strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

William Gibson era un ottimista

20 commenti

Un paio di giorni or sono mi è stato fatto osservare che, da appassionati di fantascienza, ci dobbiamo interessare al futuro.

Comincio allora questo pork chop express con un siparietto steampunk.
Fu Erone di Alessandria il primo a costruire delle macchine a vapore.
Con buonapace di James Watts – circa duemila anni prima della sua invenzione, Erone aveva sviluppato la Termopila, e un’apparecchiatura a vapore che apriva le porte del tempio.
Aveva anche progettato un motore eolico per suonare un organo, ed un teatrino meccanico.
Era avanti, Erone di Alessandria.
Ed i suoi contemporanei lo martellavano, perché con quelle macchine si sarebbe fatto lavoro per il quale c’erano, pronti e disponibili, gli schiavi.
Ed allora, perché usare una complicata e costosa macchina a vapore, se c’erano gli schiavi pronti a lavorare a buon mercato?

Dura la vita ad Alessandria, ai tempi di Erone.

Ora, pare che la tendenza, nei prossimi mesi ed anni, sarà quella di un ritorno a modelli ottocenteschi nel rapporto fra datore di lavoro e lavoratore.
Proprio oggi si è parlato, en passant, di modificare la legge 626 sulla sicurezza sui posti di lavoro.
Ed una grossa azienda strepita da giorni perché troppe tutele impediscono il licenziamento dei dipendenti che criticano la struttura ed esercitano i propri diritti di sciopero.

Come sempre, si sta anche operando sottilmente a livello linguistico – non si dice più sciopero, o protesta, ma boicottaggio.
Non si parla di serrata sui diritti ma di cambiamento per il futuro.
Accondiscendenza diventa pacatezza.

Ho giocato troppo a lungo a Shadowrun per non riconoscere l’alba di un’epoca megacorporativa.
Una megacorporazione (un’idea vecchia come la fantascienza, ma popolarizzata da Bill Gibson) è

a fictional corporation that is a massive conglomerate, holding monopolistic or near-monopolistic control over multiple markets (thus exhibiting both a horizontal and a vertical monopoly). Megacorps are so powerful that they can ignore the law, possess their own heavily-armed (often military-sized) private armies, hold ‘sovereign’ territory, and possibly even act as outright governments. They often exercise a large degree of control over their employees, taking the idea of ‘corporate culture’ to an extreme.

Vediamo…

  • controllo monopolistico su mercati multipli
  • ignorano la legge
  • hanno i propri eserciti privati
  • hanno sovranità territoriale
  • agiscono in luogo dei governi
  • spingono all’estremo la cultura corporativa

Beh, così ad occhio direi che manca solo il controllo territoriale, anche se ho sentito cose su certe aziende a Guanzhou che mi lasciano ben sperare.
Sugli eserciti privati, parliamone… conta avere ex dipendenti dei servizi segreti che schedano i dipendenti “pericolosi”?

Il lato interessante, e tristissimamente divertente dell’intera faccenda, è che dopo aver legato il proprio sviluppo ad un modello e ad una tecnologia immutati dai tempi di Henry Ford, armandosi della parola cambiamento, questi signori propongono, come strategia vincente contro quei sistemi produttivi che si fondano su zero diritti per la forza lavoro, un nuovo modello che di fatto riduce i diritti dei lavoratori.

Per competere con sistemi più primitivi, ci primitivizziamo.
Poiché la termopila costa troppo, torniamo agli schiavi.

Se mi servi ti assumo, se non mi servi ti lascio a casa.
Mantengo al minimo le garanzie in termini di retribuzione.
Riduco la sicurezza sul posto di lavoro.
Non ti piace? Quella è la porta.
Protesti? Quella è la porta.
Il tuo governo si oppone? E io porto le industrie altrove, e gli lascio qualche milione di disoccupati.

E poi, chissà – potremmo far caricare i rivoltosi dalla cavalleria.
Molto steampunk, neh?

Il futuro è così maledettamente brillante, che ci toccherà indossare dei fottuti occhiali da sole.

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Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

20 thoughts on “William Gibson era un ottimista

  1. anche il controllo/onnipresenza dei media e la tracciabilità di ogni singola mossa del cittadino (carte di credito, IP, gps, google street view, echelon) sono molto cyberpunk. il guaio è che senza schiavi non potremmo sostenere il nostro stile di vita (se le scarpe non le faccio in Romania dove le pago 10 euro per rivenderle a 90 in Italia, non ho margine per competere e devo chiudere).

  2. Non ho margine, o devo semplicemente ridurre il mio margine?

  3. Beh, non mi vorrai mica criticare il Capitalismo no? 🙂

  4. Mai fino a che non verrà a cercarmi con un’ascia.
    Ma ormai pare non manchi molto…

  5. C’era un dirigente della mia azienda,pensionabile da diversi anni che continuava a stare al suo posto.
    Questo nonostante la crisi.Nonostante i tagli del personale.Nonostante gente giovane dovesse fare i salti mortali per andare avanti.
    Ora di casi così ce ne sono tanti,mi chiedo come fa un giovane a farsi un futuro, ad arrivare al suo futuro brillante con i suoi occhiali scuri se chi avrebbe dovuto creare spazi invece li chiude?
    Se queste sono l basi William Gibson non era un ottimista,ma un illuso idealista…e comunista per giunta!

  6. Ci dondoliamo felici fra gerontocrazia e pornocrazia.
    L’attuuale classe dirigente se l’è spassata negli anni ruggenti, e non ha preparato un futuro per i propri discendenti.
    Non sono i peccati dei padri che ricadono sui figli, è la loro indifferenza.

    Scusate… stanotte sono in mood biblico.

  7. ..non sei il solo amico mio.
    Ci sentiamo domani,vado a nanna.
    Buona notte a tutti.

  8. Ho appena finito di leggere Altered Carbon, nel quale si afferma che la neo-schiavitù umana è frutto delle più semplici leggi economomiche: la sovrabbondanza di umanità ha innescato un circuito inflazionistico che ha prodotto un progressivo abbassamento del valore della vita.
    Gli uomini sono tanti, variegati, sostituibili e facilmente reperibili. Sono risorse deperibili a buon mercato tanto che pesso è più economico salvare una macchina che un uomo.
    Ok è una fiction, ma la distanza dalla realtà non è poi così tanta.

  9. Personalissimamente, dopo quindici anni di fabbrica a far rubinetti, quando sento parlare di “diritti acquisiti” mi viene un po’ d’orticaria e la forfora nella barba.
    Perché conosco di persona quelli che blaterano di “diritti”, in reparto.
    O quelli che ne parlano “da fuori”, senza averlo mai visto, il reparto.

    Quindi, a me un post del genere sta un po’ qui a prescindere: e, in un ottica che il fantascientifico guarda al futuro, trovo un ossimoro.
    Ovvero, la società attuale sta consumando più risorse di quanto il pianeta produca.
    Ma guai a toccare i “diritti acquisiti” dell’operaio di avere uno schermo a 50″, due auto ed andare low cost ad Ibiza.
    Salvo salmodiare del disastro se l’operaio polacco, cinese o indiano volesse gli stessi “diritti acquisiti”.

    Dice esattamente Eugenio, è una normale legge di natura: quando si è troppi e le risorse son quelle che sono, chi si adatta meglio sopravvive.
    Poi, Ok, se gli stambecchi del Monviso son troppi i deboli schiattano di una epidemia, gli operai deboli hanno in mezzo una corporation che funziona come il microbo degli stambecchi.
    E il microbo non fattura, la corporation si.
    Ma il meccanismo è naturale lo stesso.
    E un qualsivoglia meccanismo che parta dal presupposto di rinunciare ad accaparrare del singolo per una equità sociale in natura non ha molti esempi, a quel che so.

    E, nota, si sta anche lentamente facendo strada una coscienza di una società futura tanto ricercato e tanto fumoso: il modello coi Pinkerton ai cancelli, di per se, è stato superato.
    I malvagi capitalisti demoplutocratici hanno scoperto che fare una panda costa 10 polacchi su una catena di montaggio e 3 italiani molto specializzati e molto cari, in grado di scovare e riparare le magagne lasciate dai polacchi.

    Finiti gli incentivi polacchi, han fatto due conti e deciso di fare la panda a 10 italiani su catena di montaggio e vedere se esce fuori finita al primo colpo.
    Con tutta la sceneggiata per un misero sabato di straordinario e tutto il giro attorno.

    Ma, fuffa a parte, il succo è che il malvagio Capitale paga quelli sulla catena tre volte tanto per fare la stessa cosa. C’è schiavo e schiavo…

  10. In modo sotterraneo, silenzioso, questa schiavizzazione del lavoratore esiste da anni nelle grandi aziende. Niente frustate o lavori forzati apparenti, ma ci sono tanti modi per schiacciare una personalità e costringere ad andar via, lo vedo accadere sempre piu’ spesso.
    Lavoro in una “grande azienda nel Torinese”, dove ancora oggi alcuni (compreso uno dei miei capi), pretendono che gli si porti il caffè solo perchè lui è figlio di papà, maschio e direttore. Questo è annientamento della personalità. Vogliono una segretaria laureata, per potersene vantare, che conosca bene le lingue straniere, l’informatica, che sappia organizzare, gestire, risolvere i casini combinati da loro, coprire, mentire, e via dicendo. Ma poi le sottopagano trattandole come servette.
    Non storcete il naso pensando che portare il caffè al capo sia “normale”. Se sento ancora una volta questa parola sputo nel vostro, di caffè. Pretendere una segretaria (scusate, assistente di direzione) pluricompetente, ma poi farle fare il caffè è una pura e semplice dimostrazione di potere, è umiliare, è il padrone che prende la testa del cane e la stringe abbassandola per far capire chi comanda, è insulto all’intelligenza.
    Lavoratori competenti sono letteralmente vessati o messi da parte fino ad andarsene. Giovani, brillanti, non importa. Importa solo che ci IMPEDISCANO di conservare le ferie, perchè l’azienda ha pochi soldi, ma poi assume direttori, specula, compra, scialacqua nelle trasferte dei dirigenti con aerei privati e ristoranti di lusso.
    E laddove non riescono a piegare, corrompono. Il denaro compra tutto. Un tempo si davano i titoli di Marchese e Conte, oggi si danno i livelli, la dirigenza, ed ecco che tutti gli oppositori hanno la museruola. Altrimenti, aria. Quella e la porta e questo è il calcio nel culo.
    Ogni giorno piccoli tentativi di controllo, angherie, capricci che il capo sa bene di esercitare (fanno i corsi apposta). La primitivizzazione era già qui. E’ stata la trappola del lavoro a tempo indeterminato la scintilla.

    @Andrea
    Il margine c’è sempre, è l’avidità che aumenta. Perchè non far lavorare 20 ore al giorno dei disgraziati in Romania o in Cina o in India pagandoli una miseria? Magari minorenni, magari ci scappa anche la trasferta pagata dall’azienda (con quintali di bonus trasferta) per fare i fattacci miei? Che male c’è se a me rimborsano anche il parcheggio da 0,70 euro, ne guadagno 23.000 al mese e gli operai devono lavorare in condizioni di sicurezza estreme?
    Tanto se succede qualcosa abbiamo gli avvocati rottweiler che ci difendono…che sarà mai un po’ di sucrezza qui, un po’ di amianto là, qualche scoria nel terreno degli agricoltori e vabbè…chi si lamenta? Qualcuno su un blog? La gente pecora non legge i blog, guarda Amici e i reality show.

  11. @Loco
    Io e il darwinismo sociale, si sa, andiamo poco daccordo – anche perché si tratta di una posizione basata su una percezione errata della Teoria dell’Evoluzione, e sull’ipotesi (assolutamente non verificata9 che i sistemi sociali funzionino sulla base delle stesse (mal comprese) regole.
    Mi diverte invece l’idea che, poiché gli esseri umani del pianeta utilizzano un surplus di risorse (innegabile), debba essere solo una parte (per altro ampia) a rinunciare a dei privilegi.
    Perché curiosamente i 50 pollici ad alcuni sono raccomandati dal medico, a casa d’altri invece, apparentemente, sono una aberrazione.

    Ma tutto questo, Locomotiva amico mio, è uno spostare l’argomento del contendere – simpatico giochino retorico, ma non vorrei che qualcuno pensasse che io non me ne sia accorto.
    Qui quando si parla di diritti acquisiti non intendiamo vacanze low cost e SUV – la proposta ventilata è quella di abbassare i margini di sicurezza sul posto di lavoro.
    Non parliamo di televisori al plasma, ma di dita mozzate dalle frese.
    Poi, ovviamente, YMMV – dopotutto il buon Dio di dita ce ne ha date dieci.

    Al contempo, un’azienda sta di fatto ricattando il governo con la minaccia del tracollo nazionale al fine di ottenere dei finanziamenti che vadano a coprire quelle entrate che – in un mercato liberista – evidentemente non ha più la capacità di generare nella maniera tradizionale.
    In altre parole, manager incompetenti ricattano lo stato affinché paghi per la loro inadeguatezza.
    Anche questo c’entra ben poco con le vacanze low cost.
    È piuttosto la politica che diviene la prosecuzione dell’economia con altri mezzi.
    I confini fra azienda e nazione sfumano – il manager toppa, il cittadino paga.

    Il fatto che ci siano schiavi e schiavi mi rallegra, ovviamente.
    Ma la garanzia di un angolino per gli uomini liberi mi farebbe sentire un po’ meglio.
    Anche perché io non sono uno stambecco.

  12. E’ un processo lento ma inesorabile che va compiendosi con lo sviluppo tecnologico e industriale.
    Non sono un luddista ma ne comprendo alcune denunce che vanno urlando (nel vuoto) da decenni.
    Parlando per esagerazioni direi che il Sistema sta migliorando la schiavitù. Da quella barbarica dei tempi antichi si è passata a quella a malapena visibile, spesso addirittura augurabile, visto che implica una sorta di sostanziale crasso benessere.
    Anzi, direi quasi che dalla schiavitù sono passati alla pastorizia.

    Questo l’hanno detto anche tanti scrittori distopici, sì. Il punto è che qualcuno di loro ha peccato di ottimismo.

  13. Forse per questo motivo lo steampunk popolare mi spaventa. Perché non parla di un passato possibile ma di un presente inesorabile.

    Tutti ad ammirare il sior paron dale bele braghe bianche, mentre l’operaio furbo si mette d’accordo e quello sfigato pensa ai colleghi lontani.
    Che dopotutto alla catena, se c’hai un po’ di gioco, ci stai anche bene.

  14. Ah, IguanaJo, lo steampunk come fantasia di restaurazione!
    È vero – quello è un elemento inquietante – l’idea che si possa stratificare la società, e che le avventure e le esperienze significative siano appannaggio dell’elite…
    Credo che in questo risieda il fascino dello steampunk più terra terra presso le menti deboli – il potersi atteggiare ad aristocratici, e che la plebe si danni.
    Lo steampunk come cosplay per pochi.

    Ma non è la sola posizione possibile, grazie al cielo.
    E quando ho sentito Jake Von Slatt descrivere l’ottone come “l’oro proletario”, ammetto di essermi sentito rinfrancato.
    La rivoluzione non sarà telegrafata… 😉

  15. Lo steampunk è il fantasy del XXI secolo. Bisognerà farsene una ragione.

    Ah… se “Il futuro è così maledettamente brillante, che ci toccherà indossare dei fottuti occhiali da sole.” era già un’ottima chiusura per il post, “La rivoluzione non sarà telegrafata è un vero colpo di genio!

    (Mi pare di averti già suggerito di leggere Contro il giorno, dopo questa serie di interventi non posso che ribadire il concetto. Credo lo troveresti davvero soddisfacente.)

  16. In realtà non posso vantare la paternità di nessuna delle due – la prima è una variante sul titolo di un disco degli anni ’80, la seconda è il motto di un gruppo di steampunker militanti britannici molto meno “facili” del cosplayer medio…

    Sulla questione del “nuovo fantasy”, credo sarebbe bello discuterne, perché non sono sicuro di interpretarla correttamente.
    Mi pare (ma sono io che farnetico) che tu veda il fantasy come una letteratura mirata alla gratificazione di fantasie e desideri del lettore, contrapposta alla fantascienza, che invece stimola il dubbio e gratifica casomai la curiosità del lettore, stimolandolo in altre direzioni.
    Se questo è il caso, se questo cioè è ciò di cui parliamo quando parliamo di fantascienza e fantasy, allora lo steampunk può essere entrambe le cose – come di fatto anche la fantascienza e il fantasy possono svolgere ruoli intercambiabili.

    Ma ripeto, è un bell’argomento di discussione, che ci salviamo casomai per un post la settimana prossima e per una chiacchierata a quattr’occhi.

  17. C’è un curioso elemento che accomuna il fallimento della tecnologia a vapore di Erone e la sostanziale rinuncia a qualsiasi investimento nel «capitale fisso», ovvero in tecnologie, macchine ecc. da parte dello sciagurato capitalismo italiano che sta scegliendo di investire a tempi brevissimi. Le macchine di Erone avrebbero richiesto un investimento in capitale, assurdo in presenza di un’abbondante manodopera a basso costo, come è assurda la scelta di rinnovare il modello di produzione quando esiste uno sconfinato esercito di operai possibili. Questo rende necessariamente i dirigenti dei volgari e stupidi negrieri e dà l’illusione a chi occupa una posizione non (troppo) subalterna nella piramide sociale di poter vestire i panni di un cavaliere, un marchese, un visconte… Si tratta di una breve parentesi, credo. L’Italia, nell’ambito della divisione internazionale della produzione, è destinata in prospettiva a occupare il posto di un ameno luogo vacanziero per i Signori cinesi e indiani che nel futuro verranno a trascorrere il tramonto della civiltà occidentale nelle loro lussuose residenze sul golfo di Napoli o nei palazzi di Venezia appositamente ristrutturati dai palazzinari locali.
    Gli pseudonobili italiani potranno sempre rendersi utili come raffinata servitù.

  18. Sì, più o meno c’hai preso. Il mio punto di vista è simile a quello che descrivi, ma con un intento più politico: il fantasy è “generalmente” conservativo, escapista e consolatorio, mentre la fantascienza è – almeno potenzialmente – perturbante, speculativa, tesa al cambiamento.

    Ovviamente questa e una genealizzazione per semplificare il discorso, ma mi pare che lo steanpunk rischi seriamente di deviare dal suo cammino originale (più assimilabile alle caratteristiche della fantascienza) per omologarsi su standard puramente estetici (e quindi fantasy) perdendo la sua carica eversiva lungo la strada.

    Ma l’esperto sei tu, le mie sono solo sensazioni (che arrivano soprattutto dall’impatto visivo dell’immaginario steampunk sempre più presente nel panorama mediatico circostante).

    Aspetto a piè fermo la tua controanalisi! 🙂

  19. Allora, io scarto sulla sinistra e cambio le regole.
    Parlo di “narrativa d’immaginazione”, e sostengo che la miglior narrativa d’immaginazione è sempre perturbante, speculativa e tesa al cambiamento.
    Poi posso scrivere della divertente narrativa d’immaginazione che tuttavia si va ad incuneare su posizioni consolatorie e conservatrici.
    E posso ventilare l’ipotesi che ai lettori ed agli editori piaccia di più la seconda.
    O per lo meno l’85% della seconda (ma niente tagli strutturali, ovviamente).

    Ma questo naturalmente è quasi barare.

    Di fatto, come dici tu stesso, è una generalizzazione
    Esiste fantasy che non è né consolatorio né conservatore (Nehwon di Leiber? Molto di ciò che ha scritto Moorcock? Glen Cook?) ed esiste fantasy sostanzialmente consolatorio e conservatore (i tolkienoidi in genere, molta high-fantasy a base di elfi e oscuri signori…)
    Allo stesso modo, posso scrivere fantascienza fortemente politica e potente o insipidamente schierata e noiosetta basandomi sullastessa idea (confronta David Drake e David Weber, ad esempio)…

    Ma è un bel discorsone lungo.

    Frattanto, steampunk.
    In termini letterari, io credo ci si stia avviando verso una separazione, fra steampunk di massa (la serie Pax Britannia, ad esempio), che è sostanzialmente “intrattenimento al gusto di steampunk”, e letteratura steampunk, che continuerà ad affrontare idee forti e a stimolare la riflessione (sto leggendo “Boheme” di Mathieu Gaborit, e, dannazione, è una tempesta di rasoi).
    Uno dei fattori che possono contribuire alla sopravvivenza del sottogenere come entità vitale e non come semplice estetica appiccicata a storielle banali è l’estrema differenziazione della sottocultura – che ospita dagli elementi anarcoidi a divertenti cialtroni come il Dr Steel, che si sposta da bricolage a letteratura, che stimola non solo ilcosplay ma anche la riscoperta di autori e titoli dimenticati.
    Se invece prevarrà il cosplay, lo steampunk farà la fine di Star Trek.

    Mie opinioni, ovviamente, ma ne parliamo ancora.

  20. Penso che delle novità previste dal Cyberpunk nulla ci verrà risparmiato. E mica è detto che finisca lì.

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