strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

La scrittura come meditazione

14 commenti

OK, un pezzo tanto per questo blog – complice il concorso Ucronie Impure – che per Bujizen.

Oggi mi è stato fatto notare che scrivo un sacco.
È stata menzionata la parola “concentrazione”.
Beh, non è esattamente una questione di concentrazione…

Ho sempre trovato la posizione tradizionale per praticare zazen – la meditazione da seduti – mortalmente scomoda.
Può avere altre attrattive, ma è scomoda – anche avendo unpanchetto ed un cuscino.
Sono pesante, e starsene inginocchiati per una mezz’ora alla volta comporta un certo affaticamento delle ginocchia, già parecchio logorate per i fatti loro.

Il loto ed il mezzo loto mi fanno venire i crampi e i mezzi crampi.
Problemi di circolazione, probabilmente.

A dirla tutta, preferisco la meditazione praticata camminando, kinhin, che oltretutto ha una bella tradizione mediterranea (filosofi peripatetici, anyone?), ma che ha però il piccolo difetto di potersi praticare solo fuori casa – a meno di non avere un salone molto grande nel quale girare in tondo.

Ho parlato spesso di Writing Down the Bones, di Nathalie Goldberg – in italiano Scrivere Zen, pubblicato molti anni or sono da Astrolabio.
L’idea è quella di trasformare la scrittura in una pratica zen.
In una forma di meditazione.

È meno strano di quanto non sembri.
Tutti coloro che scrivono hanno i loro piccoli rituali – la biro ed il quaderno di Kim Stanley Robinson, la cartellina portadocumenti di Piers Anthony, le maccchine da scrivere di Harlan Ellison…
Il posto in cui scrivere di cui parla Stephen King nel suo manuale di scrittura.
Ce li abbiamo tutti.

L’idea è quella di sedersi e scrivere.
Tutto lì.
Non si tratta di concentrarsi, ma piuttosto di non concentrarsi.
La concentrazione, vedete, comporta un dualismo netto – o sono concentrato o non lo sono.
Prima ero concentrato, ora non lo sono più.
Si presume che la concentrazione sia una cosa che si accende e si spegne, che va e viene.
Che richiede uno sforzo.

Scrivere non deve comportare sforzi.
È proprio per evitare sforzi che facciamo ricorso ai nostri rituali, che ci rintaniamo nel nostro angolino preferito.
È per evitare sforzi che preferiamo scrivere senza avere una persona che ci guarda, dietro, che legge da sopra la nostra spalla.

Mentre scrivo, la mia mente da scimmia è troppo occupata a mantenere in movimento le idee, una dietro l’altra, che voglio riversare sul foglio, per fare troppo baccano.
Le parole scorrono sotto alle mie dita – con qualche errore, data la mia predilezione per una tastiera meccanica – e si formano sullo schermo, e la mia mente è altrove.
Però controllo le dita sui tasti, e le parole sullo schermo, e le idee che frullano nella mia testa, senza interferenze.
E controllo è la parola sbagliata.
Gestisco, mantengo in funzione.

Non c’ nulla di mistico, nulla di sovrannaturale, nulla di religioso nel senso di religione-organizzata-paga-l’-obolo-vai-in-paradiso.
È come quando si suona jazz – solo più semplice, perché usare una biro o una tastiera meccanica è più facile che usare uin saxofono, o una chitarra.
Si impara più infretta, fa parte degli skill standard.

Anche qui si tratta di mantenere una postura, di respirare con regolarità, e col diaframma (una volta che si impara diventa difficile fare diverso), di non permettere ad elementi esterni di distrarci.
Manca solo il monaco che ci rifila una bastonata alla schiena quando ci distraiamo – ma per quello ci sono i lettori.

Quindi io non scrivo un sacco.
Al limite medito un sacco – nel senso che faccio tacere la parte più chiassosa del mio cervello (e credetemi, è dannatamente chiassosa) affinché non ostacoli l’operazione meccanica di riversamento delle parole sulla pagina.

Ogni tanto salta una doppia, ma per quello ci sono gli editor.

La parte chiassosa, naturalmente, non è energia sprecata.
La parte chiassosa è quella che trova il titolo del post.
Che allinea una serie di parole su un post-it come base per una storia.
È quella che nota le sciocchezze, che ricorda dettagli e fattoidi, che costruisce le idee di partenza.
Poi però, una volta fatto il lavoro, deve lasciare che i pezzi caschino assieme nel modo più naturale possibile.

Io mi accorgo che sta succedendo perché, nonostante le idee vadano infinitamente più veloci delle mie dita sulla tastiera, io passo da usare quattro dita ad usarne sei, otto, dieci.
Prendo velocità.
Gli errori diminuiscono.
E qualcosa prende forma.

Il passo successivo, naturalmente, consiste nel rendersi conto che quel posto speciale di cui parla Stephen King non esiste, e che la cartellina di Anthony è come la Remington di Hellison… e che strumenti e posti sono tutti uguali.

Ma spesso, quando si arriva a quel punto, non c’è più bisogno di scrivere.

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Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

14 thoughts on “La scrittura come meditazione

  1. Volevo dirti grazie per un sacco di post, ma questo mi pare eccezionale, quindi li raccolgo tutti qui… grazie davvero.e buona continuazione!

  2. E, aggiungo, vale lo stesso anche per il disegno… certo che se disegnassi in posizioni zen potrei anche andare a lavorare in un circo, ma questo è tutt’altro paio di maniche 😛

  3. Ottimo post, gli scribacchini come me lo apprezzeranno particolarmente 😉

    Piccola divagazione in materia: io scrivo sempre col notebook collegato a Internet. Questo sostituisce la vecchia documentazione su enciclopedie e saggi, ma spesso mi porta anche a divagare. Inevitabile staccare ogni *tot* minuti per controllare la posta o il blog.
    Non è un male assoluto, perché ogni tanto la mente deve respirare. La mia fase creativa è piuttosto intensa, perciò se non mi distraggo rischio delle emicranie paurose.
    Ricordo però quei giorni in cui ero rimasto senza wi-fi per dei lavori alla linea: il livello produttivo – parlo di quantità – era aumentato esponenzialmente.

  4. Devo imparare ancora a respirare col diaframma, ma scrivere è senza dubbio l’arte che mi fa sentire a mio agio dentro i miei pensieri, altrimenti caotici, impetuosi, come dei girini senza riposo.
    Taccuini ovunque, nelle borse, nelle tasche dei giubbotti, nelle valige, al lavoro, in macchina, e se non ne ho uno mi fermo ad acquistare due fogli per fermare i pensieri prima che vadano via.
    Concordo con Davide, non ci si può sforzare nello scrivere.
    Lo scrivere è come suonare, regole basilari e tanta improvvisazione. Dosarle è imperativo per emozionare, per far provare. L’arte può essere soggettiva, nell’estetica, ma è indubbia la sua funzione, quella di smuovere la pancia e rallegrare l’intelletto.
    Riguardo al posticino speciale da dedicare alla scrittura ci credo molto, ancora. Virginia Woolf insegna quanto sia essenziale “una stanza tutta per se'” alla scrittura.

  5. mah… io come piccoli rituali ho scelto il gin lemon, ma ho visto che d’estate mi trovo meglio con la birra e a volte, prepararsi una caipirina ai frutti di bosco ti porta così tanto a meditare sul perché della vita che poi, quando arriva l’ora di bere, di scrivere non ne hai più bisogno.
    In ogni caso bel post, soprattutto per quelli come me che meditano poco.

    Ah, seriamente, io lo faccio correndo. Viene bene, anche se forse è poco zen 🙂

  6. Zen e scrittura per me sono un legame indissolubile. Scrivo perché mi fa sentire bene e mi rilassa e mi fa aspirare a mete da sogno. Allo stesso modo – come hai citato tu – trovo molto zen anche una bella passeggiata nel bosco. Ma la scrittura probabilmente a qualcosa dio molto fisico con la mia ricerca filosofica. Quando lavoro a racconti o romanzi mi isolo da tutto… diversa e la faccenda per i post del blog, dove magari si incontra il caos del cervello… ma la qualità zen credo che prima o poi verrà da solo e qul giorno… sarò molto spirituale:-)
    Bel post

  7. Grazie a tuttiper la pazienza dimostrata verso queste divagazioni.
    Dopotutto, si tratta di idee sfuse che per molti altri possono non funzionare.

    E riguardo all’utilizzo delle risorse online citate da Mcnab – anch’io rischiospesso di diventare schiavo di Wikipedia, o dei molti siti cheforniscono informazioni.
    Quando hocominciato ascrivere – a macchina – hoseguito il consiglio di Ike Asomov, mettendo insieme una buona biblioteca di consultazione.
    Il problema, a quel punto, è che spesso è più divertentecercare informazioni e leggere saggi, che non scrivere storie che sfruttino quelle informazioni.

    Bisogna imparare a staccare.

  8. Davide, hai fugato molti miei dubbi e mi hai accompagnato in una riflessione appassionante.
    Grazie 🙂

  9. Caspita!
    Non immaginavo di essere così in gamba! 😀

  10. Il problema, a quel punto, è che spesso è più divertentecercare informazioni e leggere saggi, che non scrivere storie che sfruttino quelle informazioni.

    Argh! cavolo se è vero… spesso mi dimentico persino il motivo per cui mi ero messo a cercare 😛

  11. Internet Addicted, altro che Strategie Evolutive!

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