strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Titoli

9 commenti

Interessante post sul blog di Fulvio Gatti.
Il blog di Fulvio si occupa di comunicazione e tecnica narrativa, e la sua breve disamina dei titoli – con particolare riferimento al cinema e ad un certo tipo di cinema nello specifico – è un buon punto di partenza.

Ci siamo capitati tutti, professionisti e aspiranti. Hai finito la tua storia e devi trovarle un titolo di qualche tipo. Difficilmente, se sei tu a deciderlo, ti accontenterai di un titolo buttato lì; vorrai il migliore possibile, il più intrigante, quello che invoglierà più gente possibile a leggere/vedere/ascoltare (e se necessario, comprare!) la tua opera. Come per un libro vuoi una bella copertina, chiaramente desideri un titolo eccellente per la tua storia.

Il titolo è davvero un indice della qualità del racconto?
Io direi che se non lo è, per lo meno vorrebbe esserlo.
Il titolo è il primo strumento col quale l’autore entra in contatto con il lettore: scorro l’indice della mia rivista di narrativa preferita e i titoli entrano in competizione per agganciare la mia attenzione.
Quindi il titolo deve in qualche modo stimolare la curiosità del lettore, ed al contempo fungere da garanzia di qualità, certificare che il tempo che spenderò nel leggere quelle dieci, trenta o cento pagine non sarà tempo buttato.

Ma questa è solo la punta dell’iceberg.
Facciamo un salto indietro di qualche secolo, e consideriamo il titolo di un romanzo famoso…

The Fortunes and Misfortunes of the Famous Moll Flanders, Etc. Who Was Born In Newgate, and During a Life of Continu’d Variety For Threescore Years, Besides Her Childhood, Was Twelve Year a Whore, Five Times a Wife [Whereof Once To Her Own Brother], Twelve Year a Thief, Eight Year a Transported Felon In Virginia, At Last Grew Rich, Liv’d Honest, and Died a Penitent. Written from her own Memorandums.

Oggi, in libreria, il libro è intitolato semplicemente Moll Flanders – un titolo semplice, diretto, che indica in chiaro chi sarà il protagnista della storia.
Una bella differenza rispetto al titolo originale, che non solo menziona per nome la protagonista (che noi comunque non conosciamo), ma ci spiega anche di chi si tratti, cosa abbia fatto, e riassume perciò quale percorso seguirà la narrativa.
Follia?
A quei tempi erano tutti un po’ scemi?
No – molto semplicemente, a quei tempi (il romanzo di Defoe – che non compariva come autore sulla prima pagina del romanzo o sulal copertina – è del 1722) era necessario spiegare al lettore cosa si trovava fra le mani.
Ilromanzo, come forma narrativa, era infatti talmente giovane, che era necessario aiutare il più possibile il lettore a scendere a patti col nuovo medium senza traumi.

Nel corso dei secoli, se i lettori si sono fatti più sofisticati, anche i titoli hanno mostrato una certa evoluzione; ma il meccanismo è lo stesso.
Il titolo aiuta il lettore a capire ciò che sta per affrontare.
Col titolo giusto possiamo evitarci dei fastidi.
Possiamo creare un senso di complicità col lettore.
Possiamo sopperire a cinque pagine di narrativa, rendendo il nostro racconto più asciutto, più compatto.

Come si costruisce quindi il titolo?

La strada più battuta è quella di andare a mettere in evidenza proprio l’oggetto, o la persona, o il luogo che sono nevralgici per la storia raccontata. Magari ne è solo uno sfondo, per quanto determinante (la cittadina Fargo e le sue nevi nell’omonimo film dei Coen); oppure una definizione astratta e ampia che include gli eventi al centro dell’attenzione: da L’Odissea fino a Guerre Stellari.

Non male, ma possiamo fare di meglio.

Titoli che fanno riferimento al protagonista – … o alla persona attorno alla quale ruota l’azione: Moll Flanders, Il Corsaro Nero, Bill l’Eroe Galattico.
Ma qui già è necessario fare un bel distinguo – Moll Flanders ci dice un po’ poco
(anche se quel “Moll” suona vagamente ribaldo, e “Flanders” suona vagamente esotico) e il romanzo potrebbe essere uno stralcio di vita, un poliziesco, una commedia…;  Il Corsaro Nero ci dice chiaramente di quale genere di storia andremo ad occuparci – e ci aspetteremo duelli, velieri, azione ed avventura; Bill l’Eroe Galattico puzza di fantascienza, e puzza anche, maledettamente, di ironia – il titolo da solo ci avverte che stiamo per affrontare una farsaccia al vetriolo (come il romanzo di Harry Harrison in effetti risulta poi essere).
Ma attenzione – come già ricordava Umberto Eco, I Tre Moschettieri parla in fondo prevalentemente del quarto…

Titoli che fanno riferimento all’oggetto attorno al quale ruota la narrativa – Il Falcone Maltese, Il Mastino dei Baskerville, La Spada nella Roccia…
Anche qui, per quanto di fauna si parli, non mi aspetterò dal rapace maltese la stessa performance del cagnone dei Baskerville – il titolo contiene comunque un carico di informazioni e aspettative.

Titoli che fanno riferimento al luogo in cui si svolge l’azione – Middlemarch, La Terra dimenticata dal Tempo, Gormenghast, Dune…
Di questi, Gormenghast è il più interessante: in primo luogo, dobbiamo leggere la quarta di copertina per scoprire che Gormenghast è un luogo e non una persona; e poi, pur essendo una parola priva di significato, col suo suono spigoloso e quel –ghast finale ci comunica qualcosa di oscuro, minaccioso. Chi leggerà il romanzo non sarà deluso.
Dune gioca a qualcosa di simile – è il nome di un luogo ma è anche fortemente descrittivo di quel luogo, ed è una sola parola di due sillabe, forte, incisiva, non priva di mistero.
Middlemarch lavora allo stesso modo, ma è più palesemente un nome di luogo, e unendo Middle con March, ci suggerisce una località intermedia, un settore (marca) della campagna britannica.
La Terra dimenticata dal Tempo è esplicito ed esplicativo – ma se lo appiccicassimo sopra ad un romanzo sulla vita di co.co.co. intrappolati in un centralino, anziché su un romanzo avventuroso zeppo di dinosauri, funzionerebbe ugualemente, fornendoci una chiave metaforica (anziché letterale) di lettura.
Questo tipo di titolo ci segnala anche l’importanza della location rispetto alla trama.

Poi ci sono i titoli che non piacciono a Fulvio…

un titolo già sentito, che abbina abbastanza genericamente nome e sostantivo, magari un La scelta di Laura (ok, mi è scappato, chiedo perdono, neanche so di che parla…), se non quelle cose che fanno tanto telefilm (o romanzo Harmony) tipo Vite parallele: fanno riferimento a eventi di piccola dimensione, che vanno benissimo nella narrazione seriale, ma sono “troppo poco” per una vicenda che pretende di funzionare per conto proprio.

Sulla base di questo principio, Le Avventure di Tom Sawyer (sostantivo e nome) dovrebbe segnalarci una narrativa di bassa qualità, così come, se vogliamo, Il Richiamo di Cthulhu.
Generalizzare può essere male.
Più in generale, si tratta di Titoli che ci dicono più o meno di cosa parlerà il libroCento anni di Solitudine, La Guerra del Mondi, La Macchina del Tempo, L’Assedio di Krishnapur, Caccia al Ladro
Siamo tornati al titolo del romanzo di Defoe, solo più conciso, e magari sottilmente ingannevole.

E per finire, i Titoli a citazione – usano una frase stralciata da un’opera nota (Shakespeare e la Bibbia vanno per la maggiore): Per chi suona la campana, Brave New World, The Monkey’s Raincoat
Parenti di questi sono i titoli ad accostamento surreale – che paiono esoteriche citazioni, ma non lo sono: Solo il mimo canta al limitar del bosco, Non ho bocca e devo urlare, Gli androidi sognano pecore elettriche?, Il tempo considerato come una spirale di pietre semipreziose, The long, dark teat-time of the soul
Questi meriterebbero un capitolo a parte.
I titoli a citazione, richiamando un’opera altrui ci permettono di creare una aspettativa e magari generare un contrappunto ironico.
Un bell’esempio (tratto dal lavoro di Mullen John Mullan sui componenti costruttivi del romanzo) è il classico di Hardy – Far from the madding crowd, che di solito viene tradotto da noi come Via dalla pazza folla.
Bel titolo, ci prepara ad un certo tipo di storia.
Ma si tratta di una citazione – una citazione che noi non riconosciamo più, ma che era di una estrema familiarità per i contemporanei di Hardy.
E qui Hardy ha fatto un bel giochino – perché la sua citazione è tronca.
La frase esatta è Far from the madding crowd’s ignoble strife
Lontano dall’ossessivo ignobile patire della folla
Chi leggeva Hardy riconoscendo la citazione – e il gioco di Hardy – aveva aspettative diverse, e leggeva di fatto una storia diversa da quella che leggiamo noi.
Allo stesso modo, i titoli a contrappunto, i titoli a scatola, permettono di fornire un indizio al lettore, che poi dovrà lavorare durante la narrazione per incastrare l’indizio al suo posto; non più una chioave di lettura eslicitam, quindi, ma una chiave da decodificare, accompagnata dalla promesa di qualcosa di insolito.

È proprio al gioco di Hardy – ed alle sue infinite varianti – che bisogna pensare, io credo, nel cercare il titolo di una storia.
Dovremo poi decidere cosa vogliamo fornire al nostro lettore.

Una ulteriore stampella è il sottotitolo, ai vecchi tempi spesso agganciato al titolo da un “o” esplicativo – Frankenstein, o il Moderno Prometeo.
Il doppio titolo che così viene a costituirsi ci permette di giocare due carte contemporaneamente – dire al lettore attorno a chi ruoterà la narrativa, e quale sia il suo significato.
Magari non senza ironia. Considerate…
Il Dottor Stranamore, o come ho imparato a smettere di preoccuparmi e ad amare la bomba.

note_75219.jpgLa mia ricetta per trovare un titolo – tanto per un articolo accademico, per una conferenza pubblica, un articolo o un racconto – è sempre più o meno la stessa.
Faccio un rapido elenco di cosa mi piacerebbe comunicare al lettore – di cosa è importante che arrivi fin da subito; magari non esplicitamente – se si tratta di narrativa, l’effetto “Aha!” generato nel lettore quando il link fra titolo e narrativa diventa palese è un bonus che cerco attivamente, ma del quale non saprei cosa farmene in una pubblicazione accademica.
Una volta pronto l’elenco, cerco quelle parole che, montate nel giusto ordine, potrebbero riuscire nell’intento.
Uso spesso sottotitoli o precisazioni.
Forse troppo spesso.
È un lavoro maledetto, ma qualcuno lo deve pur fare.

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Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

9 thoughts on “Titoli

  1. Ottima sincronia! (Jung sarebbe stato contento.) Giusto stamattina mi stavo interrogando sul titolo da assegnare a una certa cosa…
    E pensavo di usare una mappa mentale per aiutarmi nell’opera di titolazione, ti dirò!
    (Chi è il/la Mullen cui fai riferimento? Ho googlato un po’ senza costrutto…)

  2. Colpa mia, che ho ciccato una vocale…
    John Mullan, critico letterario e docente di inglese al London University College.
    Il suo “How Novels Work” è un testo eccellente, che smonta la narrativa nei suoi elementi costitutivi e li analizza a fondo.
    Molto bello.

  3. Pingback: Titoli « strategie evolutive

  4. Uhm però secondo me stiamo cercando di rinchiudere in un post un argomento vastissimo. La tesi del mio post non era l’argomento “titolo” in generale in tutte le sue millemigliaia di sfaccettature, bensì la semplice constatazione, da te non riportata (ma per stavolta ti perdono): non riesci a dare un buon titolo? Probabilmente non hai neanche una buona storia.

    Poi naturalmente ci sono le eccezioni anche a questa tesi, perché fino a prova contraria nel campo di cui parliamo non esiste l’errore, ma solo l’uso improprio degli strumenti.

    Non si può equiparare i titoli dei romanzi di fine ottocento (d’appendice o meno) con quelli dei film di Hollywood; è una boiata, cambiano i presupposti con cui si danno i titoli e la percezione del pubblico. Ci vorrebbe un altro post solo per approfondire le differenze. Le avventure di Tom Sawyer è un gran titolo per la sua epoca e se ti permetti ancora di insinuare che io critichi il sommo Samuel Langhorne Clemens (volgarmente noto con il nick di Mark Twain) ti sfiderò a formale duello… lasciandoti scegliere l’arma tra lanciarazzi, chaingun e napalm…

    :-p

  5. @fulviothecat
    Non era mia intenzione avviare una polemica – e in effetti l’argomento è vastissimo.
    E confrontare libri e film è discutibile – per questo ho fatto un post sul mio blog a partire dal tuo, e non mi sono limitato a commentare il tuo post.

    Detto ciò, il titolo risponde ad una certa serie di meccaniche che – dal ‘700 ad oggi – sono cambiate meno di quanto ci piacerebbe ammettere.

    Forse il cambiamento più radicale – e vale per film e romanzi – è che oggidì molto spesso iltitolo non viene scelto da chi ha scritto la storia, ma da chi la vende.

    Sul fatto che sia difficile dare un buon titoilo ad una cattiva storia… mah!
    Dipende da come arrivi al titolo.
    Seguendo le procedure descritte nel mio e nel tuo post, senza delle idee forti ci si trova a remare.
    Però, ci sono storie che sono state scritte a partire dal titolo.
    E storie con titoli ed idee eccellenti, ma poi tradite da un’esecuzione pietosa.

    L’argomento, insomma, meriterebbe un ciclo di lezioni magistrali per essere completamente sviscerato.
    Ma nessuno le fa.

  6. Il problema e’: “che cos’e’ un buon titolo?”. Idealmente e’ quello che attira l’attenzione di piu’ persone possibili, ma praticamente e’ molto difficile essere sicuri di riuscire a trovarne uno adatto. Ci si prova, tutto qui.
    Se ne parlava l’altro giorno con Hayami Yuji. Lui mi diceva come, ad esempio, e’ stato molto azzeccato il titolo della serie di romanzi fantasy “Okami to koshinryo” (Il lupo e le spezie) capace di suscitare la curiosita’ dei lettori. Ora, facciamo un giochino. A bruciapelo, da questo titolo voi a che storia pensereste (Davide lo sai gia’, quindi non vale se partecipi ^^)?

    La risposta e’ qui:
    http://en.wikipedia.org/wiki/Spice_and_Wolf

  7. Il punto è proprio questo.
    Un buon titolo è quello che svolge al megliola propria funzione.
    ma qual’è la funzione del titolo?
    Certo addescare il lettore, ma – per lo meno sostengo io – non solo.
    Nel presentare “Il lupo e le spezie” ai suoi lettori, l’autore promette qualcosa – e farà bene a mantenere la promessa, o il pubblico se ne risentirà.
    E ciò che viene promesso non è semplicemente una storia in cui compaiono un lupo e dello zafferano.
    C’è un mistero, quasi un indovinello, del quale il titolo è la chiave.
    Per questo diciamo che è un buon titolo.
    Aggancia il lettore, gli promette qualcosa, e la storia mantiene la promessa.

    E così mi trovo a questo punto a concordare con Fulvio – un titolo più generico, “Le straordinarie avventure di Filomena”, è troppo sfocato, offre un mistero troppo qualunque, è fatto per un pubblico che si accontenta da un autore che non ha granché da vendere (o che non sa come venderlo).
    Ma allora, perché funzionava con Twain e il suo Tom Sawyer?
    Credo di saperlo, ma ci farò casomai un post a parte.
    Intanto, si accettano opinioni.

  8. Scherzi a parte, la mia opinione sul perché le avventure di Tom Sawyer?

    Secondo me risale all’archetipo, o high concept che vogliamo chiamarlo. Nel suo caso, non è assolutamente un titolo generico visto che si tratta davvero di “avventure” coi controfiocchi (in un’epoca in cui magari il termine non era altrettanto abusato).

    Tom Sawyer è IL ragazzo che si infila in avventure, e le sue sono LE avventure, e questo ne fa IL romanzo di avventura per ragazzi per eccellenza. Quindi il titolo non è generico allo stesso modo in cui non lo è “Guerre Stellari” – nessuno aveva mai pensato fino ad allora su grande schermo che potessero svolgersi delle guerre di proporzioni stellari – come non lo è “Tre uomini in barca”, il cazzeggio letterario britannico per antonomasia in cui i tre uomini, effettivamente, non fanno altro che andare in barca…

  9. … ma non si intitolava “A New Hope”…? 😛

    Scherzi a parte, stiamo cominciando a carburare.
    Il ruolo archetipico è importante, ma se vogliamo, è posteriore.
    Noi oggi sappiamo che si tratta di testi fondamentali.
    Ma per l’omino che per la prima volta se li è trovati fra le mani – l’omino per il quale il titolo è stato pensato e scelto, come è stato?

    La mia tesi è che – per lo meno per i lettori dell’epoca – Tom Sawyer suonasse come un nome rispettabile e per bene; non il genere di personaggio che andrebbe a cercare avventure.
    Da cui la curiosità – poi ampiamente soddisfatta.

    Per lo stesso motivo, dovendo scegliere fra “Le avventure di Carlotta” e “Le avventure di Anna”, scelgo Carlotta – che suona vagamente più ribaldo e “avventuroso”.
    Starà all’autore mantenere la promessa implicita.

    Che poi si tratti di studiata strategia o di scelta ispirata, ah…
    E da qui si passa a un altro bel tema per futuri post – la scelta del nome dell’eroe.

    Dopotutto, “Guerre Stellari” è anche circolato in una versione intitolata “Le Avventure di Luke Skywalker”.

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