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ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Il silenzio della campagna

14 commenti

OK, siamo finiti sul giornale, lo sappiamo, e qualcuno ha fatto notare che è per lo meno insolito che un articolo che segnala una realtà online come il Survival Blog non sia disponibile ion copia elettronica sul web.

Ma d’altra parte, abbiamo parlato in pasato delle difficoltà che incontra l’adozione delle tecnologie web presso strutture pubbliche (uffici, amministrazioni) o che dovrebbero avere come primo oggetto la comunicazione (giornali, TV).

La questione che mi incuriosisce, e mi dà da pensare, è un’altra – con la quale ho ormai a che fare da oltre un anno.
In due parole – la presenza web delle areee rurali è quasi nulla.

 

Oh, non confondiamoci – esistono organizzazioni e strutture molto ben rappresentate.
Il comune in cui vivo ha una bella pagina web.
Ci sono pagine sul paesaggio, sul turismo.
Cantine sociali ed agriturismi hanno tutti la loro brava pagina internet.
Le grosse aziende agricole hanno una certa presenza on-line.

E la prima cosa che troverete se cercate su Google “agricoltura” e “web”, saranno aziende che vi offrono dei template studiati appositamente per i siti a tema agricolo.
Ma questi siti, dove sono?

In particolare, dove sono i blogger di campagna?
Oh, è possibile, addirittura probabile che siano là fuori – ma come li trovo?

Il termine “campagna”, buttato in Google, vi darà solo riscontri su pubblicità, politica, informazione.
Campagne pubbliche e private, campagne abbonamenti…

Se usate “contadino”, troverete principalmente ricette.
I tagliolini del contadino, la frittata del contadino…

Cercate “Asti” e ci troverete lo spumante.
Cercate “Piemonte” e ci metteranno anche i tartufi, e la bagna cauda.

Ora, lo so, io son cresciuto viziato – io leggevo su Wire, ancora negli anni ’90, delle BBS del Nuovo Messico, del Midwest Digitale degli Stati Uniti, delle reti informatiche dell’Outback australiano.
Ma mi accontenterei anche di meno – di una comunità online per chi vive in Monferrato.
Una comuntà collinare virtuale.

Ma non ce ne sono.

Facile, si dirà – in un posto dove non arriva la ADSL, che diavolo di vita digitale vuoi avere?
Ma c’era vita digitale anche prima della ADSL – ed i 60/100 k al secondo garantiti da molti provider locali permetterebbero di fare un sacco di cose.
Ma non si fanno.

Il che mi lascia perplesso – perché a questo punto, potrebbe anche voler dire che, esistendo la possibilità, le persone che vivono qui attorno non hanno nulla da dire.
Un altro pensiero inquietante, ammettiamolo.

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Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

14 thoughts on “Il silenzio della campagna

  1. Per come la vedo io la spiegazione meno inquietante sarebbe che si fa una vita tanto semplice e rilassata che internet è contemplato come un semplice svago come può essere la televisione e fine.

    Da un anno vado con regolarità in un paese del Piemonte al confine con la Francia e i giovini sono molto più rilassati dei corrispettivi milanesi, si accontentano di molto meno e usano 100 volte meno il computer. Non perchè non abbiano niente da dire, ma perchè con il computer non hanno un legame stretto.

  2. In effetti forse se stai in campagna preferisci farti un giro fuori, che chiuderti davanti a un monitor.
    E non è solo questione di panorama, ma anche di contatti umani più facilmente gestibili.

    Io vivo fuori città, e beh… è difficile che durante il fine-settimana, quando sono a casa, stia lì a girare per blog. Ok, forse la mia non è questione di campagna, ma spero di essermi spiegato.

  3. Io leggo le edizioni locali dei quotidiani (qui non siamo proprio in campagna, ma comunque si tratta di provincia e paesini). In effetti le notizie vanno dal morboso al ridicolo, mentre la cronaca è monopolizzata da furti in casa, piccoli scandali politici etc.
    In effetti creare dei blog o dei siti per parlare di questi argomenti potrebbe essere addirittura deleterio.
    Non che in campagna non ci sia nulla di più interessante da dire (anzi!), solo che forse la gente, specialmente di una certa età, preferisce condividere questi peccatucci di provincia che non altro.
    Non posso togliermi dalla mente la campagna rappresentata da Avati ne “La casa dalle finestre che ridono”…

    Comunque l’idea della provincia come patria dei “rapporti umani più facili” è un po’ una leggenda. Qui regnano i pettegolezzi e le chiacchiere infide tra comari (solo che le fanno anche i giovani).

  4. Io parlavo di “contatti umani più facilmente gestibili”, perché se c’è una cosa diversa nella mia esperienza tra i miei trent’anni di vita cittadina e quella degli ultimi dieci anni in campagna è proprio questa.

    Qua fuori è tutto più semplice che non in città, sia odiarsi che andare d’amore e d’accordo.
    Poi è vero, è il pettegolezzo il tipo d’informazione che va per la maggiore, la chiacchiera tra comari sopperisce con somma efficenza alla presenz di blog e affini. E non è poi il Male, che molto spesso questo è l’unico canale informativo esistente per la comunità.

    Il Male sta nelle intenzioni di chi comunica, a prescindere dal mezzo utilizzato.

  5. Credo abbiate ragione.
    Qui la gente il blog ce l’ha al bar, o al mercato il giovedì mattina.

    Però mi rimane lì questa faccenda della tecnologia inutilizzata…

  6. Io vivo in un paese di 2000 abitanti a 1000 metri d’altezza a 50 chilometri da Lecco. Mi sembra un posto da Winesburg – Ohio… e in quanto a comunità virtuale nessuno delle persona che mi conosce sa che ho un blog. Quando gli dico che vado a bloggare mi trattano come un perditempo. Ai ragazzini interessa bere sprizt e il computer lo usa solo per fb: una frase è già troppo lunga da leggere per loro.
    Il mio mondo sta diventando sempre più quello dei blogger.

  7. Io vivo in un paesino di montagna di 300 anime, suppergiù (fra l’altro servito da ben 2 centraline telefoniche, una con collegamento ADSL, l’altra no… Io sono servito da “quella no”, per fortuna riesco a connettermi decentemente con un cellulare UMTS), inserito in un ambiente di altri piccoli paesini e di cittadine di piccole dimensioni. A dirla tutta, più che essere considerata campagna, forse nel suo insieme, limitatamente ad alcuni aspetti, la si può definire una piccolissima città decentralizzata.
    Anche a me sembra che il discorso sui rapporti umani più gestibili sia un pò un mito: un ambiente di questo tipo è altamente uniformante, la gente tende ad essere tutta “fatta con lo stampino”, e il luogo di ritrovo spessissimo è proprio il bar. Se poi si crede che fuori dalle città la vita sia più “autentica”, ci si sbaglia di grosso, perchè spesso accade che per non sentirsi più indietro la gente rincorra ogni moda e ne diventi prigioniera non dico più dei cittadini, ma almeno allo stesso livello.
    Gli interessi solitamente sono di portata molto limitata (il calcio, andare a ballare, qualcuno le auto, altri la caccia), solitamente pochissime persone leggono o hanno qualche interesse culturale. Si vestono tutti uguali, si pettinano tutti uguali.
    Ci si conosce più o meno tutti, e questo significa che il pettegolezzo la fa da padrone: a volte sembra che non si possa nemmeno andare a pisciare senza che lo sappiano tutti. Essendoci in pratica un solo metro di paragone, un solo modello di riferimento, si fa presto ad essere misurati e visti come strani qualora non ci si adegui. Si lo so, accade anche in città, ma in un ambiente piccolo non sei un anonimo, e la vita può diventare parecchio uggiosa.
    In un contesto come questo i blog non servono a molto, c’è già lo strumento ideale: ovvero l’uso degenerato di Facebook.

  8. “Comunque l’idea della provincia come patria dei “rapporti umani più facili” è un po’ una leggenda.”

    Quoto, anzi per conto mio tolgo pure “un po’”.

  9. Da sempre in provincia, forse proprio a causa dei rapporti umani più stretti, il peggio viene a galla in maniere che in città sarebbero impensabili.
    La brutalità, io credo, è la stessa.
    Semplicemente, nei grossi centri è meno personale.

  10. C’è un grosso problema in provincia, Davide, che forse tu non vedi e non vivi perché, da quanto ho capito, abiti in un luogo che frequenti da tempo.
    Non auguro nemmeno al mio peggior nemico (beh, magari a lui sì, via!) di capitare in un piccolo centro arrivando… “DA FUORI”… (brivido, terrore e raccapriccio!).
    Ho vissuto sia in città che in provincia – grazie a Shiva ormai sono stabile in città! – e ti assicuro che anche se dai miei commenti non sembra, sono persona educatissima e civile e ogni volta che ho cambiato casa, per esempio, ai vicini e persino ai padroni di casa spiaceva sempre che io me ne andassi.
    Tranne quando ho abitato in provincia, perché… “VENIVO DA FUORI”!!! (stridìo di catene e lugubri ululati).
    E, ahimé, non ero un ricco inglese/tedesco che coi miei soldi mi compravo mezzo paese compresa “la stima” dei paesani.
    Quindi ero solo uno che… “VENIVA DA FUORI!!!!” (rumore come di carne marcia che si trascina).
    Seriamente: in tutte le case e nelle due città in cui ho vissuto, tempo due settimane e i rapporti coi vicini erano già improntati al massimo della cortesia (ancor oggi scambio sms e telefonatine nelle feste comandate con ex vicini/e di casa) (case DI CITTA’, s’intende).
    In provincia, non c’è verso: se non sei nato lì, o hai parenti o ci passavi le vacanze da piccolo, sei e resterai sempre un estraneo, un nemico, un potenziale destabilizzatore.
    Provincia, no grazie.

  11. Capisco perfettamente di cosa parli, Orlando.
    “Quelli di fuori” è un classico (e suana anche parecchio lovecraftiano, a ben pensarci) 😉

    La prima volta che passammo le vacanze estive in questo paeselo in cui ora vivo (ed in cui era cresciuta mia nonna da parte di padre), l’elettricista, che ci stava facendo l’impianto elettrico, disse a mia madre “Noi qui la gente di fuori non la vogliamo”.

    E poi avanti.
    I prezzi maggiorati per “quelli di fuori” – per cui una volta mi capitò di pagare tre limoni tre euro…

    E non parliamo di quella volta che mio fratello fece il weekend lungo di capodanno coi suoi amici a smangiazzare, ascoltare vecchio metal e giocare a D&D – pareva fossero arrivate le orde dei satanisti. Li aspettavano per strada per vederli passare come se fossero il giro d’Italia.

    E l’estate passata, in una serata particolarmente afosa, la mia idea “Ora vado al bar e mi prendo un gelato” è stata bloccata da mio padre (che, dopotutto, è un indigeno), con un “No. Vado io, che tu vieni da fuori… come lo vuoi il gelato?”

    Che se non ti sentissi maledettamente in trappola, ci sarebbe quasi da ridere.

    Sfido che poi gli inglesi in provincia ci ambientano i delitti più efferati…

  12. E già che ci siamo, buttiamola sui classici…

  13. Mannaggia Davide, io pensavo che Faina Solitaria fosse un gioco, invece a parte i gialli è la descrizione della tua vita!
    “no, vado io, che tu sei di fuori”… è anche parecchio cinematografica come frase. E tu in casa, con un “guardiano della soglia” a proteggerti fuori dall’uscio di casa 😉
    Complimenti per la scelta musicale comunque.

  14. Già.
    Immagino fossi andato io a chiedere un cornetto, dal frigorifero sarebbe saltato fuori un tizio in maschera da hockey e machete… 😀

    Il fatto è che diventa una forma mentale.

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