strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Caterina

Pubblicato da Davide su Marzo 24, 2008

Dopo il silenzio del giorno di Pasqua, un po’ di musica per Pasquetta.

Uno degli aspetti più divertenti dell’essersi appassionati fin da ragazzini alle incisioni più misteriose ritrovate negli anfratti più bui del negozio di dischi è che, proseguendo su questa strada, ci si ritrova a sentirsi un po’ come Indiana Jones.
Si ritrovano tesori perduti da tempo, si incespica su strane cospirazioni del silenzio, e se i nostri amici ci riservano occhiate spente e commenti sferzanti, la musica da sola è spesso una ricompensa più che soddisfacente.

In Las VegasConsiderate ad esempio Caterina Valente.
Artista italiana nata a Parigi.
Performer, sarebbe l’etichetta più corretta.
Un catalogo di 1500 brani incisi in dodici lingue (sei parlate fluentemente).
Recita a fianco di Vittorio De Sica.
Lavora in TV con Dean Martin e Danny Kaye negli Stati Uniti.
Un suo show viene usato per lanciare il secondo canale RAI nel 1961.
Duetta con Chet Baker, Louis Armstrong, Buddy Rich, Ella Fitzgerald.
Lavora con Count Basie, Tommy Dorsey e Woody Herman.
In italia duetta com Mina facendole fare la figura della dignitosa seconda voce.
Il suo album più recente è del 2001.
Senza contare i bootleg, le raccolte (colossali cofanettoni da otto-nove CD), le ristampe filologiche.

Eppure, stranamente, appare completamente rimossa dal nostro panorama musicale.
I tedeschi la idolatrano.
I francesi vendono i suoi dischi a peso d’oro.
In America è schedata fra le dieci migliori voci del jazz.
Da noi se la ricordano in pochi.
Pochissimi.

Io ammetto di essere arrivato tardi a Caterina Valente, complice questo disco: Sweet Beat - the Legendary ’60s Pop Sessions.

La track list:

  1. We can Work it Out
  2. You’ve Got Your Troubles
  3. Fascinathing Rhythm
  4. Music to Watch Girls By
  5. Ol’ Man River
  6. San Francisco
  7. Blueberry Hill
  8. Don’t Sleep in the Subway
  9. C’Est Si Bon
  10. Waterloo Sunset
  11. Terrible Feeling
  12. I Dig Rock and Roll Music
  13. Happy Together

Si, c’è Waterloo Sunset.
Ne devo avere una dozzina di versioni diverse, e l’ho sentita fare da un sacco di gente.
Da Ray Davies, naturalmente, da Billy Bragg e da David Bowie.
Caterina non ha nulla da invidiare a nessuno di loro.

Inutile dire che i prossimi mesi vedranno la comparsa di molti altri dischi della signora Valente sul mio scaffale, vicino all’ampia sezione dedicata ad Anita O’Day.

Ma io parlo, e voi non ci credete.
Allora beccatevi questa…

http://it.youtube.com/watch?v=iijMp1f-ssg

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Eddi Reader

Pubblicato da Davide su Marzo 17, 2008

Post finesettimanale in ritardo.
Ho menzionato Eddi Reader in un commento ad un post su di un altro blog - che complicazione - e mi è venuta voglia di riascoltarla.
Cominciando col vecchio album - rigorosamente su vinile - dei Fairground Attraction, gruppo scoperto un paio di decenni fa.

http://it.youtube.com/watch?v=_OWzDP5cnE0

Quel disco rimane una delle mie scelte primarie per i giorni di pioggia.

Da allora la Reader ha fatto molta strada, ha ricevuto un cavalierato, ha inciso un fondamentale album con le canzoni di Robert Burns.

http://it.youtube.com/watch?v=oUs-5dHFksw

Ha partecipato alle conferenze TED.

Nel corso degli anni l’ho vista classificare in un sacco di modi diversi - cantante folk, cantante neotradizionale, cantante pop.
Sarà colpa della chitarra acustica, che spesso disorienta i critici.

Mi sono ritrovato a parlare di lei facendo un discorso sulla microcelebrità.
L’idea che non sia necessario avere milioni di fan per riuscire a vivere, e bene, della propria arte.
Eddie Reader non è certo un’artista popolare - ma ha una platea di ascoltatori fedeli e attenti, che non si lasciano scappare le sue uscite, incluse le frequenti incisioni quasi in tempo reale delle sue uscite dal vivo.
Mille fan che spendano per un artista 100 euro all’anno ciascuno,portano nelle tasche dell’artista 100.000 euro.
Molto meno, ovviamente, se l’artista non autoproduce le proprie uscite.
Ma per un artista autoprodotto, 1000 fan nell’epoca di internet non sono poi molti.

Al di là delle considerazioni economico-sociologiche, la voce di Eddi Reader è splendida.
Le sue canzoni sonos pesso malinconiche, e possono risultare un po’ troppo in un pomeriggio ventoso di primavera.
Però è piacevole, per un po’, lasciarsi cullare da Dame Eddi Reader e dalle sue canzoni.
Consigliato, l’album Candyfloss & Medicine.

http://it.youtube.com/watch?v=QyDc-MxB9Rs

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Nippon no Rock Band

Pubblicato da Davide su Marzo 7, 2008

Finesettimana.
È un po’ che non parlo di musica.

Nel giugno 2005, i Southern all Stars, storico gruppo giapponese (anche noti come SAS o Sazan All Stars), ripresentarono sul mercato, in 44 CD rimasterizzati, i loro 44 singoli - da Katte ni Simbad,che molti avevano considerato una canzoncina-gadget, una cosa stile Elio & le Storie Tese, a Itoshi no Eri, che era stata rifatta da Ray Charles, fino al nuovo singolo Tsunami, che ad oggi ha venduto tre milioni di copie.
Come risultato, fino all’autunno successivo, la Top 50 giapponese venne presa in ostaggio dai SAS - con una media di trenta titoli su quarantaquatto costantemente in classifica, una settimana dopo l’altra.
Alla faccia del marketing.

Il fatto è che non era solo marketing - i SAS sono dannatamente in gamba.
Suonano benissimo canzoni straordinariamente orecchiabili.
E dopo trent’anni esatti dal loro esordio, questi “ragazzi” sono ancora la band numero uno nella classifica delle cento band migliori del Giappone compilata da HMV - che i dischi li vende.
Sorprendente, considerando il loro esordio…

http://it.youtube.com/watch?v=DJFOexoVSQ8

L’estate passata, li ho scoperti proprio attraverso la loro riedizione di singoli e il front-man della band, Kuwata Keisuke, è entrato immediatamente nel mio piccolo olimpo privato di idoli - là con Donald Fagen & Walter Becker, Bill Elliot, Ray Davies.
Multistrumentista (chitarra, basso, batteria e tastiere), cantante, autore, regista cinematografico e compositore di colonne sonore, Kuwata è cresciuto a Chigasaki, una cittadina di mare (e forse per questo ha compostotante canzoni sull’oceano), coltivando una passione malsana ma condivisibilissima per Lowell George e i Little Feat.

Ecco ad esempio la sua versione del classico Dixie Chicken

http://it.youtube.com/watch?v=juBsUdIw1GQ

Nei dischi dei SAS. Kuwata ha toccato tutti i generi, con brani sospesi fra blues e rock classico, alternati a cover di Pink Floyd, Jimi Hendrix, Creedence Clearwater Revival, The Band, Deep Purple, Sam Cooke.
E qui ve lo beccate che rifà Donald Fagen - I.G.Y.
Due dei miei idoli al prezzo di uno.
Grandissimo.

http://it.youtube.com/watch?v=66eys6qv6-o

Un asso nel soffiare i riff alla concorrenza, con una voce riconoscibilissima (pochi mesi prima di darsi alla carriera di rockettaro, aveva vinto il premio Yamaha come miglior vocalist), spesso censurato per i testi espliciti (inclusa una canzone in cui figurava - orrore - la parola “motel”) e le copertine zeppe di donnine, Kuwata ha anche una solida carriera da solista, ed un numero di gruppi collaterali, inclusa la Kuwata Band.
Con la quale ha inciso appunto Nippon no Rock Band.
Tutto in inglese.
Del 1986.
Appena uscito in un colossale remaster.
Ed ora a quanto pare Kuwat-san ha iniziato a pubblicare raccolte di standard jazz.

Ma noi chiudiamno con Highway Star dei Deep Purple, che piacerà al mio amico Fabrizio…

http://it.youtube.com/watch?v=b-ZxlxTvjI8

Inarrivabile.

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Rex Bob Lowenstein È Vivo!

Pubblicato da Davide su Gennaio 30, 2008

Nei meravigliosi anni ‘80, Mark Germino, poeta diventato cantautore, scrisse una canzone su un tale che si chiamava Rex Bob Lowenstein.
Un DJ in una piccola radio locale (W.A.N.T.) Rex Bob è uno specialista nel dare alla gente ciò che la gente vuole…

He lives for his job and he accepts his pay
You can call and request ‘Lay Lady Lay’
He’ll play Stanley Jordan, The ‘Dead and Little Feat
And he’ll even play the band from the college down the street

And his name is Rex Bob Lowenstein
He’s forty-seven, goin’ on sixteen
His request line’s open, but he’ll tell you where to go
If you’re dumb enough to ask him why he plays Hank Snow

Rex Bob è un piccolo eroe locale, uno che contribuisce alla comunità con l’unico mezzo a sua disposizione…

Well, he tries to keep his talkin’ to a minimum
He’s a Democrat, he’s a Republican
He’s an ad man with a great voice, say some
But when he spins those records he’s neither one

He’ll talk to the truckers on the interstate strip
The housewife and the car dealership
And when his second wife left him for a paper millionaire
He cried unashamedly right on the air

And his name is Rex Bob Lowenstein
He’s forty-seven, goin’ on sixteen
His request line’s open but he makes no bones
About why he plays Madonna after George Jones

Ma le cose si mettono male, perché le case discografiche hanno un’idea migliore - fornire una playlist definita (con i pezzi che devono vendere) e pagare la stazione radiofonica per il disturbo.
Si chiama Payola, una pratica fortemente immorale - fino agli anni ‘80, quando divenne la regola (vi siete mai chiesti perché con 50 video prodotti ogni mese, Mtv passi sempre i soliti 12?).

Now, one day a man in a pinstriped suit
Took the owner of the station to a restaurant booth
His pitch was simple, “you’ll increase your sales
“If you only play the song list we send in the mail.”

He guaranteed a larger audience
Less confusion and higher points
“But your drive-time jock won’t get to do his thing.
“Hey he’s not half bad, tell me, what’s his name?”

Well his name is Rex Bob Lowenstein
He’s frequently heard, but he’s seldom seen
His formula’s simple and his format’s big
“I just play anything, you call and tell me what you dig.”

La cosa, ovviamente, a Rex Bob non piace.

Now Rex Bob David Saul Lowenstein
Quit his job a week later, but before he’d leave
He locked and bolted the control room door
And played smash or trash till they cuffed him on the floor

Beh, da ieri Rex Bob Lowenstein non è più solo una canzone.
Infastidito dai cambiamenti arbitrari imposti alla sua playlist, il DJ texano Paul Webster Feinstein si è introdotto negli studi della sua stazione radio (K.O.O.P.), ha cosparso le apparecchiature di benzina ed ha dato fuoco a tutto l’ambaradan.

After discovering that changes were made to his playlist for an overnight slot, Internet broadcaster Paul Webster Feinstein set fire to Austin community radio station 91.7 KOOP, where he was a volunteer. According to the Associated Press, the blaze, which took place on January 5, caused $300,000 of damage to the studios. If convicted, Feinstein, 24, faces two to 20 years in jail and a fine of $10,000.

La vita imita l’arte?

Well they drug him into court and the judge said, “Rex
“I’ve got to lock you up, for what I’m not sure yet.
“But your boss here says he thinks you’re wrapped too tight.
“But, by the way thanks for playing ‘Moon River’ last night”

And his name is Rex Bob Lowenstein
He’s a flaming bell inside a tambourine
He could play it all if he was just set free
Just to find what the people WANT

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Un pomeriggio dall’Uomo con la Barba.

Pubblicato da Davide su Gennaio 11, 2008

Giro per il centro cittadino, oggi pomeriggio, nonostante il freddo, il maltempo , la bronchite e le manifestazioni sindacali.
Come spesso succede, quando il mio amico fabrizio è in città, abbiamo battuto ciò che rimane dei nostri luoghi d’infestazione preferiti all’epoca dell’università.
Certo, non c’è più la libreria Druetto, Maschio ha chiuso, Ricordi è un magazzino indifferenziato gestito da Feltrinelli, non c’è più la bancarella nel tristo sottopassaggio di Porta Nuova che vendeva vinili a prezzi stracciati, Rock & Folk vende pupazzi e DVD…
Però c’è ancora Materiali Resistenti, in via Pò, alias “l’Uomo con la Barba”, anche se l’uomo con la barba, anarchico e dalla cultura vastissima, che gestiva questo specialista in dischi di seconda mano è passato a miglior vita da tempo, lasciando un grande vuoto nella comunità di appassionati di musica torinesi.

E quindi,vai, giro canonico dall’Uomo con la Barba.

E io, se entro dall’Uomo con la Barba, esco con una borsata di vinili.
Artefatti di un’epoca più civile.
Non goffi ed erratici come dei compact-disc.

Oggi, colpo dell’anno - per una manciata di euro scarsi (meno del prezzo di un CD), ho spazzolato tutta la discografia di Tim Curry.
Attore eccellente, per motivi inspiegabili relegato aparti secondarie in oscui B-movies ealternati a ruoli iconici nel cinema di gener, Tim Curry è stato il dottor Frankenfurther del Rocky Horror Picture Show, la Tenebra del cupo Legend, e Pennywise il clown in It, tributo di Stephen King a Lovecraft.
E Long John Silver ne L’Isola del Tesoro dei Muppets.
Pochi sanno che ha anche inciso, fra il 1978 e il 1981, tre album - Read My Lips (1978), Fearless (1979) e Simplicity (1981).
Dischi leggendari.
Tutte prime edizioni, in condizioni splendide.
Buoni? Possiamo discuterne - Feraless è considerato il migliore, stando alla critica.
Certo non sfigureranno se paragonati a, chessò, The Return of Bruno, di Bruce Willis.
Ho anche quello.
Preso anche quello dall’Uomo con la Barba, una quindicina di anni or sono.

Per fare cifra tonda, ho buttato sul piatto anche un altro piccolo pezzo di leggenda degli anni ‘80.
Jim Steinman.
(I know that I’m gonna be like this forever I’m never gonna be what I should And you think that I’ll be bad for just a little while but I know that I’ll be) Bad for Good.
Rock wagneriano.
Prima edizione.
LP + EP.
Con Rock’n'roll Dreams Come True cantata da Rory Dodd.
E copertina di Corben.
Grande.
Così kitsch da essere un classico.

Ora tocca solo disseppellire il giradischi…

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Musica natalizia 1

Pubblicato da Davide su Dicembre 18, 2007

Manca una settimana a Natale.
E poiché non condivido i sentimenti di ostilità di alcuni - nonper la festa in se o per il suo significato originario, per lo meno - mi pareuna buona idea infligg… ehm, proporre una piccola raccolta di canti natalizi ai miei visitatori.

La mia ideale compilation di Natale.
Ricordate cosa diceva Nick Hornby?
Per fare una grande compilation, il primo pezzo è essenziale…

Perciò, partiamo con The Kinks.
Father Christmas.
Ha trent’anni suonati, e musica e immagini sono un po’ fuori sinc.
Il che, tutto sommato, ha un suo senso….

http://it.youtube.com/watch?v=CjaPXihbORk

When I was small I believed in santa claus
Though I knew it was my dad
And I would hang up my stocking at christmas
Open my presents and Id be glad

But the last time I played father christmas
I stood outside a department store
A gang of kids came over and mugged me
And knocked my reindeer to the floor

They said:
Father christmas, give us some money
Dont mess around with those silly toys.
Well beat you up if you dont hand it over
We want your bread so dont make us annoyed
Give all the toys to the little rich boys

Dont give my brother a steve austin outfit
Dont give my sister a cuddly toy
We dont want a jigsaw or monopoly money
We only want the real mccoy

Father christmas, give us some money
Well beat you up if you make us annoyed
Father christmas, give us some money
Dont mess around with those silly toys

But give my daddy a job cause he needs one
Hes got lots of mouths to feed
But if youve got one, Ill have a machine gun
So I can scare all the kids down the street

Father christmas, give us some money
We got no time for your silly toys
Well beat you up if you dont hand it over
Give all the toys to the little rich boys

Have yourself a merry merry christmas
Have yourself a good time
But remember the kids who got nothin
While youre drinkin down your wine

Father christmas, give us some money
We got no time for your silly toys
Well beat you up if you dont hand it over
We want your bread, so dont make us annoyed
Give all the toys to the little rich boys

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L’unico country in città

Pubblicato da Davide su Dicembre 9, 2007

In ritardo, il post del weekend a tema musicale.
Sto ascoltando Last date, un live di Emmylou Harris.
A seguire, Stumble into Grace.

Ora, il country viene normalmente considerato deteriore.
Dopo che Frank Zappa lo ha giustiziato con il suo mortifero Truck Driver’s Divorce, è difficile ascoltare una steel guitar senza un ghigno di superiorità.
E come se non bastasse, Ken MacLeod ha usato il country a fini politici nei suoi romanzi The Stone Canal e The Cassini Division.
In quest’ultimo c’è uno scambio di battute che fa più o meno
“Ma come fanno ad ascoltare certa robaccia deprimente?”
“Sono gli abitanti di una società neocapitalista e neoliberista, cosa vuoi che ascoltino?”

In anni recenti, cose come l’alt.country o il cow.punk hanno in qualche modo cercato di attualizzare il genere - i Mavericks di Raoul Malo hanno citato di tutto, dai Beatles al caraibico; Neko Case è rocckettara e martellante al punto giusto; Shelby Lynne si è pentita e si è data al big band jazz; Lucinda Williams è la scelta blues per tutti quelli che amano la buona musica e si sentono in colpa ad ascoltare Sheryl Crow.
Ma il vecchio country tradizionale - quello con le steel guitar e il violino resta una cosa per camionisti.
Da sottoproletari.
Il rap dei bianchi di destra.
E se è vero che una recente pellicola ha sdoganato Johnny Cash presso le giovani generazioni, facendo dell’originario Man in Black un’icona di ribellione giovanile emo-friendly, noi diciamo country e la mente corre ai Blues Brothers che fanno Stand by your man.

Eppure, Emmylou Harris è stata giustamente definita la personalità musicale più iconoclasta del panorama americano, dopo Neil Young - unaltro che non salta alla mente di solito quando si parla di country.
Come Young, Emmylou Harris ha fatto tutto - dal tradizionalissimo country alla quasi elettronica - senza mai scostarsi dal solco originario della musica tradizionale americana.
Arrangiamenti coraggiosi, testi divertenti, artisti di spalla sempre grandissimi.
Chissà se l’ultima uscita - in duetto con l’ex Dire Straits Mark Knopfler - riuscirà a sdoganarla presso i giovinastri.

Io, l’ho scoperta con Boulder to Birmingham, in un album che si chiamava Pieces of the Sky.
1975.
L’ho sentita cantare Mister Sandman.
L’ho sentita rifare i Beatles vent’anni prima dei Mavericks.
L’ho sentita duettare con Knopfler.
Era una bellissima donna con i capelli corvini - ora è una bellissima donna dai capelli candidi.
Ed ascoltare la sua voce di soprano sottile e tagliente è un modo tutt’altro che malvagio per passare una fredda serata di dicembre…

Con buonapace di Zappa, e delle chitarre slide.

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Earth Band

Pubblicato da Davide su Dicembre 2, 2007

Tradizionale post musicale del finesettimana.
Tradizionale band che nessuno si ricorda - la Manfred Mann’s Earth Band.
Chi?
Appunto.

Manfred Mann’s Earth Band.
Una di quelle band che nel nome hanno il nome di un tizio che non è il cantante - come lo Spencer Davis Group, come i Jethro Tull, come gli Steely Dan.
E gli amici ti restituiscono il disco che hai prestato - che è bello, certo, ma…
Ma chi sono ’sti tizi?
Perché non li ho mai visti in TV?
E quello che canta non si chiama…..

Ormai non se li fila nessuno, i Manfreds - e anche ai vecchi tempi erano un gruppo marginale.
Non per scarso valore, ma per scelta.
Manfred Mann, il tipo menzionato nel nome della band ma che non cantava, suonava le tastiere, era unmusicista di impostazione classica, che citava Holst e Stravinski, non era interessato a stare nell’occhio del ciclone.
Già ai vecchi tempi, quando la band si chiamava solo Manfred Mann (confusione, confusione), lui era più interessato alla strutturamusicale che non all’appeal pop dei suoi brani - curiose miscele di classica, folk e r’n'b.
Vedere la gente che balla su My Name is Jack a Top ofthe Pops nel 1968 è un’esperienza assolutamente surreale.

Ma non più surreale di scoprire che, acquistando una copia del loro album The Good Earth (1974) si adottava una zolla di terra da dedicare a rifugio faunistico in Galles.

Con gli anni ‘70, Manfred e i suoi ragazzi si spostano su un sound ancora più intricato, penetrando come guastatori il campo della musica progressive, e nel 1976 trovarono la stabilità con Chris Thompson come vocalist principale, e facendo cover e riarrangiamenti di artisti noti - Bob Dylan - e sconosciuti - Bruce Springsteen, ad esempio.
Blinded by the Light è l’unica canzone scritta da Springsteen arrivata al primo posto della Hot 100 - ma ci è arrivata nella versione della Earth Band.
E pare che al Boss ancora girino…

ChanceEd è certamente per via di una loro cover del Boss, la stranissima For You, che io in questi giorni non riesco a smettere di ascoltare Chance, del 1980, un disco dedicato alla fuga ed alla vita in movimento - aerei, navi, fughe, naufragi.

Princess cards she sends me with her regards
barroom eyes shine vacancy, to see her you gotta look hard
Wounded deep in battle, I stand stuffed like some soldier undaunted
To her Cheshire smile. I’ll stand on file, she’s all I ever wanted.
But you let your blue walls get in the way of these facts honey,
get your carpetbaggers off my back
you wouldn’t even give me time to cover my tracks.

Strana.
Chance ha anche, come gran parte dei dischi dei Manfreds una vena fantastica o fantascientifica - e nello specifico è molto più cyberpunk di tanto cyberpunk conclamato, a cominciare dal brano d’apertura Lies (All thorugh the ’80s), sinistramente profetico.

WatchInsieme con Watch (1978), album del quale mi innamorai per via della copertina, una quindicina di anni or sono - altro disco sulla fuga e sulla scomparsa, sulla perdita di memoria - sono stati la mia colonna sonora durante tutto il periodo di ubuntificazione dei miei sistemi.

Davy’s on the road again
Wearin’ different clothes again
Davy’s turning handouts down
To keep his pockets clean


Ed un suo senso in fondo ce l’ha - furono proprio i Manfreds, a metà anni ‘80, ad aggirare una serie di mandati di cattura sudafricani per poter entrare in Sud Africa incidere Somewhere in Afrika con musicisti invisi al regime dominante.
Per i Manfred, gruppo marginale tutt’ora in attività, il concetto di “ubuntu” era evidentemente chiaro a livello istintivo.

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