La Stampa scopre la società agalmica.
Pubblicato da Davide su Febbraio 27, 2008
No, no… frenate.
Non significa che da domani potrete avere il principale quotidiano torinese… l’unico, in effetti… a costo zero.
Quando mai?
Significa semplicemente che - con una manciata di anni di ritardo rispetto al resto della civiltà occidentale - la testata torinese ha finalmente recepito un interessante trend generale, e ci ha fatto sopra un articolo a tutta pagina: Il nuovo sogno: la vita “no cost”.
Viaggi aerei gratis. Camere d’albergo gratis. Giornali gratis. Cellulari gratis. Telefonate gratis. Eccetera. Non a basso prezzo, non a prezzi stracciati, proprio senza pagare niente. Le offerte si stanno moltiplicando, forse assistiamo addirittura alla nascita di una nuova economia (nuova sul serio, stavolta, almeno si spera, non come quella degli Anni 90). A ognuno secondo i suoi bisogni, come si diceva tanto tempo fa. È l’ultima frontiera del marxismo utopico? O invece è la solita mezza truffa?
Ah, cara vecchia Büsiarda.
Concepisce solo il marxismo utopico o la truffa (in frazioni variabili) - idee come progresso, evoluzione sociale, cambiamenti radicali in certe forme dell’economia….
No, troppo complicato.
Segue una breve apologia del low-cost, con tanto di marchetta per l’Ikea.
Il low cost è un’opportunità, ma per milioni di persone è anche di più, una vera necessità: i tanti lavoratori che guadagnano mille euro al mese, o meno ancora, non potrebbero mangiare senza gli hard discount, non potrebbero arredarsi le case senza l’Ikea e non potrebbero uscire dai confini italiani per una vacanza o un weekend se non ci fossero Ryanair, Volareweb, Easyjet eccetera.
Eh, già.
Poracci.
Il low cost è un’opportunità per i rudi meccanici…
Invece il no cost, come lo chiamano loro, è tutta un’altra faccenda…
dal punto di vista sociologico, mentre i forzati del «low cost» sono soprattutto persone a basso reddito, i corsari del «no cost» sono giovani (poveri o ricchi non rileva) ben scafati nell’oceano Web e quindi idonei a coglierne al volo le offerte. È ovvio che le due platee in notevole parte si sovrappongono, ma il discrimine del «no cost» è soprattutto tecnologico e non di reddito. Quindi quella «no cost» non è tanto una filosofia di pauperismo quanto di appropriazione scaltra, rapace e flessibile di quel che offre l’economia post-industriale.
Ricapitoliamo.
- L’azienda X mi vende spaghetti a due euro il chilogrammo, ed io li compro.
Perfetto - siamo in una economia di mercato, io faccio circolare denaro e chiaramente privilagio la qualità e il Made in Italy. - L’azienda Y (diciamo un hard discount) mi vende spaghetti a cinquanta centesimi il chilo, ed io li compro.
Ottimo - anche perché, se sono un poraccio, è la mia unica opportunità per abbracciare le gioie della dieta mediterranea. - L’azienda Z gli spaghetti me li regala, e io ne accetto volentieri un piatto.
Si tratta di “appropriazione scaltra, rapace e flessibile di quel che offre l’economia post-industriale”.
Che bastardo che sono!
Il seguito dell’articolo è tendenzioso e disinformativo.
Si arriva alla disonestà intellettuale con affermazioni del tipo
Anche la tv si può vedere sullo schermo del pc e senza pagare niente grazie a Internet: le serie di telefilm si trovano gratis in siti come eMule o Bittorrent
… fonti illegali di materiale mediatico.
Ma neanche una parola su Miro o su Joost - gratuiti e legali aggregatori di canali televisivi gratuiti.
Il mondo Internet ha anche aperto la strada alle telefonate gratuite con il sistema Voip attraverso siti come Skype e Jajah (che connette fra loro numeri di rete fissa in tutto il mondo). Le modalità sono sempre più variegate: adesso con Skype si possono utilizzare anche i cellulari e i telefoni cordless, o almeno i loro modelli più avanzati.
Ma il giornalista si scorda di dirci che le chiamate a rete fissa, con Skype, sono a pagamento.
La chiusura è da manuale.
Sta prendendo piede anche in Italia - dopo aver furoreggiato in America - l’offerta di cellulari a prezzo zero da parte di compagnie telefoniche che chiedono in cambio ai clienti l’impegno a cumulare un certo volume di traffico con loro. E che cosa ci si dirà in queste telefonate gratuite? Magari ci si racconta, gli uni con gli altri, come e dove trovare altre cose gratis. Ovviamente.
Ve lo vedete, che sorride paternalistico e scrolla benignamente il capo?
Fino a che la cosa non diventerà trendy, naturalmente, e ci dovremo sciroppare un articolo alla melassa su quanto siano fighi i plutocrati neofeudali che pagano zero per tutte quelle cose che i poracci vanno ad elemosinare negli hard discount.
Ed a quel punto la scena sarà morta, morta, morta.
Bisogna impedirlo.
Di fatto, esistono ormai moltissime aziende per le quali il prodotto e la fonte principale di introiti sono a tal punto disaccoppiate, da poter regalare il prodotto per ampliare il bacino dal quale si ricavano introiti.
Non si tratta di rapacità - si tratta di opportunità che originariamente non c’erano.
Certo, come sempre quando si accettano doni dagli sconosciuti, tocca tenere il cervello acceso - cosa alla quale forse i lettori de La Stampa stanno perdendo l’abitudine.
Post Scriptum
Dal Blog di Seth Godin:
Free undermines the typical human’s proclivity to ignore every offer. Even if it’s a penny, we’ll ignore it. Free changes that. In other words, buying attention is a marketing expense, and one way to budget for that is to deduct it from the cost of your product. As Tim O’Reilly says, piracy is not the enemy, obscurity is.
The interesting thing about most products and services is that we won’t buy them until we know what they are and what they do. And often the best and only way to do that is to use them. For some products (like music) using them once and owning them are very close to the same thing. Hence, free. You can view that as a problem or you can see it as an opportunity. Up to you.
Marketing is not advertising, not any more. It is often found in the way you make something, talk about it and yes, price it.
Amen.
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Teraku Takashi







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