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Ebrei con la spada

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È la storia di due avventurieri poco di buono, eroi malvolentieri, uno colossale ed armato d’ascia e l’altro magro, in abiti monocromatici, armato di un sottile fioretto.
Alleati loro malgrado, fratelli in armi, alla ricerca di un facile guadagno ed una buona serata in una taverna tranquilla fra una riluttante avventura e la successiva.
Squattrinati all’inizio, e squattrinati alla fine.
Perennemente immersi in un dialogo elegante, ironico, un continuo battibecco che maschera l’accordo completo che esiste fra loro davanti al pericolo.

Sembra Fritz Leiber, sembra Lankhmar, ma non lo è.
Non lo è affatto.

Michael Chabon, classe 1963, pluripremiato autore americano – autore del colossale Le Avventure di Kavalier e Clay (Premio Pulitzer 2001) e del recente  The Yiddish Policemen Union (Premio Hugo, Premio Nebula, Premio Sidewise) – da anni campa alla grande ammanendo ai lettori del New Yorker, che mai si abbasserebbero a leggere letteratura di genere, letteratura di genere, ma mascherata da “letteratura seria”.
I bempensanti gongolano, si grida al genio, le vecchie volpi si grattano il capo, perplesse.
In una curiosa (e incomprensibile) frase stralciata da un’intervista del 2005, Chabon ha sostenuto che per nessuno motivo la letteratura di genere non dovrebbe attrarre un “vero scrittore”.
Vero scrittore?
Mah!

Entertainment….means junk. [But] maybe the reason for the junkiness of so much of what pretends to entertain us is that we have accepted — indeed, we have helped to articulate — such a narrow, debased concept of entertainment….I’d like to believe that, because I read for entertainment, and I write to entertain. Period.

Wow!
Mica balle.

Con Gentlemen of the Road, il gioco di riciclaggio per i non appassionati di materiale usato, operato da Chabon si fa talmente scoperto che il romanzo potrebbe risultare addirittura illeggibile per il vecchio appassionato di letteratura di genere.
Amram e Zelikman sono una copia di Fafhrd e del Gray Mouser senza l’originalità di Leiber.
Per fare varietà, il gigantesco Amram è un nubiano (se volete, è Imaro, ma con un nome che richiama Amra – che era lo pseudonimo di Conan), mentre Zelikman è magrissimo pallido e filiforme (come Elric) anziché minuto e olivastro, e veste tutto di nero (come Solomon Kane) anziché di grigio (come il Mouser).
L’avventura si svolge in un medio oriente datato 950 e sostanzialmente evocato attraverso un lessico fitto di termini desueti ed esotici, ma Chabon non manca di armare Zelikman di un fioretto ante-litteram, chiamato “Lancet” – lo stocco del Mouser si chiamava “Scalpel” … sempre di strumenti chirurgici si tratta.
Ma attenzione, c’è una grande idea geniale e favolosamente postmoderna – perché Amram e Zelikman (pausa drammatica) sono ebrei!
Tanto che il titolo di lavoro del romanzo era Jews with Swords!
Ecchissenefrega, potrebbe sussurrare il lettore.

Originariamente pubblicato in quindici puntate (come i vecchi romanzi d’appendice) e dedicato a Michael Moorcock, acquistato per un centesimo da un amichevole rivenditore, il romanzo si apre in una locanda, con una rissa (quante partite a D&D abbiamo cominciato in quel modo?), che sfocia in un duello (come il primo incontro di Fafhrd e del Mouser) che poi si rivela una montatura (amen).
Il linguaggio è forbitissimo e molto raffinato.
Sembra Jack Vance.
Sembra Clark Ashton Smith.
Poi – siamo a pagina 20, più o meno – compare un arabo guercio, il viso contratto in un eterno sorriso beffardo (già visto in un romanzo di Cornwell nella serie di Sharpe e prima ancora in Flashman and the Mountain of Light).
E da qui avanti.
I due si addentrano nel Caucaso non diversamente da come il sergente Dravot e Peachy Peachum si addentrano nell’Afghanistan ne L’Uomo che Volle Farsi Re, con un piano preso di peso da Il Prigioniero di Zenda (o era forse Royal Flash?), ma non senza influenze da parte di Dumas (La Maschera di Ferro) e Howard (I Gioielli di Gwaluhur), per finire a cacciarsi in un intrigo politico stralciato dalle opere di Tabot Mundy.
Frattanto, lo spettro di Henry Rider Haggard sorride benevolo sull’intera faccenda – Amram si dice discendente della Regina di Saba.

E così via.
E prima che mi si accusi di malvagità, di capziosità, di “sì, vabbé, ma poi in fondo se guardi ogni storia la puoi far risalire ad un’altra…”, di essere un vecchio imbecille o un fan di Leiber, MacDonald-Fraser, Moorcock, Howard, Vance o Smith (tutto vero), Mundy o Rider-Haggard o Anthony Hope o Dumas (idem)…

To prepare for writing the novel (which for a few months had the working title Jews with Swords),Chabon researched the Khazars and “tried to let it all sink in.” He also re-read the historical romances of Alexandre Dumas, père, Fritz Leiber, George MacDonald Fraser, and Michael Moorcock, to whom the novel is dedicated.

Ed è un peccato.
Perché nel complesso, Gentlemen of the Road è un buon romanzo.
È breve ma zeppo di azione.
È ben scritto.
Si riesce addirittura a sorvolare sul fastidioso atteggiamento snob di Chabon, che sembra volerci rassicurare che ok, è una storia d’avventura, ma ha anche un grande valore letterario.
È divertente.
Ma sarebbe infinitamente più divertente se non avessimo già letto tutto almeno tre volte – nelle storie di Fritz leiber, nei romanzi di George MacDonald Fraser, e nei racconti di Al Borak (e intanti altri) scritti da Bob Howard.
Per chi non ha mai affrontato prima questi temi e questo stile, l’esperienza deve essere esilarante.
Per chi c’è già stato, si vedono gli ingranaggi, ed il senso di deja-vu si fa snervante.

Per chiudere, due parole sull’edizione Sceptre – che si presenta con una copertina cartonata verde, nera e oro che richiama i vecchi romanzi d’avventura degli anni ’50, ed è arricchita dalle illustrazioni di Gary Gianni (già illustratore di Howard e di Mundy), che da sole valgono il prezzo di ammissione.

Il resto, è – per me – una specie di manuale.
Adventure for Dummies.

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Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

4 thoughts on “Ebrei con la spada

  1. Bel post, primo perchè ignoravo beatamente questa uscita di Chabon, secondo perchè mi ispira una serie di riflessioni.

    E’ già il secondo caso in pochissimo tempo di eroi ebrei, forti e avventurosi, dopo gli Inglorious Basterds di Tarantino. Mi spinge a chiedermi come mai, durante decenni in cui comunque gli ebrei erano parte importante dell’industria dell’intrattenimento americana (produttori, sceneggiatori, registi, scrittori e creatori di fumetti), solo adesso cominci a spuntare questa figura, rinunciando ai sempiterni eroi WASP.

    Mi sembra poi che tu sia un pò troppo duro con Chabon: il suo entusiasmo da “fanboy” mi sembra sincero e dichiarato (anche qui mi ricorda Tarantino), sa scrivere, non mi sembra che spacci queste storie di intrattenimento come capolavori.
    Credo che tu lo accusi di avere comunque la puzza sotto il naso, come se frequentasse i generi con lo stesso spirito con cui un aristocratico frequenta i bar dei bassifondi per ricavarne brividi a buon mercato.
    A pensarci bene, dopotutto, la sua operazione non è molto diversa da quella di Charles Ardai con Gabriel Hunt: non credo che le avventure di Hunt, a chi ha letto le storie di quel genere prodotte nei secoli scorsi, possano comunicare granchè quanto a freschezza.

    Ma non avendo letto nè questo Chabon, nè Ardai, mi rimetto alla clemenza della corte🙂

  2. La differenza fra Ardai e Chabon credo stia proprio in quella faccenda del “vero scrittore”.
    Ardai è un onesto e dignitoso autore di genere, e non mira ad altro che all’intrattenimento, Chabon si finge autore di genere (ed il lettore scafato se ne accorge), e mira a ridare dignità al pattume.
    L’operazione-nostalgia di Ardai appare quindi più fresca e meno elitaria di quella di Chabon – non ha grandi ambizioni letterarie, e pur restando un prodotto derivativo (Hunt è una specie di Doc Savage più simpatico e meno superoministico, un Dirk Pitt meno pirla) non lascia con l’impressione di essere una specie di Frankenstein costruito con pezzi riconoscibili di opere altrui.
    Poi, ripeto, Chabon scrive benissimo (ma non meglio di Vance o Leiber, per dire), e se non fosse così plateale nel suo prendere a piene mani da questo o quel titolo, sarebbe anche una piacevolissima lettura.

    Sulla predominanza di eroi ebrei (peraltro un punto fermo nel lavoro di Chabon) negli ultimi tempi, potrebbe trattarsi di un tentativo di sfuggire ai vecchi cliché – un po’ come il rabbino western di Gene Wilder in quel vecchio film…
    Oppure – e qui bisogna considerare com’è strutturata la cultura americana – essere un elemento di sorpresa e shock (benevolo, ci auguriamo) per il pubblico.

  3. Penso vi sia anche un problema di come si copia.

    Se proprio vogliamo dirla tutta anche Howard disse di essersi ispirato alla letteratura di cappa e spada, Salgari in primis se non erro, nel comporre Solomon Kane.

    Ma fra leggere di D’Artagnan o Sandokan e il puritano tenebroso ne passa comunque, vi è un serio lavoro di rielaborazione dell’eroe picaresco e dell’avventuriero di terre lontane. Si notano certi temi, ma non si grida al già visto.

  4. In Chabon la rielaborazione c’è ma è minima.
    La faccenda del fioretto del franco Zelikman – in anticipo di cinque secoli sulla realtà storica – è un esempio palese di questo rimanere troppo attaccati a certi modelli.
    Forse, come nel caso del cinema di Tarantino, c’è un certo autocompiacimento nel rendere palese il modello, nel giocare alla citazione per il gusto della citazione.
    Ma il rischio è quello di produrre un lavoro che è, di fatto, vuoto.

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