strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Nomadismo digitale

6 commenti

Si discuteva con il mio amico Fulvio, alcuni giorni or sono, sulle gioie della vita in campagna.
Vicini primitivi.
Ambiente pettegolo.
Dieci chilometri dal più vicino posto in cui si serve un mai tai decente.
La rete certificata a sette mega che di fatto viaggia a quattro.
Però, e non è una cosa da poco, se mi gira prendo il portatile, vado a sedermi in un prato e lavoro lì all’ombra di un albero anziché in un cubicolo che sa di PVC e di aria riciclata dal condizionatore.

Se il telelavoro è diventato in fretta una realtà nel resto del mondo, in Italia l’idea si è presto incagliata in una serie di commissioni ministeriali che, a metà anni ’90, valutarono l’ipotesi e conclusero che non si adattava al carattere “solare” degli italiani.
L’immagine del telecommuter chiuso in casa, solo, smutandatissimo e mal rasato, che martella sul PC connesso alla linea telefonica mentre si ingozza di schifezze, è stata più volte usata come spauracchio – meglio blindarsi in un centralino in qualche seminterrato, meglio qualsiasi altra forma di abbrutimento che tuttavia conceda uno straccio di vita sociale, piuttosto che l’isolamento del telelavoro.
Ora, tuttavia, WiFi e Web 2.0 hanno sovvertito le regole.
Al punto che se ne è accorto persino il Washington Post

Gruber and Consalvo are digital nomads. They work — clad in shorts, T-shirts and sandals — wherever they find a wireless Web connection to reach their colleagues via instant messaging, Twitter, Facebook, e-mail and occasionally by voice on their iPhones or Skype. As digital nomads, experts say, they represent a natural evolution in teleworking. The Internet let millions of wired people work from home; now, with widespread WiFi, many have cut the wires and left home (or the dreary office) to work where they please — and especially around other people, even total strangers.

Possiamo portarci il posto di lavoro dove ci pare.
Nel cortile di casa.
Nel prato, sulla collina.
In una crescente quantità di luoghi che offrono la connessione wifi gratuita.
La vita sociale è salva.
La produttività non viene intaccata.
E il panorama è vario e piacevole, sempre in accordo con i nostri gusti e stati d’animo del momento.

Non si tratta più di lavorare da casa.
O di portare il nostro portatile e la nostra esperienza in un ufficio temporaneo messo in piedi dall’azienda che ci ha ingaggiati per i prossimi due mesi.
Si tratta di decidere dove lavorare, mantenere contatti via telefono e web, e fare a meno di una infrastruttura che sia più pesante e complessa di ciò che possiamo portare con noi.

Il concetto di nomade digitale mi è più simpatico di quello di immigrato o nativo digitale, anche perché non si tratta di qualcosa che ti capita su base anagrafica, ma perché è qualcosa che scegli.
Ed inoltre dimostra la vecchia massima cyberpunk che la strada ha il suo uso per le tecnologie, e per le idee.
Il concetto di “digital nomad” venne infatti memeticamente introdotto alcuni anni addietro dai ragazzi del marketing di  una nota azienda produttrice di computer portatili, come parte della campagna di lancio del loro ultimo modello di laptop.
L’idea, lo slogan, è stato tuttavia rapidamente appropriato dalla comunità, che ha trovato le proprie dinamiche, ha adattato ai propri scopi i siti pubblicitari (come ad esempio digitalnomads.com), creando aree di discussione con gli strumenti disponibili (come bigthink), di fatto trasformando in sponsor quelli che erano all’origine i fautori di una campagna di marketing.

Come nota il Washington Post, il cybernomadismo sta portando alla definizione di tribù – non semplicemente sulla base del lavoro svolto, ma sulla base dei luoghi di aggregazione, delle modalità di connessione, degli strumenti utilizzati.

In Italia, il fenomeno pare avviarsi lentamente, più lentamente che altrove – pochi luoghi in cui accedere gratuitamente alla rete on the road, troppe password, troppi posti dove non ci si può fermare per più di una mezz’ora senza che il gestore non cominci a guardarci con una certa impazienza.
Troppo costoso spostarsi da una regione all’altra in treno o in aereo.
Ed il rischio sempre presente che qualcuno decida di rubarci il PC.
Ma la potenzialità esiste.

E poi, non è detto che si debba necessariamente lavorare con il computer – un cellulare, una matita ed un quaderno sono – per certi lavori – la piattaforma minima necessaria.
È così, no, che secondo la leggenda la Rawlings ha scritto i propri romanzi, standosene seduta in un pub…?

Qualcosa si sta muovendo.
Letteralmente.
E promette un futuro divertente.
Bisognerà approfondire.

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Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

6 thoughts on “Nomadismo digitale

  1. E le tutele?
    Io leggo: «They work […] wherever they find a wireless Web connection» e mi chiedo se quel qualunque posto e qualunque momento (non c’è scritto, questo, ma lo aggiungo perché mi pare in linea col resto) significhino libertà dalle costrizioni dello spostamento ecc. o asservimento alle esigenze del datore di lavoro.
    È triste ammetterlo, ma talvolta i limiti dell’infrastruttura (spostamento, affollamento, numero di computer a disposizione nell’ufficio ecc.) costituiscono limiti dello sfruttamento.

  2. Ultimamente sono stato in Israele e in Spagna, per divertimento, e mi è capitato anche di lavorare, nei buchi creatisi tra un impegno e l’altro, sfruttando la rete WiFi, a volte gratuita, a volta dietro consumaizone in un locale, per amministrare la posta, i contatti, e via dicendo.

    Trovo anch’io che sarebbe spettacolare, perchè oltretutto abbatterebbe pure le barriere dell’orario. Mi è capitato di lavorare alle 6 del mattino, perchè insonne, o la sera dopocena, in attesa di ospiti, cosa che in ufficio non faresti.

    Peccato che in Italia siamo ancora bacchettoni che hanno paura del sempre perenne fannullone che non lavora, o del delinquente che approfitta, e per questo si creano usanze, leggi e consuetudini che di fatto limitano gli onesti.

  3. Una volta di più, rifacendosi a una nostrana realtà, dobbiamo ammettere di essere indietro di qualche annetto.
    UIl mio lavoro (e quello di molti, molti altri che conosco) potrebbe essere perfettamente svolto da casa o da qualsiasi altro posto provvisto di linea ADSL… ma molti, molti datori di lavoro vogliono vedere, oltre il lavoro, anche una massa di carne e ossa che ticchetta dietro il monitor.
    Gli dà sicurezza, forse: non saprei.
    Prova a fare un colloquio d’assunzione, ti prendono, stringi la mano e dici: “Però lavoro da casa, eh”.

  4. Tre commenti “pesanti”, a dimostrazione che la questione è sentita – rispondo a tutti e tre insieme per praticità.

    Tutti concordiamo sul fatto che il sistema nazionale sia ancora arretrato rispetto all’adozione delle nuove tecnologie alla loro massima efficienza.
    La tecnologia è scarsamente compresa e malamente valutata.
    C’è una forte componente di paura.
    Per un malcostume diffuso, l’azienda tende a considerare dipendenti e collaboratori non un valore, ma una spiacevole necessità – da qui il tentativo, quasi obbligato, di cercare di approfittare della situazione.
    Diretta conseguenza – poiché non rispetto il collaboratore e tiro a fregarlo, dò per scontato che lui non mi rispetti e tiri a fregarmi.

    Da qui la questione delle tutele, spesso latitanti, e i deficienti datori di lavoro che vogliono vederti mentre lavori, sennò non ci credono.

    Di fatto, non è in se un male che azienda e collaboratore si vengano incontro – l’azienda non ha i mezzi tecnici, il collaboratore non ha voglia di intombarsi in un sottoscala… si raggiunge un accordo, che non è necessariamente un asservimento.

    Alla fine, credo che la strada passerà, come al solito, per la cassa.
    Le aziende abbracceranno il telecommuting e il nomadismo digitale quando scopriranno che gli costa meno.
    Finché penseranno che sia una via per pagare di meno i collaboratori, sarà il deserto.

    Per i maniaci del controllo – che se pagano otto ore vogliono vedere l’omino seduto alla scrivania otto ore – esistono sistemi di controllo (possono richiedermi il login sui loro computer all’inizio del lavoro), o la scelta di passare dalla fatturazione oraria a quella forfettaria a progetto.

    Al momento, la cosa è stata recepita per necessità da certi atenei (parlo della mia personale esperienza), che hanno ormai creato una categoria di ricercatori e docenti itineranti.
    E poi ci sono alcune aziende hi-tech che operano in Italia, ma fanno capo a paesi più avanzati.

    L’abbassamento dei costi di connessione ADSL e la comparsa di posti come Starbucks (che si possonoanche odiare per ciò che rappresentano, ma sono comodi) è un altro fattore importante.

    E poi è necessaria una comunità – che si passi la voce su datori di lavoro fasulli e su contratti-trappola, e che propagandi l’idea che lavorare dal giardino di casa è meglio che finire sepolti in uno scantinato.

    Poi, chiaro, esistono professioni che meglio si adattano al sistema nomadico che non altre.
    Ma il potenziale esiste.

    Quanto alla faccenda del colloquio d’assunzione, io di solito a quella parte non c’arrivo perché il grafologo, studiando la mia scrittura, di solito decide che sono troppo strano per rischiare di darmi una possibilità.
    E in un paese in cui l’azienda usa ancora il grafologo per l’assunzione dei collaboratori, cosa vuoi stare a parlare di telelavoro… 😉

  5. Poter scegliere dove lavorare sarebbe bello (soprattutto se avessimo qualche città in più con il wifi pubblico in tutta la città).
    La storia della socializzazione e l’utilizzo della ‘solarità’ italiana per relegare i giovani nelle cantine è palesemente un piano diabolico :p.

    … ma poi nessuno pensa al traffico? E all’inquinamento di migliaia di auto che potrebbero altrimenti evitarei di mettersi in coda per due ore tutti i giorni?
    E la benzina risparmiata?

    E cosa farebbero i solari italiani in quelle due ore libere fuori dal traffico?

    E gli altri solari italiani non sarebbero ancora più splendenti se si diminuisse il traffico nelle ore di punta?

    Andiamo… il telelavoro è una questione talmente ovvia che vien quasi da piangere a vedere che non la si sfrutta…

  6. Vero.
    La componente “ecologica” del telelavoro è notevole.
    Minore congestione per il traffico, minore inquinamento, uno stile di vita più rilassato e più attivo…

    Senza contare che chi lavora sul proprio tempo – e non sul tempo del padrone – tende ad essere più efficiente, per sfruttarlo al meglio, quel tempo.

    Ma fino a che a prendere le decisioni sarà la classe politica anagraficamente più vecchia del mondo, l’innovazione resterà quella degli anni ’50.
    Ad essere fortunati.

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