strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

No Sense of Wonder

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Serata fitta di lezioni da annotarsi, quella di ieri.
Complice il mio amico Valter, astrofilo DOC sempre aggiornato riguardo alle iniziative relative allo spazio, mi sono ritrovato al centro polifunzionale del comune di Volpiano (Torino), dove una cordata di dotte istituzioni e aziende del settore aerospaziale aveva organizzato una serata per il quarantesimo anniversario dell’allunaggio Apollo.
Relatore principale, il professor Franco Bevilacqua del Politecnico di Milano.

Ieri sera serata-conferenza?
Stamani pork chop express…

Ammetto di partecipare sempre a certe iniziative con l’intento di carpire i segreti del relatore, specie se questi è un titolato con vasta esperienza – quali siano le sue strategie di comunicazione, come si impossessi dell’attenzione del pubblico, a quali tecnologie appoggi la propria presentazione… tutto ciò che parrà utile verrà riciclato per le mie lezioni, per le mie conferenze.
È lavoro, ma non sottrae nulla al divertimento della serata.

A questo si aggiunge il mio interesse extracurricolare per l’argomento – tanto come appassionato di scienza quanto come appassionato di fantascienza.

Com’è stata, allora, la serata a Volpiano?
Cosa ho imparato?

Prima lezione – aveva ragione Norman Mailer.
Negli anni ’60 lo scrittore americano osservò che la NASA era riuscita a compiere al contempo due miracoli, ottenendo l’inimmaginabile.
Il primo miracolo era stato quello di riuscire a portare degli uomini a camminare sulla superficie della Luna.
Il secondo miracolo era stato quello di riuscire a rendere il tutto assolutamente noioso.

E Mailer aveva ragione – non v’è nulla di più obnubilantemente noioso di qualcosa di meraviglioso descritto da uno dei tecnici che ci hanno lavorato.
La minuzia, il bullone, il gancio d’attracco, hanno il sopravvento sul sense of wonder, sulla grandiosità dell’impresa.
E l’impresa grandiosa, straordinaria, epica, da sola non basta a sostenere la meraviglia e l’attenzione del pubblico.
L’Odissea è nulla senza Omero che la racconti.

Aggiungiamo a questo che gli accademici italiani, per loro natura, sono eccellenti compilatori di rapporti interni, di proposte di ricerca e di domande di finanziamento, ma spesso non hanno una preparazione specifica nell’ambito della divulgazione.
E se il relatore, a Volpiano, possiede una preparazione ed una esperienza colossali, è anche vero che la sua presentazione ha il formato, i toni ed i ritmi della lezione universitaria – nella quale si prevede che gran parte dell’uditorio sia comatoso. Non viene applicata alcuna strategia o tecnica per catturare l’attenzione del pubblico, le slide compaiono e scompaiono quando il PC si imbizzarrisce, molte foto sono tragicamente deformate dall’effetto del proiettore.
Solo dopo, nella sessione domande, la vivacità del personaggio riesce finalmente a perforare la membrana che pareva separare il palco dal pubblico.

Servirebbe – ed è una seconda lezione importante – uno scrittore di fantascienza.
Ho assistito – dal vivo, in alcuni casi, e sempre più di frequente attraverso il web – ad un numero sufficiente di conferenze e lezioni da parte di autori di narrativa d’immaginazione per sapere che queste sono le persone adatte a rendere interessante ed eccitante la scienza.
Penso a David Brin, penso a Kim Stanley Robinson.
Il ruolo del narratore nel mantenere vivo e desto l’interesse e l’entusiasmo per le imprese scientifiche è sottovalutato.
Serve la capacità di esprimere concetti e realtà molto distanti dal quotidiano – nello spazio non c’è sopra o sotto, in orbita se freno scendo di quota, se accelero mi alzo – in termini quanto più evocativi e accessibili.
Metafore, similitudini, acostamenti arditi, il sano e vecchio arm waving…
Tutto pur di far passare la meraviglia.

Invece, quando il discorso si sposta – e non potrebbe non spostarsi – sul futuro dell’esplorazione spaziale, il tono diventa pietistico, e viene auspicato che i giovani provino il desiderio di proseguire il lavoro, a riprendere questa grande impresa che pare sia stata abbandonata.
Solo che i giovani non hanno interessi, non vogliono né studiare né lavorare…

Qui il mio cervello grippa, passando di colpo dalla quarta alla retromarcia.
Eh, no. Facciamo due conti.
Eugene Cernan, l’ultimo uomo sulla luna, andò sulla luna nel 1972.
Io avevo cinque anni.
Il relatore era un baldo quarantenne.
Se lui avesse continuato il suo dannato lavoro, io oggi lo potrei proseguire.
Non è stata la mia generazione a mandare all’inferno in un secchio il programma spaziale – è stata la generazione del relatore e degli organizzatori di questa serata, che ora accusano chiunque abbia dai 23 ai 35 anni di essere uno sfaticato senza sogni.
Ma chi è che non ha fatto nulla per tenerli in vita, quei sogni?
Nessuno pare ricordare la trasformazione della NASA – e successivamente di ogni altra agenzia spaziale occidentale – in strutture la cui sola funzione era ed è la preservazione della propria esistenza.
Nessuno ricorda come lo Shuttle uccise i progetti di O’Neill.

Come sempre il pubblico annuisce saputo.

Il fallimento della comunicazione arriva al suo massimo quando il moderatore, nel tentativo di animare la sessione domande/risposte, chiede ai presenti di dichiarare, per alzata di mano, sepreferirebbero oggi andare sulla Luna o su Marte.
La sala, meno di mezz’ora prima, ha dimostrato la propria età media, sempre per alzata di mano, quando il professor Bevilacqua ha chiesto quanti fossero presenti la sera dell’allunaggio dell’Apollo 11, e una selva di mani alzate ha confermato che del centinaio abbondante di persone presenti, oltre il 70% ha superato la quarantina.
Ma ora, questa centuria di ultraquarantenni si sente chiedere di votare per alzata di mano se sia preferibile la Luna o Marte.
E tornano alla mente certe vecchie zie zitelle, che da ragazzino – quattro, cinque anni – ti domandavano se volessi più bene alla mamma o al papà.
Si chiama paternalismo, e non è mai una buona strategia dicomunicazione.

Io scopro di non avere alcuna voglia di alzare la mano.
E non perché la domanda sia sostanzialmente stupida, oltre che paternalistica.

È perché a gravare sull’intera serata, nonostante l’eccellente livello del relatore, insiste una oppressiva sensazione di alienazione.
Il moderatore (applausi) ringrazia il relatore (applausi) e poi passa a presentare la ricercatrice di punta (applausi), che blandisce il moderatore (applausi) suo ex capo struttura, e poi si abbandona ad una manciata di banalità (applausi), fa per lo meno una affermazione scientificamente molto molto discutibile (applausi).
Come quando guardiamo certi filmati sull’accoppiamento dei bonobo, l’impressione è quella di essere osservatori esterni dei rituali sociali di un gruppo, di una specie, con la quale noi non abbiamo nulla a che fare.
Che ci concede benevolmente di assistere, e non manca di farci notare che arrivare fin qui, oh, ragazzi, è stata una figata! Se solo voi aveste potuto esserci…
La festa delle medie…

E quindi io non alzo la mano.
Né per la Luna, né per Marte.
Perché io, con questa gente, nello spazio non ci voglio andare.
Con Buzz Aldrin?
Con Carl Sagan, anche se è morto?
Anche subito, ho la valigia pronta.
Con quegli scoppiati del Moon Miner’s Manifesto?
Parliamone.
Con l’ultimo pennivendolo autore di space opera derivativa e trita, con i trekkies vestiti da Klingon, con i Raeliani o la gente di Damanhur…

Ma con questo ennesimo circolo accademico chiuso, no.
Non vorrei mai che nel momento critico, fossero troppo impegnatia scambiarsi reciproche pacche sulle spalle per ricordarsi di aprire i paracadute…

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Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

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