strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Sei mesi nel deserto

5 commenti

Ci sono libri che, distrattamente, a scuola si sono dimenticati di farci leggere.

Desert Solitaire, di Edward Abbey, è uno di questi.
E sì che uscì ne 1968, ed uno sarebbe portato a pensare che in quarant’anni i guadiani della conoscenza nazionale si sarebbero dovuti accorgere che esisteva.
E invece.

Anzi, probabilmente lo considerano un libro pericoloso, un libro che rischia di traviare i giovani.

Un patriota deve sempre essere pronto a difendere il suo paese dal suo governo.

I fatti…
Nel 1958, Edward Abbey trascorse sei mesi – dal primo aprile alla fine di settembre – come ranger nel parco nazionale di Arches, presso Moab, nello Utah.
Solo, in una roulotte malandata nel bel mezzo di 310 chilometri quadrati di deserto.
L’insediamento umano più vicino, a 38 chilometri di distnza.

Abbey, che era malato di scrittura, tenne un diario – e dieci anni dopo lo pubblicò col titolo di Desert Solitaire.
Che non è una cosa enorme – il mio paperback se ne sta sotto le 300 pagine, e si legge in fretta.

Sentimento senza azione è la rovina dell’anima.

Oltre alla sua personale lotta politica per difendere il territorio dalle scelte dell’amministrazione pubblica, Edward Abbey è nel deserto per un esperimento di pensiero.
O di assenza del medesimo (il che è molto zen).

L’idea di Abbey è di usare l’isolamento per distanziarsi dall’antropomorfizzazione della natura.
Basta col proiettare sui fenomeni naturali sentimenti, emozioni, desideri umani.
Basta col considerare la natura buona o cattiva.
Abbey nel deserto ci andò per lasciare che il silenzio sovrastasse il rumore interno del suo cranio, in modo da poter finalmente sentire la natura.

Ma non aspettatevi strani smanettamenti filosofici – Ed Abbey era una persona pratica (fu lui, giusto, a pubblicare quel compendio ideologico-metodologico dell’ecoterrorismo che è The Monkey Wrench Gang?) ed il suo diario è asciutto, e focalizzato su questioni straordinariamente empiriche – pranzare, cenare, scaldarsi sull’altopiano, sfuggire al caldo, partecipare ad una missione di soccorso in cerca di turisti dispersi, osservare gli animali.
E se ci scivola in mezzo un po’ di filosofia naturale (nel senso di considerazioni sul significato dell’esperienza umana a contatto con la natura), restano idee semplici, spiegate in parole povere.
Non c’è nulla di artificioso, d egocentrico, di wannabe nella storia di Ed Abbey nel deserto.
E credetemi, Edward Abbey non sarebbe mai finito stecchito per la dissenteria in mezzo al nulla.

Io sono un umanista. Piuttosto ammazzo un essere umano, ma non un serpente.

Desert Solitaire fu il primo best seller di Abbey, ed è un bel libro da leggere, e rileggere.
Rimane, fortissima, l’impressione che ci si possa sedere nel bel mezzo del nulla, ovunque, e scoprire che ci sono un sacco di cose da vedere, da fare, da raccontare, da imparare.

Ha la gioia un qualsiasi valore di sopravvivenza nelle operazioni dell’evoluzione? Ho il sospetto che lo abbia, ho il sospetto che i cupi e i paurosi siano condannati all’estinzione veloce. Dove non c’è gioia, non ci può essere il coraggio, e senza coraggio tutte le altre virtù sono inutili.

Dovrebbero farlo leggere ai ragazzini nelle scuole.
E invece niente.
Lo pubblicarono, eh… lo pubblicò l’editore Muzzio, nella collana Il Corvo e la Colomba, nel 1993.
Battete le bancarelle.
O leggetelo in inglese.
Ma leggetelo.
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Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

5 thoughts on “Sei mesi nel deserto

  1. Pingback: Sei mesi nel deserto « strategie evolutive

  2. Rimane, fortissima, l’impressione che ci si possa sedere nel bel mezzo del nulla, ovunque, e scoprire che ci sono un sacco di cose da vedere, da fare, da raccontare, da imparare.

    D’accordissimo (anche – soprattutto – su quella cosa della gioia. Magari è solo una speranza, però è una gran bella speranza!).
    Tieni però presente che il parco degli Arches non è proprio il nulla, che per quella che è la mia piccola esperienza è uno dei luoghi più meravigliosi del pianeta.

  3. È il nulla in senso umano – niente case, bar, persone che passeggiano, insegne pubblicitarie, automobili – e doveva esserlo ancora di più negli anni ’50, quando non era ancora parco, ma solo “Area Monumentale”.
    Oggi mi risulta sia molto trafficato, tanto che ci sono persino strade asfaltate.
    Ci vanno i fanatici degli sport estremi.
    All’epoca era un posto di sterrate e serpenti a sonagli, in cui se ci si allontanava dalla pista battuta, si rischiava seriamente la pelle.

    Comunque Abbey rimane consigliatissimo per una boccata d’aria liberatrice.

  4. libro stimolante. Ne avevo sentito parlare. Credo che ti ascolterò :-))

  5. magari interessa, se non lo sapevate già, che Baldini & Castoldi da poco lo ha ripubblicato:
    http://www.baldinicastoldi.it/libri/desert-solitaire/
    Arrivato ad un terzo direi che la traduzione è fatta bene, il libro è molto bello e sicuramente merita la lettura… detto questo Abbey era matto come un cavallo!🙂

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