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ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Ho visto i raggi B

9 commenti

Dicono che io non mi occupi di fantascienza.https://i2.wp.com/bulk.destructoid.com/ul/93621-eight-terrible-things-that-pokemon-wrought/04-468x.jpg
Dicono che io mi occupi di “aspetti più popolari del fantastico” – qualsiasi cosa questo significhi (Harry Potter? I Teletubbies? X-Factor?) – anche se non tanto quanto Elvezio Sciallis.
Dicono anche – e da tempo – che sono snob ed elitario (e perciò quel riferimento al “popolare” mi manda ifuori dai gangheri) e che in fondo me la tiro – ma sono così in gamba che quasi non sembra.

OK, allora, maledette vipere, apriamo la settimana con un bel baraccone fantascientifico e vediamo nei commenti cosa ne viene fuori.
Non so, parliamo di Blade Runner

Un paio di notti or sono chiacchieravo con alcuni amici molto più ferrati di me in campo cinematografico, di questo e di quel fattoide.
Cinema di fantascienza, col permesso della corte.
Starcrash.
Marjoe Gortner.
Klaus Kinsky.
Rutger Hauer.
Roba di classe.
Ecco, la cosa nasce da qui: durante quella conversazione ho sostenuto erroneamente che il monologo finale di Blade Runner fosse farina del sacco improvvisatorio di Rutger Hauer.
Errore mio – almeno parte del dialogo, coi riferimenti ai bastioni di Orione (ma era shoulder of Orion, come si sente nell’originale) ed alle porte di Tannhäuser, era presente fin da prima nella sceneggiatura, ad opera di David Peoples.
Rutger Hauer si limitò a tagliare gran parte del dialogo scritto, e ad aggiungere quell’ultima frase, sulle lacrime nella pioggia.
Mica poco.

Ora, abbiamo ben chiaro di cosa stia parlando Roy Batty/Rutger Hauer?
Rileggiamoci il monologo.

Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi.
Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione,
E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser.
E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo…
come lacrime nella pioggia.
È tempo… di morire.

Eh?!
Navi da combattimento?
Orione?
Tannhäuser?
Cosa diavolo sono i raggi B (o i c-beams dell’originale)?
Noi di questo non abbiamo visto nulla, non abbiamo sentito nulla – pare roba presa da un episodio di Buck Rogers. A noi, per dirla tutta, c’ han parlato solo delle colonie extramondo, e da come ce ne han parlato non paiono neanche un granché.
È buio.
Piove.
Siamo su un tetto di un maledetto palazzone fatiscente in una città schifosa in cui non fa che piovere e l’aria si taglia col coltello (possiamo solo immaginare il fetore).
I raggi B?!

Stiamo guardando lo stesso film riguardo al quale Roger Ebert scrisse

The movie creates a vision of Los Angeles, circa 2020, which is as original and memorable as such other future worlds as Fritz Lang’s “Metropolis” (1926) or Lucas’s “Star Wars” (1977) planets. Unimaginable skyscrapers tower over streets that are clotted with humanity; around the skirts of the billion-dollar towers, the city at ground level looks like a Third World bazaar.

Ecco!
Un bazar del terzo mondo.
Altro che raggi B!
Insomma, il monologo finale di Blade Runner, forse la scena più famosa del film, non c’entra granché col mondo che Scott (ed i suoi sceneggiatori) hanno tratto dal romanzo di Philip K. Dick.
Nessuno dei luoghi o degli eventi riferiti viene citato né prima né dopo nel film (né, tantomeno, nel romanzo), il che porta il compilatore di Wkipedia ad osservare che

Il carattere enigmatico ed enfatico della frase ha forse contribuito a imprimerla nella memoria degli spettatori. La frase venne usata nella pubblicità del film al suo primo passaggio televisivo, ed è stata oggetto di innumerevoli citazioni e parodie

Ecco, quessta frase enigmatica ed enfatica mi ha ronzato in testa per tutta la notte, dopo la mia chiacchierata notturna su questioni cinematografice e fantascientifiche.
E poi ho visto la luce.
Ora non posso affermare che fossero davvero i raggi B che balenavano nel buio vicino alle porte di Tannhäuser, naturalmente.
E non c’è alcuna garanzia del fatto che questa interpretazione possa avere qualche senso per chiunque altro, poiché qui siamo nel regno delle personali epifanie cinematografiche, e vale la regola dell’ognun per se e Dio per tutti.

Non starò a tediarvi col fatto che la spalla di Orione possa essere solo Betelgeuse o – più appropriatamente – Bellatrix (la donna guerriera – il posto giusto dove cercare navi da battaglia), o che Tannhäuser, che non mi risulta essere un asteroide e certo non è una stella o una costellazione, potrebbe essere una struttura artificiale in orbita attorno a Venere o, più in sintonia con la vibrazione che mi viene trasmessa dall’intero monologo, un pianeta Venus-like in qualche sistema stellare non identificato.
Un pianeta attorno al quale orbita magari un portale di balzo o un wormhole, the Tannhäuser Gate.
Bello liscio.
L’utilizzo di una gate-technology per spostarsi nella galassia ignorando il limite costituito dalla velocità della luce spiegherebbe come una creatura con quattro anni di vita come Batty sia riuscita ad arrivare sulla Terra dalle fantomatiche “colonie extramondo” trovando anche il tempo per fare qualche foto turistica ai bastioni di Orione (640 anni luce, se si tratta di Betelgeuse) ed una tappa per vedere i raggi B attorno a Tannhäuser (ovunque si trovi).[1]

Tutto questo è assolutamente meraviglioso, naturalmente, ma non mi interessa.
Anzi, no, sto mentendo – mi interessa, e mi interessa proprio perché è assolutamente meraviglioso.
È come se per un istante, alla morte di Ray Batty, la vecchia, sgargiante, semplicemente complicata fantascienza dei pulp, quella di Jack Williamson e di Edmond Hamilton, e Leigh Bracket e tutti gli altri, quella fantascienza fatta di navi da combattimento in fiamme e pianeti dai nomi improbabili, di viaggi di migliaia di anni luce in poche settimane… è come se quella fantascienza meravigliosa e colorata eruttasse improvvisamente nel futuro noir e amarissimo di Blade Runner.
Io ne ho viste di cose, dice lui.
Già.
Batty ha visto un universo molto diverso da questa schifosa città soffocata dalla pioggia nella quale gli tocca morire.
Batty ha visto che le anonime “colonie extramondo” della propaganda sono posti con nomi improbabili come Tannhäuser, presso i cancelli dei quali balenano nel buio i raggi B.
Se il noir di Blade Runner è la negazione del meraviglioso e del sense of wonder della fantascienza classica – ed infatti la pellicola viene posta all’origine dell’allora nascente movimento cyberpunk – il monologo di Blatty, da solo, ne mina alla base le premesse.
Ed ha un suo dannato senso, io credo, anche come rivalsa del moribondo Batty verso il basitissimo Rick Deckard.
Io ne ho viste di cose.
Batty ha visto che questa squallida città fatta di smog e pioggia e folle senza volto non è la realtà, ma solo una sua istanza particolarmente squallida.
C’è un sacco di altra roba, là fuori.
Ed è assolutamente meravigliosa.
Batty ha visto che l’universo è meglio.

Rick Deckard non lo capisce, o non lo capisce completamente – ha altre cose per la testa, le sue considerazioni riflettono le sue preoccupazioni.

I don’t know why he saved my life. Maybe in those last moments he loved life more than he ever had before. Not just his life – anybody’s life; my life. All he’d wanted were the same answers the rest of us want. Where did I come from? Where am I going? How long have I got? All I could do was sit there and watch him die.

Batty muore con la consapevolezza che il suo universo è meglio di quello di Deckard [ancora Ebert]

with its permanent dark cloud of smog, its billboards hundreds of feet high, its street poverty living side by side with incredible wealth

Ora, naturalmente, è altamente probabile che io abbia completamente frainteso.
O meglio, forse ho ecceduto nell’esercitare il mio diritto di spettatore di interpretare l’opera altrui secondo le mie sensibilità, le mie passioni, le mie necessità, le mie preoccupazioni.
Ho dato un significato a parole che un significato non avevano, ma semplicemente “suonavano” bene quando Peoples le mise sulla pagina, ed alle quali Rutger Hauer diede un’enfasi ed una ambiguità straordinaria.
Forse sto attribuendo un significato a suoni privi di significato, come sosteneva il gatto Shamisen (ma quella è un’altra storia).
Insomma, non posso garantire, alla fine di questa storia, che la mia interpretazione sia corretta, e che davvero la fantascienza classica, la buona vecchia sana space opera, si prenda in ultimo una rivincita sul nascente cyberpunk, irrompendo sulla scena grazie ai buoni auspici di David Peoples e Rutger Hauer.
Ma è la mia storia, e a me piace così.

[1] – sì, manica di cinici bastardi, ho preso in considerazione naturalmente l’ipotesi che si tratti di memorie fittizie impiantate in Roy Batty – esattamente come l’infanzia fasulla di Rachel.
Ma vedete, anche così, non cambia assolutamente nulla.
Perché se si tratta di una memoria impiantata e non di una realtà fattuale, allora il monologo di Roy batty è il miglior apologo dell’immaginazione come strumento di salvezza personale che esista, a parte forse il finale di Brazil.
Bello liscio.

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Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

9 thoughts on “Ho visto i raggi B

  1. Ottima interpretazione che condivido.
    Ho sempre considerato quel monologo come splendido evento a se stante, non necessariamente collegato al film.

    Ah, i raggi B si chiamano così appunto perché B-alenano, sono il metodo di propulsione usuale delle cosmomegattere…

  2. Uno dei pregi, almeno dal mio punto di vista, di Blade Runner è che è un film basato soprattutto sul non detto. E’ un film che lascia moltissimo spazio allo spettatore, alle sue intuizioni, insomma, uno di queelle rare pellicole che non ti presenta la pappa pronta; il che a volte è rischioso, perché se rimani troppo sul criptico potresti finire per creare una massa indistinta tale da generare solo confusione, anziché curiosità, come invece fa Blade Runner, appunto. Penso anche alla famosa questione se Deckard sia anche lui un replicante o meno. Certo, magari se la risposta fosse stata spiattellata apertamente ci si sarebbe trovati di fronte a un bel finale a sorpresa, ma di certo Blade Runner sarebbe stato un film diverso, forse più pop; perché dopotutto anche Blade Runner un po’ snob lo è come pellicola.

  3. Anche per me è la “meraviglia” il motivo per cui quella frase c’è rimasta in testa, negli occhi (e nel cuore).
    Perché quella frase è altrettanto improbabile della bianca colomba che spicca il volo dalle mani di Batty, è l’improvvisa meravigliosa irruzione del fantastico nel grigio umido squallore della vita intorno al Bradbury Building alla metà del XXI secolo.

    È talmente improbabile da dover essere vera per forza.
    L’ultimo appiglio per il povero Deckard (e per lo spettatore che lo accopmpagna). Da aggrapparcisi come a una disperata speranza.

    (non è male, per una volta, sentirti parlare di fantascienza! :-P)

  4. Adoro queste oziose riflessioni sulla più piovosa, lenta e inarrivabile opera di sci-fi cinematografico… specie in un piovoso, lento (e, purtroppo, non inarrivabile) lunedì mattina come questo.
    Se ci fosse una colonia extramondo, oggi non mi spiacerebbe dargli un’occhiatina.

  5. Il pezzo piu’ poetico del film (che lascia intuire cio’ che non viene espresso. Percio’ si ricorda di piu’…

  6. Bella analisi che condivido in toto.Pensai qualcosa di simile una delle ultime volte che vidi il film,la forza del monologo viene anche da come stride con il tono del resto della pellicola;è come se Roy tendesse disperatamente, per l’ultima volta, verso un mondo che ha lasciato o che non c’è più.La prima volta che vidi Blade Runner, a 13 anni, pur avendoci capito poco,ammetto che ci scappo la lacrimuccia.Comunque si, è puro Sense of Wonder (adoro quest’espressione).

  7. applausi.

    Il monologo di Roy Batty è per Deckard e per me l’affermazione che una fuga al di fuori delle giornate che viviamo, della città in cui siamo immersi, è possible. Per questo è così semplice credere alle sue parole.

    Le parole di Deckard lo dimostrano. Ed e’ anche il motivo per cui, e mi dispiace per Ridley Scott, la prima versione del film, con tanto di racconto fuoricampo, avrà sempre un posto speciale nello scaffale delle 3 versioni pubblicate (a scopo commerciale)

  8. Roy Batty era un replicante destinato alla guerra e al combattimento. I suoi ricordi, veri o innestati che fossero, non erano necessariamente riferiti a situazioni belle o migliori della squallida Los Angeles di Deckard. L’ istinto, la sua voglia di continuare a vivere e la paura di morire e non esistere più lo faceva rimpiangere anche i momenti più atroci della sua esistenza di schiavo.

  9. Il monologo è bellissimo, e a me la lacrimuccia scappa tutt’ora, ma per dissacrare un po’ la cosa propongo una diversa interpretazione della scena:

    Voi poveri pirla ci create strafighi, ci mandate in culo ai lupi a combattere le vostre guerre, dove in realtà vediamo spettacoli stupendi e gnocche da paura. Poi però ci scade la garanzia e non siete neanche in grado di scaricarci le foto col cavetto usb, e vi stupite se siamo incazzati come faine.
    Adesso che sto per fare la fine dell’orsacchiotto che non ha la duracell mi rendo conto di quanto siate veramente sfigati, a vivere in un posto schifoso come questo, dove piove sempre, fa freddo e siete infestati dai colombi, che Milano a Gennaio pare i Caraibi. Dunque non ti uccido e ti salvo anche, che sopravvivere qui è peggio che la morte. E in più lascio anche libero questo piccione che se va bene ti caga sulla macchina. To’!

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