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The Deep-Blue Goodbye

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Scoprii Travis McGee tramite il mio buon amico Mark McFadden, che per John D. MacDonald aveva una seria venerazione.
Conoscevo MacDonald come l’autore di Cape Fear – il Promontorio della Paura, uno dei grandi classici del thriller noir cinematigrafico, ma sapevo poco o nulla di McGee.
Era la fine degli anni ’90.
Mi procurai una copia di The Deep Blue Goodbye, e la trovai assolutamente illeggibile.

I miei gusti, in termini di poliziesco hard-boiled, andavano verso Raymond Chandler e soprattutto, apartire dal 1992, Robert Crais.
Fu proprio perché mi piacevano le storie di Cole & Pike scritte da Crais che Mark mi consigliò Travis McGee.
Oltre le copertine sgargianti della Gold Medal, mi disse, oltre le trame poliziesche (peraltro solidissime), c’era dell’altro.
C’era una voce originale.
C’erano delle perle di saggezza.
Di quella vera.

Mark McFadden di rado sbagliava una valutazione.
Non quando c’erano in ballo delle questioni letterarie.

Ripresi perciò in mano il romanzo che avevo trovato illeggibile.

Ciò che segue, una decina di anni dopo, è una serie di note relative alla rilettura di quel primo titolo nella serie di Travis McGee, parte di un progetto un po’ fatuo, che consiste nel (ri)leggere tutti e 21 i romanzi di McGee in originale, nell’ordine in cui vennero scritti, nell’arco di quest’anno.
Mi piacerebbe chiudere l’ultimo romanzo della serie, The Lonely Silver Rain, il 23 ottobre 2010, per motivi che, se dovesse succedere, spiegherò a suo tempo.

Farò un post a parte, con calma, su John D. MacDonald.
Basti al momento ribadire che questo autore torreggia come un gigante fra gli autori di narrativa popolare del secolo scorso, e vanta ammiratori che vanno dai più biechi pennivendoli ad artisti eccelsi.
John D. MacDonald fu un autore popolare e prolifico.
Travis McGee fu il suo personaggio più popolare – i romanzi della serie non sono mai stati fuori stampa, e dovrebbero viaggiare attualmente attorno ai 35 milioni dic opie vendute.

The Deep-Blue Goodbye (a volte riportato come The Deep Blue Good-by) è il primo titolo della serie.
Venne pubblicato nel 1964, quando MacDonald aveva già alle spalle una quarantina di titoli, quasi tutti “paperback originals” – narrativa popolare venduta direttamente in formato tascabile. Soprattutto gialli, ma anche qualche storia fantasy.

Negli Stati Uniti, il primo trimestre del 1964 vede il debutto di Travis McGee, ma anche dei Beatles – dei quali per la prima volta viene distribuito negli USA un LP – e del programma a quiz Jeopardy! (noi lo chiameremo Rischiatutto).
In Florida, a Miami Beach, Muhammad Alì (che si chiama ancora Cassius Clay) batte Sonny Listrom e diventa campione del mondo dei pesi massimi.
Sempre in Florida, a Fort Lauderdale, al molo 18 della Marina Bahia Mar, è ormeggiato il Busted Flush, la casa galleggiante in cui vive Travis McGee.

Sono gli ultimi anni della Playboy Generation – dalla rivista che, fondata nel 1953, è diventata l’icona e il simbolo di una certa cultura americana.
Scordatevi per un momento il fatto che voi la prendevate solo per vederci le donne nude.
Playboy promuove uno stile di vita – quello del moderno gaudente, attorniato di giovani donne nubili e disponibili, ben lubrificato di martini, ben imbottito di danaro, avvolto da una fragranza di Aqua Velva o di Old Spice, mentre in sottofondo suona una Bossa Nova, o un jazz sempre più cool.
Sono gli anni del Tiki bar, del mito dei mari del sud, della leggenda dello Scapolo.
Insieme con lo scapolo, altri personaggi iconici giungono sulla scena – il magnate o imprenditore, la coniglietta o party-girl, la hostess, la trophy-wife.
Sono anni di allegra licenza sessuale.
Las Vegas e Disneyland si espandono come due regni magici speculari.
Richard P. Feynman, fisico geniale, grande insegnante e premio Nobel, ha una cattedra a Rio de Janeiro, frequenta casinò e strip-club, scassina casseforti per passatempo, suona i bongos, balla il samba.
Sono i Playboy Years.
Poco importa che Malcolm X e Martin Luther King stiano infiammando gli animi.
Poco importa che la British Invasion sia alle porte, e che gli anni del flower power stiano per esplodere.
Nell’immaginario americano della middle class, il 1964 è ancora un anno in cui la festa impazza, giù all’imbarcadero.

In prima battuta, Travis McGee potrebbe sembrare un elemento perfettamente integrato in questa cultura.
Si descrive come “beach bum” (sfaccendato da spiaggia), ed ha deciso a suo tempo di godersi la pensione in comode rate, durante tutta la durata della sua vita, invece di incassarla tutta insieme quando sarà troppo vecchio per farci qualcosa di buono.
McGee è sfaccendato, scapolo, enfaticamente eterosessuale, beve e gioca d’azzardo, vive su una barca ed ha accesso ad un vasto campionario di giovani donne disponibilissime.
È qui, quando si arriva alle ragazze, che la voce di McGee assume una nota fuori dal coro, e ci segnala che il nostro nuovo amico non è, dopotutto, un superficiale party-animal…

Questi sono gli anni delle playmate, e se ne può dimostrare la fraudolenza. Si presume che la scena brulichi di conigliette adorabilmente amorali per le quali il sesso è un piacevole favore sociale. La nuova cultura. E sono in effetti presenti e disponibili, in quantità esaustiva, ma sono curiosamente insipide.

Cinico e moralista?
No.
In fondo a questo paragrafo, McGee ci informerà che

Ti amo si può dire solo in due modi.

Pragmaticamente, Travis McGee è un frequentatore della cultura dominante, non un suo membro attivo.
E se rimorchia una ragazza – per quanto insipida – di quando in quando, McGee ha altre aspirazioni, altri standard.
La sua personale visione del mondo esploderà quando si troverà a dover confrontare l’ipotesi di una vita “normale”…

“Non è uno spreco?”
“Uno spreco di cosa?”
“Di te! Mi pare degradante. Perdonami se te lo dico. Ho visto quei film africani. Il leone uccide la preda e poi gli animali più abili arrivano e ne arraffano un pezzo e corrono via. Sei brillante, Trav, e hai un buon intuito per le persone. E possiedi… il dono della tenerezza. E della simpatia. Potresti essere quasi qualsiasi cosa.”
“Naturalmente!” dissi, balzando in piedi e cominciando a fare avanti e indietro nel soggiorno. “Perché non ci ho pensato! Eccomi qui, a sciupare gli anni migliorin su questa chiatta schifosa, restando invischiato con donne allo sbando, quando potrei essere là fuori a cercare e sforzarmi. Chi sono io per rifiutare di mettermi a far rotolare la macina? Perché non mi preoccupo di avere un patrimonio e proteggerlo? Cribbio, donna, potrei fare un milione di dollari l’anno in assicurazioni sulla vita. Forse non è troppo tardi! Trovarmi una donnetta, e tutto il resto. Kiwanis, associazione genitori-insegnanti, raccolte di fondi, grigliate all’aperto, una scrivania pulita, e votare la lista giusta, sissignore. E poi, quando sarò diventato  anziano, potrò guardarmi indietro e…”

McGee, scopriamo fin dalle prime pagine, è un outsider che si guadagna da vivere in maniera originale e probabilmente non completamente legale.
È un esperto in recuperi – dice lui – nel senso che è in grado di convincere chi vi ha sottratto qualcosa a rendervelo.
Lui si terrà metà del valore dell’oggetto recuperato.
Ed è così che arriviamo al motore dell’azione.
Kathy Kerr, che lavora come ballerina per mantenere il figlioletto, è stata sedotta, ingannata e (presumibilmente) derubata.
L’oggetto rubato? Non si sa cosa sia.
Qualcosa che il padre di Kathy, durante la guerra, raccattò in maniera poco chiara mentre serviva oltremare e poi nascose da qualche parte per casa una volta tornato.
Il ladro è un certo Junior Allen.
Kathy vuole ciò che era suo, per poter provevdere all’educazione del figlio.

Junior Allen è lo scoglio sul quale andai a schiantarmi alla prima lettura del romanzo, tanti anni or sono.
Inizialmente delineato come un ribaldo approfitatore, ben presto si rivela una cratura dalle proporzioni mostruose – un sadico violento, con mai esplicitati elementi di devianza sessuale ed una passione per la corruzione degli innocenti.
Autentico villain da romanzo gotico, Junior Allen è l’elemento sul quale il romanzo si gioca la sua credibilità.
Se in prima battuta la vostra reazione davanti a questo sorridente mostro, capace inpoche settimane di distruggere la psiche di una donna adulta, tramutandola da persona “normale” a vittima sottomessa pronta ad ogni abiezione, è di franca incredulità, allora la storia si ferma qui.
Chiudete il romanzo, archiviate la serie.
Ma se proviamo a dare un minimo di credito a MacDonald, e gli lasciamo un minimo di margine, allora il suo trucco magico funziona, la storia ingrana la quinta e parte a razzo, e noi dobbiamno correre per starle dietro.

La sospensione dell’incredulità ci porta a ritrovare – grazie al lavoro di gambe di Travis McGee – il bieco Junir Allen nel suo ruolo di noveau riche, volgare ma amabile, con una grossa barca, abiti immacolati, un grosso rotolo di banconote.
La sua ultima efferatezza è consistita nel corrompere la mente ed il corpo della vedova Atkinson, colpevole di aver rifiutato le sue avances quando lui era un semplice benzinaio.
Da questo punto in avanti, il romanzo si muove su due binari.
Da una parte, McGee cerca – per pura decenza – di rimettere in sesto Lois Atkinson, recuperandola dall’incubo di psicosi e alcoolismo in cui è sprofondata.
Dall’altra, McGee riduce le distanze rispetto ad Allen, che ad ogni nuovo passo dell’indagine emerge comeun autentico pericolo sociale, un predatore perfettamente adattato al tipo di cultura nella quale si muove l’intera azione.
Junior Allen è, per il popolo di ragazze fatue e disponibili che allignano sulle spiagge della Florida, l’equivalente di Jack lo Squartatore a Whitechapel – motivato da una mente distorta e con un numero infinito di potenziali vittime a disposizione.
In questo, perde gran parte della sua implausibilità – e diventa ben più plausibile di tanti malvagi letterari, ben più terreno e “qualunque” di un Annibal Lecter.

È da notare che nel 1964 la nozione di serial killer non è ancora entrata nel lesisco poliziesco – ci vorranno ancora quindici anni.
Oggi, Junior Allen verrebbe sdoganato presso il lettore con un paio dipagine di psychobabble e la certificazione di un agente della FBI.
John D. MacDonald non ha a disposizione queste scorciatoie – nel suo mondo, nel 1964, un personaggio come Junior Allen è semplicemente un criminale, “a crook”; spaventoso ed inquietante, ma privo dell’alone semplificatore dato dall’etichetta di soggetto psicopatico.
Non potendo usare la stenografia di un’etichetta ancora di là da venire, l’autore ci mostra Allen in azione, suscitando in noi non solo una sana riprovazione morale, ma anche e soprattutto la paura del predatore.
Il confronto finale fra McGee e Allen, nel pieno della furia degli elementi, è uno dei duelli più disordinati ed antieroici della narrativa moderna.

Riletto nel 2010, The Deep Blue Goodbye è un buon romanzo, che offre un buon cast di personaggi delineati con poche frasi ed un’azione senza momenti di morta.
Molte delle osservazioni di McGee sul suo mondo rimangono valide – e suonano a volte profetiche filtrate attraverso quarantasei anni di storia.
Il finale è singolarmente in chiave minore, triste, quasi malinconico.
McGee potrebbe fermarsi qui, essere il protagonista eccentrico di un romanzo stand-alone, uno dei tanti usciti dalla macchinaper scrivere di John D. MacDonald.
Non andrà così.
Il successo del primo titolo è sufficiente a garantire l’uscita di altri tre romanzi nel 1964.
Prossima fermata – Nightmare in Pink.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

4 thoughts on “The Deep-Blue Goodbye

  1. Bel pezzo, che è insieme recensione e affresco di un periodo. Di mio, aggiungo che forse dopo il 22 novembre 1963 un pò di voglia di far festa se ne doveva essere necessariamente andata. Quanta, è difficile a dirsi.

  2. Ottima osservazione – grazie.
    In effetti, il sogno sembra cominciare a mostrare alcune crepe.
    MacDonald si limita a rilevarne la presenza con un maggiore anticipo rispetto a alla media.
    Camelot è finita.

  3. Hello! defacge interesting defacge site!

  4. Pingback: La signora è un cadavere | strategie evolutive

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