strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Il sapore delle ceneri

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Ho contemplato il cuore morto di una civiltà condannata.
E per farlo non mi sono recato a Ponape, non mi sono aperto la strada nella giungla del Sudest Asiatico fino alle rovine di Angkor, né sono sceso con una batisfera fra le colonne mozzate di Atlantide.
No, mister Lovecraft, non è stato necessario visitare né le catacombe della Tolemaide né i castelli della Renania sotto la luna, per incontrare l’orrore.
Il Basso Monferrato è stato più che sufficiente.
Mi è bastato recarmi in un certo caffé, di una certa cittadina poco distante da dove siedo ora alla tastiera, un luogo amichevole nel quale cercare una tazza di cioccolata calda per scacciare il freddo di questi giorni sotto la neve.

Il locale espone la locandina della Mostra di Torino.
Gli habitues dimostrano una certa curiosità – ed io sono dannatamente orgoglioso di ciò che abbiamo fatto, e spiego come ci siamo arrivati.
Il desiderio di Raffaele Mondazzi di mettere ordine nella collezione di suo zio.
L’entusiasmo delle studiose della Ukiyo-e Society.
L’idea di mettere in piedi una mostra.
Il riunirsi della nostra stramba compagine, le esitazioni iniziali, la delineatura di un progetto, la deslusione riservataci dalle istituzioni.
E poi il finanziamento della Japan Foundation, e la conclusione che a parte ciò, Bambole, non c’è una lira!, e che toccherà lavorare di gambe, e di testa, per mettere tutto insieme.
Gli sponsor.
I supporter.
L’esposizione di Mondovì, gli articoli su Porti di Magnin.
L’Accademia Albertina che ci ospita.
L’editore che ci stampa il catalogo.
Il caffé gratis per tutti i partecipanti (paga Costadoro).
Il sito web tutto free ed open source.
La fitta rete di contatti, di mail, lettere, pacchi postali…
Gli artisti contemporanei.
Gli ospiti.
E poi i trenta giorni di esposizione.
La sera dell’inaugurazione.
La calata dei blogger.
La settimana di fuoco del convegno…

Un tizio mi ride in faccia.
Avrà settannt’anni, ben vestito, beve un caffé ristrettissimo con una correzione a parte.
Un branco di idioti, dice – io, gli altri curatori, gli sponsor, i supporter, i fiancheggiatori, i complici, probabilmente anche i visitatori.
Una manica di perdenti senza speranza, tutti coglioni.
Cosa ci abbiamo guadagnato, a correre in questo modo, a darci tanto da fare?
Neanche cento euro per quelli che hanno fatto da autiosti da e per l’aeroporto… non un rimborso, non un guadagno.
E allora a cosa è servito tutta questa fatica, tutto questo lavoro?A permettere a qualche disegnatore di fumetti di farsi un weekend pagato a Torino.
Avremmo dovuto mettere i biglietti a cinque euro, non fare entrare la gente gratis.
A sette euro… con le preventivate diecimila visite, con un biglietto a otto-nove euro avremmo avuto in cassa un bel gruzzoletto.
E invece?A lavorare come somari per niente!
Che gruppo di fessi!

I francesi chiamano esprit de l’escalier la risposta giusta, ironica e tagliente, che ti viene quando ormai sei per le scale, e quello al quale avresti voluto rispondere è ormai lontano.
Fuori dal caffé, sotto la neve, lo spirito delle scale mi illumina dicendomi che l’unica risposta giusta sarebbe stata una sediata di traverso sulla schiena all’imbecille.
Dentro al caffé, invece, ho cercato di spiegare.
Ho cercato di spiegare a questo povero infelice la sensazione che si prova a fare qualcosa di grande, e basta.
Ho cercato di spiegargli che una delle cose fantastiche di questo progetto è stata la quantità di talento e buona volontà messi sul tavolo da tutti (ne parleremo ancora) per creare qualcosa di bello.
Ho cercato addirittura di spiegargli che si tratat di quello che gli americani chiamavano skunkworks, e che così sono stati creati i post-it e la corvette, e il Classic Mac e il Rover marziano, e la Vespa…
Ho appena accennato al futuro, alla possibilità di collaborare, al networking, alla rete di contatti, alle tante persone che ho visto felici per essere alla mostra, per poter ascoltare un certo contributo al convegno, per la possibilità di …
Ma è stato inutile.
L’unico criterio, l’unico parametro, l’unico valore di questa generazione di sconfitti è il maledetto quattrino.
Il denaro ha controllato e guidato la loro esistenza – le loro scelte politiche, le loro vedute morali, le loro pratiche sociali.
E per riflesso, ha determinato il destino della civiltà di cui erano portatori.
La nostra.
Ed a queste persone non interessano le possibilità, le opportunità, le parole americane o la felicità, a meno di non poter mettere su ciascuna di esse un’etichetta con un numero, seguito dal simbolo di euro.
E chi non la pensa come loro, che vada all’inferno.
Fossero anche i loro figli.

Strana cosa, lo spirito delle scale.
Perché mentre da una parte vorrei sfasciare una sedia sul groppone di questo omuncolo, dall’altra – forse perché ho letto troppi testi taoisti – mi vengono in mente un sacco di altre cose.
Che “vincere”, nel dialetto di queste parti, si dice “guadagné”, guadagnare.
E che poi, a ben guardare, il mio desiderio di infliggere del dolore fisico a quest’uomo, nella maniera più spettacolare, si potrebbe dire in un’altra maniera.
Fargliela pagare.
E mi fa rabbrividire.

Avrei dovuto parlargli si altre cose.
Ascolta, avrei dovuto dirgli, posa la tua tazzina di caffé e prova ad immaginare un mondo, un mondo intero, coperto di persone, sei, sette miliardi di persone, ciascuno solo e scontento, impegnato a lavorare e riprodursi, per un’aspettativa di vita di settanta o ottant’anni, la maggior parte dei quali spesi a produrre oggetti da acquistare col denaro ricevuto per aver prodotto oggetti da acquistare col denaro ricevuto per aver prodotto oggetti da acquistare, e così avanti per generazioni e generazioni, migliaia di miliardi di vite spese a fare niente di grande, niente di bello, niente di unico, niente di importante.
Pensa a questo, avrei dovuto dirgli, e prova a misurarlo in denaro, se ci riesci, imbecille.
E poi gli avrei dovuto sfasciare una sedia sul groppone.

Ma è doppiamente inutile, comunque, lo spirito delle scale.
L’uomo lascia il caffé prima di me.
È tardi, stasera c’è la partita.
Miliardari che giocano.
E lui, poveraccio, programmato per eccitarsi guardandoli.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

16 thoughts on “Il sapore delle ceneri

  1. “Ascolta, avrei dovuto dirgli, posa la tua tazzina di caffé e prova ad immaginare un mondo, un mondo intero, coperto di persone, sei, sette miliardi di persone, ciascuno solo e scontento, impegnato a lavorare e riprodursi, per un’aspettativa di vita di settanta o ottant’anni, la maggior parte dei quali spesi a produrre oggetti da acquistare col denaro ricevuto per aver prodotto oggetti da acquistare col denaro ricevuto per aver prodotto oggetti da acquistare, e così avanti per generazioni e generazioni, migliaia di miliardi di vite spese a fare niente di grande, niente di bello, niente di unico, niente di importante.”

    Bellissimo e VERISSIMO.
    Lieto di non essere l’unico a vedere le cose così.
    Durerà sì e no dieci minuti, ma per adesso mi sento un po’ meno solo.

  2. Lavorare per gli altri senza aspettarsi un tornaconto. Se tutto il mondo fosse cosi’ sarebbe un posto migliore. Hai la stima di molte persone, non ti serve quella di un babbeo qualunque. La gente che ha girato la mostra ti avrebbe ringraziato (e forse qualuno lo ha fatto), ed e’ per quelli che lo hai fatto, no?

  3. Avete realizzato una cosa molto bella e gran parte di quella bellezza è dovuta anche e proprio alla passione che trascende, supera – e talvolta persino ignora – il denaro e il “guadagno”. Ancora ti/vi ringrazio per la bella mostra, per le spiegazioni, per avere aperto un pochino di più le porte della mia curiosità e del mio interesse verso mondi affascinanti e, ora, grazie a te/voi, un po’ meno lontani.
    Il piemontese ahimé non contempla nemmeno il verbo “amare”, se è per questo…
    Non mi si fraintenda, amo il Piemonte che mi ha adottato e amo i piemontesi, quei pochi rimasti.
    Un caro saluto.

  4. Penso che tutte le persone “straordinarie” abbiano vissuto e vivono quello che hai espresso tu così magistralmente in questo post. Non mollare mai Davide (anche perché non hai altra scelta che “essere te stesso).

    (Quella della sediata sul groppone dopo un bel “discorsetto” è davvero forte).

  5. Ciò che mi urta e mi sorprende, in effetti, non è la questione Mostre – ciò che è stato fatto è stato fatto, e nessunopotrà mai togliere ai partecipanti la soddisfazione.
    È piuttosto questo ostinato, tragico attaccamento ad un modello di interpretazione della realtà che è – palesemente – in bancarotta.
    Ed esasperato al punto che non solo chi se ne fa proponente imposta la propria vita sulla base di esso (che fin lì, a ciascuno la sua filosofia), ma pretenderebbe di impiorlo anche a coloro che, palesemente, ottengono buoni risultati seguendo una via diversa.
    È una specie di totalitarismo della grettezza che non mi pare abbia fatto granché bene alla nostra cultura…

  6. Forse sei ancora in tempo! Facciamo così: tu rintracci l’omuncolo, io carico la macchina di sedie (mica quelle da osteria però, che si sfasciano con uno schiaffo) e ti porto le munizioni. In barba ai francesi e a tutte le loro scale!

  7. Non credo servirebbe – al di sopra del dolore fisico, quello ci rinfaccerebbe quanto abbiamo speso in mobilio solo per fargli del male.
    No, credo che certa gente il proprio inferno se lo crei quotidianamente e se lo goda fino in fondo.
    Se solo evitassero ditirarci dentro anche gli altri…
    (o di provarci, per lo meno).

  8. Hum, io non sarei così duro – ho uno di questi vecchietti in casa, il suo orizzonte mai oltre le meschine mille lire, cercando di fregare il mondo.
    A settant’anni suonati, sta debolmente captando che forse s’è fregato una vita. (non solo la sua, ma vabbè, stiamo a guardare i dettagli…)

    Dicevo: Io non sarei così duro.
    C’è una legnosa onestà intellettuale, in questi furbacchioni da bar.
    Squallidi, ma coerenti nella loro pochezza.
    Ti fanno venire il magone, mandi giù, e finita lì.
    Anche perché, non li troverai mai tra i piedi, quando organizzi qualcosa.

    Preferibili a certi personaggi che in pubblico blaterano di Grandi Iniziative Per Il Bene Dell’Umanità (tutto maiuscolo) e poi ti tirano da parte e ti offrono metà della cresta che fanno sui rimborsi se li aiuti.
    Son questi personaggi, che non mollano mai e li trovi sempre tra i piedi, che dovrebbero far venire voglia di ingrassare il fatturato dei mobilifici.

    Piuttosto – ‘sta cosa dell’epicentro di una civiltà morente è da far notare al Gatti. Si lamenta della difficoltà a fare fantascienza.
    Nel bar monferrino l’utopia dell’umanità migliore si sgretola al bancone, e come fai a fare distopia sulle mille lire? Dai, è squallido.
    Mi sembra un discorso da approfondire.

  9. Ah, quelli che ti offrono metà del bottino se ti fingi buono insieme a loro!
    Li abbiamo incontrati, e li abbiamo scansati – più per ingenuità che per saggezza, credo – mentre montavamo la mostra.
    Concordo, sono peggio, molto peggio.
    Ma si tratta poi solo dell’espressione attiva di quella cultura che ha creato i vecchietti passivi e gretti di cui sopra.

    Il Gatti di qui ci passa, o così mi dice, di quando in quando.
    Perciò lo considero informato.
    E poi, vivendo sul teritorio, credo abbia esperienzedi prima manoben più significative delle mie.

  10. Un post da antologia Davide, complimenti. Fa riflettere. E molto. Sulle malattie della società in cui viviamo, sull’egoismo e sulla stupidità delle persone, sul “valore” che viene dato al denaro, e su tante altre cose. Grazie.

    Pietro

  11. Davide volevo dirti che mi devi ancora quei 100 euro per aver organizzato la salita dei blogger e anche 300 auro perché sono rimasto traumatizzato dalla bellezza delle tavole poi altri 150 perché faceva freddo e ora ho una sindrome della paura del freddo e infine ovviamente non dimentichiamo i 750 che mi devi per tutte le ispirazioni dei post, quelli hanno cubato di interessi poi comunque ti senti con il mio avvocato io accetto anche rateizzazioni…

    Niente sediate, più rispetto per le sedie…

  12. volevo dire 300 euro, non auro.
    Mi devi altri 100 perché scrivendo “auro” invece di euro ora tutti pensano che io sia un innalfabeta ed è colpa del tuo blog.

  13. Posso pagarti in libri usati.
    Io denaro non ne maneggio più.

    E non preoccuparti per i refusi – sono un tratto distintivo di questo blog.

  14. Devo ammettere che dopo tale entusiasmante rappresentazione anche a me sarebbe scappato un -Ma almeno 5 euro a biglietto potevate farlo pagare.- poi avrei finito la mia vodka e avrei aggiunto -Ah ma c’è la partita… saluti.-
    Eppure, che Nyarlathotep me ne sia testimose, trovo tale operazione giusta, lodevole, da vedere e mi sarebbe piaciuto esserci.

  15. Secondo me la sediata è tutta fatica sprecata anzi, rischi pure uno strappo alla schiena e poi voglio vederti a smontare la mostra.

    Di solito in questi casi sono molto più efficaci:
    a) la risposta apocalittica: “ha ragione, è un vero disastro, allucinante” che solitamente lascia senza parole il vecchiaccio del caso;
    b) il teppismo assortito “lei non sa un cazzo, non capisce un cazzo, vada a farsi dare nel culo, vita di merda” condito da spruzzate di saliva ad libitum – anche se no, in effetti non ti ci vedo proprio 🙂
    c) l’amore cosmico: “venga a fare un giro, che glielo mostro io il nostro lavoro” che può sortire effetti davvero sorprendenti.

    Ma mai, dico MAI, mostrare amarezza o sconforto. La miglior risposta al cinismo del mondo è una bella risata contenta in faccia all’omuncolo di turno.

  16. Iguana, sei ufficialmente il mio idolo.
    Per lo meno per la settimana entrante.

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