strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Monoliticamente contro il progresso

Di quando in quando è utile – anche se tutt’altro che piacevole – sperimentare qualcosa di profondamente repellente, che ci faccia sentire sporchi per alcune ore, gravati da un miasma untuoso del quale non sappiamo come liberarci.
Non è autolesionismo.
Classifichiamola come ricerca.
È cercare di scoprire come pensano “Loro”.

Ieri, un amico mi segnala un articolo uscito su una testata nazionale.
Un articolo nel quale l’autore, che non esita a definirsi “un sincero xenofobo” (son soddisfazioni, immagino), lamenta il calo delle nascite nel nostro paese.
Un calo delle nascite che l’autore collega direttamente con lo sbarco di immigrati illegali sulle nostre coste.
Meno figli = più barconi, dice.

Sì, John Brunner aveva già previsto tutto.

Di fatto, non vengono portati dati a supporto dell’ipotesi – e francamente dopo diec’anni passati ad analizzare statistiche ecologiche, io il legame diretto faccio abbastanza fatica a rilevarlo.

In quella che si configura palesemente come una guerra demografica (o si fanno più bambini, o si finisce sommersi da “quelli là”), il nostro autore ha tuttavia trovato una soluzione.
Poiché è dimostrato che esiste una forte correlazione negativa fra livello culturale delle donne e numero di figli delle medesime, beh, che diamine, smettiamo di riempire la testa di quelle sceme con idee pericolose, e torniamo a ingravidarle a manetta.
In fondo è quello che vogliamo, no?
Femmine ignoranti e disponibili che non ci stressino col volerla sapere più lunga di noi e pensino a sfornare ed accudire marmocchi.

Ora, una tesi del genere, espressa in un bar dopo sei o sette bicchieri di bianco secco, sarebbe semplicemente ridicola.
Che a pubblicarla sia un quotidiano nazionale è francamente inquietante.

E d’altra parte, il dato è corretto – il livello di educazione delle donne influenza negativamente il numero delle nascite.
Una donna istruita, ben inserita nella realtà produttiva e culturale della propria comunità, ha altri modi per realizzarsi che non sfornando bambini per un marito che le legittimi.
È un dato di fatto, tanto che si parla di Girl Effect…

Ed è questo che sfugge all’autore di quel piccolo orribile articoletto – che un calo nelle nascite non è in se una cosa negativa… soprattutto se corrisponde a un miglioramento radicale delle condizioni di vita della comunità.
E la correlazione fra livello di educazione della popolazione femminile e qualità della vita nella comunità è positiva, reale e documentata.
Dalle nostre parti la si chiama progresso, ed è una cosa un po’ complicata, per certe persone, ma non lo è davvero…

Ed è questo, credo, l’elemento più profondamente inquietante dell’articolo.
Mascherandosi da sana (?) preoccupazione per la supremazia della razza (dove l’avevamo già sentita?), è in realtà una posizione fortemente contraria al progresso, al miglioramento delle condizioni in cui noi ed i nostri simili viviamo.
È la linea di chi vuole tenerci saldamente in basso e a sinistra nel grafico del professor Rosling qui sopra.
Oltre ad essere “sinceramente xenofobo”, l’autore è anche profondamente neofeudale, e fermo ad un modello di società in cui il capitale umano contava di più del capitale tecnologico – tanti figli = tante braccia nei campi.
Ma il capitale umano, inteso come numero di persone e non come competenze di quelle persone, ha smesso di avere importanza con la rivoluzione industriale.
Come?
Abbiamo industrie che non rinnovano il proprio modello produttivo da oltre un secolo?
Già.
Ora sappiamo che giornali leggono i loro consigli di amministrazione.


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L’esperimento della pompa e dell’uccellino

Terzo pacco di scampoli della mia conferenza sullo steampunk e sulle cose che ci girano attorno, e soprattutto sull’estetica del vapore.

Trattandosi di una cosa preparata per l’Accademia di Belle Arti, capirete, la mia presentazione era piuttosto pesante sul versante grafico – con l’ovvio rischio di presentare al pubblico cose già viste e già sentiter, specie parlando di vittorianesimo e arti annesse.
Poi, naturalmente, neanche uno studente dell’Accademia si è fatto vedere, ma quelli sono, oh, davvero, problemi loro.

È anche per questo, credo… per l’ipotesi poi disattesa che sarebbero stati presenti degli studenti d’arte, che mi è piaciuto allargare un po’ il discorso, presentando un po’ di Arte di quella tosta, che si legasse al discorso generale.

E poiché finora abbiamo parlato di Progresso, e del nostro personale flirt con esso, è ora di chiamare in causa Joseph Wright di Derby.

E la sua opera probabilmente più famosa.

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L’uomo che scoprì il futuro

Procediamo con i nostri scampoli di conferenza, più o meno attorno allo steampunk, ma allargando un tantinello il discorso.

Come accennato nel post precedente, prima del tredicesimo secolo, il futuro non esisteva.
O per lo meno, esisteva, ma era parecchio diverso da quello che conosciamo noi oggi – e che ci ha accompagnati più o meno immutato negli ultimi otto secoli.

Il futuro come lo intendiamo noi venne scoperto da un mistico ed eremita di nome Gioacchino, in Calabria, tra il 1135 ed il 1202.
Prima, era una noia mortale.
Davvero, possiamo sostenere che il futuro, prima di allora, era talmente noioso che nessuno aveva interesse a pensarci troppo – e così nessuno lo aveva mai scoperto davvero.
Gioacchino da Fiore cambiò tutto questo.

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Sopravvissuto all’Accademia

Pochi ma buoni stasera all’Accademia per la mia presentazione sul retrofuturismo e lo steampunk.
Se la tecnologia ha fatto (come sempre) cilecca, azzoppando la presentazione, gli ottimi spunti offerti da Franco Pezzini e da Squirek mi hanno permesso di toccare un sacco di argomenti che altrimenti sarebbero rimasti fuori.
Inutile dire che riciclerò le loro idee spacciandole per mie in modo da fare la figura di quello in gamba.

Poi, come si diceva, ci sono quelli che preferiscono le astronaute in bikini con il casco a boccia da pesci rossi.

E chi siamo noi per condannarli?

Un po’ di scampoli della presentazione arrivano nei giorni prossimi.
Restate sintonizzati…

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