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ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Lotta di classe al tavolo quattro

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https://i0.wp.com/www.ilportaledelturismo.com/cgi-bin/gallery/200857125624.jpgE così l’hanno fatto.
Una banda di autonomi ha fatto irruzione al ristorante del Cambio a Torino.
Cappucci e secchi di letame.

Per chi se lo fosse perso, il Cambio è il più lussuoso e costoso ristorante in città.
Dal sito ufficiale:

Eleganza e intraprendenza si incontrano a tavola, fra personalità di spicco e torinesi gourmet che amano la carta del ristorante, la cantina, i velluti, gli argenti, le decorazioni, lo stile del servizio che aggiunge un soffio di magia ad ogni portata, e ad ogni conversazione che a tavola prende vita.

Non esattamente un posto per un boccone veloce e via.
Niente pizze e birre cecoslovacche.
Niente cinese.
Niente kebab.
Chi va al Cambio è ben conscio del fatto che pagherà una cena quanto un mese di affitto di un monoolocale in centro.
La spesa rende ilcibo migliore?
O è la coreografia?

Cresciuto con il meraviglioso An Omelette and a Glass of Wine di Elizabeth David, trovo posti come il Cambio stravaganti ed eccessivi, adatti ad una masnada petulante e superficiale di parvenu che compensano la mancanza di qualità con la quantità, e che comunque non distinguerebbero un vino di classe da un vino in scatola se non sulla base di come è vestito chi glielo serve (e quanto glielo fa pagare).
Ma io sono uno snob – o così dicono i maligni.

Che con i chiari di luna che ci si prospettano qualcuno abbia la faccia di andare ad ammazzare lo stipendio medio mensile di un cocopro per un menù ipoteticamente tradizionale a base di ingredienti che hanno tutti – sul menù – nome e cognome (porri di Cervere, fontina d’Aosta, ceci di Spello) è, amettiamolo, abbastanza avvilente.
Con la stessa cifra – rinunciando alla cena coreografica in favore di un selvatico take-away cinese – si potrebbero far vaccinare tremila bambini in Africa contro il vaiolo o la poliomielite o la malaria.
O adotarne a distanza cinque e garantire loro un’istruzione ed una vita migliore.
Ma ciascuno i propri quattrini li spende come gli pare, e non è detto che questi signori, prima di agghindarsi per cenare al Cambio, non facciano anche quello – spendendo equamente i propri quattrini per aiutare il mondo e rimpinzarsi di manicaretti allo stesso tempo.
Mi permetto di dubitarne, ma oggi mi sento cinico, oltre che snob.

Premesso tutto ciò, non credo andrei ad inzaccherare gli avventori del ristorante con il letame, come hanno fatto gli autonomi sabato sera, per la costernazione degli astanti

«Prima di essere colpita ho pensato a una festa a sorpresa, poi a una rapina […] quando però ci hanno urlato quelle frasi e hanno lanciato sui tappeti volantini sui clandestini che avevano tentato il suicidio negli ex Cpt non abbiamo più avuto dubbi: quello era un blitz politico»

Politica e letame, ammettiamolo, ben si sposano – ma è l’idea della festa a sorpresa con incappucciati armati di secchi di cacca che mi fa impazzire.
In quale mondo vive questa gente?
Qual’è il loro concetto di “improvvisata”?

Comunque sia, una dimostrazione inutile, io credo, ai fini dichiarati – che le persone internate nei CPT cittadini soffrano la fame è un fatto, che tuttavia non cambierà stamani solo perché alcuni plutocrati sono stati obbligati a spendere in tintoria quanto normalmente spendono al ristorante.
Né la popolazione ne uscirà sensibilizzata.
Si è mandato di traverso un boccone di vitello tonnato ad una manciata di tapini foderati di banconote.
Big deal.
Più semplice e devastante sarebbe scattare fotografie a chi esce dal locale, e poi inviarle alla Finanza – ma non sto suggerendo nulla, è solo una fantasia, naturalmente…

Un effetto, tuttavia, il blitz lo ha sortito, ed i responsabili farebbero bene a prenderne nota, poiché non solo offre una spiegazione del perché una persona sana di mente decida di pagare una cena quanto una settimana in Costa Azzurra, ma offre anche interessanti spunti su come attaccare in futuro i nuovi signori feudali che bazzicano il nostro paese.
Perché un giorno dovremo difenderci, o soccombere.

La madama citata da La Stampa prosegue infatti…

«Chi aveva dato loro le prove che eravamo gli odiati ricchi? – si chiede la signora – magari noi avevamo solo voglia di vedere com’era questo ristorante storico dove sedeva Cavour. E’ evidente che hanno voluto colpire un simbolo e noi eravamo solo comparse»

La parola chiave è comparse.
Brucia più di una palettata di sterco l’essere stati ridotti a figuranti, l’aver perduto il centro della scena che un ingresso trionfale nel più costoso ristorante della città garantisce.
Pensare a tutti quei poveracci là fuori che dicono “Però, vanno al Cambio! Quelli sì che sono ricchi!” mentre si sfila attraverso la porta e ci si piazza ad un tavolo sufficientemente in vista…
E invece, unamanciata di teppisti, e ci si ritrova ridotti a comparse.
Brucia.

Quanto al capire chi siano i ricchi – di solito i posti in cui si trovano, i gioielli che indossano e (ahimé) i discorsi che fanno sono una indicazione piuttosto precisa.

Buon appetito!

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Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

3 thoughts on “Lotta di classe al tavolo quattro

  1. Un blitz politico… A che punto ci siamo ridotti. Grandioso il titolo.

  2. Beh, in un modo o nell’altro anche i sabotatori sono andati al Cambio… Potranno dirlo ai loro bambini. Magari quando ci ritorneranno da «adulti».

  3. In fondo è un modo come un altro per vedere le luci della città.

    Ora hanno assaltato eataly.
    Chissà quando toccherà al cinese qui dall’altra parte della strada (rappresentante gastronomico di uno stato dittatoriale ed oppressivo)…

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