strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

La quarta dimensione del libro

13 commenti

Fra le tante – troppe – cose che quest’anno mi sto perdendo per una miscela malata e dolorosissima di troppo lavoro, troppo poco danaro, cattiva salute e disastri familiari, c’è stato lo SchoolBookCamp.
Leggo il (primo) post fatto a riguardo da SpeculumMaius, e mi prendo a calci per non esserci stato.
Una di quelle occasioni che è criminale perdersi.

Questo SchoolBookcamp intende coinvolgere tutti coloro che sono interessati a ripensare sia alla natura stessa dei testi scolastici, sia a come riposizionare i contenuti che rompono la struttura lineare della creazione, della distribuzione, della fruizione, e irrompono nella circolarità della rete.

Sia come ricercatore (quando capita), che come insegnante (ditto), che come occasionale scrittore di fantascienza (questa è tutta da ridere) la cosa mi interessa.
E l’impressione, dal materiale visto finora in rete, rimane che più scrittori o appassionati di fantascienza avrebbero potuto contribuire positivamente alla discussione.
O essere cacciati in massa – ma ci siamo abituati, e si sarebbe finiti in qualche trattoria a (s)parlare di Star Trek.

Ciò che mi stimola la ghiandola della fantascienza è la percezione di una dicotomia miope – cito da SpeculumMaius (che tanto non si offende):

l’identificazione immaginifica del libro di testo con l’istituzione scolastica nella sua forma “biblica” da Pinocchio in poi e la funzione di contenimento (o di coperta di Linus se preferite) svolta da questo sussidio per la stragrande maggioranza dei docenti. Del resto, per controllare e contenere è stato creato…
[…]Alla ricerca di definizioni e differenze, ciò che secondo me – ora – distingue un libro di testo “tradizionale” da uno digitale è la sensorialità tattile e l’appartenenza storico-culturale ben radicata nell’immaginario collettivo.

Identificazione immaginifica.
Mica balle.
Non li adorate anche voi, quelli che frequentano la cultura umanistica?

Se da una parte concordo sul fatto che il libro cartaceo abbia una sua componente sensoriale molto forte – colleziono libri, ne ho la casa piena, li sento scricchiolare di notte… – io credo che questa visione del libro cartaceo come oggetto di legno, come contenitore blindato, non sia completamente corretta.
E finisca per danneggiare la progettazione del… del qualcosa in formato elettronico, che dovrebbe sostituirlo.

Io al liceo non ho mai usato i libri di testo – tant’è vero che alla fine dei cinque anni li ho venduti tutti come nuovi e col ricavato ci ho finanziato la mia collezione di romanzi di fantascienza (notiamo un tema ricorrente in questo post?)
Il motivo per cui non usavo i libri di testo è che – a fronte di ottimi insegnanti – avevo imparato a prendere degli ottimi appunti.
I miei appunti erano, di fatto, una customizzazione dei libri di testo, che integravano testo e spiegazione, e incrociavano le materie – usando un quadernone ad anelli e una penna da geek di quelle con quattro colori, potevo mantenere separate le materie a ma ottenere riferimenti incrociati. Includendo anche le pagine del libro di testo.
Niente di troppo doloroso, se si esclude il callo dello scrivano.

È vero – il libro ha una sua fisicità.
Ma ha anche una quarta dimensione, uno spazio accessibile alla modifica, alla customizzazione – posso annotarne i margini, sottolinearlo, aggiungere fogli volanti, fare i fumetti alle figure, smembrarlo in fascicoli e riordinarlo… Diavolo, posso correggerlo a mano!
Ai vecchi tempi gli studenti col libro “in disordine” venivano martellati a morte, ma erano quelli che lo usavano di più, e meglio.
Se ne appropriavano completamente, e così facendo si appropriavano anche dei contenuti, ritagliandoli sulle proprie necessità e sul proprio stile di studio.

Oppure erano semplicemente dei teppisti che scarabocchiavano il libro e ne stracciavano le pagine,  ma datemi un minimo di margine, qui, ok?

L’e-book didattico, a mio parere, per avere successo, dovrebbe in primo luogo favorire la manipolazione, la riorganizzazione del testo in maniere che allo studente risultino ragionevoli, dando un significato ai contenuti e alla loro sequenza.
Fornire la possibilità di taggare e hiperlinkare argomenti e voci, in modo che ciascuno si possa creare il proprio percorso di lettura.
O magari essere distribuito a blocchi che possano essere ordinati.
Quante volte il professore di storia ci ha detto “questa parte la saltiamo e la vedremo il prossimo trimestre, insieme con filosofia”… e allora perché non spostare il dannato capitolo più avanti, e linkarlo col testo di filosofia ai paragrafi opportuni?
Oppure fisica e matematica – che dovrebbero andare di pari passo, ma spesso si perdono.
Le diverse letterature.

Perché se mi limito a fornire ai ragazzi un ipertesto con i link già determinati, in realtà non sto fornendo loro nulla di più libero, interessante ed efficiente dei vecchi libri cartacei.
Anzi, fornisco qualcosa di inferiore – perché questo non lo posso scarabocchiare.

Questo significa, naturalmente, che stiamo parlando di una ipotesi di testo molto diversa dall’e-book come se l’è immaginato il Ministero, dove nessuno probabilmente ha letto The Diamond Age, or A Young Lady’s Illustrated Primer di Neal Stephenson (e dire che è uscito anche in italiano).
Noi non abbiamo bisogno di un dannato e-book – noi abbiamo bisogno di un ambiente di apprendimento, del quale l’e-book sia casomai l’interfaccia.
Stiamo parlando di qualcosa che non è un semplice pdf del testo cartaceo scandito al computer.
O un ipertesto coi link al loro posto.
Parliamo di un software modulare, assolutamente trasparente e user friendly, seduto su un database coi controfiocchi, con un amplissimo campo di adattabilità alle esigenze dell’utente.
Stiamo parlando di SmallTalk – e la cosa mi diverte, perché SmallTalk è un linguaggio di programmazione che ha trent’anni.
O magari parliamo di Ruby.
Stiamo parlando di qualcosa che non è necessariamente più leggero (in termini di Megabyte), più economico (in termini di persone pagate per crearlo) o più universalmente accessibile (in termini di “lo porto ovunque, lo uso quando voglio”) di un libro.
Ma che è, se possibile, operativamente tetradimensionale quanto un libro cartaceo.
Se non di più.
Stiamo parlando di Squeak!

Il che significa che tocca costruire, creare dal nulla, tre diverse parti del meccanismo.
Da una parte, l’ambiente di apprendimento, con la sua interfaccia, i suoi contenuti, la sua documentazione. Al limite, diciamo, con Squeak! l’ambiente c’è già, possiamo solo dedicarci a strutturare dei colossali database di contenuti. Database in grado di autoaggiornarsi collegandosi al web, naturalmente (perché sennò, che gusto c’è?)
Il secondo elemento sono gli studenti, che dovranno essere in grado di usare la sintassi dell’ambiente di apprendimento (SmallTalk per Squeak!, quel che ci pare per ciò che dovessimo decidere di creare da zero), in modo da poter accedere ai database e creare i propri libri di testo/laboratori interattivi/gallerie virtuali. Tocca insegnargli a programmare.
Il terzo elemento sono gli insegnanti, che non solo dovranno conoscere tutti ciò che conosceranno gli studenti, ma dovranno anche aver sviluppato una forma mentis che permetta loro di adattarsi ad una modalità di insegnamento molto diversa da quella attuale. Non più “studiate da pagina x a pagina y”, ma…
Cosa?
“Partite dai moduli X e Y e portatemi una relazione per venerdì”?
Non sarebbe male.
A questi insegnanti bisognerebbe anche e soprattutto insegnare che è giusto ristrutturare l’informazione.

In alternativa – perché bisogna avere sempre almeno due buone idee – potremmo lasciare che il lavoro lo facciano gli altri… lo hanno già fatto, in effetti.
E fornire ai ragazzi solo un buon browser web, custom-made, che includa un gestore di metatag, un archivio per le annotazioni e – se proprio vogliamo – una serie di filtri per decidere a quali siti sia possibile connettersi e a quali no.
Poi sguinzagliamoli in rete.
Lo stanno già facendo, ma con strumenti autocostruiti e inefficienti.
Considerando che il motore di Mozilla è open-source, perché non provare a creare non un e-book, ma un hyper-binder, una supercartellina nella quale i ragazzi possano collezionare i testi suggeriti dai docenti e agganciarci tutte le note, i ritagli e i file media che vogliono.

O una terza idea – perché quesllo di immaginare il futuro è il mio passatempo, capite – perché non resuscitare la tecnologia degli agenti informatici (Microsoft Agent?) e compilare degli assistenti virtuali che i ragazzi possano interrogare con un linguaggio normale, e che reperiscano per loro le informazioni su web o su database specifici?
Le informazioni che vogliono i ragazzi, nell’ordine che ritengono opportuno.
I Giapponesi hanno già qualcosa del genere! Lo vendono, lo si può acquistare!
Ovviamente, a conferma che la prima applicazione non militaredi tutte le nuove tecnologie è futile, Aris è insopportabilmente kawaii e non serve per la didattica (a meno che non si voglia insegnare ai ragazzi come molestare le ragazze), ma la tecnologia c’è (anche in questo caso, con Microsoft Agent, da oltre un decennio).

In tutti questi casi (io preferisco il primo, perché ovviamente arriverebbe ad includere il secondo e a non escludere il terzo), la vera sfida, a parte la creazione dello strumento, consisterebbe nell’educare gli utilizzatori a ricavarne il massimo possibile.
Insegnare agli utenti come usare gli strumenti – che è poi la missione basilare di chi educa.
O no?

Ma probabilmente caricheranno semplicemente i ragazzi di pdf in formato portrait.
Password protected, naturalmente.
Che spreco.

770px-LaptopOLPC_aADDENDUM:  scopro solo ora che Squeak è stato incluso nel pacchetto di software caricati sui computer del progetto One Laptop per Child.
Al momento sono stati ordinati 1 milione e 300 mila laptop.
Posso solo immaginare le conseguenze del fornire a così tanti bambini lo strumento per la creazione da zero di un intero ambiente nel quale crescere e apprendere, comunicando.
La mia ipotesi di unambiente di apprendimento diffuso diventa improvvisamente quasi una certezza – e certo solo la più banale delle possibilità.
Il futuro è appena diventato un poco più brillante.

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Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

13 thoughts on “La quarta dimensione del libro

  1. “Ma probabilmente caricheranno semplicemente i ragazzi di pdf in formato portrait.
    Password protected, naturalmente.”

    Ma anche no 🙂

    “Che spreco.”

    Si, sarebbe uno spreco. Come già mi è capitato di dire sarebbe il testo digitale che abdica a se stesso.
    Non per far la vulcaniana ma non sarebbe logico, anche se è pensabile che i grandi ferengi dell’editoria pensino di riciclare così la sterminata quantità di pagine in loro possesso.
    😀

  2. Pingback: Bibienne BlogBooks on the Net Currenti calamo

  3. Grazie del commento!

    Il tutto, io credo, dipenderà da chi guiderà lo sviluppo del progetto – se chi di fatto dovrà poi utilizzare gli strumenti, o chi vuole semplicemente smettere di vendere carta e passare a vendere byte.

    Senza trascurare, ahimé, la maledetta tendenza dei sistemi burocratici a voler trovare ed adottare la soluzione più semplice, quella che richiede meno neuroni.

    Mi rendo naturalmente conto che ciò che ho descritto nel mio post è sostanzialmente utopistico – ma non è irrealizzabile.
    Semplicemente, richiede tempo, e competenze, molto più tempo e competenze che raccogliere pagine scandite come immagini in un bel pdf, una pedestre copia digitale del cartaceo…
    E richiede, come notavo in chiusura, un cambiamento radicale nell’atteggiamento di chi insegna.

    Il punto critico, insomma, anche qui, non è farlo, ma farlo accettare.
    Proprio perché suona “fantascientifico”, e quindi fasullo, poco serio, buttato lì.
    Ma non lo è.

  4. Caro il mio Strategie Evolutive,
    il tuo commento sulle mie circonvoluzioni terminologiche è ovviamente dettato dal sentirti di rodere perché al barcamp non c’eri (tiè). E quindi, da vera signora, sorvolerò 😀

    Per quanto riguarda le caratteristiche messe in evidenza, le ho messe lì a tracciare una demarcazione tra ciò che l’e-book di testo (comunque ce lo immaginiamo) sicuramente non ha o non è – hic et nunc – rispetto al tradizionale libro di testo a stampa.

    E ribadisco e sottolineo “libro di testo”, perché se apriamo il capitolo (è proprio il caso di dirlo 😀 ) “libro a tutto tondo”, il discorso si fa veramente più complicato.

    Le considerazioni sulla sensorialità, sulla materialità dell’oggetto, scaturivano anche da specifiche considerazioni rispetto all’insegnamento del leggere e dello scrivere e al ruolo che l’esplorazione fisica dell’oggetto, l’orientamento spaziale che ne deriva hanno nella cosiddetta “alfabetizzazione strumentale”.

    Del resto, i libri di testo delle elementari (soprattutto se fatti bene 😉 ) sono quelli che si offrono maggiormente ad essere “completati” dallo studente, colorandoli, ritagliandoli, completandoli…

    Offrono (dal punto di vista dell’andare oltre il libro di testo standard) degli spunti di riflessione interessanti…Non sarebbe male prenderli – con le dovute specificità – ad esempio.

    Ciao 🙂

  5. Ho smesso di rodermi da tempo per tutte le occasioni mancate – ché altrimenti dovrei rodermi a tempo pieno.

    Chiara la linea di demarcazione – ma attenzione a che non diventi un confine invalicabile (accade, a volte).

    Concordo sul fatto che i libri delle elementari siano più complessi e interessanti dei testi diretti alle classi successive.
    Quelli “per i grandi” si limitano a voler trasferire nozioni dalla pagina al cranio della vittima.
    Quelli per i piccolini, vogliono aiutarli a sviluppare qualcosa di loro.

    Sarebbe bello se i testi – di tutti i livelli – lasciassero più spazio alla creatività ed all’immaginazione dell’utente.
    Che è poi ciò che dicevo nel mio post.

    Forse, in questo modo, la scuola smetterebbe di essere quel posto in cui l’unica cosa che impari è come imparare… se sei fortunato.

  6. Pingback: La quarta dimensione del libro « strategie evolutive

  7. Sono d’accordo con più d’una delle tue proposte, di cui qualcosa è stato anticipato anche al camp, in particolare relativamente ad una maggiore interattività autore-fruitore. Al prossimo post, aggancio le mie osservazioni alle tue 😉

    OT grazie per la solita disponibilità ad aiutarmi a non sclerare quando scoppia qualche casino 2.0 😀

  8. Immaginavo che qualcosa fosse venuto fuori – non posseggo ahimé il monopolio delle buone idee.
    E mi piace il fatto che chi userà gli strumenti si stia attivando per progettarli, produrli e distribuirli.
    Era quasi ora.

    Per i casini 2.0… era così bello, il vecchio web basato su e-mail e file ASCII… 😉

  9. “Il futuro è appena diventato un poco più brillante.”
    Non sarà facile, la strada sarà piena di difficoltà, molte intrinseche, molte dovute a ostruzionismi di varia natura. Ma l’è tutto da inventare, ci sarà da divertirsi, pure.

  10. Se non ci si diverte, non è il caso di impegnarsi.
    Un’altra cosa che sarebbe importante insegnare.

  11. Davide, ho imparato un sacco di roba leggendo il tuo testo (SCUSA, DOVREI DIRE POST !)…Certo mi spaventa la mia ignoranza informatica, mi sento come uno in carrozzina che ha bisogno di una quantità di protesi: sono spaventato dall’idea di dover scrivere puntando i due occhi su di una lettera…. Eppure proprio queste protesi super tecnologiche mi fanno intravedere qualcosa del futuro e-libro.Pensa che non ho mai fatto uso di videogiochi (per dis-abilità) eppure proprio l’ipotesi di rivisitazione dei video-giochi come potenziali strumenti scolastici per la scuola ha dato vita al gruppo di lavoro dei miei studenti a Urbino (vedi “Editoiria decima arte?”.
    Anche a te propongo quella che chiamo “redazione in rete”…

  12. Bentrovato, Mario.
    Urbino è una città alla qiale sono molto legato – mi ha accolto come insegnante ed ora potrebe diventare la casa del mio dottorato di ricerca.

    Credo che il primo a parlare di videogioco come punto di partenza del futuro dell’educazione sia stato William Gibson.
    E in questo momento, credo che David Brin stia lavorando per “dirottare” quel giocattolone che è Second Life e farne uno strumento per l’apprendimento diffuso.

    L’idea di redazione in rete è attraente – dai un’occhiata al mio post su Sophie, che è uno strumento appositamente creato per favorire la collaborazione in rete alla stesura di opere multimediali…

    Ci muoviamo da posizioni diverse, ma andiamo tutti nella stessa direzione.

  13. Pingback: Statico compagno dei sedentari « strategie evolutive

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