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Ritorno a Yellowthread Street

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L’agosto scorso, avendo finalmente messo le mani sul primo volume della serie di romanzi di William Marshall ambientati a Hong Kong e incentrati sugli uomini del commissariato di Yellowthread Street, rimasi a tal punto estasiato dall’abilità narrativa dello sconosciuto (ammettiamolo) Marshall, da tradurre al volo le prime tre pagine per condividerle col popolo tutto.
Le trovate qui.

Ritmo vertiginoso.
Prosa incalzante.
Uno sdegno assoluto per le regole della buona scrittura.

La domanda, alla chiusura delle 120 pagine di Yellowthread Street restava – ma sarà riuscito a reggere il ritmo nei successivi romanzi?
O si sarà ammosciato, rientrando nei ranghi, diventando un altro narratore qualunque?

Beh, ho appena chiuso il secondo romanzo della serie – The Hatchet Man.
E ne traduco un passaggio…

L’Uomo con l ‘Ascia si svegliò presto nella sua stanza di calcestruzzo non imbiancato e in una bacinella di porcellana sbeccata si lavò via dalla faccia gli insetti dal carapace rigido usciti dai suoi incubi. Respirò a fatica fino a che anche l’ultmo orrore strisciate non fu congelato dall’acqua gelida, poi prese il rasoio e raschiò via le zampette simili a peli da dentro ai pori delle sue guance. Non era un uomo giovane, aveva cinquanta o più anni, e lavorava con cura sulla propria pelle. L’Umo con l’Ascia se ne stava in piedi nudo nella sua stanza senza finestre guardando il proprio volto cinquantenne e lavorando metodicamente su di esso con il suo rasoio e la sua crosta di sapone.
Poiché era la sola persona che vivesse in quella stanza o che mai vi fosse entrata, nessuna voce era mai stata udita lì dentro (L’Uomo con l’Ascia non imprecava mai fra sé e non faceva deboli versi di dolore o fastidio o approvazione o disgusto), e la bocca dell’Uomo con l’Ascia non formava alcuna parola mentre si manipolava da sola attorno al percorso del rasoio. Gli occhi dell’Uomo con l’Ascia fissavano con pupille scure e senza sbattere le palpebre dritto negli occhi del riflesso dell’Uomo con l’Ascia nello specchio.
La stanza dell’Uomo con l’Ascia, una piccola cripta senza finestre in un edificio d’appartamenti di cemento bianco vicino alla baia, era fredda da pietrificare, ma l’Uomo con l’Ascia non rabbrividiva. L’Uomo con l’Ascia non percepiva granché del mondo esterno: non si accorgeva mai se il tempo era caldo o freddo.

Una coccinella volò attraverso la finestra aperta della Stazione di Polizia di Yellowthread street, tentò un aborto di Immelman davanti al polveroso ritratto della regina, si spiaccicò contro il vetro (altrettanto impolverato) che copriva l’orologio della stazione e, avendo in questo modo stabilito in maniera soddisfacete – e sodisfacente per O’Yee, che la guardava – la natura monarchica e atemporale dell’impero sul quale il sole era finalmente tramontato qualche tempo prima, cascò morta sul paviento vicino ad una collezione di cicche di sigaretta.
Il detective ispettore Christopher Kwan O’Yee, in maniche di camicia e fondina ascellare vuota, si sporse in avanti per vedere se la coccinella fosse morta. Era morta. Disse a Feiffer alla scrivania accanto “È morta” ma Feiffer, che stava leggendo il rapporto Peng per la terza volta quella mattina, non rispose.
O’Yee si sporse in avanti verso la coccinella per vedere se fosse realmente, onestamente morta.
Era realmente, onestamente morta.

The Hatchet Man, con le sue 287 pagine (ma è scritto grosso), fila come il diretto Fukuoka-Nezumino all’ora di punta, e si legge agevolmente in un dopo-cena al mentre il mondo là fuori  è sommerso dalla pioggia.
Rispetto al romanzo precedente, c’è meno caffeina – e gran parte dell’azione si svolge di giorno, e su un periodo di circa una settimana, non in una sola notte rovente.
Ma per il resto, Marshall alla sua seconda uscita non disattende le aspettative.
Le trame si intrecciano, il punto di vista si sposta da un personaggio all’altro senza tuttavia mai generare confusione.
Le voci sono distinte, chiare, i personaggi delineati con poche pennellate – Feiffer e la sua giacca bianca, O’Yee alienato e col fodero ascellare, Auden brutale e antipatico a tutti e Spencer il più giovane terrorizzato all’idea di diventare come lui, l’agente Ming con le sue gambe lunghe ed il dubbio privilegio di essere l’unica donna del commissariato.
Al gruppo si aggiunge l’agente Yan, proveniente dalla Squadra Anti-Sommossa, di una cortesia estrema e distratto dal turbine di attività che lo travolge.

E nel finale, il ritmo che pareva ormai disciplinato torna ad essere quello del primo volume – con dialoghi incrociati e una valanga di informazioni condensate in pochi, lunghi paragrafi.
Fino al confronto finale.
E c’è una scena, il classico e (altrove) trito cliché del “rintracciare la chiamata dell’assassino”, che da sola vale il prezzo del romanzo, e riesce ad essere tesa, comica e drammatica allo stesso tempo.
Grande.

Interessante poi l’idea – e nel 1976 – di utilizzare un omicida seriale in una ambientazione esotica.
Da anni sommersi da serial killer che cercano di essere tutti Hannibal Lecter, troviamo nell’Uomo con l’Ascia, che nonostante il nome uccide con una pistola vittime apparentemente selezionate a caso nel buio delle sale cinematografiche, un personaggio diverso, nuovo, interessante, e non senza una dimensione tragica.

Ma ciò che sorprende e data – ma non fa sentir vecchio – il romanzo è l’assoluta mancanza di correttezza politica.
La tensione razziale – fra europei, eurasiatici ed asiatici – è gestita come una cosa della vita, sula quale gli individui prevalgono perché l’individuo prevale sempre sui luoghi comuni.
Un lungo scambio fra Feiffer (Europeo nato e cresciuto a Hong Kong) e O’Yee (Cino-irlandese americano cresciuto a San Francisco), nel momento in cui uno solo di loro viene discriminato, in maniera tanto sfacciata quanto ridicola, da un azzimato imprenditore indiano con una forte nostalgia per il Raj, è molto divertente, e delinea bene i due personaggi ed il loro rapporto di amicizia e rispetto professionale, ed è una valanga di risate, ma è anche un fuoco di fila di luoghi comuni (“Maledetti Europei” “Sì, sahib, no sahib” e così via) usati da persone che possono farlo perché, se la discriminazione brucia da parte degli estranei, fra amici è possibile giocarci, diventa soggetto di ironia, di sarcasmo, strumento di comunicazione.
Oggi una scena del genere sarebbe impossibile – nonostante la sua natura sostanzialmentepositiva ed antidiscriminatoria.
Il timore che qualcuno possa fraintendere basterebbe a cassare l’intera faccenda.

Ma in quei tempi selvaggi (era appunto il 1976) William Leonard Marshall poteva permettersi di infrangere tutti i modelli e tutte le regole, e tutti i tabù del futuro – con risultati eccellenti.
Un buon romanzo, quindi, con il solito tono e ritmo idiosincratico e un sapore di un’epoca ormai lontana che ne accentua le qualità.

Urge procurarsi i successivi.
Che fortunatamente si trovano usati per poco.

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Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

2 thoughts on “Ritorno a Yellowthread Street

  1. Sembra un caffe decaffeinato.
    Ma sono le prime pagine? Nel caso lo fossero il ritmo è totalmente diverso, e tra le due preferisco la prima versione.
    Nella seconda c’è un tizio con l’ascia e una coccinella morta, al di là di ogni ragionevole dubbio, morta.
    Nel secondo, pur con tutta la caffeina presente, ci son tante domande che restano sospese e incuriosiscono: cosa è successo dalla signora isterica dove cola il sangue dalle scale, come mai sembra capitare spesso, i comunisti ridaranno l’acqua, il fratello sciroccato troverà anche lui l’acqua e, cosa più importante, cos’è o chi è la Scracton?
    A costo di prendere una camomilla, preferisco la prima versione.

    Del dannoso e inutile politically correct, non se ne parlerà mai abbastanza male.

  2. Si tratta delle prime due pagine del secondo capitolo.
    Il ritmo rispetto al primo romanzo aumenta progressivamente nei capitoli successivi, mano a mano che le due linee narrative – il maniaco omicida e la polizia – si ritrovanoad avere sempre meno opzioni e sempre meno tempo.

    Il primo romanzo ha una struttura a cono – decine di tracce che convergono nella grande baraonda finale.
    Il secondo ha una struttura a ventaglio – da una situazione semplice si passa a una serie di vicende diverse e (apparentemente) divergenti – seguita da una seconda parte a imbuto in cuile tracce torano a collassare, e si chiude con la baraonda finale.

    In questo senso il primo era strutturalmente più originale perché, mancando la prima parte, doveva fornire le informazioni pregresse in qualche modo – e ogni modo era buono.
    Qui l’avvio è più tranquillo, ma un po’ come quando si va sull’ottovolante, nel momento in cui si passa la gobba e si comincia a precipitare, toglie il fiato.

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