to
stop showing up.

Godin lo chiama Cowboy Junkies Effect.
E’ una formalizzazione del concetto più basilare espresso dal titolo di questo post - i fan sono cretini.

I fan, quelli che seguono più da vicino un dato fenomeno, dovrebbero essere quelli che cercano attivamente le novità, apprezzano le sperimentazioni, desiderano un ampliamento del campo del quale sono così attivi supporters.

Invece, paradossalmente, i fan vogliono solo una replica del passato.

The fans, the ones that should be cheering on the hits and the misses,
the ones that should be demanding the next thing, they are the ones
that create the paradox, because they’re the ones that cheer loudest
for the old songs.

Diamo allora una buona occhiata alla letteratura d’immaginazione.
Qui, nel nostro paese.
Dopo aver duramente criticato gli editori miopi e avidi e gli autori sciatti e mercenari, è ora di venire al terzo elemento del sistema - i fan.
Ed i fan sono cretini.

Se i fan non fossero cretini, gli editori sarebbero certo invogliati a presentare delle novità.
Non la solita raccolta di storie di Asimov, la solita fotocopia di Tolkien, il solito mattone da 1000 pagine “alla Steven King”.
Ma i fan sono cretini - e quindi vogliono solo ciò che conoscono già.

Un altro stupido film di zombie.
Un’altra saga da sedici volumi zeppa di elfi e di spade magiche.
Un’altra rivolta interstellare contro un impero malvagio.
Un’altra mezza scaffalata di spin-off di Star Trek e di Buffy, di pedestri imitazioni di Lovecraft (L’Ira di Cthulhu, L’Ora di Cthulhu, L’Oro di Cthulhu, l’Ara di Cthulhu…), di riempitivo.

Salvo poi inneggiare al nuovo classico, sulla base di quanto da vicino questo riesca a replicare i fasti dell’originale che infesta come uno spettro le immaginazioni dei fan.

E se qualcuno provasse ad offrire loro le novità, le cose davvero diverse?
Ne resterebbero probabilmente conquistati, ma non è che il rischio sia così prossimo e imminente.
Nell’allegro campo della fantascienza - tutta gente proiettata verso il futuro, giusto? - è dimostrabile che quattro fan su cinque, dovendo scegliere, preferiscono acquistare la ristampa di un libro che hanno già piuttosto che provare un titolo di un autore sconosciuto.

E nel campo del fantasy?
Avete visto qualcosa di davvero maledettamente diverso pubblicato negli ultimi cinque anni?
Si, Perdido Street Station, di China Mieville.
Ma se lo sono filato in pochi.

E l’horror è ormai dominio incontrastato di vampiri gay che si credono David Bowie.

E poi le ristampe, che sono la spina dorsale del fantastico italiano - non ristampe filologiche, mirate a costruire una storia del genere, ma ristampe a casaccio, a peso, a capocchia.
Ed una scelta sempre più ristretta, di ristampe, perché si tende a ristampare ciò che l’ultima volta che è stato ristampato è stato maggiormente gradito.
Fino a che non arriveremo a collane editoriali che ristamperanno solo Io, Robot.
Solo quello.
Per sempre.
Ma ogni volta con una nuova copertina.

Ed i fan saranno felici.
Perché sono cretini.

Powered by ScribeFire.

Pubblicato su libri, pork chop express | 2 Commenti »

Giornata orrifica

Pubblicato da Davide su Novembre 11, 2007

HauntingHillIl sole splende, il foehn (la variante locale del californiano Santana) soffia dalla Val di Susa, è una bella giornata.

Ma per portare avanti l’articolo su Elsewhere, di Wiliam Peter Blatty, mi è stato necessario rispolverare un po’ di classici della casa infestata.

Ecco quindi il doppio spettacolo pomeridiano

The Haunting, di Robert Wise, stupefacente adattamento di The Haunting of Hill House (La Casa degli Invasati, in Italia) di Shirley Jackson.
Il trailer: http://www.youtube.com/watch?v=xq74oz6mf3w

The Legend of Hell House, di John Hough, inquietante adattamento di Hell House di Richard Matheson.
Il trailer: http://www.youtube.com/watch?v=_MDF9vZVd_s

Una gran bella accoppiata, da guardare in una stanza buia, col vento che ulula oltre la finestra.

Unico problema - sia il lavoro della Jackson che quello di Matheson sono meglio del romanzo breve del povero William Peter Blatty.
Ora tocca trovare un modo diplomatico di scriverlo nell’articolo….

I due film comunque sono consigliatissimi, così come i romanzi (a trovarli).

Non li fanno più, così.

Pubblicato su film, libri, progetti personali | Non ci sono Commenti »

Uno breve per il finesettimana.

Pubblicato da Davide su Novembre 9, 2007

mug frontUn articolo da scrivere, un’analisi da completare, ma il finesettimana resta comunque sacro.

Per lo meno i pomeriggi rimangono sacri - quindi mi sono procurato una cosina rapida da leggere.

Move Under Ground è il primo romanzo di Nick Mamatas, un interessante autore con una manciata di volumi all’attivo.
Pubblicato nel 2004, è entrato nella lista dei libri consigliati dalla rivista Locus, e si è beccato due nomination come miglior opera prima nel 2005 - una per il Bram Stoker Award e una per il premio della Horror Guild of America.

Sono 128 pagine.

La storia: anni ‘60 - Jack Kerouac è testimone dell’emersionedi R’lyeh al largo della costa di Big Sur. Con gli amici Burroughs e Cassady si mette sulla strada per fermare il culto malvagio che vuole risvegliare Cthulhu e distruggere (naturalmente) il mondo.

The island was huge, or close, or somehow in a warp of space like a mirage. Miles out to sea but right up against my face in the same instant, I could see the hideous swirls and cut runes on well-worn granite ruins and the whole line of the shore at once. Craggly harbors lined not with boats, but with slick lobster-squid. Thick slabs of stone atop strata of crushed bone, the bedchamber of an Elder God. No gulls circled its beaches, no trees lived there or even stood defiant in petrified death. Even the crumbled doorways had been built for something other than Earthmen. Between me and it, there was only a short boat ride’s worth of sea and a trail of white bodies, drifting towards their new dead home.

R’lyeh is risen.

Capita.

Mamatas è molto vicino al mio modo di concepire la narrativa, ed è ovviamente un fratello in Lovecraft.
Promette molto bene.

Oh, si - una nota per i miei lettori ancora intrappolati nel ventesimo secolo.
Il libro è pubblicato da Prime Books, e va per circa quindici dollari.
Ma essendo stato pubblicato come Creative Commons, l’autore ve lo regala - lo potete scaricare qui come .pdf o come html.

Che frescone, eh, ’sto Mamatas…?

Pubblicato su libri, wired world | Non ci sono Commenti »

Numeri - parte quarta - i maghi del terrore

Pubblicato da Davide su Ottobre 28, 2007

Fin qui è stato facile.
Abbiamo guardato due autori che hanno fatto della consistenza la chiave del proprio successo.

Ma cosa potrebbe accadere se mettessimo a confronto Stephen King con due autentici pesi massimi?

In questo post confronteremo quindi il già analizzato campione di King con due altri campioni….

Howard Phillips Lovecraft

  • Selected tales
  • Best of H.P. Lovecraft
  • At the Mountains of Madness
  • Tales of the Cthulhu Mythos
  • Call of Cthulhu and Other Weird Stories

Edgar Allan Poe

  • The Science Fiction of E.A. Poe
  • The Narrative of Arthur Gordon Pym
  • Complete Verse and Prose

poehplkingUn paio di cose sono cambiate.
Lovecraft e Poe appartengono ad un’altra epoca ead un altro mercato leterario.
Sono entrambi narratori specializzati nella forma breve, tanto che ciascuno è rappresentato da un solo romanzo.
I lavori di entrambi sono inoltre accompagnati da una quantità variabile di metatesto (introduzioni, bibliografie e cncordanze, note) che potrebbero diluire il conteggio.

Di tutto ciò terremo conto in fase di analisi, ma già ad un confronto diretto le differenze sono palesi.
Sia poe che Lovecraftmostrano una percentuale più che doppia di termini complessi, parole mediamente più lunghe e frasi composte da circa il doppio delle parole usate in media da King.

La differenza si potrebe spiegare con la diversa età delle storie, ma è indiscutibile che vi sia quasi un secolo tra Poe e Lovecraft, e meno della metà tra Lovecraft e King.
E’ ragionevole ipotizzare una accelerazione nell’evoluzione della prosa?

O possiamo rifugiarci nella vecchia osservazione di Riccardo valla, “Lovecraft fece di Poe la propria professione” ?

Un rapido paragone coi dati di Nightmare Factory , del contemporaneo di King, Thomas Ligotti (non inserito intabella), sembra smentire questa ipotesi - 12% di termini desueti (il doppio di King), frasi da circa venti parole (più vicino ai valori di Poe e Lovecraft che a quelli di King).

Di sicuro, abbiamo (anche includendo Ligotti) una contrapposizione fra romanzi scritti con frasi brevi e parole semplici, e racconti composti con frasi lunghe e un linguaggio più forbito.
Ancora una volta, non stiamo facendo un discorso di meriti letterari.
E neppure di vendite.
Stiamo confrontando dei numeri.
Ma in linea di massima possiamo dire che StephenKing non scrive come i maggiori scrittori di orrore sovrannaturale.

cluster horrorA questo punto, è ragionevole immaginare che, se una Cluster analysis ci ha permesso di identificare fasi diverse all’interno dellaproduzione di un solo autore, ancora meglio ci permetterà di separare tre autori tanto diversi.
E ci aspetteremo due grappoli principali - uno costituito dalle storie di King, e l’altro dalle storie di Lovecraft e Poe. E quest’ultimo probabilmente suddiviso in due sottogruppi - uno per ciascun autore.

Ma non è così.
Se infatti la separazione è abbastanza buona (si veda il grafico a destra), appare una anomalia inquietante: Dolores Clayborne (ancora lei!) compare distaccata, in un cluster a parte, in un gruppo a forte affinità Lovecraftiana, nel quale ricade anche Tales of the Cthulhu Mythos.

Questo è strano.
E’ dannatamente strano.

D’altra parte, Tales of the Cthulhu Mythos, dai dati in tabella, si discosta notevolmente dalla tradizionale produzione dell’autore di Providence.
Perché?

Questa è la parte del lavoro di analisi statistica che mi piace di più: spiegare perché i numeri non si conformano alle nostre aspettative.

In questo caso non è troppo difficile: basta fare un giro su Amazon.com e dare un’occhiata a fondo alla pagina di Tales of the Cthulhu Mythos.
Il primo commento di unlettore moderatamente soddisfattoci rivela una verità che la libreria online e l’editore Ballantine ci hanno taciuto - Tales of the Cthulhu Mythos non è una raccolta esclusivamente di storie di Lovecraft; costruita da August Derleth, vi compaiono versioni rimaneggiate di testi lovecraftiani (le famose “collaborazioni postume” con Derleth) più storie di altri autori - contemporanei e successivi a Lovecraft.

La cluster analysis funziona.
Tales of the Cthulhu Mythos è un libro “lovecraftiano” ma non di Lovecraft, e quindi viene distinto dal Lovecraft puro.
Il che solleva delle interessanti questioni su Dolores Clayborne, naturalmente….

Pubblicato su libri, progetti personali | 6 Commenti »

Alle Montagne della Follia con Arthur Jermyn e gli hoi polloi

Pubblicato da Davide su Settembre 27, 2007

H P LovecraftSi avvicina l’uscita ad Autunnonero, insieme all’ineffabile Massimo Scorsone.
Cultura, horror, folklore, follia, Lovecraft.

Cosa racconteremo a questa gente?

L’intervento in programma sabato pomeriggio a Dolceacqua, ridente cittadina dell’entroterra ligure, avrà la struttura di un dialogo fra Massimo e me, una specie di replica in vitro delle chiacchierate che normalmente si fanno quando ci si incontra e si chiacchiera di libri, di vecchie storie, di ipotesi…

Con la differenza che questa volta avremo un titolo, un pubblico, e una specie di programma

Al suono di folli flauti.

H. P. Lovecraft e la sua eredità nel fantastico contemporaneo.

I temi del delirio, dell’incubo e della follia nell’opera del Solitario di Providence tra dato nosologico direttamente attinto dal “romanzo familiare” dello scrittore e Leitmotiv ereditato dalla tradizione letteraria. Al vertice tra passato e presente, dai precursori illustri ai continuatori di maniera, Howard Phillips Lovecraft quale ispiratore di una nuova “Vulgata” del fantastico. Conversazione tra Massimo Scorsone, studioso e traduttore, e Davide Mana, scrittore di fantastico e fantascienza.

Ciascuno di noi preparerà le proprie munizioni e si preparerà a spenderle durante la conversazione.

E se H.P. Lovecraft sarà il nostro filo conduttore, non mancheranno i riferimenti a una buon campionario di personaggi più o meno noti, più o meno connessi al mondo della narrativa.

Charles DarwinSenza scoprire troppo le mie carte, dal canto mio, spero di riuscire ad esplorare ancora un poco il legame fra Lovecraft ed il pensiero darwiniano.
Credo che il Gentiluomo di Providence sia a buon titolo il primo, e certo il maggiore autore popolare, ad appropriarsi del pensiero evolutivo e ad utilizzarne tutta la potenzialità, sottolineandone la componente non consolatoria, senza scivolare in darwinismi sociali o tendenze diverse.
Le storie di HPL si svolgono in un universo ateo e indifefrente, nel quale l’umanità - prodotto dell’evoluzione meccanicistica a partire da scarti di laboratorio e altro pattume alieno - ha un ruolo marginale e privo di qualsiasi significato.
In balia di forze incomprensibili e dai fini imponderabili (o assenti), non mancano nell’opus lovecraftiano uomini strettamente imparentati con primati (come il buon Arthur Jermyn, che scopre gli strani traffici di suo nonno con le scimmie bianche), umani degenerati per pratiche oscene (come narrato ne I ratti dei Muri) o testimoni di come l’evoluzione produca un avvicendamento inesorabile attraverso il tempo profondo, e gli scarafaggi erediteranno la Terra (L’Ombra venuta dal Tempo).

Ma non sarà una cosa seriosa.
L’idea è di essere autorevoli, non soporiferi.

E quindi citeremo anche Harry Houdini.
E Fritz Leiber.

Partecipate numerosi.

Pubblicato su libri, progetti personali | Non ci sono Commenti »