strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

… coi nomi cambiati.

16 commenti

Dicono, beh, dov’è poi la difficoltà di scrivere fantasy?
Dopotutto, non c’è nulla di determinato, no? Ci si può inventare TUTTO.
Con la fantascienza, per lo meno, uno deve badare alle leggi della fisica ed a tutta quella roba lì, ma col fantasy…?
Qualsiasi imbecille può scrivere un romanzo fantasy, giusto?(*)

Certe volte è difficile.
Considerate Guy Gavriel Kay.
Canadese.
Laureato in legge.
A vent’anni, da studente, viene chiamato da Christopher Tolkien per fare un po’ di editing sul Silmarillion.
Che senza il suo apporto sarebbe probabilmente lungo, noioso, zeppo di nomi pseudoceltici e quasi illeggibile…
È dura cominciare così.
Gli ci vollero dieci anni, per riprendersi, e pubblicare The Fionavar Tapestry – trilogia essenziale.
Che può anche non esservi piaciuta, ma che se non l’avete nel curriculum, se non l’avete letta e vi provate ciononostante a parlate di fantasy moderno siete dei bluff.
Non ci interessa se anche avete letto due volte il Mabinogion in gaelico, senza Fionavar, siete solo chiacchiere e distintivo.

Dopo Fionavar, Kay – che è un buon narratore – ha trovato un meccanismo garantito per funzionare.
Si prende un luogo ed un momento nella storia, si frullano un minimo i nomi per dargli un tocco fantasy, e poi si racconta una bella storia costruita sui cliché classici, sugli elementi definiti da Propp, sul solito dannato viaggio dell’eroe di Campbell.
Tigana – ad esempio – che è un buon romanzo, ma che a tutti gli effetti, nonostante il titolo vagamente dunsanyano (mai sentito, Pegana?), è ambientato nell’Italia medioevale, la mappa molto opportunamente capovolta, i nomi dei personaggi e delle località suonano italioti.
Oppure A Song for Arbonne – romanzo eccellente, a parer mio – ma che è poi la storia di un mercenario bretone in Provenza, ancora una volta coi nomi opportunamente modificati ed un extra magico e mitologico.

E poi via – The Lions of Al-Rassam (arabo), The Sarantine Mosaic (Sarantium = Bisantium… capito il giochino?), The Last Light of the Sun (vichinghi)…

Ora, prima che qualcuno si metta a strillare che sto parlando male di Guy Gavriel Kay – a me piace come scrive Kay.
Non è il mio fantasista preferito, ma sono rimasto opportunamente impressionato da Fionavar e mi è piaciuto davvero molto Arbonne.
Molto semplicemente, Guy Gavriel Kay, pluripremiato, è il classico solido, buon autore di fantasy per il quale il world-building conta meno del due di picche.
Perché sbattersi trent’anni a creare la Terra di Mezzo quando posso prendere la Provenza (o l’Umbria!), dare una scrollata alla mappa e raccontare la mia storia?
Sacrilegio?
Non necessariamente.
In Kay le trame sono sempre solide, la gestione degli elementi mitici è più che competente, il carico emotivo della storia è sempre più che buono.
I personaggi sono tridimensionali.
La struttura politica del mondo è semplice, facilmente comprensibile, e tuttavia profondamente integrata nello svolgersi degli eventi.
Chissenefrega, ladies and gentlemen, se invece di aver inventato la Contea o Rivendell, Guy Gavriel Kay si è limitato a chiamare Cyngael il Galles, preso paro paro dall’atlante storico.

Se è la storia, il racconto, che conta, allora Kay è salvo.
Magari sappiamo fin dall’inizio dove andrà a parare – ma ci piace vedere come ci arriva, ci diverte accompagnarlo lungo il tragitto.

Per questo motivo sto centellinando Under Heaven, ultima fatica del canadese – che è poi un bel wuxia in sciroppo d’acero, una fetta di storia Tang con i nomi cambiati – X’ian diventa Xinian, e cose del genere.
La struttura pare solidissima, come al solito, e speriamo in un bel polpettone storico-fantastico quasi-cinese.
E nessun romanzo che si apra con un protagonista intento a seppellire centomila cadaveri per tacitarne gli spettri infuriati, come atto in memoria del padre defunto, può essere completamente da buttare.
Aiuta poi il fatto che, complice la fama di Kay soprattutto con quei lettori che non frequentano assiduamente il fantasy, Amazon abbia lasciato l’hardback fresco di stampa col 55% di sconto.

Si legge Guy Gavriel Kay, perfetto nella sua struttura d’elezione, e ci si domanda all’improvviso se il world building sia poi davvero tanto importante, sempre e comunque.

(*) – non sto scherzando, c’è chi lo dice davvero.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

16 thoughts on “… coi nomi cambiati.

  1. Mi sono fatto l’idea che scrivere un romanzo Fantasy decente sia ben più difficile che scriverne uno ambientato nella realtà.
    La sospensione d’incredulità viene messa a dura prova perciò lo sforzo per rendere coerente ciò che non dovrebbe esserlo deve essere estremamente convincente (fisica compresa).
    Giustificare una cosa irrazionale con una cosa ancora più irrazionale (la magia ad esempio) è a mio avviso un errore grossolano, e frasi come quelle dell’incipit del post, che ho sentite anch’io, sono il frutto di questa pratica.
    L’assenza di elementi di paragone obbliga lo scrittore istruire il lettore mentre lo intrattiene, un doppio compito che a volte risulta gravoso, meglio fare come Guy Gavriel Kay (spero di arrivarci, dopo Foster).

    OT: Solomon Kane dal 14 Luglio in Italia.

  2. Scrivere un fantasy è vergognosamente facile, scriverne uno appena appena decente è maledettamente difficile.
    Pegana? Certo che si, però molto meglio Zothique.

  3. Fare come Guy Gavriel Kay oppure…come Steven Erikson.

    Nulla è semplice, a mio parere. Soprattuto scrivere un Fantasy e scrivere un Urban Fantasy abientato nella contemporaneità. Le leggi fisiche esistono anche in un Fantasy, benchè esista la magia. Soprattutto in un Urban Fantasy. Devi fare ricerche, informarti, comprendere certe leggi fisiche, se vuoi che sia ben organizzato. E’ anche vero che per scrivere Fantasy bisogna essere bravi a scrivere, come in qualunque altro genere narrativo. Ma non è vero che bisogna per forza intrattenere il lettore svolgendo un doppio ruolo (per mostrare la propria ambientazione, diciamo) e obbligarlo a seguirci con svogliatezza verso infodump assurde (credo che tutti conosciamo quei momenti dei romanzi dove vengono date informazioni superflue oppure che appunto mirano al mostrare l’ambientazione).

    Io non ho letto G.G.Kay, ammetto che è una mancanza alla quale dovrei aver riparato, prima di scrivere questo commento. Ma mi sento di dire che Steven Erikson, che ho citato all’inizio, forse è l’emblema di un fantasy post-moderno, è lo scrittore che, data un’ambientazione avvincente e per niente banale, riesce a tenerti sui libri non dando informazioni a riguardo, ma nascondendotele. Insomma, riesce a fare come Pollicino: ti da qualche informazione qua e la per necessità della storia e poi ti lascia senza spiegazioni – ma con uno stile che, una volta digerito, rimane non solo comprensibile, ma immaginabile.

    Io non credo che la domanda sia: di fronte alla solidità della scrittura di G.G.Kay, che serve il world building? Al contrario, vuol dire forse che nessuna persona che finora ha proposto un world building, decente o eccellente, sia arrivato ad utilizzare l’ambientazione in maniera completa E in contemporanea uno stile solido come G.G.Kay.

    Inoltre, abbiate pietà, ma nella mia umile opinione, romanzi che agguantano la loro narrativa dalla storia vera, purchè cambiando e inserendo qualche elemento magico, non sono dei veri e propri Fantasy, proprio perchè parto dal presupposto che un vero Fantasy crei luoghi e tempi completamente differenti, purchè legati dall’autore tramite il contenuto, come leggende, nomi ricorrenti o altro.

    Ma leggerò G.G.Kay, e poi magari avrò una visione differente.

    Umilmente,
    Spirito Giovane a.k.a. Daniele Fusetto

  4. Sembra interessante anche “Ysabel” che ha vinto il world fantasy award del 2008.

  5. @eugenio
    Grande notizia per Solomon Kane.
    Nel bene e nel male, è un vecchio amico 😉

    @Coriolano
    Condivido la preferenza per Zothique.
    Sulla questione qualità concordo, ma credo tuttavia che anche scrivere male costi una fatica improba.

    @squirek
    Di Ysabel ho sentito opinioni diverse.
    È un sequel più o meno diretto di Fionavar, ed è ambientato in Provenza come Arbonne… per cui prima o poi mi sparerò purequello.
    Finora ciò che mi ha frenato è… ok, datemi del cretino… è stata la copertina, che proprio non mi piace.

  6. ooops… c’era un commento in moderazione quando ho risposto ai precedenti tre…

    Bentrovato, Daniele!
    Su Erikson io sono abbastanza critico – mi è piaciuto molto Gardens of the Moon, letto intempi non sospetti, am poi non me la sono sentita di leggermi tutta la serie malazana.
    E il fracasso successivo mi ha un po’ stancato – ormai a sentire taluni, la questione Erikson / Martin è un po’ come il vecchio dibattito Betles / Rolling Stones (o Oasis/Blur per i più giovani).
    C’è roba più interessante, in giro, che però fa fatica ad emergere.
    Lo stile ellittico usato da Erikson non è di fatto una novità – Gene Wolfe ne ha fatto il suo marchio di fabbrica, e Mary Gentle lo utilizza quasi come un’arma offensiva nei confronti dei lettori pigri e disabituati a metterci del proprio.
    È lo stile di base di un autore come Glen Cook e di recente l’ho ritrovato in Stephen Hunt.

    Poi… autori che abbiano accoppiato eccellente narrativa e solido worldbuilding – è stato appena citato qui sopra Zothique.
    Potrei buttarci dentro anche la Terra Morente di Vance – che però forse è fantascienza.
    E Wolfe.
    E John Crowley, che a momenti me lo scordavo.

    Alla fine cosa sia il “vero fantasy” è uno di quei problemi sui quali possiamo passare le notti al pub a discutere – se sia meglioinventarsi tutto di sana pianta, o dirottare i fatti avvenuti realmente (come in Freedom & Necessity di Brust & Bull), il valore dell’opera risiede in altri fattori, io credo.

  7. A proposito di giocare con la storia e magari, di nascosto, buttare in mezzo qualche elemento fantastico: è appena uscito l’ultimo di David Mitchell. Le voci e la copertina (britannica) mi fanno sperare bene. Ora come ora servirebbe tantissimo un fuoco d’artificio di quelli di Mitchell.

  8. @Daniele Fusetto

    “nessuna persona che finora ha proposto un world building, decente o eccellente, sia arrivato ad utilizzare l’ambientazione in maniera completa E in contemporanea uno stile solido come G.G.Kay”

    Erwin Rucker Eddison, Zimiamvia.

  9. Già, il nuovo Mitchell.
    In questo momento non sono nello stato d’animo adatto – ma è sulla lista della spesa.
    Finora Mitchell non ha mai sbagliato un colpo.

    Ed ottimo suggerimento, quello di Zimiavia.
    World-building e mitopoiesi sdegnosamente incuranti dei limiti del lettore.
    Eddison era uno da tener d’occhio.

  10. Ragazzi, mi state dando un mucchio di autori da leggere! Assolutamente difficile reperire questi nomi da internet se non attraverso commenti e/o post di blog.

    Dovrò rivedere la mia tabella di acquisti…

    Comunque, concordo sul fatto che Erikson non sia un dio della scrittura, ma credo che abbia intrecciato bene le cose. E non ho voglia neanche io di addentrarmi nè nella diatriba Erikson/Martin, neppure nei discorsi da bar su cosa sia il fantasy. Infatti era un banale “nella mia opinione” il mio.
    Comunque, grazie per tutti questi nomi di autori che spuntano come funghi!!! XD

    Spirito Giovane a.k.a. Daniele

  11. Qui le opinioni personali sono valutate come merce rara.

    E condivido in pieno l’osservazione che i nomi che stanno saltando fuori in questa serie di commenti non sono proprio i più popolari in questi ultimi anni.
    Ed è strano – perché io più o meno ci sono cresciuto, e non è che io sia proprio una mummia.
    Ma in dieci anni il panorama si è appiattito in maniera inquietante.

    Toccherà farci un post – più sulle vecchie glorie dimenticate che non sui giovani leoni…

  12. In effetti per quanto un “world building” possa essere accurato, difficilmente può raggiungere la complessità del mondo reale, fotografata a qualsiasi latitudine o epoca storica. I migliori autori fanno però percepire una grande complessità, al di fuori delle vicende narrate, di sottofonso (o sfondo) senza ovviamente descriverla nei dettagli (descriverla la semplificherebbe inevitabilmente). Uno abbastanza bravo in questa tecnica è Steven Brust: nel mondo di Vlad Taltos si ha sempre la sensazione di un grande accumulo di Storia (un pò meno di geografia) a cui attingere per nuove storie

  13. Brust è un po’ che non lo leggo – dopo i primi sei o sette di Taltos, letti in sequenza, d altri due o tre romanzi fuori serie, mi sono preso una vacanza.
    Però è in gamba, molto in gamba – ed effettivamente usa la storia come geografia: nei romanzi di Taltos, i guai non si sviluppano in un paese lontano, ma in un tempo lontano.
    Ma Brust è infido (e interessante) perché opera anche l’opposto di Kay – in Phoenix Guards, si limita a rubare la trama a Dumas, e ad adattarla al proprio mondo.

  14. Un altro bell’esempio di equilibrio fra world building e narrazione è il Majipoor di Silverberg. Non c’è una sola informazione di troppo, tutto ciò che appare è coerente e funzionale alla storia. Il fatto che il secondo libro della trilogia sia una raccolta di racconti aiuta.

  15. Qualcuno ha detto top 5 sul world building? 🙂

  16. A questo punto credo che non sia neanche più necessario… avete fatto tutto voi.
    Ma penserò a qualcosa di altrettanto pericoloso, in settimana.

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