strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Cantando dopo la catastrofe

4 commenti

Sarà il caso.
Sarà il commento sul folk ruvido nel post precedente.
Sarà il mood post-apocalittico e survivalista di questo inverno 2010.
Jon Boden è quello magro e nevrotico dei Bellowhead, cantante e violinista della band, uno dei giovani leoni del folk britannico conteporaneo.
Tutto vestito di nero, con la cravatta rosa, come un contadino per la prima volta nella grande città, magro e allampanato, l’aria un po’ da gatto randagio, mi è piuttosto simpatico.
Ed il suo Songs from the Floodplain è perfettamente adatto alla stagione, all’atmosfera.
Ed ai miei gusti – musicali e letterari.

La domanda è – si può fare della fantascienza con chitarra, fisarmonica e violino?
Se il folk è canzone popolare che narra i propri tempi (le guerre civili, e carestie, le feste, i flussi migratori), allora perché non immaginare un folk che parli del presente – o dell’immediato, possibile, orrido futuro?

Songs from the Floodplain è un concept album – o lo sarebbe stato all’epoca in cui si facevano ancra i concept album.
Siamo in un futuro prossimo, in un’Inghilterra devastata dall’inquinamento, dal cambimento climatico, dall’aumento dei livello del mare, dal collasso dell’economia, dalla bancarotta politica – il sud dell’isola è un acquitrino allagato, costellato di villaggi fortificati ed isolazionisti, attraversato da autostrade popolate di zingari, frammentato dal filo spinato.
Le città sono in fiamme sotto alla pioggia battente.
L’integralismo religioso è un rifugio ed una minaccia, lo slittamento verso il medio evo è favorito dal desiderio di sradicare quelle conoscenze che – gestite malissimo, o criminalmente ignorate – sono viste come la causa del crollo.
Si bruciano i libri.
E una piccola comunità rurale si prepara ad affrontare il futuro.
Boden è un osservatore coinvolto e non distaccato.
Se l’orgoglio viene prima della caduta, cosa viene, dopo?

La track list

1. We do what we can
2. Going down to the wasteland
3. Days gone by
4. Penny for the preacher
5. Dancing by the factory
6. Beating the bounds
7. The pilgrim’s way
8. April queen
9. When the walls come tumbling down
10. Don’t wake me up ’til tomorrow
11. Under the breath
12. Has been cavalry

Eppure è un disco ottimista.
E come ha detto un critico

Full marks then to Boden and Navigator for having the cojones to put out a concept album in this, the year of flippant electro-pop.

Ed ecco un assaggio – incisione mediocre, partenza lenta, ma abbiate pazienza…

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

4 thoughts on “Cantando dopo la catastrofe

  1. Potrebbe essere interessante elencare tutti i concept album ( e i quasi-concept tipo 2112 dei Rush) a sfondo fantastico/fantascientifico.

  2. Sarebbe un lavoro colossale – credo che qualcosa ci sia già su Wikipedia, ma solo a spulciare il Metal, non la si finirebbe più (proprio ieri mi hanno segnalato una metal band nipponica che ha fatto un intero disco basato su Lovecraft)

    Più che altro qui la cosa interessante era l’idea del concept album folk a tema fantascientifico.
    Nel senso che la fatascienza dai Rush me l’aspetto, da Jon Boden no…

    Ci potrebbe comunque stare una breve e brutale Top Five – tanto per suscitare sia la riprovazione degli appassionati di rock che l’obbrobrio degli appassionati di fantascienza.

    Per dire, chi se lo ricorda Killroy Was Here degli Styx?
    O chi si ricorda gli Styx, se è per questo… 😛

  3. In effetti pensandoci bene bisognerebbe eliminare metal, prog, space rock…ma poi non ci si diverte più. Però non bisogna lasciar passare le buone occasioni per suscitare riprovazione e obbrobrio 🙂

  4. Infatti.
    Me lo tengo come progetto per il finesettimana…

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