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Sotto la superficie del pianeta blu

13 commenti

Questo è un pezzo del piano-bar del fantastico.
Nel mio entusiastico pezzo su Trinity, ho citato due giochi poco noti ad alcuni dei frequentatori – Transhuman Space e Blue Planet.
Transhuman può attendere.
Oggi parliamo di Blue Planet.

Blue Planet venne pubblicato all’origine dalla Biohazard games nel 1997, accaparrandosi immediatamente la candidatura all’Origins Award per il miglior gioco.
Il manuale base era dedicato a Jacques Cousteau, e la Cousteau Society incassava una donazione del 10% dei proventi.

La storia in breve – la Terra del 21° secolo è un postaccio con un sacco, ma davvero un sacco di problemi ambientali.
Iltentativo di risolvere le cose utilizzando bioingegneria e capitalismo avanzato riesce a peggiorare la situazione, riducendo il pianeta ai minimi termini.
La situazione sarebbe delle peggiori se non venisse individuato un sistema abitabile, a 35 anni luce dalla Terra e raggiungibile tramite wormhole – qualche settimana di transito, ed ecco un bel pianeta di tipo terrestre, blu ed incontaminato, pronto per essere colonizzato, sfruttato e ridotto nelle stesse condizioni della Terra. E ricco di un silicato, il Long John, che pare fatto apposta per lo sviluppo di nannotech.

Unico piccolo problema – il pianeta è coperto d’acqua per il 95%, un vasto oceano costellato di isole e atolli.
Da qui il nome, Poseidon.

Proprio mentre le prime spedizioni esplorative cominciano a cartografare il nuovo mondo, la situazione sulla Terra arriva al limite,e le comunicazioni si interrompono per un paio di generazioni.
Normalizzata la politica terrestre, una nuova generazione di coloni si prepara a calare su Poseidon – dove i sopravvissuti della prima spedizione si sono arrabattati, costruendo una civiltà di tipo simil-Polinesiano.

Qui parte il gioco.
Poseidon dà il benvenuto ai nuovi coloni.
Ai deportati.
alle spedizioni scientifiche.
Alle corporazioni in cerca di profitti.
Alla mafìa russa.

Nel 2000, Blue Planet venne rilevato dalla Fantasy Flight Games, compagnia specializzata in prodotti di altissima qualità grafica.
Fantasy Flight pubblicò una serie di manuali in hardback, dividendo l’originario manuale base Biohazard in due volumi (giocatore e master) e rimpiazzando il sistema di gioco della Biohazard col Synergy System.
La caratteristica più felice del Synergy era ed è la creazione dei personaggi per pacchetti – per cui skill, vantaggi ed equipaggiamento vengono acquisiti in grappoli coordinati, in funzione delle esperienze di vita del personaggio.
Creare un nuovo personaggio è un processo lungo, ma è anche parte della narrazione, poiché col personaggio si crea la sua storia, e dalla biografia derivano le capacità ed i quirk che rendono il personaggio unico.
Per il resto, il sistema brilla per la sua genericità.

Nel 2002 la Steve Jackson pubblicò un GURPS Blue Planet, offrendo l’opzione di utilizzare un sistema ancora più qualunque.

Ma non è il sistema, a rendere Blue Planet memorabile.
È Poseidon.
Blue Planet è un gioco di hard science fiction.
Maledettamente hard.
L’ambiente e l’ecologia di Poseidon sono delineati con estrema cura, coerenza e precisione – tanto che il manuale del Master pare, a tratti, un testo di oceanografia opportunamente modificato.
Gli autori si sono immaginati una biosfera coerente, con differenti specie animali e vegetali, diversi ambienti, diversi sistemi ecologici – ed hanno agganciato il tutto ai misteri che costellano la superficie (e le profondità) di Poseidon.
Al contempo, la tecnologia, la società e la storia dell’esplorazione umana di Poseidon sono coerenti e credibili.
La popolazione di Poseidon include un ampio spettro di possibilità, arricchite dalla presenza di cetacei uplifted (portati attraverso la bioingegneria ad avere intelligenza umana), umani bioingegnerati a vario livello (incluse, naturalmente, le donne gatto), i coloni di prima generazione adattatisi al pianeta…

E se il gioco permette, ok, lo scambio di pistolettate fra spie industriali e soldati bio-ingegnerati della mafìa , è nell’esplorazione, nell’immersione (…) nell’ambiente che si ha la massima gratificazione – sia per il master che per i giocatori.
Cosa ci potrebbe essere di eccitante nell’andare alla deriva su un mare inesplorato con i motori intasati da alghe unicellulari?
Poi le cose cominciano a complicarsi.
Si alza il vento…

Blue Planet può essere terribilmente letale, perché l’ambiente marino può essere terribilmente letale.
Più dello spazio – con in pù il fatto che sembra familiare, addirittura amichevole.
Annegamento.
Ipotermia.
Embolia.
Intossicazione da azoto.
Compressione letale.
E fin qui abbiamo messo in gioco solo acqua, aria e gravità.

Ora aggiungete la fauna e la flora di un mondo sconosciuto.
I fenomeni atmosferici estremi di un pianeta dove non esistono masse continentali che possano deviare o rallentare i venti.
Una economia ultraliberista e militante.
Un sindacato del crimine infiltrato come un cancro nella politica.
I nativi ostili.
E l’ipotesi, appena sussurrata, di una presenza aliena.

Blue Planet non è un gioco facile.
Ma è quasi certamente la più perfetta simulazione dell’esplorazione dei misteri di un mondo sconosciuto e credibile che esista nell’ambito del gioco di ruolo.

Dal 2004, il gioco è tornato in casa Biohazard, che ne ha concesso i diritti di ristampa a Red Brick, attraverso Lulu.com.
Per il momento, un solo manuale è stato ristampato.
Ed è un peccato.

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Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

13 thoughts on “Sotto la superficie del pianeta blu

  1. Mmmm… a prima vista sono necessari dei giocatori e un master molto capaci, più che per CoC. Sembra bello, ma penso richieda un gruppo molto più capace della media per funzionare.

  2. Diciamo che – come e più di Cthulhu – richiede una impostazione completamente diversa della squadra e del gioco.
    Io ero (e sono) fortunato – giocavo (e gioco) con una squadra di appassionati di fantascienza, con una impostazione sostanzialmente investigativa.
    Ciò non significa, naturalmente, che Blue Planet non abbia lasciato delle cicatrici anche su di loro.

    Certo, Trinity è più user firendly… ma BP… ah!

  3. Questo blog riscuote sempre di più il mio consenso e la mia ammirazione. Ho sempre adorato la commistione tra mare e fantascienza. Ho ancora nel cuore “Canti della Terra lontana” di Arthur Clarke, ambientato su un pianeta molto simile a quello descritto nel post. D’altra parte lo stesso Clarke, esperto di immersioni subacquee al largo dello Sri Lanka, diceva che la terra ferma non è altro che un luogo di transito tra il mare di sale in cui siamo nati, e quello di stelle in cui ci avventureremo. Pura poesia…

  4. Sono un geologo con una malaugurata passione per l’oceanografia – che oramai pratico come hobby.
    E da appassionato di fantascienza, vedo nel mare la frontiera più aliena e più a portata di mano per la nostra specie, qui ed ora.
    Lo spazio interplanetario è facile.
    Le profondità dell’oceano sono molto, molto difficili.

  5. Questo non lo conoscevo! Sembra possa ospitare tranquillamente un merge tra Blue submarine no. 6 e Waterworld senza perdere coerenza.
    Vale la pena indagare…

  6. Davide, allora ti consiglio i libri di SF del canadese Peter Watts: io ho letto solo Stelle di Mare (Starfish) ma mi era piaciuto molto per la scrittura, il tono e le idee, ma anche appunto per la resa delle profondità oceaniche (di cui Watts è esperto) come ambiente estremamente alieno.

  7. Conosco Watts – che tra l’altro è stato di recente protagonista di una incresciosa facenda con la polizia statunitense.
    Credo che l’opera di Watts sia uno dei segreti meglio custoditi della fantascienza contemporanea, un grande assente in un panorama che idolatra Bear o Egan (the Two Gregs).

  8. Immaginavo che non potessi avere una simile lacuna 🙂

    Rallegriamoci che gli sia andata relativamente bene al processo, la sua è una storia che mette i brividi, oltre a far parecchio inca**are.

  9. Ecco l’ennesimo esempio di gioco del quale leggerei volentieri il manuale, più che giocarci.
    Concordo l’annotazione sulla fantascienza. Meglio inventarsi qualcosa di originale sul “sotto”, che non le solite banalità sul “sopra”.

    “Il quinto giorno” ti è piaciuto?

  10. No.
    “Il Quinto Giorno” ho fatto una fatica mortale a leggerlo, e mi ha stancato.
    In parte perché molta della scienza nel romanzo è roba con cui lavoro ogni giorno, o che frequento per hobby, e quindi mi trovavo un po’ nella situazione in cui credo si trovi un medico a guardare “Dr House” o un criminologo a guardare “Criminal Minds” – quel che c’è è già visto, quel che manca appare evidente, quel che è sbagliato ci urta due volte.

    E poi il modo di scrivere di Schatzing non mi piace – è troppo da manuale.
    Molto dell’azione viene telefonato dalla struttura – il capitolo si apre in un certo modo, sai già come andrà a chiudersi.

    Perciò, ok, in gamba, buone idee, ma credo semplicemente che non sia un libro per me.

    Molto ma molto meglio (opinione personale), del medesimo autore, è Il Mondo d’Acqua – che è un buon saggio divulgativo sull’oceanografia, messo insieme con tutti gli appunti raccolti per scrivere Il Quinto Giorno.

  11. Mi avete messo la pulce nell’orecchio: che cosa è successo a Peter Watts?

  12. In breve, per come mi ricordo: mentre in auto attraversava il confine USA-Canada, avrebbe rifiutato di obbedire alle istruzioni delle guardie di frontiera e queste, oltre a malmenarlo e a spuzzargli spray irritante, l’hanno arrestato e denunciato per resistenza a pubblico ufficiale e violenze.
    A quanto pare anche esitare nell’eseguire una istruzione delle guardie equivale a resistenza, e il Dr. Watts deve aver fatto un pò l’insofferente o lo spiritoso. Sembra che nel corso dell’udienza l’accusa di aver tentato di strangolare una guardia sia stata ritirata o ritenuta non valida.
    Penso che se la sia cavata col divieto di entrare negli USA.

  13. Tornava da una cena ed era un po’ torpido.
    Ha perso forse un minuto prima di scendere dall’auto.
    Spray al pepe negli occhi, faccia a terra e malmenato – pare anche con insulti perché è “a fucking canuk”.
    Poi la denuncia per resistenza all’arresto e il divieto a rientrare negli USA.

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