strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Travis McGee

2 commenti

Fra i molti autori pulp che popolano il mio scaffale, io credo, solo John D. MacDonald (il leggendario autore di Cape Fear), ha goduto nel corso degli anni, da una parte, dell’ammirazione dichiarata di personaggi disparati quali Kurt Vonnegut, John Saul, Elmore Leonard e Spider Robinson (per citarne alcuni) e dall’altra, presso il pubblico, del ruolo di guru, di improbabile maitre a penser.

Autore estremamente prolifico, John D. MacDonald deve la propria fama sostanzialmente ad un personaggio, quel Travis McGee che nel corso di vent’anni e ventuno romanzi divenne una sorta di alter ego dell’autore.
L’uomo che disse

The early bird who catches the worm works for someone who comes in late and owns the worm farm.

Un tipo da spiaggia, con una chiatta come casa ed una improbabilissima Rolls Royce adattata a pickup come vettura, McGee è uno specialista in recuperi – non importa cosa voi abbiate perduto, lui lo ritroverà, e convincerà chi ora lo possiede a restituirvelo.
In via confidenziale.
Non serve implicare la polizia.
Il tutto, per un cinquanta per cento del valore recuperato, detratte le spese.
Se dovesse andar male, le spese sono a carico di McGee.

. . . if X has something valuable and Y comes along and takes it away from him, and there is absolutely no way in the world X can ever get it back, then you come in and make a deal with X to get it back, and keep half. Then you just . . . live on that until it starts to run out.

Non esattamente hard-boiled, non proprio noir.
Leggere le investigazioni di Travis McGee è un gran divertimento, un solido stimolo intellettuale, ma anche una specie di corso accelerato in filosofia spicciola.
E anche qualcosa di più.
C’è, nei romanzi di MacDonald, uno sguardo critico (ma non necessariamente cinico)  all’America che cambia – la Playboy generation dei primi romanzi lascia spazio all’America della Beatlemania e della controcultura, per poi spostarsi verso i confusi anni ’70, ed affacciarsi appena ai sordidi anni ’80.
Cambia l’America ma non cambia McGee – perché MacDonald non cambia.
Ed il filtro, perciò, rimane lo stesso – permettendoci confronti e riflessioni che altri cicli narrativi più seri non riescono a garantire.

Mi piacciono i romanzi di Travis McGee.
L’ho detto e l’ho ridetto.
li ho letti malamente, in una dozzina di formati diversi.
Ne ho la serie completa, in formato ebook, sull’hartd disk del mio netbook, per i momenti di sconforto quando sono on the road.
Ho anche visto (male) i due film basati sui lavori di MacDonald – mediocri.
Aspetto con una certa ansia il prossimo –  che dovrebbe uscire nel 2011.
E negli ultimi mesi ho avuto spesso voglia di rileggermeli come si deve.
Con calma.
In originale.
Nell’ordine in cui sono stati scritti.

Dev’essere stato il trasloco, lo spostarsi in campagna, con ritmi più calmi, con progetti ed attività più plastici, più nebulosi.
Lo dicevo qualche post addietro – non sarebbe poi male, vivere come Travis McGee, godendosi la pensione unpezzo alla volta invece di spaccarsi la schiena per quarant’anni e poi avere un sacco di tempo libero quando non si ha più il fisico per farci qualcosa di divertente.

E così, ecco il progetto per il 2011 – rileggere in ordine tutti i romanzi di Travis McGee, da The Deep Blue Good-by (1964) a The Lonely Silver Rain (1984), in originale, nell’ordine in cui sono stati scritti.
Ramazzando al contempo un po’ di letteratura a riguardo – qualche articolo, qualche metatesto.
E farci un post.
Uno per ciascuno.
Con idee, riflessioni, un po’ di critica, qualche link…
Cercare di capire com’è che in quarantasei anni questo ciclo di romanzi pulp non è mai andato fuori stampa, com’è che ha venduto 33 milioni di copie.

Sarà divertente.
Un corso di filosofia spicciola.
Forse un corso di scrittura.
Certo un modo maledettamente buono di passare il tempo fra un lavoro e l’altro.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

2 thoughts on “Travis McGee

  1. Ottimo proponimento, io ne ho letti solo 2 (Purple place for dying e Darker than Amber), il primo mi lasciò tiepido, il secondo mi piacque moltissimo. Sull’onda di questo, adesso cerco sempre, negli ordini di paperback usati, di inserire un Travis McGee “a contorno”.
    Grande personaggio, davvero originale.
    Come casting, comunque, meglio Sam Elliott che Leonardo Di Caprio…
    Leggerò volentieri tutti i post di questa rilettura.

  2. Concordo su Sam Elliott.
    Al film col Di caprio non voglio pensare – buon attore, certo, ma clamorosamente fuori parte.

    Riguardo alla prima impressione – la prima volta che lessi Deep-blue Goodbye, mi lasciò abbastanza infastidito.
    Lo sto rileggendo ora, e mi pare molto più bilanciato e accettabile di quanto non mi parve al primo giro.
    Sarà che sono invecchiato…

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