strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Battle Royal

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Parto da una serie di appunti autobiografici, ma spero di riuscire a pilotare il discorso verso un qualcosa di più generale.

Ritengo di avere un colossale debito di gratitudine con due insegnanti – una dell’Università di Torino ed uno del Birkbeck College di Londra – che in momenti diversi inserirono come parte del loro corso d’insegnamento l’obbligo, per gli studenti, di affrontare il publico con una conferenza su un tema definito, come allenamento per le future attività didattiche.
Caso unico.
La conferenza inglese – tenuta davanti ai compagni di corso, e quindi “facile” – mi fruttò il molto informale premio per la miglior presentazione (consistente in una stecca di Toblerone contrabbandato in Gran Bretagna dalla Svizzera), mentre l’esperienza italiana si sviluppò nella mia ormai celebre (leggendaria? famigerata?) conferenza sull’evoluzione davanti agli agguerritissimi ragazzini di una scuola media gestita dalle suore.
Toblerone e traumi a parte, entrambe le esperienze si rivelarono successivamente preziose quando, raggiunta faticosamente la laurea, mi ritrovai a dover tenere corsi per sbarcare il lunario.

Poiché – contrariamente all’opinione comune – non mi piace parlare in pubblico, quando iniziai l’attività di freelance lecturer cercai ogni possibile occasione per affrontare il pubblico – per vincere il disagio della situazione, e per affinare le mie scarsissime tecniche di comunicazione.
A parte i due corsi menzionati qui sopra, infatti, nulla nella mia carriera universitaria mi aveva preparato ad affrontare una classe o il pubblico di una conferenza.
Mi serviva allenamento.

Ora, mi fanno sapere dei solerti colleghi, tenere pubbliche conferenze di divulgazione scientifica è considerata una sorta di aberrazione da evitare se possibile o, al limite, da non menzionare assolutamente nel curriculum vitae.
Figuriamoci, svilire la propria sapienza regalando perle ai porci!
Però l’allenamento è essenziale.
Forse per questo motivo quando partecipohttp://symonsez.files.wordpress.com/2008/10/boring20lecture-thumb.jpg a qualche congresso, alcuni i miei colleghi – specie i più giovani a dire il vero – mi risultano frequentemente soporiferi: ingessati, poco piacevoli all’ascolto, assolutamente privi di umorismo.
Salgono sul podio e leggono le slide.
I più anziani sono di solito i più dinamici – e molti sono un piacere ad ascoltarli.
Forse perché loro, l’allenamento, se lo sono fatto in anni e anni di lezioni frontali con studenti che non potevano sfuggire.
E in anni e anni di convegni e congressi.
O chissà, magari tengono anche loro conferenze divulgative pubbliche, ma non lo mettono in curriculum.

Due sere or sono ho sostenuto la più faticosa conferenza della mia lunga e variegata carriera di divulgatore sui generis.
È la conseguenza inevitabile del presentare un argomento interessante – la teoria dell’evoluzione attraverso la selezione naturale – a persone curiose ed intelligenti.
Ti martellano di domande.
Capovolgono i tuoi ragionamenti per vedere cosa succede.
Ti grigliano a dovere.

Un po’ come in certi incontri tutti contro tutti nel mondo del wrestling, la cosiddetta Battle Royal, la conferenza divulgativa pubblica è l’arena darwiniana finale per chi deve parlare in pubblico.
Se sopravvivi a questo, sopravvivi a tutto.https://i0.wp.com/i15.photobucket.com/albums/a356/The_Daemon/frazetta_conan1.jpg

Di seguito, alcuni motivi per cui ritengo essenziale questo tipo di esperienza per chiunque debba affrontare l’insegnamento.

. a differenza del lavoro in classe, nella conferenza pubblica il pubblico è lì per scelta e non per dovere. Se la faccenda non li convince, se l’oratore li abbiocca, non hanno problemi ad alzarsi e andarsene, o ad addormentarsi in seconda fila. Che è maledettamente imbarazzante. Si impara a tenere desta l’attenzione del pubblico.
. a differenza del congresso, non stiamo affrontando un pubblico di tecnici ma un pubblico generalista. Coi tecnici è facile: sappiamo cosa sanno, e quindi cosa possiamo omettere senza danneggiare l’integrità dell’esposizione; sappiamo quali obiezioni solleveranno, e da dove arriveranno gli attacchi, e su quali punti. In una conferenza pubblica non abbiamo queste sicurezze.
. non ci sono moderatori o campanelle che ci possano salvare – salvo casi estremi – dobbiamo imparare a prenderci il tempo e a gestirlo
. non esistono cortesie professionali o soggezione verso l’insegnante che inibiscano la natura delle domande o la reazione deglia stanti a certe affermazioni (ovvero, possono cacciarvi con fiaccole e forconi)
. diventa molto molto difficile avere uno script collaudato da sciorinare meccanicamente – si viene interrotti, depistati e dirottati (o per lo meno ci provano) ad ogni pié sospinto

Sommiamo a questo l’elemento tecnico/tecnologico – proiettori incompatibili col nostro PC Ubuntu, sale grandi o piccolissime, con geometrie non euclidee, acustica imprevedibile, illuminazione ed amplificazione trattabili.

La conferenza divulgativa pubblica, la Battle Royal del mondo scientifico, loscontro all’ultimo sangue con persone intelligenti e curiose che vogliono sapere, è una indispensabile scuola di sopravvivenza.
La tendenza a scoraggiarla attivamente da parte di certi elementi è un danno incalcolabile alla formazione degli accademici e degli scienziati.
Ed un motivo certo del grado bassissimo di certi corsi – a tutti i livelli.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

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