strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Un giro nella Palude Silenziosa

9 commenti

Sarà la stagione.
La piega survivalist presa da molti blog qui attorno con la fine dell’anno.
O la chiacchierata su “quelli di fuori” e sui piaceri sottili della vita in campagna.

Sia come sia, complice il deserto televisivo, ci siamo riguardati Southern Comfort, il film di Walter Hill del 1981 che qui da noi intitolarono I Guerrieri della Palude Silenziosa, per capitalizzare sul successo della precedente pellicola di Hill, I Guerrieri della Notte.
All’epoca i miei compagni di scuola facevano a gara per andarlo a vedere di straforo (era vietato ai minori di 16 anni, e noi del ’67 eravamo sul filo del rasoio), io invece lo vidi in un cinema all’aperto, al mare, l’estate successiva.

E rivederlo ieri sera mi ha fatto tornare in mente quella volta che l’Aeronatica mi portò a sparare al mare.

Già, io ho sparato al mare.
Non “al mare” nel senso del posto, ma “al mare” nel senso di bersaglio.
Sessanta colpi.
Dieci colpi singoli, due raffiche brevi da dieci, una raffica lunga da trenta.
Qualcuno, in qualche ufficio, si era detto che, visto che i militari di leva ci dovevano sparare, col fucile d’assalto, tanto valeva dar loro un bersaglio bello grosso.
E cosa c’è di più grosso del mare?

Perciò, sparai i miei sessanta colpi, mi presi un calcio nelle costole dall’istruttore che pensava che non avessi messo la sicura una volta finito (ero steso a terra, lui non guardava – difficile accorgersi del movimento del pollice sulla leva, in certe situazioni), e poi tornai a sedermi con gli altri.
Eravamo alcune centinaia.
A dieci alla volta, per farci sparare sessanta colpi ciascuno contro il mare, ci volle una giornata.
E capitava di veder tornare salle postazioni di tiro questi ragazzi giovanissimi (io feci il militare a 25 anni), che si scambiavano commenti al limite del delirante…

“È stato bello, vero?”
“Sì, mi ha dato molta soddisfazione.”
“È stato meglio che sparare col fucile di mio padre.”

Oltre a far calare di un paio di tacche la mia opinione per le Forze Armate e di un altro paio la mia opinione del genere umano, quella giornata di guerra contro il mare e noia abissale mi insegnò due cose che credo terrò sempre a mente.
Primo, ci sono in circolazione dei coglioni che provano soddisfazione e piacere nello sparare verso il mare.
E non si tratta di persone che vorrei avere attorno troppo di frequente, per, così, una mia particolare preoccupazione per la mia incolumità fisica e mentale.
Secondo, io non trovo affatto piacevole sparare.
Per lo meno verso il mare.
Forse, mi avessero fatto sparare a delle persone, l’avei trovato più piacevole.
Più soddisfacente.
Nel caso, ho qui una lista – ed è molto lunga.

Il che mi riporta al film.
Per chi non l’avesse visto…
Southern Confort è la storia della squadra Bravo, un pugno di coglioni della Guardia Nazionale Americana, che nell’autunno inoltrato del 1973, si ritrovano a fare un weekend di esercitazione nelle paludi della Louisiana.
I membri del Team Bravo sono un’accozzaglia di casi umani – il genere che prova soddisfazione a sparare, anche se ha le armi caricate a salve.
Arroganti, indisciplinati, razzisti… ce ne’è anche uno con delle ossessioni religiose.
Perduti durante un’azione di ricognizione, i ragazzi del Team Bravo prendono in prestito le canoe di alcuni bracconieri cajun.
E quando i bracconieri si fanno sotto per avere spiegazioni (o chissà che altro), uno degli idioti rivolge verso di loro la mitraglia e gli scarica addosso un nastro di proiettili a salve.
Che risate.
I cajun non stanno allo scherzo, rispondono al fuoco, amazzano il sergente (forse l’unico con un briciolo di senso nel gruppo), e danno il via alla caccia all’uomo.
Il film è tutto qui – un pugno di imbecilli, terrorizzati e in uno stato di crescente paranoia, braccati da quattro trogloditi.

Ed è un buon film.
Gli unici due personaggi ad emergere dalla palude intellettuale e morale nella quale si ritrovano i protagonisti sono il “ragazzo di città” interpretato da Keith Carradine, ed il taciturno, cinico “nuovo arrivato” interpretato da Powers Boothe.
Per tutti gli altri, sarà il classico gioco alla decimazione – ma attenti, nell’82 non era ancora un classico.
Tre punti extra per la colonna sonora di Ry Cooder.

Da lì a pochi mesi sarebbe arrivato Rambo, altra storia di uomini braccati nei boschi, ma con un sostanziale cambiamento di impostazione, di morale.
Uno come Rambo, gli uomini del Team Bravo li avrebbe ammazzati tutti semplicemente inarcando un sopracciglio, ed il pubblico avrebbe applaudito.
Non così per gli infangatissimi sopravvissuti di Walter Hill, che arrivano a fine corsa riuscendo a trasmettere allo spettatore tutto il freddo, l’umidità, la paura.
Il pubblico non applaude.
È troppo teso per applaudire.

L’ultimo quarto d’ora, nella amichevole ed ospitale comunità cajun, è più inquietante di tanti casolari abbandonati del Texas, più alieno dei corridoi del Nostromo.
E il paragone non è barbino – Cameron si ispirò anche a Southern Comfort per preparare Aliens, ed il classico b-movie inglese Dog Soldiers non fa altro che raccontare la stessa storia, sostituendo dei licantropi ai cajun.

Un buon film, un buon modo per passare un paio d’ore.
Poi tutti al bar, per un caffé sotto agli sguardi inquietanti degli indigeni.

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Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

9 thoughts on “Un giro nella Palude Silenziosa

  1. Film eccezionale.
    Lo ritengo di qualche spanna superiore al più acclamato Tranquillo week end di paura.
    Il finale nel villaggio cajun, con tanto di canzoncina allegra che copre la violenza pronta a esplodere, è da applausi.
    Ottima colonna sonora. Cooder firmò anche “Strade di fuoco”, o sbaglio?
    Anyway, la cosa che mette più paura di “Southern comfort” è la messa in scena della mentalità di certi yankee che, come dici tu, suppliscono a una vita noiosa sparando verso il mare.

    Comunque vedo che tu ce l’hai su coi troglodi. Non solo in questo post.
    Fai bene.

  2. Poi ci devi raccontare qualcosa di più sul tuo passato militare, perché i tuoi aneddoti sono interessantissimi.

    Quoto sul film, anche se non l’avevo mai messo a paragone con Alien. Lì, a mio avviso, il significato è più assoluto. In Southern Comfort è sì idiozia, ma diciamo che non si può parteggiare per i cajun, anche se quelli della Guardia Nazionale (nel film) sono quello che sono…

  3. Non ci dici se l’hai colpito, il mare;-)
    Sono contento di aver fatto il servizio civile quando leggo ‘ste storie…

  4. Questo commento fa il paio con quello che ci siamo scambiati sul Blog di Ferru ,la stupidità di certa mentalità in divisa è da sempre ,giustamente,protagonista di molti film.Ora se ci fai caso l’esperienza di totale straniamento (ed inutilità della situazione )da te provata durante l’esercitazione è significativa di come la vita militare possa essere un mondo a sè stante. Un mondo che in molti casi raccoglie dentro di sè ,tante figure che in altre circostanze non ci penseremmo due volte a mandare da uno psicanalista.Ora la cosa divertente (a parte il fatto di sapere che l’esercito Italiano spreca i miei soldi di contribuente per far sparare al mare. SIC) è che nel tipo di società descritta nel film ,anche i “civili” non ci fanno una bella figura .Nel quadro di violenza generalizzata.

  5. Eh, a questo punto Davide non puoi tirarti indietro: dopo la biblioteca che i sottufficiali non volevano, anche una bella fucilazione del mare. Insomma credo che ci divertirai con qualche altra storia:-))

    Il film lo ricordo con piacere:-))

  6. E’ uno dei miei film preferiti.
    Il titolo originale rimanda allo schifosissimo (per me, che adoro il brandy) Bourbon omonimo, il resto e’ poesia. La canzone cantata dal cajun sdentato in francese, accompagnata dal banjo, e’ una di quelle che nemmeno una lobotomia potrebbe estirparmi dal cervello.

    Barney

  7. Ho sparato anche io al mare, servizio nella VAM 89-90, ricordo come fosse ora il senso di vacuità dell’intera cosa. Bada che a me sparare piace, mi autodefinisco oplologo dilettante, ma quella giornata aveva un che di surreale.
    Il film che citi è uno dei pochi che ricordo con piacere degli anni ’80, non ho mai ritrovato un’atmosfera simile con dei presupposti ‘terrestri’. Non sapevo che avesse in parte ispirato Alien e questo mi spiega parecchie cose.

  8. Spinto dalla recensione di Davide ho recuperato il film è l’ho trovato eccezionale.Se non fosse una frase fatta direi che di film così non se ne vedono più.Il senso di paranoia che serpeggia nella parte finale è veramente ben costruito,per non parlare che per tutta la parte ambientata nella palude i cajun non vengono mostrati e questo rende tutto più angosciante.(E di sequenze memorabili nella palude c’è ne sono molte,personalmente mi è rimasto impresso il dissepellimento dei tre morti)
    Grazie mille Davide.

  9. Felice che sia piaciuto.
    E sì, in effetti non ne fanno più, così.

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