strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Docenti vivi/studenti comatosi

7 commenti

Nel lontano e nebuloso passato, quando i mulini erano bianchi ed io ero studente di Geologia, ricordo con precisione una lezione propro del corso di Geologia, tenuta in un’aula troppo piccola del dipartimento di chimica.
Doveva essere il 1990.
Banchi accalcati l’uno contro l’altro, in file da dieci, docici, venti studenti.
Il docente ci ammazzava di fotocopie – centinaia di pagine acquistate a caro prezzo nella copisteria con la quale il docente stesso era in combuttta era convenzionato – spesso illeggibili, trattandosi di fotocopie di acetati sottolineati in evidenziatore.
Pagine e pagine di righe nere.
E così, io ricordo questo giorno, in particolare.
Il docente ci sta descrivendo l’ennesima sequenza di bacino.
Mancano dieci minuti alla fine della lezione.
Io, in prima fila per via della vista corta, sto prendendo appunti, pagine e pagine di note scribacchiate in malo modo perché il docente parla con lo stesso ritmo con cui io potrei discorrere a cena del film visto ieri sera in TV.
A tratti salta di palo in frasca, ma sempre con lo stesso tono discorsivo e lo stesso livello di voce da caffettiera in ebollizione.
Sono quasi due ore che andiamo avanti così.
Ed improvvisamente, la mia pila di fotocopie – duecento o trecento fogli – scivola oltre il bordo del banco, si apre a ventaglio e si spande sul pavimento in una specie di conoide cartacea.
Imbarazzo.
Per andare a raccogliere i fogli dovrei far alzare tutta la fila, genuflettermi davanti alla lavagna, e raccattare la bracciata di carte sparse.
Un’occhiata all’orologio.
Mancano si e no cinque minuti alla fine.
tanto vale aspettare.
Anche perché il docente ignora completamente l’evento, e continua a salmodiare di flysch e scivolamenti, e mentre io mi affanno a scrivere per non perdermi un pezzo della sua spiegazione, lui senza battere ciglio, per i rimanenti cinque-sei minuti, impassibile, passeggia avanti e indietro sulle mie fotocopie.
Ho ancora i fogli qui in uno scatolone da qualche parte, con le impronte dei suoi scarponi, nere sui fogli bianchi, con la scolpitura grossolana di quelle suole di gomma che una volta si chiamavano “a carrarmato”.

Ora voi mi direte che io ho il cervello montato storto, ma quella scena, col docente impassibile che continua a declamare sequenze stratigrafiche mentre passeggia sui miei appunti, è la prima immagine che mi è balzata alla mente quando ho letto il bel post comparso un pio di giorni or sono su Speculum Maius.

Sembra quindi emergere la necessità, anche per il docente universitario, di un ripensamento attento della propria prassi comunicativa

Tipo, evitare di calpestare gli appunti del corso.
Perché come momento comunicativo, ammettiamolo, fu splendidamente limpido.
Difficile comunicare ostilità con maggior chiarezza.
Ma come esperienza didattica… beh, non da sottovalutare, ma certo neppure da sperare di ripetere.

Ora, al post su Speculum Maius ci arrivo attraverso un altro post, su Insegnare Apprendere Mutare

In realtà nella nostra formazione non c’è stato uno straccio di preparazione su cosa significhi comunicare qualcosa ad un gruppo di persone. Nella mia formazione non c’è stato niente di simile e non mi riferisco né a programmi né a materie né a corsi ma giusto a qualche occasione di riflessione, qualche spunto. Non ricordo niente di simile. Le occasioni ufficiali di comunicazione si riducevano ai compiti scritti e alle interrogazioni, dalle elementari all’università. L’atmosfera di gran lunga prevalente era sintetizzabile con la ricetta “bisogna dirgliela come vuole lei/lui”. Sì, è un esercizio di comunicazione anche questo ma forse è un po’ limitato.

Esattamente.
Nessuno ci insegna ad insegnare.
Se non l’esperienza passatacome studenti -e spesso in quel ruolo ci è stato suggerito quasi subliminalmente di ammirare e rispettare di più proprio quei docenti cani che ci trattavano col massimo disprezzo.

D’altra parte, una scatola piena di appunti con lo stampo delle suole del docente può essere un buon promemoria, quando anni dopo si deve affrontare un’aula, su come non impostare il proprio insegnamento.

Fra queste convinzioni che sono andato maturando vi è che il docente deve essere VIVO. Succede di rado. Vivo vuol dire che deve essere realmente appassionato quando spiega la sua materia agli studenti. Le esposizioni aride, giustificate con la necessità, specie nel caso di quelle scientifiche, di essere obiettive, narcotizzano l’uditorio. PowerPoint, se usato obbligatoriamente e senza cognizione di causa aggrava ulteriormente questa situazione. Vale più qualche divagazione letteraria, al limite una poesia, oppure una storiella divertente, usata per sottolineare qualche passaggio che non una grafica particolare in PowerPoint.

Esattamente, una seconda volta.
Senza dimenticare, tuttavia, che a volte l’uditorio è a tal punto abituato alla narcotizzazione, che si risente se il docente divaga, chiacchiera, chiede opinioni o cerca di coinvolgere i partecipanti al corso.
In quanto, ed è qui che la cosa si fa perversa, a molti è stato inculcato il concetto orripilante che i buoni docenti, i veri docenti, siano quelli che fanno cadere dall’alto le loro – peraltro scarse – perle di saggezza.
Quelli che si abbandonano ai trombonismi, che borbottano anziché parlare, che ignorano l’uditorio e maltrattano chi fa domande…

Non ho capito se sono io che devo cambiare mestiere o se è lei che non ha capito un cazzo

… che ripetono memoria da vent’anni la stessa litania, con gli stessi concetti e gli stessi errori perpetuati ab aeterno…

… e causò l’estinzione di quei grandi mammiferi che furono i dinosauri…

E poi ti calpestano gli appunti.

Ci sono state persone (poche) ai miei corsi che si sono lamentate dell’eccessiva giovialità del docente.
Ragazzi in gamba, con fior di qualifiche, persone che non avevano tempo per l’aneddottica e il colore locale, che sapevano già tutto ciò che serviva loro e non erano essenzialmente interessati a ciò che potevo insegnar loro in più.
Splendidi prodotti di una università solipsistica.

Ma la maggioranza apprezza.
O dissimula molto bene.

Per chi volesse provare l’ebbrezza di insegnare da vivo ad un uditorio sveglio, consigliatissimo, si, il Manuale Minimo dell’attore, di Dario Fo.
E i libri di Richard P. Feynman.

Io, quando ho scoperto che per campare – e divertirmi – avrei potuto insegnare, sapevo che non avrei dovuto calpestare gli appunti dei miei studenti, e sapevo che Richard P. Feynman era lo standard al quale avrei dovuto cercare di conformarmi.

Ed è stato appunto grazie a Dick Feynman che ho ritrovato i due post citati in questa sede, grazie ancora una volta al blog Speculum Maius, che agli adoratori di Dick Feynman fornisce un piccolo ma ben fornito tempio

Volendo aggiungere alla lista, Phil Race ha fatto della didattica l’argomento della sua didattica, ed il suo Lecturer’s Toolkit è un salvagente nelle occasioni più strane.

Edward Tufte ha l’ultima parola quando si tratta di presentazioni, slide, grafica e Power Point.
Ecentrico e geniale, è un altro standard assoluto.

E naturalmente, James Burke…

http://it.youtube.com/watch?v=mB8_wPei2ZM

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Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

7 thoughts on “Docenti vivi/studenti comatosi

  1. Grazie per la tua attenzione 🙂

  2. Sempre felice di imparare qualcosa di nuovo! 😉

  3. Ah grazie! Come sono contento di avere trovato un altro bel blog, lo metto subito fra i feed da seguire 🙂

    Senza dimenticare, tuttavia, che a volte l’uditorio è a tal punto abituato alla narcotizzazione, che si risente se il docente divaga, chiacchiera, chiede opinioni o cerca di coinvolgere i partecipanti al corso.
    In quanto, ed è qui che la cosa si fa perversa, a molti è stato inculcato il concetto orripilante che i buoni docenti, i veri docenti, siano quelli che fanno cadere dall’alto le loro – peraltro scarse – perle di saggezza.
    Quelli che si abbandonano ai trombonismi, che borbottano anziché parlare, che ignorano l’uditorio e maltrattano chi fa domande…

    Qui ci si può perfezionare, se veramente si riesce a travolgere un po’ l’uditorio rimangono solo gli irriducibili … può essere faticoso e difficile, può essere necessario prendersi qualche rischio ma vale la pena, sì sì …

    Ci sono state persone (poche) ai miei corsi che si sono lamentate dell’eccessiva giovialità del docente.
    Ragazzi in gamba, con fior di qualifiche, persone che non avevano tempo per l’aneddottica e il colore locale, che sapevano già tutto ciò che serviva loro e non erano essenzialmente interessati a ciò che potevo insegnar loro in più.
    Splendidi prodotti di una università solipsistica.

    Ma la maggioranza apprezza.
    O dissimula molto bene.

    Sì, la maggioranza apprezza. È importante far capire loro che si possono fidare, che non ci sono trucchi vigliacchi, che li rispetti e che sei disposto a collaborare con loro ed anche ad imparare con loro e da loro … vanno in un certo senso, ma forse anche in realtà talvolta, portati fuori dalla classe.

    Grazie per i riferimenti!

  4. Qualcuno ha parlato di un “disparte” dell’educazione, un “altrove” condiviso esclusivamente da formando e formatore…
    Il movimento dell’educare è un movimento che “porta fuori”. A stupirsi del mondo.

  5. Un buon insegnante – di qualsiasi soggetto, in qualsiasi ambito – io credo debba provare entusiasmo (o se preferite passione) per ciò che insegna, e nella migliore delle ipotesi dovrebbe riuscire a comunicare questo entusiasmo (o passione).
    Se si affronta un argomento – qualsiasi argomento- con passione, è difficile rimanere circoscritti in una scatola concettuale di qualche genere.

    Ma la passione, ovviamente, non è tutto.
    Come al solito, c’è anche una tecnica.
    Il che è un bene – perché la passione non si impara, ma la tecnica grazie al cielo sì.

  6. Pingback: Una presentazione: Davide Mana alias Strategie Evolutive… « Speculum Maius

  7. L’ha ribloggato su Speculum Maiuse ha commentato:
    Sempre utile il reblog 😉

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