strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Un po’ di rivoluzione

8 commenti

Mentre non ci sono, lascio il posto dietro al bancone ad un supplente di lusso – Sir Ken Robinson.
Quest’uomo è Dio nel su ambito di attività.
E lo dedico a tutti i miei amici intrappolati nel sistema accademico.
Questo è il suo pork chop express…

Lo so, lo so, è in inglese.
Rassegnatevi.

In breve?
Il modo in cui è congegnato il nostro sistema di istruzione è sbagliato.
Non solo danneggia il sistema, eliminando preziose risorse umane – ma rende la maggioranza delle persone infelici riguardo alla propria vita.
Forse sarebbe ora di cambiare.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

8 thoughts on “Un po’ di rivoluzione

  1. Sento di amarlo, quest’uomo. In un modo molto virile, intendo…
    Già solo il fatto che è un cattedratico che non parla in cattedratichese ma fa, in sostanza, uno stand-up da comedian o giù di lì (ll trucco dell’orologio è geniale)

    Poi, nel merito, è un bel concetto, quello di smettere sol sistema lineare a fast food e cominciare con quello organico.
    Sul fatto che con internet e le tecnologie sia possibile farlo, non ci metto la mano sul fuoco, ma sembra sensato.
    Che il sistema lo voglia o lo possa fare, BWAHAHAHAHAHA!

    Tuttavia, ammesso di avere dei genitori ricchi abbastanza da poter saltare il sistema a Fast Food e pagare caro e salato una educazione “customizzata”, quello che a me sembra manchi è un problema di come.
    Perché è vero che lui ed Eric Clapton hanno preso lezioni di chitarra negli stessi anni (perché era lineare, “si faceva”, ai tempi) ed i risultati sono stati quello che sono stati.
    Ma c’è il rischio di avere un sacco di wannabe-EricClapton che non si arrendono al fatto che il riff non è il loro pane, mentre lo è la botanica o l’idraulica o le scienze dell’educazione.

  2. Se questo sistema organico diventasse realtà, chi farebbe più i lavori sgradevoli? Forse le divisioni sociali e il classismo diverrebbero ancora più marcate. Non credo che qualcuno abbia “talento” per pulire le strade o i gabinetti, eppure sono lavori utili a tutti che vanno fatti comunque e sono altrettanto degni (l’esempio del pompiere che fa lui è calzante). Purtroppo tutto il nostro stile di vita ha bisogno di “schiavi” (nel senso di persone che lavorano per vivere e non di persone che vivono per il loro lavoro amando quello che fanno, categoria in cui fortunatamente rientro anch’io dopo anni di lotte e stenti).

    NB è più o meno il lavoro di mia sorella, lo dico per autodifesa perché non voglio sembrare il solito intellettuale snob.

  3. cori da stadio nel mio cervello scandiscono: SUB-I-TA SUB-I-TA.
    Detto questo, io, da wannabe psicanalista, lo spazzino o il giardiniere lo fare più che volentieri. E sono certo che lo farebbero in tanti, per cinque o sei anni, se sapessoro, se fossero sicuri, che non è una condanna a vita.

  4. Io c’ho qualche dubbio che il lavoro utile “per prova” lo farebbero in tanti, sia pure temporaneo.

    Puzza un po’ della vecchia barzelletta: quella “dareste una casa al popolo, ne aveste due” – SI – “dareste un’auto al popolo, ne aveste due?” – SI – “dareste una bicicletta al popolo, ne aveste due?” – NO, due biciclette le abbiamo davvero…

    Arrivare ad una istruzione organica totale ci lascerebbe con un sacco di quasi-EricClapton che si spera non abbiano mai l’appendicite, che non c’è un infermiere in giro (neurochirurghi, a quintali; otorinolaringoiatri meno perché il nome non suona bene come neurochirurgo).
    Se va bene.
    Se va male, via di distopia: gli eletti che studiano organico ed i pezzenti che l’organico lo scopano e lo lavano.

    Certo, può aver senso puntando così alto per smuffire il sistema e per correggere storture come l’esame per l’asilo (asilo giusto – curriculum per le elementari giuste – punti per il liceo giusto – presentazione per l’università giusta).

    E che il sistema anglosassone, con le sue pecche, è quel secolo buono avanti all’Italia ferma al Sciùr Padrun Dali Beli Bragi Bianchi e ai baronati d’antan.

  5. Pingback: L’educazione tra rivoluzione ed evoluzione (I parte) « Speculum Maius

  6. Ah, attenzione, signori – qui non stiamo parlando di trovare persone con il talento per fare lo spazzino (per quanto ne abbia conosciute a dozzine nel corpo docente della mia Alma Mater), quanto di dare l’opportunità a chiunque di riconoscere e sviluppare il proprio talento.
    Perché è abbastanza tragico che il prossimo Mozart stia cucendo palloni in Birmania, ma è altrettanto tragico che venga irregimentato per fare il ragioniere a Pavia…

    Non è una questione di riforma sociale, ma di riforma culturale – perché uno può fare lo spazzino perché nessuno apprezza i suoi quadri…

  7. Mi sembra un po’ difficile che le due cose possano essere separate.
    Una riforma culturale funziona se c’è una società che funziona e che da da mangiare alla persona che sta perfezionando il suo talento.
    In Star Trek, ad esempio, funziona benone. Sul pianeta Terra, ahem…

    Quindi, si, il sistema attuale corre su binari precostituiti – ed in Italia il binario punta sostanzialmente ad una scrivania.
    Cito da una lettera apparsa martedì 25 su Italians di Beppe Severgnini, a firma Lucina De Meco: ricerca su giovani e lavoro pubblicata dall’Università di Urbino in occasione del Primo maggio.
    Alla domanda «Qual è l’aspetto più importante nel lavoro?», la maggioranza relativa (45.5%) dei giovani intervistati d’età dai 15 ai 17 anni, ha risposto: «la garanzia del posto fisso».
    Solo il 34% ha menzionato «possibilità di carriera», il 18% «vicinanza ai propri interessi o agli studi fatti» e il 5,2% l’utilità sociale.

    Tra i quindici ed i diciassette anni, tutti Fantozzi: neanche uno su cinque a cui interessi studiare qualcosa che gli piaccia. Più normalizzati di così.

    Quindi, la riforma dovrebbe essere sociale e culturale.
    Chi esce dai binari (o ne è buttato fuori) non dovrebbe essere un Outcast o un fallito a prescindere, come accade oggi (chiedi allo zio che scuote la testa).

    Ma se il pittore dilettante può fare lo spazzino, difficilmente può fare l’infermiere o il conduttore di caldaie a vapore.
    E l’archeologo per sviluppare il proprio talento ha bisogno di qualcuno che gli paghi gli scavi, o non sviluppa un bel tubo.

    Conciliare studio professionale e caccia al talento è un’alchimia difficile.
    Non è impossibile, ma va studiata e calibrata.

  8. Allora sarebbe il caso di cominciare, no?

    Ma di fatto – e qui mi allineo a Robinson – si potrebbe cominciare con un piccolissimo passo.
    Facciamo in modo che la scuola (di qualsiasi grado, ma a cominciare dalle elementari) non penalizzi o scoraggi la creatività.

    Il problema, però, è che la creatività non è standardizzabile – è difficile da classificare, gradare, strutturare in programmi ed esami.
    Quindi, non esistendo uno strumento per misurarla, non viene rilevata, e non viene considerata.
    Potremmo cominciare cambiando quello.

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