strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Domande

14 commenti

Questo post solleva alcune domande.
Mi piacerebbe sentire delle risposte nello spazio per i commenti.
Così, tanto per fare cultura…

Tutto comincia, come spesso accade, con un interesante post sul blog di IguanaJo.
Com’è, come non è, finiamo a parlare della domanda fatta da un giornalista Tv, quarant’anni or sono a Fruttero & Lucentini.
L’allunaggio dell’Apollo 11, significa che la realtà ha superato la fantascienza?
F&L rispondono di no.

Povero Tito Stagno (credo fosse stato Tito Stagno, a fare la domanda).
Povero Tito… se solo avesse immaginato Charles Stross!
Vernor Vinge.
Greg Bear.
Lo steampunk.
Il new weird probabilmente lo avrebbe tranquillizzato…

Comunque, più interessante della domanda di Tito Stagno (se poi era lui) è la domanda dell’Iguana…

Ma alla fine un dubbio m’è comunque rimasto: possibile che per il mondo esterno siano ancora Fruttero & Lucentini i referenti seri per un discorso sulla fantascienza in Italia?

Al che, io rispondo con una controdomanda…

E perché no?
Citami il titolo di un testo popolare e dignitoso sul fantastico uscito in Italia negli ultimi 10 anni e scritto da un autore italiano.
Parlo di una cosa arrivata al grosso pubblico. In mancanza di un libro, puoi anche citarmi una trasmissione televisiva o radiofonica.

La risposta dell’Iguana ve la lascio scoprire sul suo blog.
Vi basti sapere che come al solito cominciamo a parlare malissimo della critica mainstream e dell’accademia.
Però vi anticipoi che mi IguanaJo chiede una domanda di riserva…

la domanda di riserva: perché hanno sdoganato Dick e Lovecraft ma non, per dire, Moorcock o Wolfe?

La risposta è facile, dice l’Iguana…

Dick e Lovecraft sono troppo morti per poter riservare sorprese. Secondo me i reparti commerciali degli editori e l’accademia hanno almeno due cose in comune: entrambi odiano le sorprese e puntano sempre sul sicuro!

E così si arriva all’ultima domanda della serie…

ma allora perché non hanno sdoganato Verne?
o Cordwainer Smith?
O John Brunner?
E perché Ballard lo avevano sdoganato da vivo?

Da questo punto, rubo la palla e sposto il gioco su stratgie evolutive, dove viviamo con un piede nel futuro, e le vostre certezze diventano ipotesi con un buon livello di fiducia statistica.
E giro la cosa alla comunità.
Ricapitolando…

  1. possibile che siano ancora Fruttero & Lucentini i referenti seri per un discorso sulla fantascienza in Italia?
  2. il titolo di un testo popolare e dignitoso sul fantastico uscito in Italia negli ultimi 10 anni e scritto da un autore italiano
  3. perché i cirtici hanno sdoganato Dick e Lovecraft ma non, per dire, Moorcock o Wolfe?
  4. se basta essere morti per essere rivalutati, perché non hanno sdoganato Verne? O Cordwainer Smith? O John Brunner?
  5. e perché Ballard lo avevano sdoganato da vivo?

Idee?
Opinioni?
Suggerimenti?
Mi auguro che il dibattito sia vivace.

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Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

14 thoughts on “Domande

  1. Provo con 3, 4 e 5: forse l’essere vivi o morti non importa (o almeno non più che per altri autori; è chiaro che poi ci vuole del tempo perché si stratifichi e assesti un giudizio critico ecc.); forse conta il fatto che i temi affrontati da certi autori fossero più consonanti con le aspettative e gli approcci di certi critici letterari. In Lovecraft, Dick, Ballard, Tolkien certi critici che stavano analizzando la letteratura dal punto di vista x, y ecc. hanno trovato proprio x, y ecc. (dove x non è l’elemento fantastico o fantascientifico in sé, ma, per esempio, la violazione della forma umana, un concetto problematico di realtà, una critica radicale dei valori comuni ecc.).
    Poi conta il fatto, immagino, che certi autori fossero già particolarmente famosi nel campo fantastico, fantascientifico ecc. e questo ha fatto sì che fossero i primi in cui si è andati a sbattere il naso o di cui si è sentito parlare, quando ci si è mossi per cercare x, y e z al di fuori dei soliti campi.
    (Si prova, eh!)

  2. Non male, come inizio.
    Mi piace l’idea che alcuni autori siano selezionati perché le loro opere vengono lette come qualcos’altro, oltre che fantastico.
    Sulla fama all’interno del campo, sì, ok…
    Ma forse conta di più il fatto che venissero letti abitualmente anche al di fuori del campo.
    C’è gente che non legge fantascienza ma legge Ballard, o Dick.
    C’è – o forse dovrei dire c’era- chi non si filava per niente il fantasy, ma poi su Tolkien… ma non parliamo di politica.

    Grazie del contributo – direi che abbiamo una prima direzione da esplorare!

  3. Molte domande tutte insieme, caro Davide.
    Io partirò da una considerazione: perché Fruttero & Lucentini che hanno fatto molto per la fantascienza ma anche molto contro? L’unica risposta che mi viene è che il buon Nori (del quale ho letto 1(un) libro anche perché i successivi – o i coevi o i precedenti – sono praticamente tutti uguali)ha improvvisato un discorso sulla sf senza nulla saperne (come lui stesso ammette) e non ha trovato di meglio che ripescare F & L.
    Per quanto riguarda la domanda sullo sdoganamento di Dick e Ballard si può tirare comunque fuori una certa critica “avanzata” che sosteneva a suo tempo questo genere di autori, ma credo che il merito si chiami, rispettivamente, «Blade Runner» e «Crash». Per Ballard, in particolare, c’è comunque da mettere in conto anche un libro come «L’impero del sole» un mainstream di grandissimo successo. Il che, in sostanza (e brutalmente), vuol dire che se qualcuno girasse un film di grande successo con C’Mel e i Signori della Strumentalità avremmo anche la rivalutazione di Cordwainer Smith.
    Ultima cosa, un autore italiano… l’unico titolo che posso citare è Q di Wu Ming. Romanzo storico, siamo d’accordo, ma di una storia rivista attraverso il cristallo della sf. E in qualche punto della sf ha il gusto, tutto sommato. Il fatto che sia un romanzo a tema storico è soltanto la dimostrazione che per gli italiani le cose non sono cambiate molto dai tempi di Alessandro Manzoni… E qui mi fermo per raggiunti limiti di spazio…

  4. Grazie Massimo.
    Tieni presente che su questo blog le buone idee non hanno limti di spazio 😉

    Concordo sul ripescaggio (non ho mai letto Nori e credo che non lo leggerò a tempo breve).

    Interessante anche la faccenda cinema – certo un bel film sulla Strumentalità sarebbe divertente, ma non lo farei fare agli americani.

    Sull’autore italiano – io chiedevo un saggio sul fantastico, non un romanzo.
    ma immagino che tutta l’enorme pappardella sul New Italian Epic, dei soliti Wu Ming, possa andare bene.
    È in effetti l’unica cosa che mi venga in mente.

  5. ci provo anch’io, cosciente del fatto che in moltissimi casi mi trovo in disaccordo con quanto qui si scrive e si commenta (ma torno a leggere proprio per questo motivo).
    1. possibile perché non c’è molto altro in cui il grande pubblico possa, per caso o per scelta, imbattersi.
    2. il tranello in questa domanda sta nell’accostamento di due concetti apparentemente innocui “dignitoso” e “Italia”. Di cose popolari in Italia ce ne sono ma non so quanto dignitose (ma considerare la dignità un fattore oggettivo è rischioso e pretestuoso). Ma si sa che il Belpaese non ha la fantascienza nel suo Dna, il clima lo sconsiglia.
    3. appoggio la tesi del “troppo morti”. Resuscitare un molto-morto eccellente è trendy (e negromanticamente remunerativo).
    4. Verne mi sembra sdoganato, garantisce hollywood. Cordwainer Smith e John Brunner… aspetteranno il loro turno?
    5. per lo stesso motivo per cui Picasso è divenuto famoso senza dover prima trapassare: s’è mosso meglio degli altri.

    In linea generale non capisco perché molto spesso si vuole trovare un punto di collegamento tra fattori commerciali e fattori creativi, sono due cose disgiunte che seguono regole diverse (imho). Un sforzo del genere finisce quasi sempre con aforismi amari su come il mondo giri al contrario.

  6. Eugenio!
    No problem per ciò che riguarda l’essere in disaccordo, se dal confronto vien fuori qualcosa di interessante.

    Diamo ormai per acquisita la risposta alla domanda numero uno.
    Possiamo addirittura definirla una domanda retorica (con buonapace di IguanaJo che l’ha sollevata per primo).

    La faccenda del sostenere che l’Italia non ha la fantascienza nel DNA mi sta anche bene, ma si tratta in fondo di uno spostare il problema.
    Perché l’Italia non ha la fantascienza nel DNA?
    Cosa ci rende diversi da francesi, spagnoli, tedeschi, cinesi, giapponesi e compagnia danzante (per tacer degli anglofoni)?

    Il “troppo morti” è bello perché è facile.
    Ma credo risponda solo a parte della questione.

    Credo ci sia poi un problema sul termine “sdoganato” – per sdofganato intendo sdoganato presso la critica e l’accademia.
    In questo senso, Verne mi pare ancora un po’ indietro, insieme col buon Salgari.

    Ballard… definiamo “muoversi meglio”.
    In fondo pubblicava negli stessi posti in cui pubblicavano Moorcock, Spinrad e M. John Harrison…
    O no?

    Chiudo facendo notare che io sto parlando di critica; nessuna intenzione (in questo caso) di legare fattori commerciali e fattori creativi.
    Semplicemente, cerchiamo di delineare perché, dopo Fruttero & Lucentini (che come dice MaxCiti hanno fatto tanto bene quanto male) sia stato il nulla.

  7. Perché l’Italia non ha la fantascienza nel DNA?
    Rischiamo di aprire un vaso di pandora. Sono quasi darwiniano nella risposta: L’Italia non ha la fantascienza nel DNA perché lo stimolo creativo fantascientifico nasce spesso (sottolineo spesso, non sempre) dall’alienazione sociale e l’Italia è un paese basato sull’iterazione sociale (fino alle più negative conseguenze). Questo non vuol dire imho, che non ci sia buona fantascienza ma che questa fa più fatica ad emergere perchè il vivaio è ridotto
    (ovviamente ci sono altri motivazioni, questa è ancestrale).

    Il “troppo morti” è bello perché è facile ma non è detto che non sia plausibile.
    Chiarito lo sdoganamento, io lo vedevo come concetto di mercato. Sul fronte accademico prendo atto di quanto leggo qui e le motivazioni, esclusa la dipartita, le posso solo trarre dalla figura dello scrittore stesso piuttosto che dalle sue opere.
    Dick e Lovecraft avevano personalità controverse e difficili (per usare un eufemismo), erano persone oscillanti tra paranoia e pessimismo cosmico, mentre i buoni Moorcock e Wolfe (che non è poi così malvisto dalla critica) sono, ad oggi, persone meno affascinanti dal punto di vista biografico.

    Per “muoversi meglio” intendo costruire la propria “brand equity”, cosa che prescinde da dove si pubblica (ma piuttosto sul come), ma la mia era un’ipotesi non arrivo a tanto dettaglio.

    La nota finale riguardava il blog, scusate l’OT.

  8. Oh, non avevo capito che il commento finale fosse sul blog in generale.

    Aforismi amari, eh?

    TUTTO il mio blog?
    Caspita.

  9. no tutto no, Caspita! (cit.)
    In riferimento alle numerose considerazioni sulle scelte effettuate dall’editoria Italiana.

  10. Vorrei poter fare considerazioni diverse 😉

  11. Ci ho pensato un po’ su, ecco un tentativo di risposta:

    1 – È possibile sì, tenendo conto che dall’epoca di F&L ad oggi la fantascienza ha visto un calo verticale sia per quanto riguarda la quantità della proposta libraria, sia per quanto riguarda – e le due cose sono ovviamente legate – l’attenzione del pubblico. Ormai la fantascienza è ridotta ad uno spettro che si aggira negli angoli più polverosi delle librerie italiane. Perché qualcuno dovrebbe occuparsene?

    2 – Non ne conosco, ma si accettano segnalazioni.

    3 – Confermo quanto già scritto: Dick e Lovecraft sono morti.

    4 – Non lo so, ma essendo temerario ci provo lo stesso.
    Lovecraft lo conosco poco, per cui faccio il discorso prendendo Dick come riferimento. Dick è stato il primo autore di sf in grado di vendere in italia – per un periodo almeno – quasi quanto il buon dottore. Dick è diventato per una parte del pubblico generalista, sinonimo di fantascienza “adulta” ancor più di Gibson e cybercompagnia. Dick s’è visto attribuire la paternità dell’unico sprazzo di vita fuori dal ghetto che la sf abbia avuto negli ultimi 25 anni (e si sa che i padre godono presso l’establishment molta più considerazione dei figli). Dick ha un legame strettissimo – che lo si apprezzi o meno – con tutto il cinema di sf degli ultimi 30 anni.
    Si può dir lo stesso per Moorcock o Wolfe, che gli sono contemporanei?
    In breve, Dick è stato l’ultimo autore di sf a godere di una certa popolarità, figurati se qualcuno non si attaccava al carrettino.
    btw non ho nemmeno accennato alle qualità letterarie del nostro. A prescindere dal fatto che secondo me Dick scriveva veramente male, la sue capacità di composizione sono secondarie nel qualificare l’autore quale oggetto di studio, viste almeno le motivazioni del suo successo. Dick aveva grandi idee, visioni memorabili, e un’immaginazione straordinaria, qualità più che sufficienti per passar sopra ai difetti di scrittura.

    5 – Ballard non è stato sdoganato per le sue qualità di “scrittore di fantascienza” ma come intellettuale provocatorio in grado di coniugare l’avanguardia artistica alla letteratura popolare con uno sguardo sempre attento alle evoluzioni del vivere sociale nelle comunità tecnologiche di fine millennio. Ti basta come risposta? 🙂

    Infine una nota per eugenio. Mi ha colpito questa tua affermazione “L’Italia non ha la fantascienza nel DNA perché lo stimolo creativo fantascientifico nasce spesso (sottolineo spesso, non sempre) dall’alienazione sociale e l’Italia è un paese basato sull’iterazione sociale (fino alle più negative conseguenze).”
    Io non so se quello che scrivi è vero, non l’avevo mai considerato in questi termini. Di certo suona credibile, ma al contempo mi pare un po’ troppo assolutistica per essere davvero vera. Hai voglia di approfondire?
    In altre parole come fai ad essere così sicuro che fantascienza e alienazione sociale vadano di pari passo? Lo stesso tipo di relazione non potrebbe costituire il fondamento di qualunque tipo di letteratura, anzi, di creazione artistica? Perché attribuirgli un significato speciale legandolo specificatamente alla fantascienza?

  12. Premessa – trovo soddisfacenti molte delle risposte di IguanaJo (per lo meno in prima battuta) perché probailmente (per lo meno in prima battuta) io e l’Iguana condividiamo delle opinioni di fondo.
    Insomma – i miei giudizi a riguardo sono chiaramente soggettivi.

    Detto ciò… qualche nota sfusa.

    Dick & Ballard – non sarà che sono stati sdoganati presso la critica perché prima sono stati sdoganati presso il pubblico al di fuori del genere?
    Hey ragazzi, non è fantascienza è avanguardia letteraria, è avant-pop, è surrealismo, è satira sociale, è romanzo metafisico…

    E se guardo a certi personaggi, mi trovo a dover ammettere che hanno avuto (rispetto ai colleghi) un ampio successo al di fuori del genere.
    Grazie al cinema.
    Al marketing.
    Al sorgere della cybercultura…

    Mi viene anche in mente il discorso che fece a me e ad alcuni complici torinesi l’autrice horror Bando Masako – “Non chiamatelo fantastico, trovategli un nome che incuriosisca il pubblico. Createvi un vostro genere.”

    Incidentalmente – concordo sul giudizio sulla scrittura di Dick.

    Concordo infine sul fatto che il discorso sull’alienazione andrebbe ampliato, perché si tratta di un angolo poco sfruttato per spiegare la scarsa fortuna della fantascienza in Italia.
    Di solito si cerca la causa nel primato della cultura umanistica nel nostro paese….

  13. Riassumendo alcune delle cose che avete detto mi sono fatto l’idea che per la critica letteraria valga più o meno quello che ormai è quasi un dogma nel mondo della pittura: l’artista vale più dell’opera, o meglio, per valutare l’opera si valuta l’artista (come persona prima che come autore).

    In merito all’alienazione, concordo che dire che sia assolutistica, ma questo spazio non permette troppe declinazioni. Il mondo è multivariato e la giustificazione non può essere una sola.
    Volendo approfondire, ritengo che l’alienazione sociale, intesa come scarsa dimistichezza con i processi interattivi della società o comunque una certa inadeguatezza nell’uniformarsi ai canoni della comunicazione comune, spinga l’autore a cercare alternative. Queste alternative nel caso di un autore Italiano, vengono di solito ricercate all’INTERNO dei costrutti fondanti della società, proprio perché questi permeano la nostra cultura ed influenzano la formazione degli individui. Non è un caso che la creatività italiana si esprime principalmente su temi di conflitto nei rapporti uomo-donna, crisi esistenziali, difficoltà di espressione, solitudine introspettiva, criminalità endogena ed ovviamente, satira.
    Un autore che non sia stato soggetto a questo tipo di influenza, o che ne sia impermeabile per attitudine, è possibile che cerchi riscatto all’ESTERNO del costrutto sociale, delineando realtà, mondi, metodi e processi alternativi, quindi per forza di cose, proiettati “altrove nel tempo”. A seguito di ciò, imho, ci spieghiamo perché la fantascienza o il fantastico in genere, viene più facilmente apprezzato quando si esprime nella narrativa per ragazzi; in età pre-adulta certi canoni di comunicazioni non sono ancora consolidati perciò l’autore ed i lettori sono implicitamente “autorizzati” ad evaderli.

    A latere, questo approccio spiega anche perché in Italia viene apprezzata più facilmente la fantascienza che definirei “facile”, ovvero quella che si limita a traslare nel tempo le tematiche contemporanee espresse sopra, lasciando alla componente sci-fi il solo ruolo di setting o background (che pure ha il suo fascino), mentre la fantascienza “difficile”, ovvero quella che offre evasione, innovazione, originalità di sostanza e non solo di contorno, ha vita dura.

    Termino con una nota: le cose stanno cambiando, certe tradizioni culturali del Belpaese si stanno diluendo in una globalizzazione inevitabile, perciò sono fiducioso nel pensare che la situazione per la fantascienza italiana possa migliorare (complici i sistemi di diffusione dal basso, come il presente).

  14. (grazie per l’approfondimento, Eugenio, e perdona il ritardo della mia risposta, son giorni impegnativi…)

    Mi piace questa dicotomia interno/esterno, che mi pare faccia il paio con quella ormai risaputa scientifico/umanistico.
    In effetti la tua teoria ha il suo fascino, tra l’altro aiuterebbe a spiegare il successo italico di almeno due dei tizi citati sopra, vale a dire Ballard e Dick.

    Però non posso fare a meno di chiedermi se nonostante la coerenza della tua ipotesi con quella che è anche la mia esperienza non ci sia qualcosa che stoni.

    Penso ad esempio allo sdoganamento del noir nostrano dai circuiti di genere o, al contrario, alla mancanza di autori che abbiano approfondito e sviluppato autonomamente i temi interni che hanno caratterizzato altri autori, magari marginali, della scena fantascientifica.
    Oltre al già citato Ballard mi vengono in mente chessò, Delany (per gli anni ’70) o Shiner (per gli ’80).

    Poi certo, se al tuo approccio “esistenziale” aggiungiamo la subordinazione tutta italiana della cultura scientifica a quella umanistica (e, aggiungo io, l’altrettanto tipicamente italiana variabile Urania), allora il ritratto della scena fantascientifica italiana, nella sua desolazione, è davvero completo.

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