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Due ore da ammazzare 3 – little, big

11 commenti

Avevo due ore da ammazzare – e così ho fatto un giro in centro.

Il posto in cui ai tempi dell’università compravo i miei giochi di ruolo non c’è più – al suo posto c’è un concept store.
Cos’è un concept store?
Dice Wikipedia

Il concept store è un punto vendita caratterizzato dalla sua completa eterogeneità rispetto all’esperienza tradizionale del negozio. Le sue qualità distintive sono infatti quelle della eterogeneità di gestione, superficie e merceologia. L’obiettivo di un concept store infatti è quello di allestire un’esperienza di esplorazione e di scoperta da parte del cliente attraverso una pluralità di suggestioni, provenienti sia dalla varietà di prodotti esposti, sia dall’architettura stessa dell’ambiente.

Hmmm… ai tempi di mia nonna quei posti lì li chiamavano bazaar….

Ancora poco chiaro?
Diciamo allora che il concept store è un posto dove vi vendono concetti.
Concetti di che genere?
Beh, diciamo che io voglia arredare la mia cameretta in puro stile Figlio dello Sceicco – loro sono pronti a fornirmi tappeti iraniani, cuscini di seta, mobilio in stile, argenti arabi, accessori, gingilli e cosine varie.
Una stanza in stile Old Shanghai? E allora vai col letto da oppio, il trumoncino a cassettiera da erborista taoista, un Buddha cinese in ceramica e una stampa su seta del primo capitolo del Tao Te Ching, drago in ottone, soldato in terracotta, tappeto cinese, paravento T’ang, vasi Ming, sete della valle del fiume Giallo, poster d’epoca della British Airways per il volo Londra Calcutta Shanghai in idroplano…
Ovvio, i miei concetti devono coincidere con quelli disponibili in catalogo.
Sarei tentato di entrare ed informarmi per farmi una stanza in stile Barsoom, o in stile Brancaleone da Norcia, ma poi – spaventato da una vetrina in stile Hello Kitty, preferisco desistere.

Il posto dove compravo i miei giochi non c’è più.
Allo stesso modo sono scomparse la libreria dove compravo polizieschi, il cinema store dove acquistai il mio poster di Indiana Jones e tanto, tanto lontano nel tempo, è scomparsa la libreria Sevagram, dove ho praticamente fatto il liceo, e dove vendevano fantascienza.

C’è ancora il bancarellone coperto di Via Garibaldi, e ci faccio volentieri un giro.
Ecco – è esattamente come una Feltrinelli o da Fnac – ci sono TUTTI i libri.
Ma a differenza di quei posti, io qui ci passerei una giornata, senza stress, e – posto di avere abbastanza quattrini – con una bracciata di libri.
Cosa c’è di diverso?
In primo luogo, io credo, la scala.
Tutto il catalogo corrente di tutti gli editori principali è esposto abbastanza felicemente in una trentina di metri lineari.
Questo posto è sostanzialmente un lungo corridoio, con due pile di libri a destra e a sinistra.
Si entra, lo si percorre tutto studiando gli scaffali a sinistra, poi si torna indietro studiando gli altri scaffali.
Questo posto è una libreria – un locale chiuso in cui ci sono deilibri.
Non ci sono cancelleria, pasticceria, multimedia.
Non ci sono poltroncine, alcove, nicchie, cubicoli per la lettura – se vuoi leggere, te lo leggi in piedi, o te lo compri e te lo leggi a casa.
Non ci sono quei cartelli odiosi del tipo “Wow! Se ti è piaciuto Harry Potter…!” oppure “Da sei settimane primo in classifica!” o cose del genere.
Non c’è la filodiffusione.
Non c’è la climatizzazione.
Non ci sono commessi dall’occhio spento – o anche dall’occhio vispo.
Ci sono i libri, ed i potenziali lettori.
E due casse – una per parte.

Mi sposto un po’ più in là.
C’è una libreria specializzata in libri d’arte e fondi di magazzino, che fa dei prezzi stracciati.
E oltre c’è una libreria specializzata in testi esoterici e filosofici, misticismo orientale e new age.
Spostandomi ancora più in là – da questa o da quella parte, non ha importanza – ci sono bancarelle di libri e dischi usati.
E poi, puntando verso Palazzo Madama, ed il cuore della città…
C’è un negozio di dischi in Via XX Settembre non più grande della stanza di casa in cui mi trovo ora, che è una miniera d’oro per CD di musica classica,
jazz e occasionalmente world music. Hanno i dischi di Caterina Valente, e credo siano gli unici in Torino.
Ci vado di rado – perché spenderei cifre stravaganti – e mi ci sento mortalmente in imbarazzo per quanta cortesia mi viene abitualmente riversata addosso dalle proprietarie.L’indifferenza musona dei commessi di Fnac, mi rendo conto, è meno personale, meno “aggressiva” – ci anestetizza con il piacere di essere anonimni.
Non qui.
E poi, ancora oltre, c’è una libreria specializzata in orientalistica, gestita da un amico, dove non entro da un anno almeno perché dovrei depositare un rene alla cassa e poi far scalare i singoli volumi, fino ad esaurimento…
E ancora, andando verso l’Università, ancora bancarelle di libri e negozi di vinile d’antan.
C’è un posto in via Rossini che vende solo musica prog… c’è una libreria musicale davanti al Conservatorio…

Ecco, io credo che sia in questa varietà e specializzazione che risiede la speranza di sopravvivenza non solo delle piccole librerie e dei piccoli negozi di dischi, ma anche e soprattutto dell’individualità del pubblico.
Negozi piccoli, che non frappongono fra il pubblico ed il medium d’elezione elementi in fondo estranei alla nostra cultura ed abituale fruizione della libreria, del negozio di dischi…
Il trucco, io credo, non consiste nell’offrire caffé e cappuccino, bomboloni e piadine ai lettori.
Non consiste nello stravaccarli in poltrone troppo basse e cullarli con muzak sifonata attraverso la filodiffusione.
Il trucco non sono neanche gli sconti – per quanto allettanti e, considerando i prezzi medi delle pubblicazioni nostrane, benvenuti.
La libreria, il negozio di dischi, è costruito sull’offerta di qualcosa di meno banale.
Un consiglio competente, la proposta di alternative.
Senza fronzoli o americanate.
Se ogni piccola libreria della città riuscisse a sottolineare una propria unicità – per argomento, per organizzazione, per relazione personale col pubblico…
In questo modo si può enfatizzare la varietà, e promuovere la differenza.
Perché un posto in cui tutti dormoni in stanze-concetto prese da un medesimo catalogo, tutte uguali, ma ciascuno convinto di aver dichiarato al mondo la propria originalità, è un posto maledettamente morto.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

11 thoughts on “Due ore da ammazzare 3 – little, big

  1. Mi puoi dare l’indirizzo della libreria specializzata in orientalistica?

    Hai idea se possano avere questi due libri:

    SHIMADA MASAHIKO – Mi farò mummia
    ABE KOBO – L’uomo scatola

  2. http://www.mangetsu.biz/

    Riguardo ai due titoli – non saprei, ma mettiamola così: se c’è un posto in cui trovarli, è Mangetsu.

  3. A Torino negli anni novanta c’era una piccola libreria (“Delitti e castighi”) in pieno centro specializzata in gialli e noir – senza però disdegnare fs e horror – organizzava incontri con autori, il libraio era competente, le gargolle ti guardavano dalle mensole…insomma aveva tutti gli ingredienti per avere successo, eppure è sopravvissuta a stento per un paio di anni!
    Temo che ad apprezzare questi posti, e i libri che contengono, siamo davvero in pochi.

  4. Ero un frequentatore assiduo di Delitti & Castighi, e ne lamento la scomparsa.
    Credo che forse, oggi, le cose andrebbero diversamente per una libreria di genere – soprattuttoconsiderando il peso che il poliziesco ha ormai sulla produzione italiana.
    Ma chissà…

  5. Questi post mi suscitano una dolce nostalgia. Condivisione di luoghi, ricordi e nuove consapevolezze. Non saprei spiegare come, ma questo contribuisce a rendere Torino un po’ meno ostica ai miei occhi.
    Se sulle vetrine di Mangetsu ci trovate un po’ di bava, abbiate pazienza: facile che sia la mia 🙂
    saluti.

  6. Ho letto tutti e tre i “Due ore da ammazzare…” e sono straordinariamente d’accordo con tutte le tue considerazioni. E mentre che ci sono vado a vedermi il link sul negozio di orientalistica. 😉

  7. Interessantissimo post – ultimamente sei molto ispirato.
    Purtroppo anche qui a Milano il “mio” negozio di Giochi di Ruolo ha chiuso da anni. Peccato. Ricordo bene l’emozione di fare un pellegrinaggio una volta al mese, o giù di lì, per scoprire le nuove uscite.
    Dei megastore io salvo giusto le poltroncine che tu bocci. Le salvo perché, come già detto, mi consentono di leggere a sbafo quei libroni da 20 euro che mai comprerei.
    Altre istituzioni che a Milano stanno diminuendo in numero sono le bancarelle dell’usato. Ne ha da poco chiusa una in piazza Piemonte che abbondava di fantasy della vecchia ed.Nord e di Oscar Mondadori di fantascienza.
    Purtroppo anche in una catena di usato consolidata come “Il Libraccio” è oramai più facile trovare libri da megastore che non rarità o volumi di piccoli editori. In pratica risparmi sul prezzo, ma non trovi qualcosa di diverso rispetto alla Fnac.
    Sulla “specializzazione” delle librerie ti do ragione. Ma qui sono rare. E credo che non stiano passando un gran momento storico/economico, anche perché Milano è praticamente colonizzata da Feltrinelli e – in misura appena minore – da Mondadori.

  8. @Davide: rispetto allo squallore della mia città, Torino sembra davvero un paese di Bengodi, una specie di Charing Cross Road dei bei tempi!

    @mcnab: a Milano capito spesso, dato che ti vedo ferrato, non è che sai consigliarmi qualche buona bancarella? Non dovrei chiederlo (è come chiedere i posti al cercatore di funghi) ma spero nel proverbiale “coeur in man”. Grazie

  9. @Quiller: senz’altro le due bancarelle in piazzale Oberdan/Porta Venezia. E anche quella in piazzale Baracca. Sono tra le migliori che conosco. Se ci vai fammi sapere se fai buoni affari 🙂

  10. Grazie, mcnab. Per parte mia ti consiglio quella di P.le Susa, dove ho trovato spesso Urania recenti che mi ero perso.

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