Articoli con tag: politica

Con Thomas Jefferson attraverso la Crisi

Sto diventando un fan di Thomas Jefferson.
E non perché il rivoluzionario e terzo presidente degli Stati Uniti fu anche un naturalista ed un collezionista di fossili – the Mammoth President of the USA – e commissionò la spedizione di Lewis & Clarck nella speranza di trovare ancora qualche mandria di mastodonti allo stato brado.

No, è che ho letto un sacco di cose scritte dal buon TJ negli ultimi giorni, e mi pare fosse un tipo con le idee piuttosto chiare.

Il futuro che ci stanno preparando. Bello, eh?

Complice la non proprio rilassata situazione economica e politica del paese e del continente in cui stiamo seduti, ho messo le mani su un interessante libriccino, ed è stata una lettura divertente e terrificante, che ha impegnato le mie ultime serate.

Non so, dev’essere cominciato tutto con l’ossessionante, continuo martellamento, nelle ultime settimane, sulle reti RAI di documentari e servizi sull’emigrazione italiana nel ventesimo secolo.
Come se volessero renderci familiare e in un certo senso appetibile l’idea di mettere i nostri quattro stracci in una valigia e andare altrove.
A lavorare in miniera.
Perchè, come mi ha detto con una spallucciata un settantenne qualche giorno fa, tanto quello è il futuro

Grazie, vecchio mio, ma anche no, eh?

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Il salario dei sociopatici

Ne avevamo parlato qualcosa come sei mesi or sono.
Ricordate?
Il discorso di come sia possibile che ci siano aziende che pagano un ragioniere quaranta euro al minuto, e nessuno abbia ancora pensato di trovarne uno che ne prenda solo quindici, di euro al minuto, per fare lo stesso lavoro.

Beh, ho trovato la risposta.
Nella statistica.
Ricapitoliamo – la maggior parte delle transnazionali là fuori paga i propri amministratori delegati, dirigenti e governatori, delle cifre stravaganti.
Talmente stravaganti da non essere confrontabili con gli stipendi ordinari.
Non puoi dire, il capo guadagna cento volte quello che guadagna l’usciere, perché di fatto il capo guadagna svariate migliaiai di volte di più dell’usciere.
Perché?
Perché pagare un ragioniere 21 milioni di euro l’anno, quando ce ne sono a migliaia, con le medesime qualifiche, che farebbero il lavoro per meno della metà?
Cos’è che distingue quell’uno/tre per cento dei ragionieri superpagati dal restante 99-97% dei ragionieri con pari qualifiche.
Ecco – ila risposta è proprio in quella percentuale, in quell’1-3% della popolazione.
Perché è facile trovare un ragioniere.
Più difficile trovare un ragioniere qualificato.
Ma maledettamente difficile trovare un ragioniere qualificato che sia anche un autentico sociopatico.
Uno capace di distruggere le vite di migliaia di individui senza provare alcuna risposta emotiva, alcun rimorso.
Statisticamente, i sociopatici sono l’1-3% della popolazione.
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È tutta colpa nostra

Questo è un caso di instant blogging.

Sto ascoltando la rassegna stampa post-elezioni.Qui dove siedo, i prnon sussitono – paese di neanche mille anime, seicentocinquanta votanti, il sindaco uscente confermato con oltre quattrocento voti.
Bello liscio.

A Torino ha vinto Fassino.
Prevedibile.

Ma ciò che mi colpisce sono le interviste agli sconfitti.

Il ritornello è sempre lo stesso – gli elettori non hanno capito la nostra poposta, le nostre idee sono sfuggite agli elettori, gli elettori non hanno avuto il coraggio di cambiare…

Non uno che dica, ok, abbiamo proposto idee che non piacciono.
Abbiamo presentato un candidao odioso.
Ci inchiniamo alla scelta degli elettori.

No, manica di idioti – siete voi, siamo noi, che non abbiamo capito.
È la nostra colossale stupidità ad aver mandato a gambe all’aria il loro progetto meraviglioso.

Non uno che si ricordi, che sono loro, al nostro servizio.
Non uno che riesca per tre miunuti, davanti ai microfoni, a spegnere l’arroganza e l’egocentrismo che sono, alla fine, la causa del fallimento non solo della loro campagnaa ettorale, ma della conduzione del paese.

Non uno.

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Buttiamola in politica

Post assolutamente egocentrico ed autopromozionale, ma con una vaga tematica ambientale (per cui, ci mettiamo la signora in verde come è ormai nostra abitudine).

Il fatto è che ho trascorso la mattinata facendo qualcosa che – sulla base delle mie regole personali – non avrei dovuto fare: ho recuperato una manciata di libri dallo scaffale tecnico, e mi sono messo a buttar giù un’ipotesi di conferenza pubblica.
Senza avere un committente.
Non solo lavoro nel weekend, quindi, ma senza neanche una speranza di retribuzione.
Suicida.

Il fatto è che mio fratello – che vive molto più vicino alla civiltà del sottoscritto – mi ha ricordato che il 12 ed il 13 di giugno ci sarà il referendum sull’acqua.
E me lo ha ricordato notando che non è che se ne parli granché.
I più paiono disinformati, non sembrano proprio intenzionati ad informarsi, e volendo essere cattivi, se ne infischiano.

Ma come diceva il poeta

I see through the glasses of the drunken blind
a city were tragedy is an industry
but it’s food for a healthy mind

.. e perciò, perché non approfittare del vuoto, ed organizzarsi per riempirlo?

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Ritorno a Planescape

Ho già accennato a come le esperienze di gioco possano plasmare la nostra percezione della realtà, e la nostra reazione ad essa.

Planescape, l’ho detto, la mia ambientazione preferita bla bla bla, era anche e soprattutto un setting politico e filosofico.
Con un sacco di armi da taglio.

Ora, il fatto è che non riesco a non immaginare quale sarebbe stata la nostra reazione ad una cosa come questa

La proposta è quella di creare dei paladini della libertà, un esercito del bene contro l’esercito del male; di chi ama contro chi odia; una forza popolare, un vero e proprio esercito di difensori e di promotori della libertà, composto da uomini, donne, giovani, da italiani che si schierano e si impegnano per difendere e promuovere, proprio come dei paladini, la libertà [fonte - Il Messaggero]

Dopo il primo parossismo di sghignazzi, avremmo raccattato le nostre cose, e ce la saremmo data a gambe.
Possibilmente trasferendoci ad un paio di universi di distanza.

Niente di più pericoloso di una manica di paladini dell’Harmonium.

Comunque – consideriamolo un altro grande successo fantasy di Mondadori…

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The Girl Effect

Ieri era il primo maggio.
Concerti.
Solidarietà.
Speciale TG.
Chiacchiere.
Cose.

Ieri era il primo maggio.
Oggi no.

E allora beccatevi questa, e rifletteteci su.

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L’odore dei soldi

… no, non è tutto ciò in cui posso sperare dopo le scene patetiche allestite dai presidi di facoltà nell’ateneo torinese.

Mentre quella faccenda rimane in sospeso (sospeso di cassa?), mi sono intrattenuto ed informato con un lungo articolo pubblicato dal The Atlantic (non esattamente una rivista di sinistra), opera di Simon Johnson che, date le credenziali…

a professor at MIT’s Sloan School of Management, was the chief economist at the International Monetary Fund during 2007 and 2008

… non pare esattamente un emulo di Che Guevara o di Fidel Castro.

L’analisi sulle crisi economiche che hanno investito le nazioni negli ultimi quindici anni è impietosa e, onore al merito, leggibilissima.

In its depth and suddenness, the U.S. economic and financial crisis is shockingly reminiscent of moments we have recently seen in emerging markets (and only in emerging markets): South Korea (1997), Malaysia (1998), Russia and Argentina (time and again). In each of those cases, global investors, afraid that the country or its financial sector wouldn’t be able to pay off mountainous debt, suddenly stopped lending. And in each case, that fear became self-fulfilling, as banks that couldn’t roll over their debt did, in fact, become unable to pay.

Pur concentrandosi sugli eventi americani, l’articolo mette in luce alcuni punti sui quali varrebbe la pena di riflettere.
In primo luogo – dove sono i responsabili?

In a primitive political system, power is transmitted through violence, or the threat of violence: military coups, private militias, and so on. In a less primitive system more typical of emerging markets, power is transmitted via money: bribes, kickbacks, and offshore bank accounts. [...]

American financial industry gained political power by amassing a kind of cultural capital—a belief system. Once, perhaps, what was good for General Motors was good for the country. Over the past decade, the attitude took hold that what was good for Wall Street was good for the country. [...]

One channel of influence was, of course, the flow of individuals between Wall Street and Washington.

Già.
Industriali che si danno alla politica, politici che sono anche consulenti altamente retribuiti di aziende.
Suona familiare?

From this confluence of campaign finance, personal connections, and ideology there flowed, in just the past decade, a river of deregulatory policies that is, in hindsight, astonishing

Già.
Ma allora, perché non andare a prendere i responsabili e fargliela (letteralmente) pagare?

Big banks, it seems, have only gained political strength since the crisis began. And this is not surprising. With the financial system so fragile, the damage that a major bank failure could cause [...] is much greater than it would be during ordinary times. The banks have been exploiting this fear as they wring favorable deals out of Washington. Bank of America obtained its second bailout package (in January) after warning the government that it might not be able to go through with the acquisition of Merrill Lynch, a prospect that Treasury did not want to consider.

Chi ha causato il crash ora viene ricattato dai suoi complici.
Perché se le banche chiudono, è il ’29 tutto da capo.
Paura.

Articolo estremamente interessante, che getta un po’ di luce sulle pareti del tunnel lungo il quale stiamo viaggiando alla massima velocità possibile.
 

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Se i matti gestissero il manicomio

È estate, stagione torpida e scarsamente produttiva.
Pochi frequentatori del mio blog, pochi argomenti di cui parlare.
Quindi, quando il mio assido Celio Vibenna mi provoca con un articolo da commentare, beh, mi dico, perché no?
Facciamo pezzi a richiesta?
Si, facciamo pezzia richiesta, purché siano facili.

Intitolato Tagliare i rami secchi, l’articolo in questione compare sul sito Turin D@ms Review – che pare il titolo di un giornale diretto da J. Jona Jameson nei fumetti Marvel, ma sorvoliamo.
Si tratta del DAMS, dopotutto.
Argomento del pezzo, naturalmente, le nuove eccezionali politiche universitarie del nostro beneamato governo.
In breve:

. assunzione di un nuovo docente per ogni cinque ritirati o pensionati
. tagli ai fondi per dottorandi e ricercatori
. spinta implicita alla privatizzazione degli atenei
. rimozione delle piccole università locali
. una (dubbia) politica che favorisca il rientro dei cervelli fuggiti

Più o meno il programma per l’università e la ricerca che avrebbe potuto scrivere Attila l’Unno, insomma – un paesaggio desolante che ha già causato un terremoto nell’ambito dei docenti a contratto (che d’improvviso hanno scoperto di non esserlo più) e che promette di lasciarci a gravitare da qualche parte fra il duecentoventesimo ed il duiecentotrentesimo posto nella classifica delle nazioni relativa all’istruzione superiore.

Un paio di gravi pecche marcano l’articolo del Turin D@ms Review.
In primis, l’affermazione…

Concentriamoci su un fatto strano: di fronte a tanta brutalità non c’è stata la levata di scudi (se non proprio l’insurrezione) che sarebbe stato normale attendersi.

… è smentita dai fatti – si veda il comunicato stampa del Senato Accademico dell’Università di Bari

In secondo luogo, e molto più grave, il redattore dell’articolo rimane drammaticamente chiuso dentro la scatola del sistema statale e universitario italiano, per cui alla constatazione di un orrido malcostume si affianca la rassegnata convinzione che non vi siano alternative, che in fondo sarà meno peggio di quel che si teme, e quindi in qualche maniera ce la caveremo.
Chi non desidererebbe una opposizione fermamente convinta non solo della propria impotenza, ma della basilare ammissibilità dei metodi degli avversari?
Chi non vorrebbe degli oppositori che dicono “tanto poi fai come ti pare e a me non interessa perché comunque una scappatoia la trovo”?
E tutti quelli che le scappatoie non le cercano?

Meglio quindi il breve comunicato dell’Università di Bari, o le moltre altre rimostranze reperibili in rete.

Per il resto È ora di accettare il dato di fatto che l’educazione superiore nel nostro paese, un tempo patrimonio di una elite, sta per tornare ad essere patrimonio di una elite.
Anziché avvantaggiare gli elementi migliori, coltivandone l’entusiasmo e la preparazione, si limitano le opzioni, vendute poi a caro prezzo, ed in generale si delegittima la preparazione universitaria al di fuori di certi precisi circoli chiusi.
E tutti quelli che dovrebbero protestare, stanno con gli occhi chiusi e le dita incrociate, immobili e silenziosi, nella speranza che la falce statale mieta i loro colleghi e non loro.

L’unica nota positiva del piano governativo potrebbe essere la privatizzazione degli atenei, con la loro trasformazione in fondazioni.
Certo, questo ci lascia col sospetto che ci siano già pronti i rappresentanti di vasti interessi privati, con una ventiquattr’ore piena di banconote ed una lista delle materie che restano in programma e delle materie che se ne vanno.
È orribile, ma molto molto probabile.
La possibilità tuttavia esiste per strutture come il mio vecchio Birkbeck College – fondato da insegnanti per amore dell’insegnamento – o per qualcosa di ancora più radicale: se in fondo è solo una questione di soldi, non sarebbe straordinario, un ateneo di proprietà degli studenti?

[immagine da MorgueFile]

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Gli oggetti nello specchietto retrovisore…

… possono apparire più vicini di quanto siano.

È una canzone di Jim Steinman, resa popolare da Meat Loaf.
Una delle migliori dell’accoppiata.
Qui vi beccate anche il video.

//www.fantasticfiction.co.uk/images/n0/n490.jpg” non può essere visualizzata poiché contiene degli errori.Ma questo post non prende le mosse dalle parole di Jim Steinman, bensì da quelle di Massimo Citi (che novità, eh?)

Ho letto Foster mentre ero all’università. Facevo politica attivamente,
all’epoca. E leggevo un sacco di sf. Senza dirlo troppo in giro perché
leggere fantascienza nella sinistra (da ieri ritornata)
extraparlamentare non era considerato molto serio né politicamente
corretto. Si aveva da leggere storie di lotte di popolo e di riscatto
del proletariato oppresso.
Sospetto che questo genere di stupidità sia una delle ragioni del fallimento della sinistra italiana. O no?

Il Foster citato è Michael A. Foster, abile costruttore di space opera, autore del ciclo dei Ler (leggetelo! È uscito in omnibus nel 2006), sorta di anello di congiunzione fra, diciamo, Herbert e Banks, che meriterebbe un discorso a parte (magari la prossima puntata di Storia Naturale del Fantastico?)
Quindi, avrete capito, non intendo neanche parlare di Foster.

Il fatto interessante che ha fatto squillare i miei campanelli d’allarme è stato, nella frase di Citi appena citata (si, lo ammetto, sono un mucchio di risate… grazie, grazie), il riferimento alla politicia.

Non era né serio né politicamente corretto leggere fantascienza nella sinistra extraparlamentare.

Mi permetto di immaginare che non fosse considerato serio o politicamente corretto neanche nella destra extraparlamentare.

Né in qualsiasi altro gruppo politico.

O in qualsiasi altro ambito – a parte, forse, i circoli di fantascienza.
E lì comunque dovevate leggere una certa fantascienza.

La cosa mi incuriosisce, perché uno dei tratti più interessanti della fantascienza matura è il suo aspetto politico.
Sorvoliamo su Robert Heinlein che scrive il Manuale di Democrazia per Cittadini Preoccupati - ho detto fantascienza matura.
Immaginando società future, la fantascienza deve necessariamente immaginare interazioni sociali epolitiche adatte al futuro che descrive.
Nuove.
O vecchie ma in nuovi contesti.
Nella sua forma matura un romanzo di fantascienza costituisce un interessante esperimento di futuro possibile, la simulazione di una società a venire.

Perché non approfittare di questo patrimonio di dati?

Negli ultimi anni, la fantascienza europea si è caratterizzata per un taglio politico vivace e tutt’altro che banale – penso a Ian Banks, a Ken MacLeod, a China Mieville…
Ma era già politico il vecchio Moorcock, era politico Ballard.
Pierre Boulle (così non cito solo britanni) è radicalmente politico (e geniale) quando scrive Il Pianeta delle Scimmie. Che (nella versione originale col compianto Charlton Heston) è un film politico.
Considerate cosa sostiene e l’anno in cui è uscito…

E pochi anni addietro proprio un politico britannico ha esortato entrambi i partiti a “procurarsi un po’ di lettori di fantascienza”, come aiuto ad affrontare il nuovo millennio.

Quanto segue è stralciato da una intervista a Ken MacLeod

UK citizens, especially the young, seem to be increasingly disinterested in (and mistrustful of) politics as a system (as well as politicians as individuals). Why do you think this is so?

“TINA – There Is No Alternative. The major parties agree on the major issues, and even where they don’t, they compete for the swing voter and the centre ground. The political arguments we referred to a moment ago, about capitalism, the free market, and socialism, are dead. Dead partly in the same sense as Nietzsche’s ‘God is dead’, and dead partly in the sense of ‘dead as disco’. As for mass movement protest politics, the banners of the last two big mobilizations were: Stop the War, and Make Poverty History. Some disillusionment was inevitable.”

Ve lo immaginate Vespa che intervista Vittorio Catani o Lino Aldani per farsi spiegare i risultati delle recenti elezioni?
E sì che entrambi sarebbero probabilmente in grado di dargli degli spunti infinitamente più originali e seri di qualsiasi opinionista standard.
Però scrivono SF, e quindi non sono seri.

E qui viene una considerazione opposta ma ovvia.
I politici dovrebbero essere interessati alla fantascienza.
Poiché se il loro compito è stare al timone del paese mentre questo affronta quel mare sconosciuto che è il futuro, nella fantascienza migliore troverebbero probabilmente delle mappe utili.
Ma aparte Cofferati che era un fan di Philip Dick, non mi risultano altre frequentazioni fantascientifiche.
Leggono tutti i classici – o così dicono (ne dubito, visti i congiuntivi spesso ammazzati senza pietà).
Perché dire che si leggono i classici dà una certa aplomb, una certaimmagine di raffinata cultura.

Ma, ribadiamolo, non è solo un problema della politica.
È un problema di cultura.
La nostra cultura ha sempre più paura del futuro, ha sempre più nostalgia dei bei vecchi tempi, quando bastava avere un po’ di pazienza ed un eroe si sarebbe manifestato a risolvere tutto.
Non sorprende che sia un buon momento per un certo fantasy di dozzina.

Ma in realtà è tutto un guardare il mondo attraverso lo specchietto retrovisore di Jim Steinman, e gli oggetti che vi vediamo sembrano più vicini di quanto non siano.

La vita è un’altra cosa.
Non solo, come diceva una vecchia pubblicità (della Nike?) non è uno sport da spettatori.
La vita si svolgerà tutta nel futuro.

Forse sarebbe il caso di cominciare a informarsi….

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Un passo indietro in Giappone

Tramite TechDirt veniamo a sapere che non è tutto oro quel che riluce nel Paese del Sol Levante.
La nazione più tecnologicamente avanzata del pianeta, sede dimolti interessanti esperimenti sulla deregulation dell’accesso all’informazione ed alla comunicazione, si appresta infatti a dare un bel giro di vite alle libertà civili su Internet.
E non solo
Il tutto, grazie ad un semplice giochino testuale nella revisione della Legge sulle Telecomunicazioni…

The law was intended to regulate broadcast content, but by adding in the phrase “open communication” it will now also include just about any public information put on the web, including newsgroups, bulletin boards and blogs. Once that’s in place, the Japanese government will then be able to go after any content it finds “harmful,” which seems rather loosely defined itself.

Insomma, una legge che permette al governo nipponico di censurare o “correggere” (questa suona un po’ orwelliana) contenuti on-line con un minimo di motivazione formale, e perseguire legalmente chiunque diffonda tali contenuti.

Ma non è tutto…

The second change would push mobile phone operators to put in place various filters to block “harmful” content from minors — though, again that definition of harmful is loosely described.

Già – i fornitori di servizi telefonici potrebbero essere spinti per legge a inserire filtri sulle linee che blocchino contenuti dannosi per i minori.
Ma ciò che non funziona, come sempre, è che la definizione di “dannoso” rimane aperta.

Saranno cavoli amari naturalmente anche per il file sharing (di qualsivoglia natura) e per ilconcetto di open source/open content.

Un dettagliato rapporto sulla situazione attuale e sui suoi possibili sviluppi è fornito dal blog Gyaku.
Fortunatamente in Inglese.

Per combattere l’irrigidimento del sistema, si è intanto formato in Giappone un movimento spontaneo (ma molto ben organizzato) – il MIAU.
Il loro sito è tutto in Giapponese ma anche solo per il logo vale la pena di visitarlo.

Intanto i laburisti Australiani stanno preparando qualcosa di molto simile nella Terra Giù di Sotto, e che – secondo alcune fonti attendibili – potrebbe segnare la fine della collaborazione scientifica fra accademici australiani e resto del mondo.

Non male, eh?
Siamo nel 2008 da nemmeno una settimana, e già c’è gente che spinge per rimandarci nel 1700…

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