strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Fare i bagagli

NOSTALGIA © 1998 PhotoSpin www.powerphotos.comQuesto è uno di quei post di lifestyle blogging che di tanto in tanto mi scappano, e nasce da uno scambio di battute col mio amico Marco Siena, che doveva spostarsi per una trasferta e, come può capitare, ha avuto un paio di round di quelli ravvicinati e dolorosi col proprio bagaglio.

Perciò, perché non un bel post sul bagaglio – come prepararlo, cosa c’è dentro, quale dev’essere la filosofia di fondo?
Dopotutto, tra gli anni come studente e gli anni dopo la laurea, ho macinato abbastanza chilometri e allineato abbastanza trasferte da fare una volta il giro del mondo*, per cui fra valige e borse da viaggio, ho imparato a mie spese.
Diamo un’occhiata.

PackingBookCoverCerto, al mio amico Marco potrei semplicemente consigliare The Packing Book, di Judith Gilford, uno di quei meravigliosi manualini molto british che pubblica la 10 Speed Press. Da cosa mettere in borsa per un weekend all’organizzazione di una spedizione per fare hiking in Nepal, qui c’è tutto.

Ma proviamo a fare una sintesi ad uso generale.
Cominciamo con la prima distinzione basilare – valigia o borsa?
Rigida o morbida? Grande o piccola?
È una questione di gusti e temperamento.

Normalmente io utilizzo una borsa da 25 litri, di quelle da palestra – che se organizzata come si deve, permette una trasferta di circa una settimana senza grossi problemi. E passa come bagaglio a mano in aereo (e considerando come i voli low cost carichino di spese il bagaglio extra, ciò è bene).
Gym-BagLe borse da palestra sono robuste, flessibili, e non patiscono ad essere trascinate su e giù per i vagoni dei treni, buttate sui caroselli degli aeroporti, o trascinate su tram, metropolitane e quant’altro.
A differenza delle valigie trolley, non si rischia di sgarrettare il prossimo.

La borsa da viaggio deve contenere abiti, accessori e kit da toeletta.

Cominciamo col kit da toeletta.
Deve contenere pettine, spazzolino e dentifricio, rasoio e sapone da barba, sciampoo-docciaschiuma, il mio vecchio specchio metallico del servizio militare, il kit da manicure, deodorante, salviette disinfettanti, una confezione di cerotti, un blister di aspirine ed un tubetto di pomata anti-contusioni.
da un paio d’anni non mi servono più gli antistaminici, altrimenti c’erano anche quelli.
Il tutto in una borsa compatta e robusta.

Aggiungiamo un grosso asciugamano da bagno, di quelli in microfibra che occupano poco posto**.
E un rotolo di carta igienica, schiacciato per fargli occupare meno spazio, e un paio di sacchetti di plastica per le emergenze.
E un paio di ciabatte, di quelle ultrasottili.

Ora, gli abiti – la questione fondamentale, per me è: dovrò presentarmi in pubblico con una tenuta formale, o posso andare casual?

Io preferisco il casual – anche perché causa meno problemi con l’impacchettamento, ma ci sono circostanze in cui non si può fare a meno.
Come geologo, ho la fortuna di avere a che fare con una comunità che non si formalizza facilmente – per quanto qualche vecchio trombone fissato con la cravatta ci sia sempre.

Gran parte del mio guardaroba da viaggio è costituito da jeans, camice a maniche lunghe (se fa caldo si arrotolano le maniche), un gilet di maglia (serve sempre), biancheria, una quantità di T-shirt e calzettoni di spugna usa-e-getta, un paio di felpe, magari un cardigan se la stagione lo richiede…
Tutto questo si arrotola, e si sistema nella borsa in strati facilmente accessibili.

Resta il problema degli abiti “seri”, che non si possono stropicciare – per lo meno una giacca, un paio di pantaloni coordinati e una camicia “seria”.

Ed è qui che il libro della Gilford diventa indispensabile.
Si può usare il sistema del “bundle”.
Che è inutile che ve lo spieghi – ve lo faccio vedere…

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Lo schema mostra una valigia, ma funziona anche con le borse da viaggio.

41KiYB4o+BL._SX342_Infine, gli extra – una piccola borsa compatta o uno zaino da 10 litri, in cui sistemare l’ereader o un paio di paperback, il netbook (ma se andate in un posto dove c’è un PC, basta una chiave USB con PortableApps), il cellulare, la macchina fotografica, un notes con un paio di penne, occhiali da sole, una bandana o grosso foulard o altro fazzolettone multiuso, più in una tasca sicura i biglietti e gli altri documenti di viaggio, guide e mappe, varie ed eventuali (i caricabatterie!)

E questo dovrebbe essere tutto, credo.

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* sarebbe probabilmente stato più piacevole e più fruttuoso.

** perché noi sappiamo dove abbiamo l’asciugamano.


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Scrivere on the road

La parte più fastidiosa delle trasferte per seguire i seminari per dottorati…

Beh, a parte il dover fare 1000 chilometri e passare due o tre giorni fuori casa per un’ora di lezione…

Ed a parte i 100 euro secchi di treno ad ogni uscita…

… La parte più fastidiosa, dicevo, è che queste lunghe giornate passate in sale d’aspetto, stanze in affitto e fermate d’autobus spezzano qualsiasi lavoro si intenda fare, tanto sul versante accademico che sul versante da diporto.

freccia_bianca_quadratoHo sempre fatto una certa fatica a capire quelli che scrivono da Starbucks*.
Per me scrivere sul Freccia Bianca è praticamente impossibile, fra il ciangottare dei compagni di viaggio, la fattiva scomodità di sedili e tavolini, e poi… boh, sarà il feng shui, ma a me si grippa la capacità di mettere parole in fila sulla pagina.
Ci sono un sacco di tipi executive col laptop spalancato che cincischiano, sul Freccia Bianca – i più controllano Facebook, guardano film e giocano con giochini vari.
Io non ho neanche voglia di tirar fuori il netbook dallo zaino.

E in camera, la notte, dopo aver macinato 500 chilometri, cambiato tre volte e seguito un seminario universitario, mentre si rumina una cena veloce, mettersi al tavolo a scrivere diventa piuttosto difficile.

Ma c’è un rovescio della medaglia – se scrivere è una tortura, revisionare è molto più facile.
In fondo, il testo è già scritto, si tratta solo di rileggerlo, e di apportare minime (si spera!) modifiche.

Allo stesso modo, è possibile delineare.
Ma in questo caso mi trovo meglio – così come anche nella quiete domestica – con un bel quaderno ed una matita.

Editare e delineare è ciò che sto facendo in questo momento (ora più, ora meno) mentre voi mi leggete.
L’idea è di far uscire la terza edizione de Il Crocevia del Mondo per fine maggio, e questo significa rileggere e spulciare il testo prima di passarlo ai beta readers.
E intanto, continuo ad avere delle idee per delle storie – e quindi posso anche delinearle e poi tenerle lì per futuro riferimento.

Quando queste trasferte smetteranno di spezzare il ritmo delle mie settimane e di prosciugarmi il conto bancario, ed avrò nuovamente il tempo, il modo e la buona salute per rimettermi a scrivere.

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* Credo li paghi Starbucks per farsi pubblicità.


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Kilometri e Kilobyte

SNOW WEATHERLe prossime settimane saranno… interessanti.
Non solo per il fatto che dovrei aiutare mio fratello a traslocare, ma perché l’università richiede inderogabilmente la mia presenza e partecipazione a tre lezioni – le ultime tre lezioni dell’anno – del corso per i dottorandi.
Nei prossimi dieci giorni, di conseguenza, abbandonato mio fratello fra mobili e casse di suppellettili, dovrò sobbarcarmi circa duemila chilometri di autostrada, per un totale stimato di venti/venticinque ore di percorrenza, a fronte di tre ore di lezione.
Più due pernotti.
Per un costo complessivo stimato – fra carburante, autostrada, vitto e alloggio – di 300/500 euro.
Per tre ore di lezione.
Un’ora dalle dodici alle tredici del tredici di dicembre.
Due ore tra le undici ele tredici del diciotto di dicembre.
Tre lezioni estremamente interessanti e tenute da docenti di altissimo livello – e questo significa che se non altro saranno divertenti da seguire.
Ma i chilometri si faranno sentire.
E non oso pensare allo stato delle strade il 18 di dicembre*.

199_n_1146762015Ora, la cosa che mi desta un certo malsamo divertimento, è che nell’arco del 2012 ho seguito circa 60 ore di lezione per due corsi all’Università di Stanford, e circa 100 ore di lezione per tre corsi all’Università di Berkeley.
Le ho seguite con piacere e profitto, senza muovermi dalla sedia sulla quale sono seduto in questo momento.
E senza spendere un centesimo – se non quelli per i DVD sui quali ho salvato il materiale delle lezioni.

Ora, certo, lo sappiamo, Berkeley e Stanford stanno in America, di più, stanno in California, e stanno nel ventunesimo secolo, ma…

… Negli ultimi tre mesi ho macinato qualcosa come 80 ore di lezione, coi miei studenti del corso online di taoismo, ed ancora una volta nessuno di noi si è spostato da casa.
A fine corso avremo totalizzato qualcosa come 100 ore – un bel record, considerando che il mio corrispondente corso dal vivo era di circa dieci ore.
100 ore di lezione online.
E questo senza i potenti mezzi delle università californiane, e facendo i conti con la traballante rete dell’Astigianistan, che mi garantisce nei momenti di grazia ben 78K al secondo di trasferimento in download.
Eppure ha funzionato, ed è stato divertente, e sebbene resti il rammarico di non esserci mai incontrati di persona, magari per farci una pizza a fine corso, per quel che mi riguarda sarò ben felice di rifarlo.

La settimana prossima invece…

teleconferencing-5Ora, ovviamente, non posso chiedere che la mia università organizzi i propri corsi in teleconferenza o in video-chat per favorire un solo studente – ma anche gli studenti che invece di stare a cinquecento chilometri stanno solo a trenta, potrebbero apprezzare.
Ma ripeto, non posso chiedere una cosa del genere.
Il fatto è che comincio ad avere l’impressione che non dovrebbe essere necessario chiederlo.

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* Lasciamo come esercizio a casa per i più curiosi la programmazione di un percorso ferroviario Asti-Urbino e ritorno.


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On the road again… and again…

Giugno, mese di trasferte.
Mentre mi leggete, sono in viaggio verso Urbino – dove trascorrerò parte della settimana entrante passeggiando su e giù lungo il tratto intermedio del Metauro, a raccattare gli ultimi dati per la tesi di dottorato.
Per cui se passate nei prossimi giorni fra Pesaro e Urbino, e vedete un tipo strano con un cappello scemo, un martello da geologo e una macchina fotografica, beh, quello sono io.

Nella seconda metà del mese ci sarà una seconda trasferta – questa volta per partecipare ad un corso di aggiornamento.

Ora, con la benzina alle stelle, l’intera faccenda si mangia circa i due terzi della mia borsa di studio – e d’altra parte cosa me l’han data a fare, se non per pagarmi le spese di studio?

Ma se su benzina e autostrada c’è poco che io possa fare, c’è un’altra voce che è assolutamente assassina, se si devono macinare un paio di migliaia di chilometri di autostrada in piena estate: cibo e bevande.

Gli amici dell’Autogrill mi vendono a 2.50 euro la CocaCola che il supermarket qui nel paese vicino mi lascia a 59 centesimi.
Il cibo è spesso molto mediocre e maledettamente costoso.

Qui le strategie sono due.

Primo – informarsi, mediante una guida, su buone trattorie appena fuori dallo svincolo, dove per gli stessi danari per i quali l’Autogrill ci lascerebbe un piatto di ravioli fossili, possiamo mangiare un primo e un secondo dignitosi.

Secondo – una borsa frigo da 26 litri, disponibile per circa 10 euro in un hard discount, e sistemabile senza problemi nel bagagliaio dell’automobile.
All’interno possiamo piazzarci una decina di lattine di bibite caffeinate e gasatissime (tutto veleno, certo), un paio di bottiglie d’acqua, una tanica di té freddo, ed il necessario per farci dei panini strada facendo (o i panini già fatti, se siamo così inclinati).
La borsa frigo diventa essenziale durante il lavoro di terreno, quando si striscia verso la macchina riarsi e impolverati dopo ore di peregrinazioni off road, e si apre il bagagliaio, e c’è una bottiglia di minerale fresca ad attenderci.
Non esiste gioia più grande*.

A questo punto, possiamo fermarci dove ci pare, quando ci pare, e goderci il paesaggio anziché i forsennati che si strappano di mano i gratta e vinci.

Per cui se state correndo fra Alessandria e Pesaro, e vedete un tale che si mangia un panino all’ombra su una piazzuola di sosta, mentre si legge un libro, potrei essere io.

Il che mi ricorda – nei prossimi giorni strategie evolutive non chiude, ma passa una serie di post programmati**.
Non credo avrò modo di rispondere ai commenti – e se qualcosa dovesse restare incastrato in coda di moderazione, toccherà aspettare fino al mio rientro.
Mi scuso per il disagio.

 

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* Salvo forse togliersi le scarpe.
Ed entrambe sono alla pari con il cacciarsi sotto alla doccia.

** Non è dunque meravigliosa la tecnologia?


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Il Taoista più veloce del West

Un post curioso, che ne riprende un paio appena pubblicati.

Nulla va mai secondo i piani, si diceva, citando gli Styx… beh, ripetiamolo.
A dodici ore dalla cancellazione, abbiamo raggiunto il numero minimo di partecipanti per il mio corso sulla filosofia taoista.
Ne sono felicissimo.
Il che naturalmente significa che ho 24 ore scarse per ripulire gli appunti, stampare gli handout, preparare le slide (vanno bene le vecchie? aggiungo qualcosa?) e ripassare il mio numero.

Significa anche sei settimane di viaggi in treno e traversate in tram, con tutta l’avventura connessa.

E ne sono felicissimo!

La cosa interessante, naturalmente, è che il fatto di pagarmi la pizza spiegando la visione della Natura secondo i cinesi del 6° secolo è in fondo una scheggia di quei futuri possibili di cui si parlava giorni addietro.
Il numero cinque, se ricordo correttamente.
Che sia dunque vero che avere un’idea di dove si vuole andare ci aiuti a raggiungere quel posto?
Insomma, che non si tratti esattamente di pipe dreams, alla fine…

Lo diceva anche Buckaroo Banzai, dopotutto

Wherever you go, there you are!

Il corso sarà una buona occasione per revisionare e testare il materiale – che poi non mi dispiacerebbe offrire a prezzi popolari come corso online.
Ma anche quello, è un futuro possibile del quale parleremo successivamente.


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Fra Modena e Parma

Oggi pomeriggio (ok, ieri per voi che mi leggete), mentre sfrecciavo fra Modena e Parma di ritorno da Urbino, mi sono reso conto si una cosa curiosa.

Per i lunghi viaggi in automobile, quiando la radio non basta, ascolto cd.
Ho una vecchia radio col caricatore, ci schiaffo dentro dieci cd e poi vado a caso.
Per sicurezza, uso delle copie rimasterizzate – non rischio i dischi originali in macchina.
Ho un porta-Cd acquistato alla Lidl dal quale sfilo dieci cd più o meno a caso (di solito questo accade prima dell’alba, nella semi-oscurità, e comunque metà dei CD non hanno etichetta) e li metto nel cartuccione, e poi via.

Beh, oggi pomeriggio (o ieri, come si diceva), è capitata una cosa curiosa-

Ora è chiaro che in viaggio mi porto la mia musica preferita, ma comunque, mentre sfrecciavo fra Modena e Parma, mi sono accorto che avevo appena finito di ascoltare tre dischi che mi piacciono molto.

Questi…

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