strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Scrivere per vivere

17 commenti

Avrei voluto scrivere parte di quanto segue come commento all’ultimo post di Elvezio Sciallis su Malpertuis.
Andate a leggerlo, che è interessante.

Fatto?

OK, avrei voluto commentare, ma i commenti non erano consentiti.
E allora, visto che le cose stavano così, riporto qui di seguito le mie considerazioni – e per una volta non dovrò pagare la solita tariffa standard per aver fatto un post a partire da un’idea di Elvezio.
Perché puoi chiudere i commenti al blog, ma non puoi fermare il segnale.

Non ci sono più costi di carta, fotocopie, spedizioni e altro ancora. E si raggiunge un numero di persone infinitamente più vasto.
Si possono davvero diffondere in maniera del tutto gratuita il proprio pensiero e le proprie narrazioni.
E il mio iniziale, grande timore, è andato svanendo con il tempo.
Temevo, con questo tipo di diffusione, una grande dispersione dei contenuti validi in mezzo a una mare di contenuti di scarso interesse.
Questo per fortuna non è vero, perlomeno non per il sottoscritto.
I blog e le e-zine scadenti ormai si notano a un esame anche poco approfondito, le togli dai preferiti e dai feed e via andare in due secondi, non esistono più.
Sono sicuro che anche buona parte dei miei lettori sappia comportarsi in questa maniera.
Diffusione gratuita, quindi.

Il discorso di Elvezio è ineccepibile.
La sua scelta personale è ampiamente motivata e, che sia condividsa o meno, non può che essere rispettata.
C’è una sola cosa che stride, e stride malamente, al mio orecchio ipersensibile, nel lungo post di Elvezio.

la via scelta da me non è migliore di quella scelta da uno scrittore che vuole farsi pagare, solo diversa.

Quel vuol farsi pagare gratta sui miei nervi come unamano artigliata su una lavagna.

Ed è qui che arrivo alla riflessione che il post di Elvezio mi suscita, e che avrei sintetizzato più rapidamente (ma con altrettanti errori di battitura) nei suoi commenti se fosse stato consentito.

Vuol farsi pagare.

Noi viviamo in un paese nel quale gli scrittori professionisti – quelli che scrivono per mangiare, pagare l’affitto, mandare a scuola i figli, non esistono.
Andate a farvi un giro degli scaffali della libreria che preferite.
Quanti autori italiani viventi vivono della propria scrittura?
Sfogliate le loro bibliografie, e troverete:

  • insegnanti e docenti universitari, praticanti o in pensione
  • ricercatori universitari
  • professionisti
  • giornalisti

Spostandovi in certi settori, troverete anche attori e soubrette, comici televisivi, calciatori.
Anche i più saldi nelle posizioni di “scrittori puri” fanno anche un altro lavoro – opinionisti per giornali e TV, traduttori.

Ciascuno di costoro – dall’Olimpo dove siede Umberto Eco alla stanzetta fredda nella quale io sto battendo sui tasti – ciascuno di coloro che scrivono (o vorrebbero scrivere) “scrittore” sui biglietti da visita, si mantiene facendo altro.
Non sono professionisti.
Sono dilettanti.

Oh, certo – non essere professionisti non significa non essere professionali.
O buoni scrittori.

Ma ciò che cambia, vedete, rispetto al resto dell’universo, è che nel nostro paese, per motivi lunghi a spiegarsi (colpa di Benedetto Croce? di Garibaldi? dei Patti Lateranensi? di Craxi? della TV?), chi scrive potrebbe benissimo non farsi pagare.
Non è così nel mondo anglosassone, o in estremo oriente.
Là, molti (non tutti, sia chiaro, ma molti) scrittori vivono della propria scrittura.
Non vogliono essere pagati – spetta loro di diritto di essere pagati, come chiunque altro svolga un lavoro.
Il mio amico Ken Asamatsu deve scrivere, e scrivere come un dannato, per pagare le tasse scolastiche delle figlie.

E qui curiosamente c’è un cortocircuito molto molto interessante.
Perché la nostra cultura, non avendo un riferimento a scrittori di professione, soffre di un doppio pregiudizio.
Da una parte, sospetta che un testo distribuito gratuitamente sia automaticamente di bassa qualità (come rileva anche Elvezio).
Dall’altra, ritiene che untesto scritto sotto la pura spinta del dover pagare i conti del droghiere sia altrettanto di bassa qualità.
Guai, poi, ad essere prolifici – quattro romanzi l’anno, un racconto o due al mese… anatema!
Gli unici legittimati, capaci agli occhi del pubblico di creare buona letteratura, sono i dilettanti che vogliono farsi pagare.
E che scrivono quando gli và – ma non di frequente.

È qui che i sogni cortocircuitano.
Perché sognare di diventare scrittori non è una cosa per noi.
Non qui, non ora.
Dobbiamo diventare qualcos’altro, trovarci un onesto lavoro, possibilmente qualcosa di prestigioso, e poi inserirci in un meccanismo che in prima battuta valuterà chi siamo, e poi (forse) ciò che facciamo e ciò che scriviamo, e lo venderà, per il diletto di alcuni.
E questo mi spaventa perché io mi rifaccio al vecchio ideale taoista che vede nella narrazione una delle Cinque Eccellenze, vale a dire una di quelle arti che ti permettono di sopravvivere quando tutto crolla.
Una storia in cambio di un piatto di zuppa.
O se preferite, io credo ancora al vecchio ideale vittoriano per cui anche l’ultimo dei derelitti può, col proprio ingegno, creare qualcosa e fare fortuna.
Riscattarsi, direbbero i vittoriani.
E c’è forse qualcosa di più elementare della narrazione, come lavoro?

E invece no.
Dannati coloro che regalano i propri libri.
Dannati coloro che dei libri hanno fatto il proprio sostentamento.

Eppure, Charles Dickens scriveva per pagare i conti.
Raymond Chandler scriveva per pagare i conti.
Bob Howard scriveva per pagare i conti.
Mike Moorcock scriveva per pagare i conti (e dedicava ipropri romanzi ai creditori).
Harlan Ellison scrive per pagare i conti.

Molto strano, non credete?

Addendum:
Fatevi un giro nella Tana del Ratto per avere qualche dato quantitativo su lettura ed editoria nel nostro paese, e qualche interessante riflessione sull’allegra situazione degli esordienti.
E poi,già che ci siete, fatevi un giro anchesul blog di Valentino Sergi.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

17 thoughts on “Scrivere per vivere

  1. 🙂
    Qui il conto sale eh, non puoi più risolverla con una pizza!
    Sono totalmente d’accordo con te, mi verrebbe quasi voglia di linkare il tuo pezzo nel mio pezzo.
    Anzi, lo faccio.
    Che io non sia interessato a questa scelta è ovviamente, come sottolinei, fatto personale e non posso sapere se sceglierei così anche in altri Paesi, amo pensare di sì ma non sono così rincoglionito da esserne sicuro.
    Fatto sta che la situazione è quella che evidenzi tu ed è Beyond The Wall of Sadness…

  2. Io avrei solo voluto commentare che la foto che chiude il post di Elvezio è una figata paurosa, ma oh… per fortuna che c’è Davide che mi permette di farlo qui! 🙂

    A parte gli scherzi – ma la quella foto è davvero una figata! – i vostri due post si completano a vicenda. Io non ho le idee chiare (d’altra parte mica sono uno scrittore): se da un lato capisco la posizione di Elvezio, dall’altra mi dico che a me guadagnare qualche soldo* con quello che mi piace fare non farebbe così schifo. Detto senza alcuna intenzione polemica o missionaria (bleah…), son solo due cent buttati lì.

    * che non significa diventare ricco, mi accontenterei di rifarmi delle spese. Io ho come riferimento la fotografia, ma oh… anche scrivere ha dei costi, se non altro in termini di tempo ed energia spesi.

  3. Elvezio, Davide: i vostri due post meritano più tempo e attenzione di quelli che potrei dedicargli qui in ufficio, stasera leggo con calma.
    Così siamo pari. 🙂
    Buona giornata a tutti!

  4. Ho chiuso ai commenti proprio perché non volevo generare nessun caso.
    Cioè, la mia è posizione molto personale che nulla ha ca che vedere con regole generali, massimi sistemi o che altro e vorrei che fosse chiaro (ma mi pare di averlo specificato molto bene nel pezzo).
    Nulla, assolutamente nulla in contrario a chi ci guadagna eh, ci mancherebbe…
    Iguana, la foto è una copertina di un album degli straordinari The Paper Chase, non conosco i tuoi gusti musicali, fra i gruppi usciti nell’ultimo decennio sono uno dei più interessanti, per me…

  5. Ciao a tutti,
    a costo di apparire democristiano, credo che entrambe le vostre riflessioni contengano osservazioni stimolanti.
    Il discorso di Elvezio rovescia l’orrido luogo comune del “Io scrivo per me, prima che per gli altri”. So di dire un’ovvietà, ma scrivere è una forma di comunicazione, e riuscire a raggiungere il maggior numero di persone possibile dovrebbe sempre essere nell’interesse dell’autore, di qualsiasi opera si tratti (e qualsiasi medium si utilizzi).
    Il post di Davide mette in luce una lacuna del sistema culturale italiano, che secondo me è riassumibile nel fatto che qui si legge troppo poco, e quindi solo alcuni riescono a campare con quello che scrivono. Quello che a me dispiace di questa situazione, oltre al fatto che il tempo che non si usa per leggere finisce troppo spesso per essere sacrificato a spazzatura catodica di vario tipo, è che così si perdono per strada storie degne di essere raccontate.
    Pensare che uno scrittore capace, uno di quelli a cui darei “un piatto di zuppa” ogni sera pur di leggere quel che scrive, debba passare 8 ore la giorno a fare altro, e invece di un romanzo ogni due anni ne pubblichi uno ogni cinque, è per me terribilmente avvilente.

  6. Ma le cose potrebbero cambiare…
    Per me è ancora più avvilente pensare che si debba lavorare otto ore al giorno quando ne basterebbero ampiamente 3 o 4, ma, appunto, si scivola sempre troppo facilmente sui massimi sistemi e non è il caso, anche perché… Madò, s’è fatta una certa, devo andare a sgobbare in negozio!!!

  7. Ci sarebbe troppo da dire, perciò dirò il meno possibile.
    Logico no?

    Io faccio un lavoro che mi permette di mangiare e di coltivare qualche interesse e un po’ di vita sociale.
    Da 3-4 anni ho deciso di migliorare la mia passione per la scrittura nell’unico modo realmente utile: mettendola a disposizione di potenziali lettori.
    In questi anni mi sento migliorato e potenziato (niente false modestie, mi fanno schifo).
    Ho provato dei contatti col mondo dell’editoria e ho capito che – in Italia ma forse anche altrove – in quell’ambiente l’ultima cosa che viene richiesta è una buona preparazione tecnica. Men che meno il talento.
    Conta principalmente lecchinare, offrirsi a mille lavoretti di recensioni marchettare, campagne promozionali in nome degli interessi di scuderia, cose così.
    Per fortuna la Rete mi offre altri modi per far leggere ciò che scrivo. Certo, fare tutto da soli a volte è massacrante. Ma lo è meno che non baciare culi.
    Non avendo bisogno di quei quattro soldi che mi offrirebbero per i diritti d’autore (ma proprio quattro soldi), sono ben felice di offrire tutto gratis.
    Qualcuno lo ritiene di bassa qualità proprio perché gratuito? Peggio per lui.
    Chi ha pazienza sa dove trovarmi.
    Un domani chissà, ma per ora questo è quanto.
    Al di là dei sofismi filosofici.
    Si tratta soprattutto di libertà espressiva e dignità. Direi essenzialmente dignità.

  8. Riassumo.
    Se voglio vendere ghiaccio al Polo Nord non mi posso lamentare se devo anche cacciare le foche per sbarcare il lunario. Al limite contesto se qualcuno il ghiaccio lo regala, mi rammarico di quanto poco sia tenuto in considerazione il ghiaccio di qualità e prendo spunto dai paesi più caldi dove il ghiaccio va alla grande.
    Ma fuori continua a fare freddo.

  9. Mmmh… c’è a mio avviso un punto interessante toccato da Elvis e che va considerato nella sua interezza: il discorso che lo “scrittore” – quando professionista – è inserito in una filiera produttiva. E una nota: scrittore non significa solo “romanziere”. Ci siamo? Ecco dunque, parliamone.
    Elvis nel sostenere la sua decisione, ad un certo punto ci dice che – anche quando inserito in testi a pagamento – avrebbe pubblicato in rete il materiale pre-editing. E ci sta… i lettori si dovranno accontentare.

    James Cameron ha fatto lo stesso: in rete trovate gratis la sceneggiatura del film. Se non volete pagare il biglietto per lo spettacolo 3D, vi dovrete accontentare (e anche se piratate o noleggiate il DVD… vi dovete accontentare lo stesso, ma è un altro discorso).

    Qui sta il ragionamento dello scrittore di mestiere (o che ci prova almeno): ha bisogno del correttore di bozze/ ufficio stampa/ uffico marketing/ grafico di copertina/ tecnico web/ ecc. per realizzare al meglio il suo romanzo.
    Uno sceneggiatore di fumetti ha anche bisogno di un disegnatore.
    Uno di pellicole cinematografiche… neanche sto a dirvelo.

    Ok, c’è la scelta dell’autoproduzione e poi della donazione. Nell’autoproduzione devi farti carico di tutti questi compiti con risultati – inevitabilmente – alterni (solo Dio è contemporaneamente un bravo editor, correttore di bozze, grafico, tecnico web e marketing director… ma è inevitabilmente lento, da secoli aspettiamo il seguito del Nuovo Testamento).

    Ecco… se mi piace scrivere, non è detto che mi piaccia fare tutto il resto. Se amo il mio scrivere, cerco anche di dargli la forma migliore. Un racconto può anche rimanere postato su un blog, ma la lettura a schermo di un romanzo malimpaginato e – per quanto ben scritto – non ripulito da un editor professionista, è una sofferenza (in attesa del miracolo Kindle). Di un fumetto, non ne parliamo (leggere i fumetti sul monitor è una tortura, provo vero e proprio malessere fisico).

    Un editore dovrebbe garantire a un testo la forma migliore (in tutti i sensi: come oggetto fisico di lettura, come impaginazione, pulizia del testo, ecc.) e liberare lo scrittore dal fastidio di doversene occupare lui (con risultati di certo inferiori).

    Sono un medico, mi piace curare la gente? Figlio… dove li trovi i soldi per comprare la TAC? Ti piaccia o no devi lavorare in ospedale e, ti piaccia o no, la gente deve pagare il ticket per il tuo lavoro, se no cippa.

    Sei un idraulico, ti piace sistemare i rubinetti? La gente deve pagarti se no i pezzi di ricambio e gli attrezzi come li compri?

    Certo, poi c’è Bill Gates che regala miliardi e non escludo lo spirito del buon samaritano (scrivo il libro, pago un editor, un grafico, un correttore di bozze, ecc. ecc. e poi regalo il mio libro. Guarda un po’: lo stesso ragionamento di chi paga per pubblicare! 😀 )

    Il ragionamento, un po’ diverso, che faccio è: mi piace scrivere? Bene, voglio scrivere di più, quindi ho bisogno qualcuno che provveda a dare la migliore forma al mio piacere (perché io non ne ho voglia/non ne sono capace) e, possibilmente, che paghi per permettermi di dedicare tutto il tempo al mio piacere (se abbiamo assunto che il lavoro è qualcosa che DEVE essere pagato, perché SOFFERTO in quanto sottrae al piacere, allora essere pagati per dedicarsi solo al piacere dovrebbe essere l’aspirazione di chi ama la propria scrittura).

    Lavorare gratis rientra nelle passioni, negli hobby. Ci può stare, e a volte anche raggiungere risultati e visibilità molto maggiori dei professionisti. Ma abbiamo perso (tanto) tempo e, forse, le cose potevano essere fatte meglio.

    Sillogistico, ma Elvis mi conosce: arrivo da un background diverso. Anch’io regalo le cose e, quando posso, diffondo gratuitamente il mio lavoro, ma nel fumetto il lavoro è inevitabilmente di squadra (non sono un autore completo) e più sono bravi, più GIUSTAMENTE vogliono essere pagati, e siccome mi piace scrivere, ma sono perennemente in bolletta, senza editori potrei postare solo dei .pdf delle mie sceneggiature. Non è la stessa cosa… 😀

  10. Grazie per i commenti.
    Mi aggancio al commento di Valentino Sergi per sottolineare ancora una volta l’ovvio – non esiste una strada giusta o una strada sbagliata.
    Esiste, di fatto, solo la questione ultima del rispetto – per il lettore, per l’autore, per tutte le persone coinvolte.
    Se la catena di rispetto e considerazione che lega i diversi attori della commedia si spezza, succedono disastri.
    Se l’autore non rispetta il lettore, tenderà a rifilargli porcherie (anche gratis).
    Se il lettore non rispetta l’autore o l’editore tenderà a maltrattarne il lavoro (o a rubarlo).
    Se l’editore non rispetta l’autore gli rifila royalties da fame, e se non rispetta il lettore, gli pubblia ciofeche spacciandole per capolavori.

    Si tratta solo di avere un rapporto che sia di commensalismo, non di predazione o parassitismo.

  11. Dal sito del Salone del libro di Torino:
    Modalità d’ingresso per operatori professionali
    Categorie che hanno diritto all’accredito

    SCRITTORI

    Certificazione richiesta

    * Documento personale nel quale sia specificato alla voce professione una delle categorie che hanno diritto all’accredito.
    * Certificato CCIAA o attestazione su carta intestata con nome e funzione.

    La mia domanda sorge spontanea: quale scrittore ha la certificazione richiesta per accreditarsi al suddetto salone? (almeno a Più libri Più liberi c’era scritto che gli scrittori dovevano presentare una copia stampata del libro – e mi hanno dato l’accredito senza neanche guardare se era autoprodotto o meno…)

    E’ certo che nei paesi anglofoni ci sono un sacco di scrittori freelance che campano di scrittura (magari alternando prosa e articoli)… qui siamo come sempre indietro di non so quanto…

    C’è anche la Baen Free library (http://www.baen.com/library/), anche se il commento di Piers Anthony è piuttosto acido in merito… (http://www.hipiers.com/publishing.html#services – scorrere fino alla B)

    Ah, e per Kindle… Occhio, pare che Amazon possa ripulirvi il Kindle quando vuole senza preavviso, quindi ciò che acquistate è in realtà solo in prestito e vi può essere tolto senza darvi spiegazioni! (nei commenti di http://www.wired.com/epicenter/2010/02/macmillans-amazon-beatdown-proves-content-is-king/)

    Scusate per tutti i link in inglese…

  12. Ma siete di nuovo qui che vi linkate commentate e scambiate idee! Vergognatevi! Tutti a guardare Sanremo, su! :-p

    Davide, sai che potrei darti in questo istante il numero di cellulare di uno scrittore di romanzi che fa solo quello, non ha calato le braghe con nessuno e non è un personaggio televisivo ma si è fatto la sua gavetta e ora campa con il suo onesto libro all’anno, in Italia? Certo, pubblica per un editore ben distribuito e vende circa 10.000 copie a libro, e non si infila in scatoline di genere ma è abbastanza bravo da aver acchiappato una audience. Forse sarà l’eccezione, ma non direi. Diciamo che ci sono parecchi personaggi nel mondo dell’editoria che pubblicano, si danno delle arie da arrivati, ma non se li fila nessuno. E allora certo che poi devono fare anche altro.

  13. Non darmene uno, Fulvio.
    Dammene cinquanta.
    Quando potrai darmene cinquanta, allora potremo parlare di mercato editoriale evoluto. 😛

  14. Potrei arrivarci, ai cinquanta, con un po’ di ricerca. Certo sono tutti autori di libri per ragazzi, o ghostwriter dei romanzi dei comici, o similia. Niente letteratura alta – ma non mi pare che in Usa il sistema industriale degli scrittori professionisti campi grazie alla letteratura alta. Fai l’industria grazie a un’aspettativa del lettore che cerchi di soddisfare, no?

  15. Ah, io ai ghostwriter non ci pensavo.
    In effetti conosco gente che campa scrivendo tesi di laurea conto terzi – anche loro sono scrittori semi-professionisti…
    Però è vero – il mercato determina la struttura dell’industria, per lo meno in certe fasi.
    E quando si arriva al lettore, eh… ma lasciamo perdere.

  16. Saluto tutti, vorrei partecipare timidamente alla discussione per dire: “presente”. Anche se sulla carta d’identità c’è scritto che sono un pubblicista, in realtà il mio lavoro è: ghostwriter. E autore di libri per ragazzi. E ghostwriter di libri per ragazzi.
    Confermo quello che dice fulviothecat: in Italia con questo mestiere è possibile campare (se non si hanno troppe pretese economiche). Attualmente, per me, la scrittura non è ancora un lavoro davvero a tempo pieno, diciamo che occupa circa il 70% del tempo, ma ho diversi colleghi che “ce l’hanno fatta”. Ecco, non potrei fare cinquanta nomi… diciamo una decina. Ma è anche perché io non conosco molta gente.

    Detto questo, mi trovo a concordare con Valentino qui sopra. Scrivere è sempre stata la mia passione, e l’ho sempre fatto gratis, per la pura gioia di farlo, nel tempo libero che riuscivo a ricavare dallo studio prima e dal lavoro poi. Adesso il fatto di essere pagato mi permette di dedicare alla mia passione quando sei, quando otto ore al giorno. Inoltre posso lavorare a fianco di editor e copy di altissimo livello, e questo mi permette di studiare e migliorare.

    Insomma, non credo che diventerò mai ricco, e se tutto andrà bene al massimo potrò aspirare a diventare un dignitoso “scrittore di cassetta”. In più, lavoro un sacco di ore al giorno, weekend inclusi, per lo più sigillato in casa. Ma per quanto mi riguarda, il tutto è abbastanza paradisiaco.

  17. Bentrovato Ghost, e grazie per il contributo.
    E grazie soprattutto per aver sottolineato un vantaggio del “vendersi” che va al di là della vile moneta – il lavorare a fianco di professionisti dai quali si impara, e che contribuiscono a rendere migliore il nostro lavoro.

    Certo, si potrebbe fare anche in un circuito diverso dall’editoria standard (io cito sempre Pulp Factory – il link lo trovate qui a destra), ma non è questo il punto…

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