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L’avventura come geografia

10 commenti

La narrativa avventurosa, nel suo stato più elementare, è una espressione della geografia.
Si prendono i nostri eroi, si dà loro un buon motivo per voler andare da A a B, si pone un limite di tempo, e si racconta cosa succede sulla strada fra A e B.
Un esempio?
Michele Strogoff, di Jules Verne.
Un corriere deve andare da Mosca a Irkutsk.
Sulla sua strada i tartari in rivolta.
Bello liscio.
Questo approccio geografio – o se preferite turistico – all’avventura tende a funzionare abbastanza bene nelle mani di un autore per lo meno competente.
L’australiano Jon Cleary era più che competente narratore – per quanto poco della sua produzione abbia raggiunto noi nell’emisfero nord.
The Sundowners costituì la base per un film con Robert Mitchum e Deborah Kerr, nominato per l’Oscar.
E nel 1977, per ilromanzo High Road to China, Cleary utilizzò direttamente l’approccio geografico-turistico.
Eve Tozer deve consegnare un prezioso artefatto all’uomo che tiene in ostaggio suo padre.
Il problema è che Eve è a Parigi, e il padre rapito è in Cina.
Siamo nei ruggenti anni ’20 – Eve affitta una sqadriglia di biplani con un complemento di veterani della Grande Guerra e parte alla volta della Cina.
Bello liscio.

Quando nel i cinesi della Golden Harvest (che avevano prodotto Enter the Dragon con Bruce Lee e tutti i film di Jackie Chan dal 1980) decisero di ritentare la strada della collaborazione con una casa produttrice occidentale e filmare High Road to China, decisero di mantenere l’impianto geografico/turistico, raccorciando tuttavia in maniera drastica il tragitto della povera (ma risoluta) Eve – che decolla così da qualche parte nei pressi di Istambul per arrivare da qualche parte in Afghanistan – in Waziristan, per la precisione.
La Golden Harvest tagliò anche le spese sugli aerei e sugli equipaggi, mettendo al servizio di Eve Toser (Bess Armstrong) solo l’americano Patrick O’Malley (Tom Selleck) ed il suo meccanico (personaggio tragicamente superfluo).
Il risultato, distribuito in Italia con il titolo di Avventurieri ai Confini del Mondo, è uno di quei prodotti medi che tuttavia rimangono nella memoria.
Forse a causa della colonna sonora di John Barry.
O per le scene aeree.
L’ho rivisto ieri pomeriggio.
Bess Armstrong è favolosa, e Tom Selleck, eternamente all’inseguimento del ruolo di Indiana Jones rifiutato anni prima, è sostanzialmente Thomas Magnum, baffi e tutto.
Il film una volta finito risultò a tal punto zoppo – inspiegabilmente, considerando cheil regista è lo stesso del superclassico Dove Osano le Aquile (altra storia d’avventura che segue un tragitto, una linea, materialmente il filo di una teleferica) – che i produttori girarono degli stacchi con John Morley, colossale caratterista britannico, nel tentativo di legare fra loro le scene troppo scoordinate e permettere al pubblico di seguire l’azione senza troppi problemi.
Sull’intero cast è tuttavia Brian Blessed a giganteggiare col suo gigionesco ma indimenticabile Suleiman Kahn, macchiettistico e politicamente scorretto (se gliAfghani sapessero….) ma assolutamente perfetto.

E poi c’è quello sciocco ma efficientissimo meccanismo, quel giocare a rimpiattino – da Istambul al deserto dell’Iran (nell’improbabilissimo Fort Kipling, ultimo baluardo evidentemente dell’idiozia della upper class britannica), da Fort Kipling al Waziristan, dal Waziristan al Nepal, dal Nepal al Sinkiang…
Funziona.

Ho cercato su YouTube stralci, scene o trailer – si trova solo un frammento di venti secondi, postato da un tale che accusa il povero Sellek di sessismo, a perenne monito di cosa capita quando si guardano i film d’avventura attraverso orifizi non destinati alla visione ma ad altre funzioni corporee.
Però c’è un brano musicale…

Ma il film merita di essere visto almeno una volta.
La potenza della narrativa di viaggio, nonostante tutti i difetti, c’è.
E prende, per quell’ora e mezza che gli dedichiamo.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

10 thoughts on “L’avventura come geografia

  1. Io mi sto occupando (anche) di psicogeografia. Che c’entra e non c’entra col tuo post, ma per associazione di idee mi è venuta voglia di scrivertelo.

    High road to China non l’ho mai visto. Se si trova in streaming, è probabile che seguirò il tuo consiglio a breve, visto che in questo periodo non granché di decente da vedere, il dvdteca.

  2. In giro per la rete ce n’è una copia decente in originale.

    Io sto rileggendo un po’ di articoli sulla percezione del paesaggio e dell’ambiente naturale presso i taoisti… si naviga su rotte parallele.

  3. Grazie per l’info.

    E, sì, mi pare che siamo abbastanza sincronici, in questo periodo…

  4. Era un filmotto proprio carino…

    Per carità, appunto, un film che insegue la moda Indiana Jones, semplice semplice: spepacchiato qui e là di un po’ di ironia sull’Impero Britannico: il forte sembra uscire da una scenetta dei Monty Python, c’è da chiedersi se gli ufficiali avevano ancora entrambe le gambe…

    In pieno stile dei romanzi d’avventura hanno sottolineato un po’ di più cose che in Indiana Jones latitavano.
    Il gusto per il retrò, per le belle auto, i bei palazzi tutti ninnoli, l’abito charleston. (Indy, è nel ’38 giusto perché ci stanno i Nazisti con le uniformi Afrika Korps del ’41; se no i riferimenti temporali sono confusi)
    Ed hanno calcato un po’ più la mano sull’amore/odio tra la giovin signora e il rude aviatore baffuto.

    E, direi, anche con più che una punta di politically Scorrectness: Gli indigeni unga-munga usciti dai vecchi romanzetti d’avventura, e l’Uomo Bianco attorniato dal villaggio “Sai, sono come bambini, se gli altri hanno un cannone…”

    Tutte cose che oggi come oggi diventano – appunto- pericolosamente offensive.

    Non si fanno più i film di una volta, si stava meglio quando si staca peggio, ai miei tempi… (avanti ad lib.)

    Sprecato, davvero, il meccanico: mi viene da pensare ad un personaggio simile ma meglio utilizzato, Ezechiele (Keenan Winn), il meccanico pelato che aiuta il Grande Leslie (Tony Curtis) a raggiungere Parigi combattendo contro il Professor Fate (Jack Lemmon) ed il fido assistente Cammmmelo (Feter Falk) e la Suffragetta (Natalie Wood) in “La Grande Corsa“.

  5. Ottimo riferimento, La Grande Corsa.
    E restando in tema di meccanici, che dire del meccanico (era Alan arkin?) in Rocketeer?
    Quello che si ritrova fra le mani un prototipo sperimentale supersegreto… e lo rende funzionale.

    Ah, la nostalgia per le vecchie pellicole…
    Credo ci saranno altri post topici.

  6. Yeap, Alan Arkin: che con la gomma da masticare e la cassetta degli attrezzi fa meglio di Howard Hughes.
    Lo zaino razzo deliziosamente Art Decò, La cantante che esce dall’ostrica, gangster e scagnozzi, thompson e una mitragliata di giochini interni (Ma Allora Vola…).
    Nostalgia canaglia.
    Un film che abbiamo visto in tre, suppongo. Un flop di proporzioni bibliche, roba da Antico Testamento.

    Mi son sempre chiesto cosa sarebbe successo se non fosse stato un film Disney, ed avessero usato il personaggio femminile del fumetto (ricalcata da Bettie Page) invece della caruccia ma un po’ slavata Jenny.

    Segnalo nelle richieste per quando il blog si sente radiofonico, una volta che ti capita…

  7. Un post sul Rocketeer!
    Volentieri!
    (e per quanto insipida, era pur sempre Jennifer Connelly – che però è migliorata invecchiando).

  8. Accuso spesso il nostro tempo di mancanza d’avventura.
    La sento quotidianamente la mancanza, il richiamo spento tra cemento e smog.
    Mi sono quindi detto che forse l’unico modo per vivere qualcosa che ci si avvicini è proprio il viaggio, anche mascherato da vacanza, sperando che capiti qualcosa di interessante nel mezzo.
    Sarà per questo che ancora non mi decido ad organizzare un viggio come si deve, ma arrabatto tutto all’ultimo minuto e speriamo bene.

    P.S. Il film di Selleck l’avevo visto, niente male, come anche Rocketeer (sarò uno di quei tre, ed uno di quelli che giocavano a Rocket Ranger sull’Amiga).

  9. Non so quanto sia indicativo, ma sospetto una incapacità al viaggio.

    Io mi sono innamorato di New York, per dire: città fascinosa, zeppa di suggestioni. Un’aria elettrica e l’unica città vista finora in cui il confine tra l’immaginario e la realtà diventa labile.

    VAbbè, nostalige a parte, prima e dopo i miei otto giorni a Manhattan, ero e sono tuttora su un forum di amanti della Grande Mela.
    E càpitano con una frequenza allucinante personaggi incapaci di gestire l’uscita dal guscio: un misto di necessità di una rassicurazione “personalizzata” al limite della raccomandazione (Si, la metro gira anche di notte, l’ho provato), la semplice incapacità di accettare che New York sia più di uno shopping mall dove le scarpe costano la metà (ma mi hanno detto che col passaporo da Macy’s mi fanno il 15%…) e che la zona Vip dei club nel Village non funzionano come la discoteca di Grottafratta al Tigullio.

    Ricerche ossessiva di una tabella di marcia da rispettare, cosa vedere e quando (Ma a che ora devo andare per salire sull’Empire?)
    Paure sul mangiare, l’ossessione per l’espresso, cavilli sulle mance. Pretesa e protesta perché al museo non capiscono l’Italiano…

    L’incapacità di stupirsi. L’impossibilità di adattarsi.

    E in un posto come New York che è certamente affascinante, ma non è propriamente l’avventuroso e faticoso Grande Oriente Misterioso del film in questione.
    Ci sono i gabinetti (più puliti di quelli italiani) e il cibo è bizzarro, ma non si lamentano casi di Colera ne cannibali (e i tempi di Serpico son finiti trent’anni fa).

    Ho come il sospetto che il film “di viaggio” tiri fino ad un certo punto per mancanza di viaggiatori.
    Non tanto di gente con un biglietto d’aereo in mano, ma di gente che possa concepire di prendere quel biglietto anche solo con la fantasia.

  10. Stiamo diventando una cultura vecchia – e l’avventura, l’idea di prendere un treno e scendere ad una stazione a caso per vedere cosa ci sia, lì, è sostanzialmente giovanile.

    Anch’io ho spesso osservato questa scomparsa dell’impulso all’avventura – spesso rimpiazzato da una generica incoscienza romanticamente mascherata da “amore per il rischio”.
    Ne ho già parlato.
    Sono quelli che poi finiscono apagare cifre stravaganti per il weekend-avventura pianificato, organizzato ed ammaestrato.
    Anche se, come ricordava Robert Young Pelton, il lavoro più pericoloso, al momento, non è fare lo sminatore in Afghanistan, è fare il pony express a New York…

    Vero, insomma, stanno scomparendo i viaggiatori, rimpiazzati dai soliti, maledetti turisti.
    Ed anche la narrativa ne risente.

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