strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Nightmare in Pink

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“Una volta adoravo Fu Man Chu”, commenta Terry Drummond – certo il personaggio più divertente e soddisfacente del romanzo – verso la fine di Nightmare in Pink.
Ed in effetti c’è, nella seconda parte del secondo romanzo di John D. MacDonald su Travis McGee un forte, fortissimo sentore di pulp d’annata, opportunamente aggiornato agli standard bondiani dell’epoca.
È come se un competente poliziesco scivolasse senza preavviso nel mondo di The Shadow o, appunto, di Fu Man Chu.
ma è più complicato di così.

È ancora il 1964, e la seconda uscita di McGee lo porta a New York, lontano dal sole e dal mare della Florida.
Quasi un pianeta diverso.
Le stanze sono cubicoli, l’infernale ronzio dei condizionatori d’aria è una costante.
La comunità deicreativi e dei pubblicitari è un covo di vipere.
McGee viene trascinato ad una festa

Potevo identificare tutti i tipi – i giovani barbuti, feroci e tristi, e le loro ragazze senza reggiseno e con le ballerine ai piedi, la Checca Petulante, la Danzatrice Orgiastica, il Negro Simbolico, le Coppie Coraggiose, la Lesbica Gelosa, il Comediografo di Grido dell’Anno Venturo, la Ragazza che-più-tardi-rigetterà, il Comunista Simbolico, la Ninfomane Tradizionale, il Turista Entusiasta, ed il Saggio Vecchi Scultore con l’Alitosi.

Cosa ci fa, Trav, in questo posto?
Cominciamo a scoprire in questo romanzo alcuni pezzetti del passato del protagonista.
La guerra in Corea.
Il commiliotone Mike Gibson.
Il fidanzato della sorella di Mike è stato ucciso.
La polizia non ha approfondito, ma Mike – relegato in unletto per le ferite subite in guerra – intuisce che qualcosa non va.
Chi meglio del vecchio amico Travis McGee per dare una scrollata alla ragazza?

Sorvoliamo sul fatto che la giovane Nina Gibson verrà scrollata eccome dal fascinoso avventuriero.
Il vero problema è che il defunto fidanzato ha lasciato alla giovane un pacco di banconote ottenute illecitamente – ma checché ne dica la disillusa e inaridita Nina, la faccenda non quadra.
McGee si mette quindi all’opera per scoprire la verità.

La verità lo farà rinchiudere in un manicomio, perpetuamente stordito da stupefacenti sperimentali, con la prospettiva di essere lobotomizzato alla fine della facenda.

Ci sono tutti gli ingredienti per un pessimo romanzetto, ma MacDonald riesce aduscirne con una certa classe.
L’abilità consiste nel costruire un traballante impianto investigativo nella prima parte, distrarre il lettore dall’ingenuità di fondo usando Nina Gibson ed ilsuo legame col protagonista, e poi far crollare l’indagine, con conseguenze catastrofiche per McGee.
Al quale viene comunque concessa abbastanza lucidità per rendersi conto (e spiegare al lettore) di quanto ingenuo sia stato il suo approccio al problema.
Siamo stati ingannati con un semplice gioco di prestigio narrativo.
Poi, l’incubo.

Quello del protagonista relegato in una camera imbottita e riempito di sedativi fino agli occhi è un cliché al quale ci hanno abituato due decenni di Hollywood – non c’è una singola serie televisiva da Charlie’s Angels a The Pretender passando per MacGyver che abbia rinunciato ad una variazione sull’accoppiata manicomio/sedativi.
Si tratta del cliché più facile e popolare, probabilmente, dopo quello dell’amnesia in seguito ad un colpo in testa.
A discolpa di MacDonald, possiamo immaginare che l’ideaavesse ancora una certa freschezza nel 1964.
A rendere più sinistra la cosa, il volenteroso staff medico della clinica, pronto a sperimentare su un soggetto sano e robusto come il nostro eroe tutta una serie di variazioni sul tema dell’allucinogeno, e lo spettro della lobotomia frontale.
E se per noi oggi LSD è sinonimo di san Francisco e controcultura, è interessante notare che solo due anni prima di Nightmare in Pink, l’attore Cary Grant – che faceva uso di LSD dal 1958 su consiglio medico – decantò gli effetti positivi dell’acido lisergico a fini terapeutici su Time Magazine, e tenne a riguardo una conferenza all’UCLA.
La percezione del fenomeno, nel 1964, era qualcosa di sostanzialmente diverso (l’LSD sarebbe stato dichiarato illegale solo nel 1968).
Qualcosa di simile vale per la lobotomia – fra gli anni ’40 e gli anni ’50 il rimedio standard per gli stati psicotici (ne vennero praticate circa 20.000 in un decennio, solo negli USA).

E quindi, eccoci al fondo di un’altra avventura di Travis McGee – un’avventura con una grande voglia di Fu Man Chu (non necesariamente un male) ed uno dei cattivi più solidamente amorali mai incontrati nella letteratura di genere.
Nel corso dell’avventura, abbiamo anche avuto la possibilità di osservare la società urbana attraverso gli occhi impietosi di Travis McGee.
E di scoprire ancora una volta l’orrore di McGee non tanto per la violenza fisica, quanto per l’omicidio – nel mondo dell’hard-boiled e del pulp, il rimorso è una merce rara.
Ed abbiamo assistito a per la seconda volta alla redenzione di una donna traumatizzata grazie alle arti amatorie ed alla psicologia spicciola del nostro eroe.
Ma a questo, temo, dovremo abituarci.

Prossimo giro – A Purple Place for Dying.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

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