strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Chi sogna questi sogni?

Pubblicato da Davide su Aprile 3, 2008

Era una canzone di Christine McVie.

Ma più banalmente, chi scrive i libri che leggiamo?

Massimo Citi, sul suo blog, fa un semplice esperimento - prende dieci libri a caso nella sua libreria, sezione Novità

Sottosezione: «Autori italiani, narrativa».
Ovviamente troverete soltanto libri editi da grandi gruppi editoriali, Mondadori, Rizzoli ecc.
Apritene
uno e leggete il risvolto di controcopertina (3a di copertina) o
semplicemente la controcopertina. La bio dell’autore, insomma.
Bastano le prime righe:
«È autore e regista televisivo»
«Insegna Analisi del film all’Università di Roma»
«Giornalista, autore televisivo e radiofonico»
«Scrive da molti anni sul “Corriere della Sera”»
«Insegna alla New York University»
«Presentatore televisivo e speaker radiofonico»
«Giornalista, è stato deputato per tre legislature»
«Autore e consulente televisivo»
«È giornalista e critico teatrale»
«Insegna presso l’Università di Napoli»

E prosegue nell’osservare, statistiche alla mano, che

una statistica - una volta tanto significativa - a suo tempo pubblicata
su «L’autore in cerca di editore», edizioni La Bigliografica.
Significativa perché La Bibiografica è il centro studi dell’AIE,
Associazione Italiana Editori e raccontarsi balle da soli non serve a
niente.
In questa si mostrava come il 90% dei nuovi autori pubblicati avesse a vario titolo rapporti professionali con mondo editoriale prima della pubblicazione.

Insomma, se volete entrarci, dovete già esserci dentro.
Così simpaticamente neofeudale.

Sarà così anche all’estero?
Per mettere alla prova il sistema Citi, pesco dieci libri a caso dal mio scaffale e stralcio parte della biografia dei rispettivi autori. Nel mio caso non sono tutti esordienti - ma dubito che lo fossero anche nel caso di Massimo.

Eccoli:

  • dieci premi per la narrativa fantastica… dottorato in letteratura medioevale… cintura nera karate… quattro campionati scherma rinascimentale…
  • laurea in storia e latino… quattro turni in Vietnam… interrogatore prigionieri… assistente procuratore distrettuale… autista d’autobus… scrittore a tempo pieno…
  • due National Magazine Awards per la narrativa… tradotto in dodici lingue… vive su un’isola…
  • biologa marina, autrice, docente e consulente scientifico… cofondatrice Deep Ocean Engeneering…. [segue una pagina di titoli accademici e riconoscimenti professionali]
  • figlio di un medico… Trinity College… venticinque anni a Londra…
  • appassionata di fantascienza dall’età di dieci anni… lauree in Filosofia e Intelligenza Artificiale… dottorato a Cambridge… lettrice tarocchi… volontariato in Kazakhstan.. ha un negozio dimateriale occulto a Glastombury…
  • http://www.businessinnovationinsider.com/images/2006/01/Librarian%20action%20figure.jpgbiografo di Dickens, Blake e Thomas Moore… autore di narrativa e saggistica…
  • guaritore… insegnante di tecniche Taoiste… due decenni di esperienza…
  • taglialegna, contrabbandiere, scavatore di gallerie, trivellatore, gestore di ferramenta, assistente tecnico agli esplosivi[segue mezza pagina di esplosioni, fughe e coinvolgimento in vari conflitti locali]
  • in barca a vela a Capo Horn a 19 anni… prigioniero di guerra dal ‘42 al ‘45… coi partigiani in Toscana… moda e abbigliamento…
  • bibliotecario

Incredibile.
Il bibliotecario, intendo.
Immaginate passare una serata a cena con questi dieci….

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Gioco di Società

Pubblicato da Davide su Marzo 26, 2008

Interessante, interessantissimo post su Fronte & Retro, nel quale Max Citi sviscera un altro degli aspetti oscuri del mercato editoriale - come vengono proposti dagli editori i volumi che i librai piazzano poi sugli scaffali, e noi acquistiamo.

Gustosissimo, l’esempio fatto da Massimo sullo stile di proposta di un testo da catalogo, usando come esempio un classico che tutti conosciamo…

Occhiello: «Un thriller a sfondo religioso nell’Italia della Controriforma»

Bio: «A. M. È stato un giovane ribelle e anticonformista e un raffinato poeta.
Ora è ritenuto uno degli scrittori più interressanti e innovativi
dell’Ottocento italiano. La sua è una voce inconfondibile, attenta e
partecipe dei più profondi moti dell’animo umano. Ha pubblicato…
»

Riassunto: «Sullo sfondo di una Lombardia colpita dalla Peste nera, un crudele feudatarioterrorizza il popolo e il clero minore imponendo col sostegno degli invasori spagnoli la sua legge, una legge fatta di soprusi, rapimenti, violenze e stupri. Sarà un giovane contadino al quale l’infame signore, aiutato da una lasciva religiosa, ha rapito la promessa sposa a riunire intorno a sé le forze e le personalità capaci di fermarlo per sempre

Come osserva Massimo, non è poi così difficile fare de «I promessi sposi» una via di mezzo tra un fantasy e un thriller morboso.

Il che mi suggerisce un nuovo giochino di società - quello di presentare come aspiranti best-seller da catalogo i classiconi della nostra gioventù….

I Tre Moschettieri.
Madame Bovary.
Tarzan.
Guerra e Pace.

Prossimamente, su questi schermi.

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Il Mondo Senza di Noi

Pubblicato da Davide su Marzo 23, 2008

Una buona lettura per questo silenziosissimo giorno di Pasqua.
Alan Weisman si pone una domanda semplice - cosa succederebbe se domattina l’umanità scomparisse?
Un virus, naturale o ingegnerato, una nannotecnologia sfuggita al controllo…
Immaginiamo di scomparire.
Cosa succederebbe, dopo?

http://futuroprossimo.blogosfere.it/images/mondosenzanoi.jpg(lo schema tradotto è preso da http://futuroprossimo.blogosfere.it)

Il quadro - costruito col supporto di un gran numero di specialisti e ampiamente documentato - non è dei migliori: gran parte di ciò che creiamo persiste grazie alla nostra costante manutenzione, e non sopravviverebbe a lungo in nostra assenza.
Sul versante positivo, molti dei nostri effetti collaterali più negativi verrebbero riassorbiti abbastanza alla svelta dal sistema Terra.
Solo 50 anni per ripulire l’acqua dai nitrati (forse un po’ ottimistico).
Solo 500 anni per vedere il riformarsi delle barriere coralline (per lo meno in embrione).
Ma nessuno a goderne la bellezza.
Intanto, mentre enumera scomparse e ricomparse, Weisman traccia una storia dell’impatto umano sul pianeta - da quando siamo diventati una Forza della Natura capace di fare ciò che solo i vulcani in passato facevano.
L’autore non esprime giudizi, ma fornisce molto cibo per il pensiero.Ben scritto, ben tradotto, poco costoso (neanche quindici euro), tascabile, Il Mondo Senza di Noi è un eccellente esempio di divulgazione scientifica, una lettura veloce ma non “leggera”.
Lo pubblica Einaudi Stile Libero, con una misteriosa etichetta Extra.

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E-book - curiose convergenze

Pubblicato da Davide su Marzo 2, 2008

Curiouser and curiouser, come avrebbe detto Alice.
In capo a tre giorni mi capitano sul desktop tre post provenienti da tre blog diversi, che sembrano far parte di un unico bouquet.

Prima, il post di Massimo Citi su Fronte & Retro, intitolato “Problemi tecnici” - nel quale l’autore si scusa per alcuni disguidi nell’impaginazione dei file scaricabili dei suoi racconti…

Un volenteroso lettore mi ha segnalato che i file di testo aperti a video sono troppo piccoli e scaricati e stampati rimangono troppo piccoli, al limite dell’illeggibile.

Poi c’è “Stamperesti su carta i numeri del cellulare”, comparso su CORDEF, nel quale Corrado de Francesco lamenta una certa insensibilità del pubblico nel maneggiare gli e-book….

Mi viene da pensare così tutte le volte che vedo qualcuno stampare su carta un e-book nato per essere usato a video. Eppure alcuni lo fanno o lo chiedono manifestando un’irritazione involontaria: a loro la tecnologia dà fastidio specie se li costringe a cambiare.

E per chiudere l’ultima uscita di Gamberi Fantasy, “Come creare un e-book decente”, nel quale Gamberetta applica la sua abituale esaustiva capacità analitica al problema dell’autopubblicazione….

L’idea dietro la creazione di un ebook e la sua distribuzione (gratuita) è far sì che lo leggano più persone possibile. Per raggiungere tale scopo, bisogna considerare come la gente legge un ebook. Se l’ebook è di poche pagine – un racconto – quasi tutti lo leggono a video. Se le pagine diventano tante, molti stampano il testo. Una piccola percentuale legge gli ebook su lettori dedicati o altri strumenti portatili (cellulari, palmari, lettori MP3 con schermo, consolle per videogiochi, ecc.)

Ora, è impossibile che questi tre eccellenti post mi capitino sotto agli occhi senza stimolare qualche vuota considerazione.

La mia vuota considerazione è - ma è corretto considerare l’e-book come un libro, applicando ad esso i criteri della stampa in cartaceo?
In fondo, non è l’e-book un software, e non sarebbe quindi più logico applicare dei principi di accessibilità del software?
Logico, a questo punto, il discorso di Gamberetta - tocca capire come viene letto l’e-book.
Ma molto logico il discorso di CORDEF - perché volerlo stampare a tutti i costi?
E perchè dovrei poi essere io a scegliere?
E se poi i font che ho scelto - o che erano selezionati per default - risultano troppo piccoli o troppo grossi, come nei file di Max Citi?

Sono notoriamente un fautore dell’autopubblicazione.
Con l’editoria tradizionale, questioni come la scelta di font e criteri di impaginazione non sono responsabilità dell’autore.
Esistono persone pagate dall’editore per curare il lato tipografico ed artistico della produzione.
In prima battuta, l’autoproduzione conferisce all’autore anche il controllo sulla tipografia della pagina scritta.
Una libertà in più, della quale di solito l’autore non sa che farsene.
Ma perché fermarsi qui?
Perché non approfittare della tecnologia e mettere la scelta della modalità di lettura al lettore?
Molti e-book readers forniscono già questa opzione - yBook mi permette di scegliere il formato della pagina, la visione in pagina singola o doppia pagina, il colore e il formato dei caratteri, addirittura il colore della carta.
Ma allora, fatemi causa, perché arrovellarsi con tante questioni, quando posso distribuire i miei lavori in un file zip che includa il testo in ASCII e yBook?
Bello liscio.

Il guaio, io credo, è che la pubblicazione degli e-book è ancora troppo legata a certi parametri editoriali della carta stampata.
Questa faccenda di stampare i .pdf, ad esempio.
“Alla gente non piace leggere a schermo,” ci dicono.
Volete dire che avete stampato questo blog, per poterlo leggere?
La gente non ha problemi a leggere a schermo ciò che è stato progettato per essere letto in quel modo - le pagine web, ad esempio.
I vecchi file Help.

Eppure se ci sono .pdf che o li stampi o non li leggi, è semplicemente perché sono stati creati senza pensare che qualcuno avrebbe potuto leggerli a schermo.
Molti, moltissimi, sono solo il riversamento del file LaTeX usato dal tipografo per stampare la versione cartacea.
Persino Lulu.com vi vende il .pdf da cui è prodotto il volume a stampa.
L’idea di riversare tutto su carta è implicita nella forma.

Ma nessuno ci obbliga a produrre i nostri file come se fossero una trasposizione su schermo della forma, anziché del contenuto.

Una sciocchezza?
L’uso della pagina con orientazione “portrait” anziché quella “landscape”.
Perché non passare a quest’ultima - che si adatta meglio allo schermo?
Se ne sono accorti gli editor di Full Circle, rivista in pdf che è passata dopo tre numeri dal formato verticale a quello orizzontale.
Molto più leggibile.
Semplice.

E perché non lasciare al lettore la scelta del font che più gli aggrada?
Con Firefox, premo Ctrl & +, ed ingrandisco il carattere, premo Ctrl & - e lo riduco.

Per fare ciò, sarebbe necessario disaccoppiare contenuti e tipografia.
Che è poi quello che fanno i file CSS nelle pagine web.
Si potrebbe allora offrire il nostro e-book come un file HTML con il testo ed una serie di CSS, con i criteri di stile per l’impaginazione da stampa, da lettura a video eccetera.
Al lettore la scelta di quale implementare in base alle sue necessità ed ai suoi gusti.

Eppure, sicuramente, fintanto che gli e-book continueranno ad essere percepiti come una specie di libro (= basta aggiungere carta) anziché come un software (=basta aggiungere un computer), continueremo ad avere problemi tipografici, continueremo a fare la fortuna delle copisterie, e dovremo farci un sacco di problemi per divulgare il nostro materiale.
E la tecnologia dovrebbe rendere le cose più facili, non più complicate.

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Tutto il Nero…

Pubblicato da Davide su Febbraio 25, 2008

Ce l’ho!
Non che l’editore mi abbia inviato la mia copia, no.
È stato Massimo Citi, che fa il libraio, a procurarmente una copia.
Così ora sono in debito con Max, ho ancora un sospeso con Noubs, ma posso finalmente palpeggiare di persona la mia copia di Tutto il Nero del Piemonte, più che un libro un oggetto di culto curato da Danilo Arona e Angelo Marenzana, un’antologia che allinea il meglio del grottesco e dell’arabesco, per dirla con Poe, della nostra regione.
Il meglio in termini di autori.
Il meglio in termini di contenuti.
Presieduto dallo spirito tutelare di Iginio Ugo Tarchetti, il volume è una lettura dannatamente buona.
Il genere di chiller leggero ma appagante che una signora a-la-page potrebbe cacciarsi in borsa partendo per una breve vacanza in campagna, o sui laghi, o in collina.
Storie delle quali discutere con le amiche la sera, giocando a canasta e sorseggiando maraschino.
Mi è piaciuto di più… Mi è piaciuto di meno…
Il genere di libri che ci si potrebbe scambiare fra amici.
Il genere di libro che la generazione successiva potrebbe poi ritrovare, un po’ sbiadito e un po’ storto, con un paio di cartoline e un fiore essiccato fra le pagine, ricordo improbabile della zia…

Invece è un libro che nessuno conosce.
Zero pubblicità - se non quella fatta dagli autori e curatori, raminghi (ma apprezzatissimi!) fra i colli del Monferrato sotto la pioggia.
E perché la distribuzione è, per lo meno, avventurosa: la settimana passata ne sono state avvistate alcune copie allo stato brado ad Alessandria.Un paio sono state catturate.

E l’editore, cosa dice?

Per la distribuzione, questo non è nostro compito, e non potete prendervela con noi.

Già.
Allo stesso modo non possiamo prendercela con loro…

Per i refusi, sono dovuti alla fretta con cui il libro è satto fatto uscire e ci sono state delle sviste imperdonabili.

Già.

Però è bello averne una copia finalmente sullo scaffale.
E sognarlo primo di una serie, come quelle massicce antologie annuali che negli Stati Uniti e in Gran Bretagna hanno rimpiazzato le riviste di narrativa breve.
È quasi facile da immaginare:

Tutto il Nero del Piemonte 2010.
1000 pagine di narrativa inedita, inclusi tutti i finalisti al premio Tarchetti.
In tutte le librerie, solo 15 euro.

Sognare è gratis, come cantavano i Blondie.

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Massimo Citi come gli americani

Pubblicato da Davide su Febbraio 19, 2008

Massimo Citi è certamente una delle voci più interessanti nel panorama del fantastico italiano.
Autore prevalentemente di fantascienza, con delle mai smentite simpatie ballardiane, Citi è uno dei pochi coraggiosi che si sforzano di scrivere buona letteratura e non storielle.
E ci riesce.

Già in passato ho parlato di un suo libro su queste pagine, spiegando come sia impossibile spiegare perché Citi sia così in gamba.
Potrei paragonarlo ad altri autori, ma poi voi pensereste a loro, e non a lui, e sarebbe un peccato.
Potrei paragonare il suo stile di scrittura ad una macchina di precisione, ma voi poi pensereste ad ingranaggi e pistoni, e non cogliereste ciò che sta in profondità.
Potrei stralciare brani - ma perché limitarsi?
Leggete le sue storie, e fatevi un’idea vostra.
Non ve ne pentirete.

E se fino alla settimana passata per leggere una storia di Massimo Citi dovevate rintracciare uno dei suoi libri (magari nella sua libreria) e scucire danaro - col rischio poi magari di scoprire con estremo disappunto che ciò che scrive Massimo Citi non ha proprio nulla a che vedere con Eragon o con Star Trek - ora invece poterte semplicemente fare rotta sul suo blog, Fronte & Retro, e scaricare qualche campione.
Perché Max Citi, come molti autori anglosassoni e non solo, ha deciso di provare a mettere in rete alcuni dei suoi lavori meno conosciuti.
La selezione include un romanzo fermo ai primi capitoli.
Sarà interessante ora vedere come reagirà il pubblico.
Ci sarà abbastanza entusiasmo da convincere Massimo a proseguire?

Staremo a vedere.
Nel frattempo, buona lettura.

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Nove dentisti su dieci

Pubblicato da Davide su Febbraio 18, 2008

Cominciamo citando un classico.
Capirete poi perché.

The good writers are Henry James, Stephen Crane, and Mark Twain. That’s not the order they’re good in. There is no order for good writers….All modern American literature comes from one book by Mark Twain called Huckleberry Finn.

Ora, diceva Max Citi commentando il mio post sulla desolazione

I gusti dei lettori sono spesso rudimentali - lo erano anche i miei prima di fare questo lavoro e per molti temi e generi lo sono ancora - e certamente la cosa peggiore è sentire qualcuno sdottorare di un tema avendo alle spalle soltanto letture parzialissime.

Parole sante.
Vagolando per la blogsfera inciampo su una frase che sintetizza bene il mio disagio verso i frequentatori della blogsfera medesima, e le loro futili opinioni non informate…

Sembra quasi che se uno non legge solo e esclusivamente i grandi classici della letterartura (ma poi chi è che stabilisce quali sono i grandi classici?) sia un povero deficiente.

Ripetiamolo ad alta voce:
Ma chi è poi che stabilisce quali sono i grandi classici?

Già…
In fondo, chi è che ci garantisce che ’sto Dostojevski alla fine sia davvero meglio di Moccia?
Dove sta scritto che Roger Zelazny o Fritz Leiber siano davvero meglio della Troisi?
E chi lo ha deciso?
E chi gliela ha data, l’autorità?

Il che palesemente è un’incastellatura di idiozie.
L’idea di base è che dovrebbe bastare una lettura anche superficiale per accorgersi che “Verdi Colline d’Africa” di Hemingway è meglio di “Tutte le Barzellette su Totti”, di Anonimo.
La qualità del testo, la sua significatività, dovrebbero essere palesi.
E con un po’ di approfondimento (una bella introduzione, ad esempio) potremmo anche scoprire la sua importanza per un determinato momento della storia della nostra cultura.
Ma qui casca, come si suol dire, l’asino.
Poiché ci troviamo di fronte a persone che non leggono.
Inflessibili nel sostenerte le proprie opinioni non informate, sembra quasi si aspettino che esista una sorta di Ministero dei Classici Letterari, dove grigi burocrati decidono, “questo è un classico, questo no…”

Chissà, forse è il retaggio di un certo vecchio (ma ancora vivo e vegeto?) sistema scolastico, che impone certe letture, certi percorsi formativi, anziché spiegarne la natura e l’importanza.
L’unica cosa che conta è ricordare la data di nascita di Manzoni.
Associato un simile vissuto scolastico ad un forse giustificato, per quanto maoista, concetto secondo il quale “Ribellarsi è giusto”, la frittata è fatta abbastanza alla svelta.
Poiché in una società fondamentalmente egualitaria, la mia opinione vale tanto quanto quella del Ministro dei Classici Letterari.
E quindi ciò che io leggo vale tanto quanto, se non di più, ciò che non ho mai letto, e la cui fama e importanza sono convinto derivino da un’arbitraria imposizione dall’alto.
Io ho comunque la mia stupida opinione.
E questa stupida opinione la pubblico, e la difendo a spada tratta.

Ma una opinione non informata è un pregiudizio.
Ed è stupido basare le proprie scelte su pregiudizi, anche quando questi sono condivisi da una moltitudine.

Ci sono le letture impegnate e quelle spensierate. Forse chi legge Harmony è un deficiente? Ognuno legga quello che vuole. Con buona pace dei grandi pensatori e degli intellettuali sputa sentenze.

Già.
Nove dentisti su dieci consigliano….
Come può sbagliare la maggioranza?
In fondo, è un’altra delle idee mal digerite della nostra cultura contemporanea, no?
La maggioranza ha sempre ragione.
E quindi, davvero… Ma chi è poi che stabilisce quali sono i grandi classici?
Viva la lettura spensierata.

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Una manica di illetterati

Pubblicato da Davide su Febbraio 6, 2008

La notizia riportata da La Repubblica dovrebbe in qualche modo farmi sentire vendicato, ma proprio non ci riesco, a vedere un lato positivo…

Laureati analfabeti.

Quanti, del nostro già magro 8,8% di laureati (la media dei paesi Ocse è del 15%), leggono ogni giorno qualcosa di più delle réclame e delle didascalie della tivù? Quanti invece sono prigionieri più o meno consapevoli di quella che Italo Calvino chiamò l’antilingua? Non saper scrivere nasconde il non saper leggere. Sette laureati su cento non leggono mai (e sono quelli che hanno il coraggio di dichiararlo all’Istat: mancano quelli che se ne vergognano). Altri sette leggono solo l’indispensabile per il lavoro: e siamo già vicini al fatidico uno su cinque. Ma andiamo avanti: uno su tre possiede meno di cento libri, praticamente solo i suoi vecchi testi scolastici. Uno su cinque non ha in casa un’enciclopedia. Quasi nessuno (73 per cento) va in
biblioteca, e quando ci va, raramente prende libri in prestito. “Manca il tempo”, “sono troppo stanco”, le scuse più comuni. Ma ci sono anche quelli che non accampano giustificazioni imbarazzate, anzi rivendicano il loro illetteratismo come atteggiamento moderno e aggiornato: “leggere oggi non serve”, “è un medium lento”, “preferisco altre forme di comunicazione sociale”.

Numeri agghiaccianti.
Meno di cento libri?
Leggere oggi non serve?

Poi alla sensazione agghiacciante segue una certa vaga familiarità.
Non c’è forse un ex-collega (oggi rispettato accademico) che da quindici anni, se interrogato a riguardo, risulta impegnato nella lettura dello stesso volume - Le Grandi Controversie della Geologia?
E non c’è una forte, fortissima resistenza nell’ambiente accademico, verso coloro che “hanno troppi interessi”?
Non mi è stato consigliato, molto amichevolmente, di evitare di citare in curriculum il mio interesse per la letteratura ed il fatto che io scriva “raccontini polizieschi” (sic), per evitare imbarazzi?

“In Francia e Germania gli atenei organizzano gare di ortografia “, sospira il professor Serianni. Da noi è difficile perfino reclutare iscritti per i laboratori di scrittura che alcuni atenei, allarmati, hanno messo a disposizione degli studenti in debito di lingua. Quello di
Modena è affidato al professor Gabriele Pallotti: “Di solito comincio da virgole e apostrofi…”. Pallotti nel cassetto tiene una cartellina di orrori: email, biglietti affissi alle bacheche, “esito profiquo”, “le chiedo una prologa”, “attendo subitanea risposta”. Ma correggere le asinate non è ancora abbastanza. “Saper annotare correttamente parole sulla carta non è saper scrivere” spiega. “Parlare e scrivere sono due diversi modi di pensare. Troppi ragazzi escono dall’università sapendo solo trascrivere la propria oralità, ovvero un flusso continuo di idee non ordinato e difficilmente comunicabile. Cioè restano mentalmente analfabeti”.

E poi ci sono quelli che credono che conoscere una lingua straniera sia un extra.
Quelli che credono che le linee guida per la pubblicazioni siano “libberticcide”.

Idioti.
Come quello che definisce la lettura “un medium lento”.

La lista dei colpevoli è lunga.
Lunghissima.

Ma se avessero ragione loro? Perché alla fine si scopre che il laureato analfabeta non fa necessariamente più fatica a trovare lavoro rispetto ai suoi quattro colleghi più letterati. le imprese non sembrano granché interessate a selezionare i propri quadri dirigenti sulla base delle competenze linguistiche di base. E non perché non si accorgano delle deficienze dei loro nuovi assunti. Parlare con Carlo Iannantuono, responsabile delle risorse umane per la filiale italiana della Sandik, una multinazionale del ramo macchine per cantieri, reduce da una lunga selezione di personale laureato, è come farsi raccontare una serata allo Zelig: “Quello che se potrei, quello che s’è laureato per il rotolo della cuffia (e si vede), quello che glielo dico così, an fasàn (e io: e dü pernìs…)…”. Gli analfabeti conclamati, calcola, sono solo un 3-4 per cento, ma molti altri non sembrano pienamente padroni delle loro parole. E lei li assume lo stesso? “Dipende”, si fa serio, “noi cerchiamo
bravi venditori. Quello che deve discutere con i dirigenti della Snam è meglio sappia i congiuntivi. A quello che deve convincere un capocantiere della Tav forse serve di più un buon paio di stivali di gomma”.

Per fortuna la pagina de La Repubblica non manca di linkare in calce Grandi Scuole.
La civiltà è salva.
Diventeremo tutti bravi venditori.

Aggiunta a posteriori

Tanto per fare un paragone

Canadians’ attitudes toward reading appear to be very positive. The following attitudinal findings are pulled from the PCH study as well as a report from the Canadian Publishers’ Council (CPC), Book Buying Attitudes and Behaviours (conducted in 2004 among only English-speaking Canadian adults).

  • Nearly half (43%) of Canadians said they enjoy reading “very much,” and a further 39% like to read some of the time (PCH).
  • Eighty-five percent indicated that “reading is very important to me” (PCH).
  • Eighty-two percent said they “read for fun” and 72% to “relax/unwind,” higher than the 60% who read to “learn” (CPC).
  • Forty-three percent picked “reading books” as an activity they would choose to do if they had more time, virtually tied with the #1 pick, “visiting with friends in a home” (45%) and the #3 pick at 40%, “out of home entertainment” (CPC).

Chissà quanti sono bravi venditori?

Pubblicato su 21° secolo | 4 Commenti »