strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Equalizzazioni & Aspettative

14 commenti

Sul fatto che avere dei lettori in gamba sia la fonte principale di nuovi post vi ho già detto tutto.
Evidentemente la questione scrittura tocca un tasto importante per molti – ed essendo una faccenda abbastanza importante anche per il sottoscritto, eccoci di nuovo qui.

Questa volta è Sir Robin che solleva un’altra di quelle questioni da un milione di dollari…

Quanto siamo noi in quanto pubblico di spettatori e lettori a chiedere implicitamente che un bel po’ si bari nel restituire una ambientazione o un periodo affinché questi ci possano risultare più intelligibili? E quanto questo gioco è scoperto e condiviso?

Che sono una marea di argomenti condensati in poche righe, ma vediamo di mettere gù qualcosa…

C’è una storia che non ho mai scritto.
È basata sull’esperienza – nel senso, si tratterebbe di trasformare in fiction una cosa che ci capitò per davvero, quando con i miei impareggiabili commilitoni, servivamo nell’Aeronatica Militare.
Il tema in nuce – il centralino di una base NATO comincia a ricevere chiamate martellanti 24/7, da un telefono interno alla base che non esiste.
Ora, la storia funziona, ha un suo gelido risvolto orrifico (il numero chiamante è quello della Decontaminazione), ha un suo risvolto ironico (parliamo del progressivo logoramento nervoso di un pugno di ventenni in uniforme), ed un suo lato investigativo.
Come voleva poi M.R. James, infine, ci presenta comnque una razionalizzazione, per cui potrebbe essere tutto spiegabilissimo (ma la spieazione razionale risulterebbe molto più improbabile di quella sovrannturale).
Bello, eh?
Il problema è che la storia funziona, con il suo crescendo, solo se si ha una buona dimestichezza con il funzionamento di un sistema telefonico con reti cablate e ponti radio, un certo tipo di centraline di smistamento, una certa tecnologia ormai superata da anni.
Cose che io conosco – io c’ero, io ho un diploma da tecnico telefonico – ma che il pubblico non conosce.
Quindi – o scrivo la storia per Thrilling Switchboard Tales, rivista avventurosa letta solo da centralinisti professionisti, e tutto il lato tecnico viene dato per scontato, o il mio racconto si schianta sotto ad una mole enorme di informazioni purtroppo essenziali per indirizzarlo ad un pubblico generalista.
Quindi, niente racconto.

Non sto considerando ovviamente la terza possibilità – quella di inventarmi la tecnologia, metterci del technobable

Personaggio 1: La Decontaminazione ci è andata in ponte con la SWA…
Personaggio 2: Non dire cazzate, lo sai che è impossibile

Che sarebbe perfettamente lecito, e nessuno, se non i centralinisti professionisti, si accorgerebbe del fatto che sto giocando sporco, mettendoci un quarto di realtà e tre quarti di parole inventate.
Però non sarebbe altrettanto soddisfacente per me.

Chissà, magai prima o poi mi passa.

Però con questo voglio dire, come ho già accennato in risposta al commento di Sir Robin nel post precedente, i due parametri sono
a . ci metto tanta realtà quanto basta a rendere la storia plausibile
b . ci metto tanta realtà quanta io ritengo necessario per la mia tranquillità

Per soddisfare a, devo avere un’idea di massima di chi immagino leggerà la mia storia, e del patto reciproco fra autore e lettore

io lettore ti permetto di ingannarmi, fintanto che lo fai bene
io scrittore ti prometto di non ingannarti più del necessario

Il punto b, invece, è la conseguenza del mettere me stesso nella posizine di lettore della mia storia – io voglio un certo livello di dettaglio storico/scientifico/fate voi, nelle mie storie.

Il che solleva la domanda, perché io, Davide Mana, geologo, da spettatore, come parte del pubblico, se guardo The Core (trivella fino al nucleo terrestre, poi atomiche per riattivare il campo magnetico) mi metto a bestemmiare in sei dialetti diversi, mentre leggo At the Earth’s Core (trivella fino al centro della terra, poi dinosauri, principesse selvagge in bikini e.) gongolo come un derelitto, cito Pellucidar come una delle mie serie preferite, e anche il film della Amicus non è che mi dispiaccia?

La risposta è, perché mentre Burroughs, in Pellucidar, crea un mondo chiaramente falso e impossibile, ma perfettamente coerente e vivo, in The Core gli sceneggiatori sbagliano persino quelle cose che a farle giuste sarebbe bastato consultare una enciclopedia e sarebbero state più spettacolari.
Burroughs mi racconta balle a manetta, ma queste sono funzionali nel raccontare una grande storia.
The Core mi racconta balle superflue e sciocche, per raccontarmi una storia stupida.

Veniamo così alle famose manopole di David Brin, gli “expectation dials”

Quando vado a vedere un film, o ad affittarne uno, cerco di regolare le mie aspettative in anticipo, al fine di ridurre al minimo il disappunto. Pensate a qualcosa come la messa a punto di un sistema stereo. Io ho la mia manopola di controllo per la logica e per la coerenza della trama, per esempio, e le regolo in modo tale da godere di film che non hanno senso, ma sono di alta qualità per altri motivi.
Ci sono altre manopole che sono più restio a girare verso il basso guardando un film o leggendo un libro. Ad esempio, le manopole associate con il messaggio e la morale.

Perfetto.
Ci possono essere altre manopole – la qualità della scrittura, l’originalità delle idee…
Ma a questo punto, l’idea è chiara.
Ci sono libri, film o fumetti che possiamo goderci col settaggio standard del nostro sistema.
Ce ne sono altri per i quali dobbiamo ammetere…

OK, è stupidissimo, ma è molto molto divertente

… ad esempio.
Non c’è nulla di male, in questo.

La domanda a questo punto torna ad essere – quanto dettaglio, quanta realtà, quanto possiamo barare?

In questo momento sto ascoltando gli Spyro Gyra, Good to Go Go, col mio lettore media d’elezione, VLC.
Ora, VLC ha – come la maggior parte dei software di questo genere – una serie di preset dell’equalizzatore.
Se voglio, posso selezionare una impostazione diversa per musica rock, ska, jazz o classica, per musica live, o in funzione delle dimensioni della stanza dove mi trovo.
Nella nostra metafora, questi settaggi sono quello che noi chiamiamo “generi”.
La situazione ad equalizzatore spento, con tutti gli slider su zero, è la situazione standard di “fiction” – una certa sospensione del giudizio, un minimo grado di accettazione della sciocchezza, un certo livello di realismo.
Cambio genere, cambiano le aspettative.
Non ho le stesse aspettative e gli stessi parametri di giudizio nel guardare, per dire, Conan il barbaro e The Abyss.
E sono possibili sintonie fini (i parameri per space opera e hard sf sono diversi), o varianti speciali (romanzo storico, commedia a sfondo storico, satira ed ucronia hanno una differente, crescente tolleranza all’anacronismo, all’invenzione eccetera).

Ovviamente anche nello scrivere, possiamo lavorare su queste equalizzazioni – in funzione di ciò che stiamo scrivendo, e delle persone per le quali stiamo scrivendo.
E se è vero che io scrivo per me stesso è una scemenza, è anche vero che scrivere per un ipotetico lettore che sia almeno in gamba quanto lo siamo noi, non è una cattiva idea.
A considerare i lettori degli idioti, di solito si scrivono schifezze.

Quindi è soggettivo, fino a un certo punto.
L’impressione – ma magari ne parliamo nei commenti – è che molta dell’offerta tenda a “tirare su tutti i bassi”, ed appiattire il resto delle opzioni.

Resta perciò la questione del definire non solo quanta realtà metterci, ma dove andarla a prendere se non appartiene alla mia storia personale, e come gestirla.
Ma ci faccio un post a parte, perché a me i post chilometrici non piacciono (e quindi assumo che a voi neanche).

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Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

14 thoughts on “Equalizzazioni & Aspettative

  1. Io metterei in mezzo tutti gli ultimi film americani sui disastri: l’apocalisse avviene all’improvviso, distrugge quasi tutto e senza un motivo poi torna tutto normale.

    E non stiamo parlando di un terremoto o un’inondazione, ma di un’improvvisa era glaciale e simili.

    Burroughs è un grande, non gli puoi accostare certa robetta 😀 (ah, mi sto leggendo Virginia e gli uomini mostro 😉 )

    Hai letto la trilogia di Carter di Marte? Anche quella è una storia impossibile, soprattutto per come Carter arriva su Marte. Ma sta in piedi che è una bellezza.

    At the Earth’s Core non lo conoscevo, devo rimediarlo.

    Secondo me il problema sta nell’abilità di costruire una storia che funzioni, abilità da associare al genere narrativo di cui si sta scrivendo.

    In un romanzo fantastico, che sia fantasy o fantascienza, il lettore sa fin dall’inizio cosa aspettarsi. Non si meraviglia se un uomo riesce ad arrivare al centro della terra e ci scopre un dinosauro.

    Quando ho visto il film 2012, fin dai primi minuti si capiva che era una boiata colossale. In realtà pure prima di andare al cinema…

    Ho anche visto il film The Descent e da “speleologo” (speleoturista è meglio) quel film è un’altra boiata. Meglio sarebbe stato se il regista si fosse informato presso un gruppo speleologico.

    Quindi, secondo me: inventare va bene, ma bisogna considerare il contesto. In una realtà attuale la documentazione, anche scientifica, è d’obbligo, per non rischiare che la storia non stia in piedi.

  2. Eh, Virginia non è male (ma è costosissimo!)
    Di Burroughs non ho letto tutto, ma abbastanza.
    John Carter sono 11 romanzi, e almeno sette sono essenziali.
    Burroughs fu sostanzialmente un grande narratore, nel senso più stretto del termine.
    Quando arrivi in fondo ad un suo libro, ci rifletti e ti rendi conto che ti ha raccontato sempre la solita storia, costruendola sul niente.
    Però mentre lo leggevi era come essere lì.
    È grandissimo.

    Sulla necessità di maggiore documentazione, posso esere daccordo, ma stranamente sembra che, col passare del tempo, il pubblico si sia fatto più esigente sulle minuzie, ma estremamente tollerante nei confronti di falle colossali.
    È strano.

    Ma se ne parlerà ancora.

  3. Sei in stato di grazia in questi giorni, eh? 🙂
    Un articolo di pregio dietro l’altro, faccio fatica a starti dietro, mannaggia!

  4. Ha ragione Sekhemty: Mastro Mana ne azzecca uno dietro l’altro! Ma è abbastanza la norma, questa 😉
    Per quanto mi riguarda essendo specialista di niente – al massimo ne so un po’ di musica rock – e avendo le conoscenze tecnico-scientifiche di una capra (morta da tempo), nei romanzi che leggo presto moltissima attenzione al lato psicologico dei personaggi: motivazioni, reazioni, linguaggio ecc.
    Questo mi porta a schifare il 99,9% del fantasy italiano, per esempio 😀

  5. Non sarà invece che siete tutti voi troppo buoni?

    @Orlando
    Io ho scritto una storia (che è pure piaciuta) per documentare la quale ho dovuto ascoltare musica per sei settimane.
    E leggere libri sulla storia del rock.
    La storia del rock… come tutta la storia… è una fonte inesauribile di buone idee.

    Sulle psicologie… ah.
    Il trucco più semplice è usare la personalità di chi si conosce, e cercare di mostrare i comportamenti senza cercare di spiegarli.
    Magari fare dei mix di più persone.
    Ma se uno una vita sociale non ce l’ha, non ha il vizio di ascolare le chiacchiere altrui in treno o sul tram (esercizio utilissimo) e alla voce “Il mio migliore amico” ci scrive “Il signor Spock”… eh, allora i personaggi rischiano di fare acqua ma di brutto.

    Ed è un peccato che io non legga fantasy italiano, perché non posso fare esempi ad hoc 😉

  6. Troppo buoni no, dai, che Natale è già passato! Da parte mia non erano “complimenti”, ma sincero apprezzamento per la passione e per la competenza con cui hai trattato questi argomenti.

    Io ho scritto una storia (che è pure piaciuta) per documentare la quale ho dovuto ascoltare musica per sei settimane.
    E leggere libri sulla storia del rock.

    Ti sarai annoiato un sacco immagino, un vero lavoro improbo 😉

  7. Mah, alla fine, qualsiasi attività, se non è divertente, perché svolgerla?

  8. Hai perfettamente ragione! Comunque stavo scherzando 😉

  9. Interessantissima serie di post.

    Condivido gran parte delle cose che dici, ma in particolare:

    “E se è vero che io scrivo per me stesso è una scemenza, è anche vero che scrivere per un ipotetico lettore che sia almeno in gamba quanto lo siamo noi, non è una cattiva idea.
    A considerare i lettori degli idioti, di solito si scrivono schifezze.”

    In effetti nessuno scrive per se stesso. Anche se – puntualmente – a ogni presentazione libresca ogni dannato autore (dannato) si atteggia a Artista dichiarando che lui scriverebbe anche se non avesse nessun lettore. La sua Arte, che non è di questo mondo, prescinde dai gusti del volgare pubblico. Li trascende.

    Le poche volte che mi son messo a scrivere qualcosa ho sempre avuto in testa un certo tipo di lettore, talvolta proprio una specifica persona – un amico, la ragazza che frequento.

    Molte di queste tematiche vengono affrontate – come penso saprai – anche in “On writing” di King. Un libro che trovo molto sincero e utile.

  10. In effetti penso che stamperò questi post e li infilerò tra le pagine del testo di S. King 🙂

  11. Wow!
    Io e King!
    Sembra un musical con Yul Brynner… 😉

    Ho letto il libro di King, che non mi ha tuttavia rivelato verità uniersali – forse perché avevo già letto un sacco di manuali di scrittura, prima.
    E li leggo ancora – sono molto divertenti, indipendentemente da ciò che si impara.

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