strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Intellettualmente inadeguati

6 commenti

Piove.
La TV ci martella di idiozie.
Ferragosto all’insegna del pork chop express.

La notte passata, un Dossier del TG2 (mi pare) ha dedicato ampio spazio al fenomeno dei flash mob.
Per chi se lo fosse perso, il flash mob è (dice wikipedia)

Con il termine flash mob (dall’inglese flash: breve esperienza o in un lampo, e mob: folla) si indica un gruppo di persone che si riunisce all’improvviso in uno spazio pubblico, mette in pratica un’azione insolita generalmente per un breve periodo di tempo per poi successivamente disperdersi.

È una cosa nuova e mortalmente cool, a quanto pare.
Nessuno, evidentemente, si ricorda di Flash Crowd, vecchio racconto di Larry Niven che mi capitò di leggere… mah, sarà stato nel 1985.

La discussione del servizio televisivo si incunea ben presto su psicobabble insostenibile, sospesa fra il cretinismo pseudointellettuale

I partecipanti al flash mob tentano di ricreare nel mondo reale uno spazio virtuale

Sarebbe interessante sapere se la loro percezione presenti un margine crepuscolare

e il vuoto pneumatico culturale

Ma, flash nel senso di lampo o nel senso di carne?(1).
Eh, mah, magari tutti e due…

Nessuno, ma proprio nessuno, fra gli esperti consultati, sembra cogliere un elemento semplice e fondamentale: è un gioco.

Del gioco possiede i caratteri fondamentali, primo fra tutti il gusto di fare una cretinata e vedere come reagiscono quelli che non sanno.
Come quando da ragazzini ci trovavamo in sei o sette su un angolo di strada e cominciavamo a guardare per aria, per vedere come avrebbe reagito la gente (di solito in capo a dieci minuti c’erano cinquanta persone che guardavano per aria).
Non avevamo un nome cool per ciò che stavamo facendo, e di sicuro non stavamo tentando di ricreare uno spazio virtuale nel mondo reale.

Con un paio di risatacce crudeli, cambio canale e mi sciroppo la retrospettiva sulla Hammer che mi passa Rai 3.

Poi, stamani, in sottofondo mentre pianifico il pranzo ferragostano, un secondo elemento si aggiunge al mosaico.
Il tizio che ha scritto un libro sulle protesi emozionali che utilizziamo – cellulari, internet, Skype.
Lo intervista Alain Elkann con il solito tono svogliato al limite dell’offensivo.
E scopro così che il mio cellulare – col suo sfondo del Grande Cthulhu e la sua rubrica zeppa di numeri dei miei amici e dei miei contatti lavorativi, non è uno strumento per comunicare, ma una stampella emotiva, un mezzo per recuperare emozioni che la vita moderna non mi permetterebbe di provare.
Idem il web.
Idem la TV.

Il fatto che siano oggetti, che abbiano una utilità, apparentemente non conta.

E qui mi sorge un dubbio, un dubbio fortissimo – che i nostri intellettuali siano sostanzialmente inadeguati a comprendere davvero il mondo che ci circonda.
Da una parte, per decenni hanno trattato con sdegnosa superiorità la scienza e la tecnologia – non capiscono nulla di fisica, non hanno gli strumenti culturali sufficienti per comprendere l’ambiente, lasciamo perdere la matematica…
E ciononostante ne parlano a manetta, citando il solito Popper e pronunciando le più agghiaccinti idiozie che si possano immaginare con il sussiego e l’aplomb dei detentori della verità.
Dall’altra, hanno perduto il contatto con la quotidianità della tecnologia – la vedono ancora come un evento invasivo ed incomprensibile, non una evoluzione dei nostri strumenti, non un diretto discendente dell’ascia di selce, ma come strani incidenti, apparati superflui carichi di un significato non pratico, ma rituale. Sono fermamente convinti (o si comportano come se fossero fermamente convinti) che le persone acquistino i biglietti d’aereo non per andare da A a B, ma per conformarsi a qualche misteriosa convenzione sociale da determinare e analizzare con gli stessi strumenti che si usavano per analizzare i rituali di iniziazione dei pescatori di squali polinesiani.

E se così il lato ludico della vita viene completamente ignorato perché incomprensibile a questi seriosi tromboni, mentre la scienza e la tecnologia vengono interpretate come se fossero tarocchi, analizzate attraverso gli strumenti della retorica e della convenzione sociale – che non c’entrano quasi nulla.

Non è il future shock di Alvin Toffler.
Non è la tecnologia che sta andando troppo in fretta.
Sono loro, che sono rimasti clamorosamente indietro, e che attraverso pubblicazioni risibili e sconsiderate trasmissioni televisive, ora puntano i piedi, e cercano di trattenere tutti coloro che li ascolteranno in quel passato fasullo e inutile nel quale hanno scelto di esistere.

Non sarebbe stato difficile, restare al passo.
Sarebbe bastato leggere un po’ di fantascienza spegnendo i rumorosissimi filtri intellettuali ereditati da un’accademia ormai morta, mummificata e sepolta.
Sarebbe bastato guardare al futuro e non alle convenzioni.
Sarebbe bastato avvicinarsi alla scienza ed alla tecnologia con un minimo di umiltà.

E invece…

Vabbé, buon Ferragosto.
Beccatevi il mio flash mob esistenzialista…

… e si sentì una voce gridare, Guy Debord, sei stato vendicato!

(1) – ‘gnoranti, se fosse carne sarebbe Flesh Mob… e la cosa mi fa venire in mente solo il finale del classico horror, Society

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Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

6 thoughts on “Intellettualmente inadeguati

  1. Ti scrivo da un momento libero dalla preparazione del pranzo ferragostano.
    Condivido quasi in toto quello che scrivi:Mi sembra però che dimentichi alcuni particolari importanti:
    1)Che la maggior parte dei telegiornali Italiani;salvo le solite lodevoli eccezioni,sono stati riempiti da personaggi che non sanno neanche cosa significhi essere giornalisti ma che stanno lì per altri “(sic)meriti”.
    2)Non è una cosa di oggi,ma adesso grazie ad internet e all’apertura di tante situazioni internazionali magari ci rendiamo più conto di tanti provincialismi.
    3)I critici italiani,di ogni genere sono di un arretrato clamoroso,.Ricordiamoci per fare un esempio che riguarda il cinema non le tecnologie ma è emblematica di un certo modo di fare critica in Italia è che finchè era vivo Totò le sue interpretazioni venivano rigorosamente stroncate da tutti i Soloni,salvo poi accorgersi dopo la morte che era un bravo comico ed incensarlo come un genio e non ho dubbio che anche i “cosidetti” esperti di tecnologia siano uguali.
    Vabbè godiamoci i vari flashmob che saranno divertentissimi ed hai ragione,mai sottovalutare l’elemento ludico della vita e lasciamo che i vari soloni,continuino a non capirci niente.
    Anche se fa rabbia lo so…
    Buon ferragosto amico mio.

  2. Gli intellettuali sono, nella gran parte dei casi, dei minchioni svogliati e supponenti che credono di aver capito tutto e invece non hanno capito un cazzo.
    Sono così in tutto il mondo, figuriamoci in Italia, dove passano per intellettuali anche gli opinionisti di Buona Domenica.

    Non ho mai capito la figura dell’intelluale in sé. Per me esistono persone intelligenti, che cercano di comprendere il mondo che le circonda, e persone sciocche che passano la vita a guardarsi la punta dei piedi. Tutto il resto mi sembra un sintomo fortissimo della decadenza che caratterizza la nostra epoca.

    Ricordo la “mostra della merda” (si chiamava proprio così) che Sgarbi organizzò anni fa proprio qui a Milano. L’ho sempre ritenuta la tipica idiozia da intelluale/intellettualoide. Perché cercare di dare un senso artistico e metafisico a degli escrementi? Essi sono tali, punto e basta. Puzzano e fanno schifo. Non occorre cercare sempre il punto di vista originale.
    A volte le cose sono come sono, punto e basta.

    E invece…

    Vabbé, Buon Ferragosto! ^_^

  3. Pasolini era un intellettuale. Oggi abbiamo Sgarbi… Ho consigliato la lettura di Pasolini (qualsiasi cosa di Pasolini) ad alcuni/e amici/che giovani: ne sono rimast* sconvolti, completamente sconvolti, increduli, entusiasti, esattamente in quest’ordine. La definizione degli intellettuali così negativa di McNab la condivido, ma solo se resta confinata agli “intellettuali” di oggi, perché basta guardare indietro di solo una trentina d’anni e si incontrano dei giganti di intelligenza che ancor oggi hanno molto da insegnarci (anche se per me Pasolini resta il più grande).
    Buon ferragosto! 🙂

  4. A costo di suonare banali, direi che l’intellettuale, come il maestro zen, non ha bisogno di dire di esserlo – lo si riconosce per ciò che fa, o meglio ancora per ciò che è.
    Se definisce se stesso, molto probabilmente è una bufala.

    D’altra parte, il progressivo ed ormai lampante deterioramento della cultura umanistica “popolare” riporta in primo pianola faccenda dela terza cultura.
    Poiché loro non riescono più a parlare di noi, sarà bene che cominciamo a parlare per noi stessi.

  5. Non a caso il blog sta diventando la nuova forma di letteratura moderna. Storcerannoil naso, sulle prime, come a suo tempo fu per il romanzo, poi ne verrà fuori qualcosa di buono.
    La democratizzazione della scrittura scade spesso in banalità senza pari, ma gli scrittori inconsapevoli sono molti, stili nuovi, ben lontani da “scusa ma ti chiamo amore” e cazzate simili.
    Ho passato qualche giorno in Toscana, agriturismo vero, solo natura e silenzio, ideale per scrivere e smettere di vivere come un criceto cittadino. Unico diversivo un televisore antico a colori. Premetto che mi sono allontanata da questo “mezzo” dal 2006, quindi rivisitare i meccanismi della pubblicità e della retorica e del qualunquismo, del finto perbenismo, delle lacrime artefatte, dei culi e delle tette sempre protagonsti e delle ragnatele intellettive mi ha sbattuto in faccia secchiate d’acido.
    Già non li capivo quando ero giovane e parlavano dei “giovani”…adesso a 39 anni e disintossicata dal 2006 ne scorgo chiaramente i fili ed i burattinai.
    Meglio parlare di noi a noi, che lasciare che un vecchio straricco presunto intellettuale ipotizzi i nostri stati d’animo e le nostre abitudini.

  6. C’è troppa struttura.
    Troppa tecnica.
    La tecnica senz’anima crea dei mostri.
    È interessante notare che, a livello televisivo, i grandi della divulgazione, tanto da noi che all’estero, sono diventati esperti facendo divulgazione – da James Burke a Piero Angela passando per Mino Damato e David Attemborough, in ambito giornalistico, da Carl Sagan a Dick Dawkins in ambito scientifico.
    Nessuno nasceva esperto.
    Oggi ci sono scuole che promettono di fare di me un traduttore in tre anni, un divulgatore in nove mesi… e si tratta di pezzi di carta che contano.
    Ma è solo tecnica, senza l’altra componente, quella umana.

    Per questo non riescono a riconoscere un gioco per quello che è, e devono pontificare fino a narcotizzare se stessi ed il pubblico.

    Capisco bene, poi, la faccenda del criceto urbano.
    Scoprirai che altri criceti vagano per questo blog 😉

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