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Peccati mortali

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https://i0.wp.com/scifipedia.scifi.com/images/3/3b/Leiber1.jpgIl volume Fritz Leiber: Critical Essays, curato da Ben Szumskyj per i tipi della McFarland è in circolazione da oltre sei mesi, ed ha avuto finora un buon successo di pubblico – essendo una delle poche raccolte di saggi sull’opera di Fritz Leiber facilmente reperibili.

Tale è stato il successo del volume, che ora anche la dotta rivista Science Fiction Studies si è resa conto dell’esistenza del volume.
E qui rimango molto sorpreso, poiché la recensione pubblicata da SFS è un piccolo concentrato di cattiveria e superiorità elitaria.
Il tema di fondo della recensione – purtroppo costellata di imprecisioni ed errori fattuali – è che solo chi ha un background letterario accademicamente certificato può permettersi di pubblicare critica letteraria – al punto che lo stesso Justin Leiber, figlio di Fritz, non avrebbe, a detta dell’anonimo recensore, alcun titolo per pubblicare articoli riguardo alla vita ed all’opera del padre.
È pretenzioso, scrivere di letteratura senza una laurea o un dottorato in lettere.

Il breve paragrafo riservato al mio lavoro, poi, è un gioiello.

Thanks God They’re on Our Side (I Think): the Cat as Alien in Fritz Leiber’s Fiction, di Davide Mana, è divertente ma in ultima analisi leggero; Mana, un paleontologo “specializzato nello studio statistico di popolazioni estinte” che come attività collaterale fa il critico di fantasy per una piccola rivista in Italia, chiaramente conosce i propri limiti – niente citazioni di Pitagora o di Heidegger, solo una interpretazione relativamente coinvolgente di svariati personaggi felini comparsi in tre storie degli anni 1950 e 1960.

Meraviglioso.
Notate il tono presupponente, e la breve, sintetica panoramica dei miei peccati mortali
. la laurea in paleontologia
. la critica come attività secondaria (l’originale dice “moonlights as a fantasy critic”)
. la piccola rivista
. la nazionalità italiana
Sembra quasi che mi conosca – o che conosca i miei lavori – cosa della quale mi permetto di dubitare.

E badate – questa è una opinione positiva.
La più positiva, in effetti.
Solo S.T. Joshi se la cava meglio del sottoscritto – ma lui ha il vantaggio di un dottorato in letteratura.
Quello che ne esce peggio è proprio il povero Ben Szumskyj – che viene preso a scudisciate verbali non solo per aver messo in piedi tutto il baraccone, ma anche e soprattutto per il fatto di essere notoriamente un cattolico osservante.

Il libro comunque continua a vendere, ed il feedback dei lettori rimane positivo.

Più preoccupante è osservare, anche in un ambito ristretto come quello della critica del fantastico, i segni di una progressiva inflazione dell’educazione.
I titoli di una volta non bastano più.
Dove una volta bastavano una buona cultura ed una lunga esperienza, prossimamente ci vorrà una certificazione rilasciata da un ente apposito.
Dove ci voleva una laurea ci vorrà un dottorato.
E così sarà necessario un dottorato in lettere per discutere dei lavori di un ingegnere o di un chimico che scrivevano racconti nel tempo libero.
Paradossale.
Il mito agghiacciante del professionalismo (non della professionalità) è ancora vivo e vegeto.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

9 thoughts on “Peccati mortali

  1. Anonimo recensore? Vuoi dire che fa tali affermazioni senza neppure firmarsi? Che bravo…
    Considerato che persino S.T.Joshi se la cava solo un pelo meglio di te, c’e’ da dubitare seriamente su quanto sia dotta la succitata rivista. Oltretutto, quando si parla di autori di altre lingue e paesi di cui non si conosce minimamente l’attivita’ sarebbe bene andarci cauti e non trarre conclusioni troppo affrettati dal breve profilo pubblicato sui volumi. Sara’ questo il motivo per cui non si firma?
    Preoccupante direi e’ il dilagare dell’idiozia.

  2. Di fatto, sono io a non conoscere il recensore – che certo è citato con nome e cognome in apertura della sua rubrica o altrove.
    Di sicuro si tratta di una recensione mirata a colpire soprattutto il curatore, che nel giro di un anno ha piazzato quattro volumi critici di discreto successo sugli scaffali.
    SFS è una rivista molto colta ed elitaria, curata esclusivamente da personale proveniente da vari dipartimenti di Letteratura Inglese di diverse università americane di seconda fascia, e mal sopporta che un maestro elementare australiano – e per di più cattolico – vada ad interferire con i seri professionisti della critica.
    Si tratta del solito problema di certi circoli accademici: se non entri nel giro attraverso di loro, nel giro non ti fanno campare.

    La cosa che mi lascia più esterrefatto, comunque, è il pessimo trattamento riservatoa Justin Leiber – che di fatto perde il diritto di parlere del proprio padre.
    Tra l’altro, J. Leiber è romanziere e docente universitario – non quindi uno squallido paleontologo italiano che si spaccia per critico letterario.

  3. Probabile ci sia anche un leggero astio verso un lavoro di critica che include australiani, italiani eccetera (sostanzialmente gli brucia che siano dei non statunitensi a fare degli studi del genere)?

    Sicuramente il trattamento riservato a J. Leiber non gli fa onore. Mi rimane l’impressione che circoli accademici di questo tipo prima o poi pagheranno lo scotto di non voler rendersi conto che stanno sorgendo nuove realta’ e che molti confini non sono piu’ rigidi come una volta.

  4. boh, basta rispondergli per le rime… una bella ‘lettera aperta’, che ne dici?

  5. Ci stiamo appunto pensando – ma coordinare dodici autori, per di più alcuni neanche laureati in letteratura (e addirittura un paleontologo!) a mettere insieme una cosa del genere, come puoi immaginare, richiede tempo.

  6. In ogni caso, ciò di cui c’informi si presta ad alcune considerazioni di massima. E’ curioso come, da un lato, non si faccia altro che lodare l'”interdisciplinarietà” (con tutti i suoi corollari), mentre dall’altro ci si rinchiuda sempre di più in sette, conventicole iperspecialistiche, club ‘esclusivi’ e simili. Personalmente, trovo queste contraddizioni abbastanza ridicole. Ma si ha l’impressione che la matrice di tutto questo non sia che certo ipocrita snobismo di fondo. Inoltre la critica di fantascienza soffre un po’ del ‘complesso della matricola’, credo, per cui se fino a ieri (o all’altroieri) era un genere sostanzialmente trascurato dalla critica ‘alta’, ora che è stato ‘sdoganato’ i piccoli pontefici che se ne occupano da tempo danno a divedere una certa degnazione nei confronti di chi arriva più tardi o da altre vie alle medesime piagge…

  7. Sull’interdisciplinarità, il problema nevralgico è che tutti la vogliono, tutti la strombazzano ma
    . nessuno insegna un approccio interdisciplinare
    . pochissime istituzioni sono strutturate per favorirla
    . chi amministra i fondi proviene da un ambito iperspecialistico, e quindi dell’interdisciplinarità non sa cosa farsene.

    In campo scientifico – quello che conosco meglio – gli unici che applichino a fondo un approccio interdisciplinare sono istituti e organizzazioni creati da zero al fine di essere strutture interdisciplinari.
    Ed avendo provato a proporre iniziative interdisciplinari ad enti pure molto aperti, conosco bene il genere di obiezioni e “si, ma…” che saltan regolarmente fuori.

    Vero, verissimo per il complesso della matricola.
    Con in più, credo, nel caso della fantascienza, un ulteriore elemento.
    Una volta sdoganata, la fantascienza è diventata, in ambito accademico, solo un’altra branca della letteratura inglese o americana e come tale è diventata terreno di studio per persone che non hanno necessariamente una specifica passione per il genere. Per loro è un lavoro come un altro.
    Come c’è il ricercatore che diventa un’autorità su Cicerone o su Shakespeare perché il suo relatore l’ha indirizzato su Cicerone o su Shakespeare, che luimai aveva letto prima di accettare la borsa di studio, ma che ora sono il suo pane e salame, perché a lui interessavano solo il titolo e il posto di ricerca, così c’è chi si specializza in Dick, in Lovecraft, in Clarke…
    A questi personaggi, gli appassionati (categoria nella quale ricadono pure accademici di lusso come Joshi), danno un po’ fastidio – sono indisciplinati, eclettici, di solito non hanno un titolo a validare le loro opinioni…

    Non per nulla, la recensione al libro su Leiber si chiude lamentando (con estrema arroganza) il fatto che il lavoro dello scrittore americano rimanga privincia dell’interese di “passionate tyros and posturing autodidacts”.

  8. “passionate tyros and posturing autodidacts”: be’, si potrebbe ricordare loro il caso di Benedetto Croce. O quello del Dr. — honoris causa, signori, vien fatto di ricordarlo… — Sam Johnson. Grazie al cielo esistono gli autodidatti! (e posso affermarlo a ragion veduta, spero: se è lecito attingere all’aneddotica personale, almeno tre fra le lingue che ritengo di saper meglio le ho imparate “senza istitutore”… 😉

  9. Ma anche, più perfidamente: “passionate tyros and posturing autodidacts” descrive certamente tutti i grandi autori di fantascienza, da Verne fino a noi.
    Vale a dire coloro dei quali l’anonimo recensore dovrebbe essere un dotto studioso.

    E non c’è vergognain nessuna delle due categire – se non per chi le usa per sminuire i propri interlocutori.

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