strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Però ci guadagnano!

Pubblicato da Davide su Gennaio 18, 2008

Strano.
Strano.
Stranissimo.

Stavo catechizzando, ieri sera, sul sistema a riscatto per l’editoria (soprattutto) autoprodotta creato e perfezionato da Greg Stolze.
Non mi capita spesso, ma ogni tanto capita, di partire per la tangente, salire in cattedra e illustrare sistemi alternativi per campare di ciò che si crea saltando gli intermediari.
Ma quando mi trovo fra persone che criticano il mercato in blocco (scrittori imbelli che pubblicano romanzi illeggibili spacciati da editori filibustieri a lettori idioti) e che sostengono di avere opere da distribuire ma aver ormai abbandonato la speranza di raggiungere il pubblico, io mi lancio.
Visto mai che non si riesca ad avviare qualcosa di nuovo ed eccitante.
Ma ovviamente non funziona.

Anche ieri sera, come al solito, è finita a pernacchie ed accuse di “utopia”, ma per la prima voltami sono state rivolte due obiezioni al sistema che meritano di essere segnalate - in quanto io credo sintomatiche di una certa forma mentale in ultima analisi autolesionista.

Ricapitoliamo.
Il sistema a riscatto funziona così: un artista ha un prodotto che ritiene potrebbe interessare al pubblico.
Non ci interessa che si tratti di un libro, un film, un disco o un software.
Non ci interessa neppure, a questo punto, perché l’artista in questione voglia utilizzare un metodo alternativo per raggiungere il pubblico - forse non trova un editore tradizionale, forse non è interessato a trovarlo.
Di fatto, il nostro eroe decide che, a fronte della distribuzione al pubblico della sua opera, sarebbe giusto per lui guadagnare una cifra X, che comprende anche le sue spese vive (materiali, ricerca, ore lavorate).
Procede perciò in questo modo - annuncia la propria opera, presentandola e documentandola il più dettagliatamente possibile, attraverso i canali che preferisce (di solito la rete).
Annuncia la cifra che ritiene giusta per “liberare” la propria opera, e fornisce un conto corrente sul quale le persone interessate possono versare la cifra che vogliono.
La proposta - quando sul conto si sarà accumulata una cifra pari ad X, l’opera sarà disponibile gratuitamente per tutti in download.
Come bonus, alcuni offrono la possibilità, a riscatto pagato, di ottenere una copia a stampa (o su CD/DVD) dell’opera per un piccolo extra (tramite servizi come Lulu.com), e ne inviano automaticamente una copia, a costo zero, a tutti coloro che hanno versato il proprio obolo.
Bello liscio.

Il sistema funziona bene, specie per prodotti diretti ad un mercato ben definito e che riescono a documentare/garantire una elevata qualità; un autore affermato avrà risultati migliori di un autore esordiente.
Il processo riduce drasticamente i tempi di pubblicazione, e garantisce all’autore un guadagno pari - o leggermente superiore - a quello che sarebbe garantito da un editore tradizionale. Viene oltretutto aggirato elegantemente il problema della pirateria on-line.

Ora, la principale obiezione che mi viene fatta quando propongo questo sistema è “ma perché dovrei pagare, se aspettando che qualcun’altro paghi, poi posso avere l’opera gratis?”
Speculare a questa, c’è poi l’obiezione “Ma come, io pago e poi chiunque può averlo gratis?”
Entrambe le obiezioni hanno la stessa risposta - (esattamente come nell’editoria tradizionale) se nessuno pagasse, l’opera non sarebbe disponibile in alcuna forma.
In altre parole, se ti interessa davvero, forse ti conviene pagare.
Anche poco.

Ieri sera, invece, due nuove obiezioni al modello, che mi hanno lasciato senza parole (salvo insulti, che però è sempre bene trattenere).

Obiezione 1 - in un paese in cui lo stipendio medio è 1000 euro al mese, la gente non fa cose stravaganti come spedire cinque euro a un conto corrente per avere un libro o un film fra sei mesi.
Un ragionamento francamente disonesto - figlio del classico “perché dovrei dare 50 centesimi al lavavetri quando a me nessuno da niente gratis?” un po’ ipocrita e un po’ carogna. Portato alle sue logiche conseguenze, non si fa nulla se non sussistere - avviare qualsiasi attività e impegnarsi in qualsiasi cosa che non sia uno stile di vita da cacciatori-raccoglitori diventa “stravagante”.

Obiezione 2 - ma i bastardi in questo modo ci guadagnano!
Eh, già, la persona che fa il lavoro che a voi magari interessa, e ve lo rende disponibile per una cifra che scegliete voi (anche nulla, se avete pazienza), alla fine della fiera ha un guadagno, e magari va a farsi una pizza.
Il che, a quanto pare, per queste persone è inammissibile.
Ciò che gli interessa non sono disposti a pagarlo, ma lo vogliono, e lo vogliono gratis.
E che sia fatto bene!
L’artista deve morire di fame, per donare a loro il prodotto della propria arte.

Con mentalità come queste all’opera….

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Farsi un libro 3 - lulu e le altre

Pubblicato da Davide su Dicembre 21, 2007

Curioso come capitino certe cose.

La settimana passata ho scoperto che la RedBrick, meritoria casa editrice neozelandese che da un paio d’anni tiene in vita due prodotti storici come Fading Suns e Earthdawn ha affidato la stampa in cartaceo dei volumi delle due serie a Lulu.com - la più popolare, al momento, azienda di selfpublishing sulla rete.
I loro pistolotti pubblicitari la mettono giù facile…

Romanzi o guide sulla natura, manuali o libri di memorie, libri per bambini o di testo; Lulu ti offre tutto ciò di cui hai bisogno per esprimere il tuo talento - e per venderlo in tutto il mondo, ad un pubblico avido di conoscenza. Cosa aspetti? Condividi la tua saggezza con gli amici, guadagna, raccogli fondi per la tua associazione di beneficenza. In poche parole: conquista il mondo della pubblicazione.

Lulu è insomma uno strano ibrido di stampatore e rivenditore - sul loro sito poso organizzare la produzione del mio libro e intanto acquiistare i libri altrui.
Ora, proprio considerando l’ipotesi di scucire alcune banconote da venti euro per i volumi della RedBrick, ho fatto un giro turistico sul sito di Lulu.com.
Magari hanno altre cose che mi interessano.
E potrei usare il servizio di POD per stampare le dispense dei miei corsi - ammesso che il risultato finale sia competitivo rispetto a quello di una copisteria.

E poi sono anni che mi dico fautore dell’autoproduzione, giusto?

Risultato?
Ne sono uscito con sensazioni contrastanti.

E come capita spesso, quasi contemporaneamente, sul blog di Marghe compaiono le seguenti domande

Ora le domande che mi porgo e che con molta non chalance giro a tutti voi è la seguente:

1. Comprereste il libro di un autore autoprodotto?
2. Avreste problemi a comprarlo su Lulu o preferireste trovarlo su IBS et simili?

Quanto segue è inparte derivato dalle mie risposte postate a quelle domande.
Chi mi conosce sa benissimo che non ho problemi ad acquistare libri ovunque.
Ma in questo caso, credo che la questione non sia se comprerei su Lulu.com, ma cosa comprerei su Lulu.com.
Avendo una buona garanzia di qualità, nessun problema.

Niente contro Lulu.com, casomai, parecchio contro parecchi autori che lo bazzicano:
storie brutte
scritte male
editate peggio

La qualità dei testi che si ritrovano è molto molto variabile, con una predominanza di edizioni pessime.
Le cose migliori, guarda caso, le fanno vere e proprie case editrici, che si limitano ad appoggiarsi a Lulu come stamperia.
RedBrick, i cui volumi continuano a mandarmi le ghiandole salivali in fibrillazione, è una seria casa editrice - per quanto gestita da appassionati - e quindi si occupa di gestire in casa propria tutta la parte editoriale.
Ha inoltre dei prodotti di nome - fra i fan del gioco di ruolo sia Earthdawn che Fading Suns sono noti e rispettati - e quindi poco gli importa che lo stesso scaffale elettronico di Lulu sia invaso da ciarpame.
Le gemme brillano anche nel buio.

Ma per un esordiente, o per una piccolacasa che offra prodotti non ancora consolidati presso il pubblico, di fatto, scegliere di uscire su Lulu significa quindi scegliere di essere presentati insieme a montagne di spazzatura.

Quindi, amico scrittore/amica scrittrice, comprerei il tuo libro su Lulu?
Beh, convincimi che è un buon libro, e non vedo perché no.

Ed alla fine è attorno a questo, che ruota tutto - l’autore autoprodotto, oltre ad essere un buon autore, deve anche essere un buon editor, un buon grafico, e un buon markettaro.
I più pensano di poterne fare a meno - e stampano su Lulu delle porcherie che grazie al cielo non vendono, o squalificherebbero ancora di più tutta la categoria.
Però creano una pila di spazzatura sulla quale il nostro meraviglioso romanzo verrà gettato come tutti gli altri.
E chi andrà mai a frugare nella spazzatura?

Il discorso, ovviamente, vale anche per gli altri self-publishing providers, come CafePress.com.
Con la differenza, forse, che essendo meno popolari, le loro pile di spazzatura sono meno voluminose, e quindi esiste una marginale probabilità in più che il nostro prodotto, esibito con un più esiguo contorno di altrui sciocchezze, venga valutato qualcosa di più da un potenziale lettore.

Ma io sono per gli atteggiamenti pro-attivi.
Esistono delle possibili soluzioni agli evidenti problemi di Lulu.com e compagnia briscola?
Credo di si, e dovendo mettere giù una lista di idee per sollevare un prodotto al di sopra della spazzatura che intasa Lulu, direi

. scrivere un buon libro - va da se, si dirà.
Certo. Però è bene tenerlo a mente.

Se diamo un’occhiata ai risultati riportati inserendo la voce “fantascienza” nel motore di ricerca di Lulu.com, noteremo una certa omogeneità delle opere.
In particolare spiccano titoli banali e copertine omogeneamente brutte e indifferenziate.
Quindi, passo successivo…

. un titolo originale - credetemi, è di una difficoltà pazzesca.

. una bella copertina - assoldare un professionista per l’illustrazione potrebbe non essere una cattiva idea. Esistono siti nei quali artisti di professione e dilettanti mettono in mostra le proprie opere. Farci ungiro e cercare contatti potrebbe essere una buona idea.
E poi necessario ricordare che una copertina non è semplicemente una figura con ntesto appiccicato sopra, ma deve avere un certo design.
Scelta di caratteri (font, dimensione, colore, effetti), posizione dei diversi elementi e quant’altro è fondamentale - si può ammazzare un’immagine bellissima o aggiungere carattere ad una figura qualunque.

. editing e impaginazione professionali - un font di buon gusto, testo giustificato, interlinea che renda agevole la lettura, niente refusi, formattazione consistente…
Ne abbiamo già parlato ma lo ribadiamo: non limitarsi a Word o OpenOffice per preparare il testo finale, ma usare una cosa tipo LaTeX o Scribus.

Fin qui, per la parte di produzione del libro.
Lo scopo è quello di lucidare al massimo la nostra gemma, se vogliamo che brilli fra il pattume.

Veniamo ora alla promozione del nostro prodotto

. ISBN - primo e fondamentale accorgimento, distingue i libri seri dalle opere dei dilettanti. Costa, ma ci garantisce la rintracciabilità globale del testo; in questo modo anche le librerie on-line potranno ordinare e rivendere il volume.

. un sito di presentazione che riprenda illustrazione e design del volume, e che regali un capitolo in formato pdf e il wallpaper della copertina, per fare in modo che i lettori si facciano un’idea non solo della qualità del testo, ma anche della qualità dell’oggetto.
E’ probabilmente il caso di spendere 25 euro e comprarsi un dominio.
Il sito dovrà anche accogliere un calendario delle nostre apparizioni pubbliche (ne parliamo fra un attimo), e magari un po’ di blog per informare lettori e curiosi delle nostre attività.
Non sarebbe male poi avere un booktrailer (lo si fa con flash o con synfig) breve e di buon gusto da piazzare in giro sulla rete… YouTube, MySpace, siti e blog di amici e supporter etc.

. su Lulu.com, dovremo trovarci un’etichettatura di genere che permetta in caso di ricerca di sfuggire alla gran massa di orrori perpetrati ai danni della letteratura di genere: lo scopo è quello di fare in modo che in caso di ricerca per genere, il nostro libro venga fuori fra i primi tre, e in compagnia di soli cinque o sei volumi e non di duecento.
Questo è meno facile di quanto sembri.

. sbattersi - a morte. Conferenze, presentazioni, saloni, sagre di paese, serate in parrocchia, corsi per i boy scout. Senza svendersi, ma bisogna essere presenti.
Si comincia in piccolo, ovviamente, ma poi ci si può allargare. Senza bruciare le tappe.
Serve a vendere più libri?
Non credo.
Ma conoscere di persona i lettori potrebbe aiutarci a capire perché certi elementi di ciò che scriviamo piacciono ed altri no.
E le nostre foto circondati dal pubblico faranno un figurone sul nostro sito.
Aggiungo qui una nota orribile, presa dal solito manuale di Sprague DeCamp - act the part: se volete che vi ci considerino, dovrete esserlo, non solo sembrarlo.
Scrittori, intendo.
Ma anche sembrarlo è importante.
Con un caveat.
Ora io non ho idea di come si vesta uno scrittore - dalle giacche di tweed di Walter Jon Williams al cuoio & piercing di China Mieville, ho visto di tutto.
Ho visto Anne Rice vestita da gotica e C.J. Cherryh vestita in jeans e cardigan.
Ho però ben chiaro un fatto - gli scrittori, quelli veri, non si comportano “da scrittori” quando sono in società, ma da persone normali. Ammettono la propria attività quasi con pudore, ne parlano voletieri ma senza soffocare gli astanti, sono spiritosi, colti, intelligenti. Parlano di quel che gli pare. E non si vestono “da scrittori”. Ho visto tuttavia un sacco di persone che, pubblicato un esile volumetto di poesie leziose, cominciavano a girare con sciarpe eccentriche e strani cappelli, abbandonando le stupide Marlboro per improbabili pipe, sempre pronti ad estrarre una copia dl loro lavoro da una tasca per pontificare e finire poi a consigliare (magari ad un autore pluripremiato ma non riconosciuto) di “provare a scrivere, perché è un’esperienza liberatoria” (storia vera).

Tutto questo è complicato, lungo da mettere in piedi e costa.
E’ già così difficiletrovare il tempo per scrivere, facendo intanto un lavoro per pagare le bollette….
E’ per questo che io continuo a dire che gli autori di guerriglia dovrebbero fondare una specie di Confraternita della Filibusta nella quale ci si aiuta - io faccio da editor per il tuo libro, tu progetti la copertina per il mio etc. Casomai si collabora tutti per una antologia di racconti a tema.
Un sistema del genere, oltretutto, garantirebbe un maggior controllo sulla qualità.
Ma anche questo comporta, ovviamente, delle difficoltà.

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Farsi un libro

Pubblicato da Davide su Dicembre 3, 2007

Prendo l’avvio, come già in passato, dall’ultimo post dell’ottimo Elvezio Sciallis.

da questo momento in poi non intendo più parlare, scrivere news o
recensire prodotti in qualche modo collegati con gli editori a
pagamento, print on demand, autoproduzioni e satelliti vari di questa protogalassia.

Una brutta notizia.
L’adozione di un metodo di pubblicazione eterodosso è spesso una necessità per gli esordienti, e la recensione di un critico acuto, feroce ed onesto è quanto di meglio possa sperare chi, per scelte eterodosse, non ha potuto avvalersi di editor, revisori, comitati editoriali.

Mi dispiace quindi che Elvezio decida di lasciare ancora più soli quegli autori che, per sua stessa ammissione, sono lasciati soli dai propri editori.

non riesco ad accettare la completa mercificazione dell’arte,
l’equiparazione della vendita di scritture alla vendita di ortaggi.
La pubblicazione come servizio, i romanzi come volantini o menù di ristoranti.
Così
non è, per me, e non intendo quindi favorire in nessun modo questa
variegata banda di briganti che accumula soldi nella maniera più
bastarda, alle spalle dei deboli, facendo leva su nervi esposti.

Parole sante.
Ma qui, le nostre strade divergono, specie sulle autoproduzioni.
Dopotutto, questo è un piccolo tempio… un pilone votivo, via, sul bordo della supersterrata dell’informazione (information super-dirt-road), dedicato a San Freelancer.

E tuttavia, invece di stare a discettare lungamente e noiosamente sul perché io creda che la seguente affermazione sia per lo meno superficiale e manchi un paio di bersagli importanti…

Se nessuno è disposto a investire energie, tempo, denaro e mezzi nella
vostra opera, è molto probabile (non al 100%, chiaro, ma non posso
occuparmi delle eccezioni) che la vostra opera non riesca a passare la
soglia della mediocrità.

… preferisco affrontare la questione da un punto di vista diverso.
Non ho trascorso strani eoni a meditare sul mio tanden per non averne ricavato un briciolo di illuminazione (a kerosene) e so quindi che è meglio costruire che distruggere.
Lo stesso Elvezio in fondo ammette

Per le autoproduzioni vale il discorso che non esiste un controllo
editoriale professionistico, io da questo punto di vista sento molto la
questione (editing, revisione, cura bozze, impaginazione, copertina ecc
ecc) e l’autoproduzione, per quanto “cattiva” si obblighi di essere,
non sarà mai pari agli schiaffi in faccia che ti molla un editor
imparziale.

Fine delle citazioni e delle chiacchiere.
Veniamo ai fatti.

Regola per sopravvivere: se avete un libro che credete valga la pena infliggere al pubblico ma tanto gli editori maggiori quanto gli editori minori vi snobbano, piuttosto che andare da una vanity press o da uneditore a pagamento, autoproducetevi.

Detto ciò, prima di autoprodurvi, imparate come si fa, e procuratevi gli strumenti adatti.

Per imparare come si fa, esistono dei libri.
Io, per vari motivi, faccio riferimento a manuali in lingua inglese - e se proprio ci si deve conformare ad uno standard, tanto vale conformarsi allo standard più diffuso.

L’Università di Chicago pubblica Getting it Published, di William Germano.
Sottotitolato A guide for scholars and anyone else serious about serious books, è un manuale di editing, formattazione e revisione di testi accademici e divulgativi secondo gli standard internazionali. Viaggia sulle cento e ottanta pagine, è scritto in un inglese accettabile, ed è probabilmente preferibile al comunque imprescindibile Chicago Manual of Style, del quale rappresenta una summa.
In italiano dovrebbe esistere qualcosa di simile pubblicato da Zanichelli (e probabilmente costosissimo).
Line by Line, di C.K. Cook (Houghton Miffling) è un manuale di editing per autori - insegna cosa guardare e come per migliorare la prosa edeliminare errori ed inconsistenze.
E’ poi assolutamente essenziale leggere But What of Earth, di Piers Anthony, ma a quello dedicherò un post a parte.

A questo punto preveniamo un’osservazione ingenua - ma non bastano gli strumenti di Microsoft Word?
NO.

E Word non è proprio una scelta meravigliosa per sistemare il vostro manoscritto per la pubblicazione.
Se lo fosse, non credete che i professionisti lo userebbero?
Word è OK per scrivere la storia, non per pubblicarla.
Per mettere insieme un prodotto dignitoso sdestinato al pubblico esistono dei software adatti - e la buona notizia è che spesso sono gratuiti.

Io di solito consiglio Scribus: è gratuito, multiplatform e ampiamente collaudato.
Ciò che non è - intuitivo.
Ma è la vostra settimana fortunata - la rivista Full Circle sta pubblicando una serie di articoli su come utilizzare proprio Scribus.
I tutorial sono mirati agli utenti Ubuntu, ma Scribus funziona allo stesso modo su tutte le piattaforme.
Full Circle è gratuita, e la trovate anche in italiano.

Se invece volete buttarvi e fare il gran salto, diventando editori indipendenti (e perché no?), allora prima o poi incontrerete LaTeX.
E allora tanto vale incontrarlo subito.
Le buone notizie - LaTeX è gratuito.
Le cattive notizie - è molto meno intuitivo di Scribus.
Però trovate davvero un sacco di documentazione in rete - la pagina di Wikipedia è un buon punto di partenza.

Il prodotto finale andrà trasformato in .pdf per la distribuzione in rete o per portarlo comodamente al tipografo di nostra fiducia.
Questa è la parte più complicata - gran parte delle copisterie faticano ad andare oltre il formato A4 per le rilegature “serie”.
anche se nessuno vi impedisce di dare ai vostri prodotti un taglio cyberpunk, pubblicando volumi rilegati a spirale.
Ma l’uscita in formato elettronico non deve essere trascurata - e in caso di vendita, vi serviranno un indirizzo e-mail dedicato per gli ordini (Gmail?) un modo per gestire i pagamenti (PayPal?) ed un sistema per watermarkare i file .pdf.

Se il vostro volume è davvero buono (ma DAVVERO buono), non trascurate l’eventualità di pagare qualche euro e metterci un codice ISBN.
In questo modo, anche senza avere un distributore aggressivo (scordatevelo - a meno che vostro zio non faccia il distributore, un distributore non lo avrete mai come autoprodotti) i vostri libri saranno reperibili in rete, e le librerie on-line ve ne richiederanno copia a fronte di ordini.

Resta il problema che Elvezio ha inchiodato con una sola battuta…

l’autoproduzione, per quanto “cattiva” si obblighi di essere,
non sarà mai pari agli schiaffi in faccia che ti molla un editor
imparziale

Vero.
Verissimo.

Ciò che sarebbe auspicabile - e che non ha una colossale difficoltà pratica di messa in opera - è la creazione di un network di autori autoprodotti, all’interno del quale ciascuno possa agire da imparziale editor degli altri.
Gli effetti positivi sarebbero notevoli - il network diventerebbe implicitamente un editore con un catalogo.
Sarebbe più facile attirare l’attenzione, pù facile generare interesse - organizzare letture, presentazioni…
Da soli, tutto diventa infinitamente più difficile.

Oh, un’ultima cosa - evitate stupide strategie pubblicitarie.
Di quelle, magari, ne parliamo poi.

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