strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Intenti letterari

Pubblicato da Davide su Aprile 30, 2008

http://staff.xu.edu/~polt/typewriters/underwood5small.jpgE così mi sono di nuovo andato ad inguaiare.
Sul solito blog di Max Citi prima, e su Alia Evolution poi.
Ci vuole, ammettiamolo, una certa creatività.

Eppure, sembrava una buona idea, al momento - riconoscere un proprio programma di lavoro, un proprio manifesto stilistico, e metterlo per iscritto, pubblicamente.
Un manifesto di intenti.
Unalettera di marca.
Una buona idea, certo, geniale.
E tutti a dire, però, bella idea, bisognerebbe davvero farlo.
Salvo poi, alla comparsa del mio breve elenco di temi e direzioni in cui vorrei spingere la mia produzione narrativa, osservare tutti che uau, sono proprio in gamba, ma loro non ce la farebbero mai.

Il che naturalmente sono solo fanfaluche.
Come dimostrano post precedenti e successivi, chi scrive seriamente ha un’idea più o meno chiara di ciò che sta facendo - anche se poi ama parlarne come se non ne avesse.
È parte della mistica dell’autore, probabilmente.
Insieme con concetti come talento e ispirazione.

In questo periodo sto leggendo - molto a spizzichi e bocconi - un libro di esercizi per stimolare la creatività.
Se naturalmente non ho ancora idea di quanto efficaci questi siano, l’idea mi pare buona - la creatività non è una quantità assoluta donataci dalla Musa, ma piuttosto un muscolo che possiamo allenare, sovraffaticare, strappare…
Ecco, io ogni tanto ho dei crampi alla creatività.
In queste occasioni, rivedo la mia agenda.
E faccio dei massaggi per ripristinare il muscolo indolenzito.

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La Sintassi come Stile

Pubblicato da Davide su Aprile 8, 2008

http://lawsofsimplicity.com/wp-content/uploads/2006/09/vtufte.jpgAmmetto di aver acquistato Artful Sentences, di Virginia Tufte, per bieca sudditanza intellettuale nei confronti di Edward Tufte, e della sua Graphic Press.
Tufte è il più grande esperto di grafica tecnico-scientifica al mondo: i suoi libri su grafici, mappe, diagrammi e fotografie, i suoi studi sullo stile cognitivo di Excell o sull’uso dela statistica a fini amministrativi, sono colossali e indispensabili per chi si occupi di scienza, di comunicazione, di analisi di dati.
Le sue teorie hanno influenzato lo sviluppo della grafica editoriale di molte riviste, e la progettazione delle interfacce grafiche di molti software.
I suoi saggi sono una miscela di storia, arte, spirito critico e innovazione.
I libri di Tufte, pubblicati dalla sua Graphic Press sono oggetti splendidi, stampati su carta di alta qualità, con rilegature indistruttibili che cigolano piacevolmente nell’aprire le pagine, con immagini di una definizione incredibile.
E quindi, Virginia Tufte pubblica un libro sulla scrittura attraverso la Graphic Press?
Per una decina di euro?
Ne voglio una copia.
Per feticismo.

E invece no.
Piccolo e sensorialmente piacevole come previsto, il volumetto della signora Tufte (docente di Grammatica delle lingue europee rinascimentali) è un saggio devastante, il cui argomento è ben sintetizzato dal sottotitolo - La Sintassi come Stile.
Attraverso centinaia di esempi stralciati da una varietà incredibile di libri - narrativa e saggistica, classici e usa-e-getta, da Hemingway a Gibson e oltre - il volume disseziona il modo in cui disponiamo le parole sulla pagina, analizzando come i significati possano slittare impercettibilmente ad un capovolgimento dell’intero periodo, o ribaltarsi radicalmente ad un semplice cambio di posizione del verbo.

Il libro in se non insegna assolutamente nulla - non ci sono esercizi, liste di cose da fare, suggerimenti pratici.
Solo esempi, raggruppati per temi sintattici - frasi brevi, frasi nominali, frasi verbali, appositivi, parallelismi eccetera.
Frasi e paragrafi estratti da testi più o meno noti, ed analizzate.
Frasi in cui tutto è essenziale, e tutto è al posto giusto.
E il trucco è tutto lì - capire quale sia il posto giusto.

Non è certamente un libro per principianti.
Richiede una buona presa sulla grammatica ed una certa esperienza come lettori e scrittori.
Ma leggendolo, diventa poi impossibile guardare la pagina scritta con gli stessi occhi.
La scrittura diventa più consapevole, e l’impressione di poter controllare con maggior finesse la sintonia dei pensieri è molto forte.
Non impone cambiamenti al modo di scrivere, perché opera probabilmente ad un livello più basilare, sul modo in cui si organizzano le idee prima di scrivere.
Influenza certamente la nostra percezione dei testi scritti.
Ed è indispensabile in fase di revisione.

Un acquisto fortunatissimo, anche se all’origine fatto per i motivi sbagliati.

Esiste anche un precedente La Grammatica come Stile.
Toccherà cercarlo.

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Esperienza didattica

Pubblicato da Davide su Febbraio 1, 2008

Si parla un sacco di scrittura, su queste pagine.
Non era lo scopo primario di questo blog, ma l’evoluzione segue strade misteriose.

Ho trovato una cosa stamani su un vecchio libro di David Gerrold, e m’è parso il caso di tradurlo, e metterlo qui.
Chissà che non interesi a qualcuno.
Chissà che a qualcuno non torni utile.
L’enfasi è mia.

Non è un’esperienza didattica, a meno che tu non possa fare degli errori.
E ragazzi, se ne facevamo! Tutti quelli possibili. Probabilmente stavamo svegli la notte per inventarcene dei nuovi. facevamo titoli col doppiosenso, stampavamo foto storte, tagliavamo gli editoriali inmodo da non dover eliminare le battute di spirito, insultavamo a volontà i membri della facoltà, ed un paio di volte arrivammo molto vicini a stampare fotografie oscene.
Non proprio, ma quasi.
Ma per ciò che riguarda imparare a scrivere…?
Zero.
Un bel niente tondo. L’insegnante aveva ancora meno esperienza di noi. Ci faceva pena. Era incapace di insegnarci alcunché.
L’unica cosa che imparammo fu che è troppo facile farsi stampare. E questo ci insegnò una sana mancanza di rispetto per la pagina stampata. Finimmo con l’essere scettici riguardo a tutto ciò che leggevamo, e gran parte di ciò che sentivamo. Ci trasformammo in una classe piena di iconoclasti prepubescenti - in effetti, ripensandoci adesso, credo che nessun insegnante sarebbe stato capace di gestirci; avevamo una collezione di malattie mentali, psicosi e feticismi che avrebbero reso la Clinica Statale per i Dementi di Camarilto orgogliosa di annoverarci fra i suoi pazienti. (Esempio: quella classe ha fino ad oggi prodotto per lo meno un Gesuita e due criminali dichiarati, oltre all’eroinomane che finì effettivamente in una stanza imbottita).
Ciò che non ci insegnarono - e che invece avremmo dovuto imparare - era il senso di responsabilità verso la pagina stampata. Se devi mettere delle parole su carta, non dovranno essere solo le più belle che tu riesca a immaginare, ma le idee dietro di esse dovranno essere meditate a fondo. Devi considerare per chi stai scrivendo e cosa vuoi dire loro - e soprattutto, come vuoi che reagiscano a ciò che tu racconti.
Macome ho detto:
Zero.
Un bel niente tondo. Ecco cosa imparammo.
[David Gerrold, The Trouble with Tribbles, 1973]

Il testo completo del libro di Gerrold è scaricabile gratuitamente dalal sua pagina web.

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Ancora manuali di scrittura

Pubblicato da Davide su Ottobre 8, 2007

Socrate una volta derise i propri colleghi filosofi perché insegnavano in cambio di volgare danaro. Questo, disse, sviliva la loro filosofia. Quando Protagora sentì delle ristrettezze in cui si trovava il collega, osservò che non conosceva ragione per cui i filosofi non avessero il diritto di mangiare come tutti gli altri.
Lo stesso si applica agli scrittori.

Alla fine ci si ritrova a genuflettersi sempre davanti agli stessi altari.

Science-Fiction HandbookUn rivenditore che preferisce rimanere nell’ombra mi ha appena procurato per una cifra irrisoria (circa cinque euro inclusa la spedizione) una copia in eccellenti condizioni, datata 1975 di Science Fiction Handbook, Revised, di Lyon Sprague De Camp.
Editore, McGraw - hill
Sottotitolo, How to Write and Sell Imaginative Stories.

Tipico di Lyon Sprague De Camp, quel sottotitolo.

decamph3Ho già sacrificato primogeniti sull’altare di Sprague De Camp in passato - curioso, tutto considerato.
Come con altri autori - come con tutti gli autori che preferisco tranne forse Fritz Leiber e Jack vance - dopo una fase di primo giovanile entusiasmo mi trovai a prendere un po’ in uggia Sprague De Camp.

Troppo maledettamente positivista, troppo pragmatico, troppo ingegnere…

Si tratta probabilmente di una naturale reazione al primo entusiasmo che si prova nell’incontrare un autore davvero grande - Howard, Lovecraft, Burroughs…
Poi si ritrova l’equilibrio.

Il manuale di fantascienza è semplicemente colossale.
Ci sono una dozzina abbondante di manuali di scrittura creativa sul mio scaffale - la maggior parte focalizzati sulla letteratura di genere.

Questo, però….

Un’occhiata all’indice…

  1. Prefazione
  2. Il mondo della narrativa d’immaginazione
  3. La moderna narrativa d’immaginazione
  4. Editor e Case Editrici
  5. Lettori e Scrittori
  6. Come ci si prepara ad una carriera nella fantascienza
  7. Quelle folli idee
  8. Come si struttura una storia d’immaginazione
  9. Come si scive una storia di immaginazione
  10. Come si vende una storia d’immaginazione
  11. Il lato commerciale della scrittura
  12. E quando siete arrivati…
  13. Note, Bibliografia, Indice

Il tutto in neanche duecentoventi pagine in formato tascabile.

Ora, parliamoci chiaro.
Difetti - pragmatico (l’ha scritto un ingegnere), datato (è uscito trentadue anni or sono).

Pregi - questa è la Via, la Verità e la Luce. Questo libro contiene idee e consigli che da cinquant’anni, per qualche motivo, ben pochi hanno ripreso nei propri manuali.

E’ sottile, certo, esile e leggerino.
Ma non c’è una parola sprecata.
Non c’è una farneticazione pseudofilosofica, un atteggiamento vuotamente artistoide, un singolo momento di posturing.
Sprague De Camp non usa la prefazione per convincerci di essere il Tarzan della giungla cartacea.

935359C’è invece un certo umorismo…

Anni fa, all’epoca eravamo sposi novelli, Catherine invitò una coppia di amici a cena nel nostro appartamento, e Sprague si dispose ad essere cortese nei confronti degli amici della moglie. Mentre le donne erano occupate in cucina, mostrò all’ospite alcune recenti riviste che contenevano dei suoi racconti. L’uomò gettò un’occhiata in una delle copie e chiese: “C’è della gente che davvero legge qquesto genere di roba?”
Qualcuno evidentemente deve. La domanda è chi…

Un buon incipit per un capitolo sul rapporto fra lo scrittore e il suo pubblico - cosa scrivi, chi legge ciò che scrivi.
Non ho visto coperto quell’argomento in molti manuali, di recente.
Sarà per questo che tanti aspiranti scrittori scrivono racconti assolutamente solipsistici e, pertanto, impubblicabili?

Il proverbio raccomanda di imparare l’arte e metterla da parte.

I bempensanti ci ripetono quotidianamente che l’arte non si può insegnare.

Se è vero che per scrivere (disegnare, suonare, comporre, scolpire, recitare, cucinare) è necessario entrare in contatto con una parte della nostra intelligenza che normalmente rimane sopita (ma che tutti possediamo), è anche vero che, per parafrasare una vecchia pubblicità, la potenza è nulla senza disciplina.

Una conoscenza degli strumenti, delle tecniche, dell’arte in senso di base dell’opera artigianale, è imprescindibile.
La si apprende con la pratica.
Con la frequentazione delle opere di chi è venuto prima di noi.
E raramente, molto raramente, leggendo manuali come questo.

Si può imparare a scrivere, o è qualcosa di innato, genetico, glandolare, che non migliorerà a dispetto dell’istruzione ricevuta? Si e no. L’abilità di scrivere è una miscela di due componenti, entrabi assolutamente necessari. Si tratta di Talento e Tecnica.

Comincio a pensare che non mi dispiacerebbe invecchiare e diventare come Lyon Sprague De Camp.

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