strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Una manica di illetterati

4 commenti

La notizia riportata da La Repubblica dovrebbe in qualche modo farmi sentire vendicato, ma proprio non ci riesco, a vedere un lato positivo…

Laureati analfabeti.

Quanti, del nostro già magro 8,8% di laureati (la media dei paesi Ocse è del 15%), leggono ogni giorno qualcosa di più delle réclame e delle didascalie della tivù? Quanti invece sono prigionieri più o meno consapevoli di quella che Italo Calvino chiamò l’antilingua? Non saper scrivere nasconde il non saper leggere. Sette laureati su cento non leggono mai (e sono quelli che hanno il coraggio di dichiararlo all’Istat: mancano quelli che se ne vergognano). Altri sette leggono solo l’indispensabile per il lavoro: e siamo già vicini al fatidico uno su cinque. Ma andiamo avanti: uno su tre possiede meno di cento libri, praticamente solo i suoi vecchi testi scolastici. Uno su cinque non ha in casa un’enciclopedia. Quasi nessuno (73 per cento) va in
biblioteca, e quando ci va, raramente prende libri in prestito. “Manca il tempo”, “sono troppo stanco”, le scuse più comuni. Ma ci sono anche quelli che non accampano giustificazioni imbarazzate, anzi rivendicano il loro illetteratismo come atteggiamento moderno e aggiornato: “leggere oggi non serve”, “è un medium lento”, “preferisco altre forme di comunicazione sociale”.

Numeri agghiaccianti.
Meno di cento libri?
Leggere oggi non serve?

Poi alla sensazione agghiacciante segue una certa vaga familiarità.
Non c’è forse un ex-collega (oggi rispettato accademico) che da quindici anni, se interrogato a riguardo, risulta impegnato nella lettura dello stesso volume – Le Grandi Controversie della Geologia?
E non c’è una forte, fortissima resistenza nell’ambiente accademico, verso coloro che “hanno troppi interessi”?
Non mi è stato consigliato, molto amichevolmente, di evitare di citare in curriculum il mio interesse per la letteratura ed il fatto che io scriva “raccontini polizieschi” (sic), per evitare imbarazzi?

“In Francia e Germania gli atenei organizzano gare di ortografia “, sospira il professor Serianni. Da noi è difficile perfino reclutare iscritti per i laboratori di scrittura che alcuni atenei, allarmati, hanno messo a disposizione degli studenti in debito di lingua. Quello di
Modena è affidato al professor Gabriele Pallotti: “Di solito comincio da virgole e apostrofi…”. Pallotti nel cassetto tiene una cartellina di orrori: email, biglietti affissi alle bacheche, “esito profiquo”, “le chiedo una prologa”, “attendo subitanea risposta”. Ma correggere le asinate non è ancora abbastanza. “Saper annotare correttamente parole sulla carta non è saper scrivere” spiega. “Parlare e scrivere sono due diversi modi di pensare. Troppi ragazzi escono dall’università sapendo solo trascrivere la propria oralità, ovvero un flusso continuo di idee non ordinato e difficilmente comunicabile. Cioè restano mentalmente analfabeti”.

E poi ci sono quelli che credono che conoscere una lingua straniera sia un extra.
Quelli che credono che le linee guida per la pubblicazioni siano “libberticcide”.

Idioti.
Come quello che definisce la lettura “un medium lento”.

La lista dei colpevoli è lunga.
Lunghissima.

Ma se avessero ragione loro? Perché alla fine si scopre che il laureato analfabeta non fa necessariamente più fatica a trovare lavoro rispetto ai suoi quattro colleghi più letterati. le imprese non sembrano granché interessate a selezionare i propri quadri dirigenti sulla base delle competenze linguistiche di base. E non perché non si accorgano delle deficienze dei loro nuovi assunti. Parlare con Carlo Iannantuono, responsabile delle risorse umane per la filiale italiana della Sandik, una multinazionale del ramo macchine per cantieri, reduce da una lunga selezione di personale laureato, è come farsi raccontare una serata allo Zelig: “Quello che se potrei, quello che s’è laureato per il rotolo della cuffia (e si vede), quello che glielo dico così, an fasàn (e io: e dü pernìs…)…”. Gli analfabeti conclamati, calcola, sono solo un 3-4 per cento, ma molti altri non sembrano pienamente padroni delle loro parole. E lei li assume lo stesso? “Dipende”, si fa serio, “noi cerchiamo
bravi venditori. Quello che deve discutere con i dirigenti della Snam è meglio sappia i congiuntivi. A quello che deve convincere un capocantiere della Tav forse serve di più un buon paio di stivali di gomma”.

Per fortuna la pagina de La Repubblica non manca di linkare in calce Grandi Scuole.
La civiltà è salva.
Diventeremo tutti bravi venditori.

Aggiunta a posteriori

Tanto per fare un paragone

Canadians’ attitudes toward reading appear to be very positive. The following attitudinal findings are pulled from the PCH study as well as a report from the Canadian Publishers’ Council (CPC), Book Buying Attitudes and Behaviours (conducted in 2004 among only English-speaking Canadian adults).

  • Nearly half (43%) of Canadians said they enjoy reading “very much,” and a further 39% like to read some of the time (PCH).
  • Eighty-five percent indicated that “reading is very important to me” (PCH).
  • Eighty-two percent said they “read for fun” and 72% to “relax/unwind,” higher than the 60% who read to “learn” (CPC).
  • Forty-three percent picked “reading books” as an activity they would choose to do if they had more time, virtually tied with the #1 pick, “visiting with friends in a home” (45%) and the #3 pick at 40%, “out of home entertainment” (CPC).

Chissà quanti sono bravi venditori?

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

4 thoughts on “Una manica di illetterati

  1. su, nessuno che abbia il coraggio di spezzare un’arancia (ma, a ben pensarci… ci vorrà l’apocrifo o no?) in favore dei nostri bravi alfalfabeti?

  2. Credo l’unica cosa che si potrebbe spezzare sia un nodoso bastone, spezzato di traverso sulla schiena di quello che definisce la lettura “un medium lento”.

  3. Uhm, sistema “definitivo”…ma forse visto i tipi potrebbe sortire qualche effetto.

  4. Mi accanisco contro quell’imbecille in particolare – quello del “medium lento” – perché alla pari di tutti gli altri è un ignorante, un ignorante spaventoso, ma ha l’aggravante inammissibile di esserne orgoglioso, arrivando addirittura a fare il superiore, atteggiandosi a personaggio “avanti”.
    Bastonate.
    E una tranquilla, tradizionale, maoista “rieducazione attraverso il lavoro”.

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